Nel mondo del calcio le interviste sono nella stragrande maggioranza dei casi una vetrina di banalità su valori come il gruppo, il sacrificio, la voglia di vittoria, e così via. Uno dei pochi addetti ai lavori che esce da questo cliché è Walter Sabatini, direttore sportivo della Roma. Durante una recente intervista a Roma Channel, l’ex direttore sportivo di Palermo e Lazio, interpellato sulla squalifica di tre giornate a De Rossi per quello che i media hanno cristallizzato nella coscienza collettiva come “il pugno rifilato a Icardi”, ha fatto una dichiarazione che mi ha particolarmente colpito, non tanto in riferimento al caso in sé quanto al taglio interpretativo della realtà, non solo calcistica, che viviamo al momento.
“Mi è dispiaciuto perché dal punto di vista mediatico le televisioni determinano anche le decisioni”
A dire una frase del genere, al giorno d’oggi e nel nostro paese, si passa subito per grillini. Tant’è che lo stesso Sabatini, poche righe dopo nella stessa intervista, precisa: “Non penso mai ai complotti o quello che può essere interpretato alle spalle”. Tuttavia, se abbiamo il coraggio di uscire dal comodo recinto del complottismo (nel caso specifico, cioè, dall’ipotesi che i mezzi d’informazione vogliano affossare la Roma) e torniamo all’osso della questione, la dichiarazioni di Sabatini ci lasciano in eredità alcune domande non banali. E cioè: la Corte di Giustizia Federale della FIGC avrebbe comunque giudicato il caso De Rossi se Sky e le altre televisioni non avessero mostrato ripetutamente (ossessivamente, direi) il famigerato slow motion? O è stato il fatto che “tra il primo e il secondo tempo si è subito invocato la prova televisiva” a determinare l’intervento della giustizia calcistica? Utilizzando le parole del ds della Roma: sono i mezzi d’informazione a determinare le decisioni? Per rispondere a questa domanda e passare al generale bisogna necessariamente tornare sul particolare: il “pugno” di De Rossi.
Innanzitutto bisogna dire che l’unica prova evidente del fatto è uno slow motion. Questo dettaglio, che potrebbe sembrare esclusivamente estetico, ha in realtà un peso decisivo. Chiunque abbia visto 300 (o un qualunque altro film di Zack Snyder) sa che lo slow motion ha un effetto dramatizzante dell’azione molto potente. Un normalissimo movimento può diventare incredibilmente significativo se passato al filtro dello slow motion. In questo modo, quello che era un tentativo di neutralizzazione dell’avversario, per dirla con Sabatini, diventa cinematograficamente un pugno. Cosa ancor più importante è il fatto che l’arbitro aveva gli occhi puntati sull’azione e ha deciso di non prendere alcun provvedimento. “Nessuno lo ha visto perché non c'era, l'azione si sviluppa nel campo visivo dell'arbitro, percepisce che c'è stato qualcosa ma non vede perché non c'è il pugno”. Non siamo di fronte ad una prova televisiva dove l’occhio delle telecamere compensa quello, mortale e quindi fallibile, dell’arbitro ma siamo di fronte ad un vero e proprio scavalcamento delle decisioni prese dall’arbitro al momento dello svolgimento dell’azione.
Riassumendo, si è presa una sequenza video in slow motion estrapolata dal contesto e la si è ripetuta infinite volte fino a trasformarla in una frase di semplice comprensione: “il pugno rifilato a Icardi”. La si è ripetuta talmente tante volte da abbinare nelle menti l’immagine alla frase. Se si cerca su Google “pugno rifilato a Icardi”, comprese le virgolette per cercare la frase esatta e non la combinazione di parole, si ottengono oltre 50mila risultati e il primo risultato sono immagini di De Rossi. In questo modo, i mezzi d’informazione sono riusciti a far passare per evidente e non discutibile un fatto che invece era tutt’altro che scontato e cioè che De Rossi in quel video abbia dato un pugno a Icardi volontariamente. Non si parla più dello “scontro tra Icardi e De Rossi” o di “contrasto tra i due”. Quello è un pugno.
Come dimostra il teorema di Thomas, il solo definire certe situazioni come reali produce effetti nella realtà. Se definisco il pugno di De Rossi come la realtà dei fatti, allora questo comporterà delle conseguenze tangibili. Come è noto, infatti, a seguito del “pugno rifilato a Icardi” il centrocampista della Roma è stato escluso dalla Nazionale per l’amichevole Spagna-Italia prima di essere squalificato per tre giornate di campionato dal giudice sportivo.
Nonostante ciò, sia chi considera quello di De Rossi come un vero pugno sia chi lo considera come un normale contrasto d’area, si starà chiedendo il motivo, una volta escluso il complottismo, che ha portato i mezzi d’informazione a trasformare quella sequenza video nel “pugno rifilato a Icardi”. La motivazione è molto più semplice di quanto si pensi ed è insito nel fine che i mezzi d’informazione cercano di raggiungere: l’audience. Un giornale deve cercare di vendere più copie possibili, un sito deve raggiungere il numero più alto di click, un programma deve attirare più persone possibile davanti allo schermo. Ma come è possibile fare ciò avendo sempre lo stesso prodotto (la partita di calcio) tra le mani? Semplice, aggiungendo degli elementi esterni al calcio, un po’ come si fa con le spezie su una pietanza. Le risse e il gossip sono due tra le spezie più utilizzate per rendere il calcio più appetibile. E’ il motivo per cui i mezzi d’informazione sono innamorati di personaggi come Cantona e Mourinho o per cui qualunque cosa faccia Balotelli si trasforma magicamente in notizia. Tutti questi personaggi permettono ai mezzi d’informazione di raggiungere un audience molto più ampio rispetto al bacino composto unicamente da tifosi e amanti del calcio.
In questo senso parlare di un pugno invece che di un semplice contrasto di gioco permette di raggiungere anche coloro che non sono interessati alla partita in sé. Un po’ come quando, camminando per strada, ci fermiamo a guardare una lite furibonda anche se non conosciamo il vero motivo per cui si sta litigando.
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