Nessuno si salva da solo

Funziona così: apri Instagram e vedi una tipa che segui indossare un vestito bellissimo, taglio anni ’50, un po’ da pin up. Fai una veloce ricerca e scopri che è di Zara. Costa 60 euro. Pensi che Zara non meriti quei 60 euro, che sei in spending review da quando sei nata, che hai spese più importanti da affrontare. Poi, però, ti ricordi che fai tre lavori e che cazzo, di quei vestiti di Zara da 60 euro te ne meriti almeno 3. Vai a provarlo, ti sta da dio, pensi che sicuramente rimorchierai qualcuno o che, pubblicando una foto con quel vestito su Instagram come ha fatto la tipa, riceverai il suo like. Comunque poi, spinta da una forza interna che non riesci a comprendere, non lo compri.

Succede, poi, che una mattina come tante non riesci ad alzarti dal letto. Conosci perfettamente la situazione, sai da chi devi andare ma non vuoi, vuoi il vestito di Zara. La mattina dopo, di nuovo, fai fatica a trovare motivazioni per alzarti. Può capitare in qualunque momento: che tu abbia un lavoro appagante, una bella casa e una relazione stabile o meno. Ti metti davanti al computer, provi a lavorare e non esce niente dal tuo cervello. Vai a sentire Lorenzo Senni, e lo aspettavi da mo, ma ti prende un attacco di panico e te e vai. Ringrazi il cielo per non aver comprato quel vestito da 60 euro e cerchi su google una psicologa a Milano.

Nella città in cui tutti dicono di buttare giù Xanax come se fossero le caramelle scoppiettanti degli anni ’90 perché oh, tre “call” di fila ti mandano in pappa il cervello, trovare un aiuto immediato e concreto se hai un problema psicologico è come convincere un anti-vaccinista del fatto che sì, quella storia dell’autismo è un’immensa cazzata.

L’ultimo psicologo da cui sei andata era uno stronzo ma era gratis, quindi ci poteva stare. Adesso, grazie al cielo, non hai comprato il vestito di Zara quindi puoi mettere mano al portafoglio e pagarti un cazzo di analista, come la persona adulta e fan di Woody Allen che sei.

La trovi, vai, è il primo colloquio conoscitivo e deve capire chi cazzo sei, che cazzo hai combinato nella vita, che cazzo ci fai sdraiata su quel lettino.

“Perché sei qui, Denise?”

“Beh, perché ho qualcosa che non va”.

“Cosa facevi prima di venire da me, quando stavi così?”

“Bah dipende: fumavo, bevevo, scrivevo”.

“Tutto al passato?”

“Le prime due cose le faccio ancora.”

“E l’ultima?”

“L’ultima no, quasi mai”.

La guardi e pensi che non sarà minimamente in grado di aiutarti perché avrà sì e no la tua età, cha avrà finito il tirocinio l’altro ieri o che magari tu sei proprio parte del suo tirocinio. Basta una breve ricerca su internet, perché la diffidenza che devi imparare a combattere è la stessa che non ti vuole abbandonare, per capire che in realtà è di parecchi più grande di quello che sembra, e in fondo tu stessa non dimostri 28 anni, con i capelli rosa e gli outfit da cheerleader.

“Avevo un blog, si chiamava Dove sono le mie benzodiazepine? Perché in effetti era la frase che dicevo più spesso. Avevo una cameretta che era un buco di culo eppure le perdevo sempre. Allora cercavo su Google articoli per sentirmi meglio, tipo sa, quelli che dicono che le persone disordinate sono più intelligenti. Su quel blog ci scrivevo sopra cose divertenti, cose serie, cose tristi cose romantiche. Poi quel titolo non ha avuto più senso, perché siamo tutti diventati i protagonisti di Lexotan de I Cani”.

Passa il restante tempo a vostra disposizione a convincerti che dovresti ricominciare a farlo, magari in un luogo diverso, magari senza raccontare proprio tutti particolari delle vostre sedute. Ti sembra di essere tornata a scuola perché hai i compiti a casa da fare: scrivere tutto quello che ti passa per la testa, iscriverti ad almeno un concorso letterario, smetterla di mettere la testa sotto la sabbia e fare il cazzo che ti pare. Ecco perché il luogo è cambiato: perché quel blog non sono più io. Ecco perché scrivo di nuovo qualcosa di più lungo di uno status su Facebook: perché ne ho bisogno.

Più un argomento diventa ampio, più lo si tratta male. Dai video che scimmiottano una condizione invalidante con fastidiose risatine di sottofondo, ai post di blogger che creano hashtag per condividere il proprio outfit per sentirsi meglio (what the actual fuck?) all’ennesimo sito che ci racconta di come il nostro corpo soffra di ansia per cose futili e perché non mangiamo abbastanza potassio, e magnate ‘sta banana su, che te lamenti. Chi ne parla bene viene additato come un egocentrico in cerca di attenzioni, perché sì, condividiamo pure tutto quello che mangiamo, il nostro culo in riva al mare, articoli che parlano di quanto la pubblicità di Pepsi con Kendall Jenner sia sbagliata, sul femminicidio, ma oh, non provare a raccontare i cazzi tuoi. Racconta solo quelli che fanno ridere, tipo quando ti sei ritrovata nel bagno di quel locale con uno per scopare ma lui aveva il cazzo grande come un mignolo di un neonato. AHAHAHAHAAH CHE RIDE! Continua così, fingi che vada tutto bene, perché se scrivi solo trattati sul facce ride nessuno capirà quello che fai due volte a settimana, quello che prendi ogni mattina, perché poi, in fondo, che cazzo gliene frega? Probabile che a nessuno freghi un cazzo, ma le cose stanno così: se stai male, ti curi. Punto. Se hai il mal di denti vai dal dentista, se hai il ciclo doloroso vai dal ginecologo. Se hai la febbre prendi la tachipirina. Se il tuo cervello non funziona più come dovrebbe, vai da chi ti può curare. Il cervello non si sistema da solo. Non è che se a 16 anni hai superato egregiamente la storia della tua amica che fa un bocchino al tuo ragazzo allora sei invincibile, non è che se hai finito una gara di Triathlon con la gamba rotta perché in bicicletta hai deciso di voler per forza assaggiare il sapore dell’asfalto allora puoi superare qualunque cosa ti capiti.

Non è una cosa di cui vergognarsi spendere 60 euro per l’analista invece che in Mojito, non c’è problema se non puoi bere più di un bicchiere di vino al giorno perché altrimenti le medicine non hanno l’effetto sperato, non tutte le persone che hai intorno nella vita sono in grado di darti una mano e va anche bene così, non è il loro compito. Non a tutti un gruppo privato su Facebook in cui ci si sfoga può aiutare davvero (esiste davvero, si chiama “i nostri amici ci odiano”. Ci raccontiamo tutte quelle cose che ai nostri amici non possiamo più dire perché abbiamo scassato loro tre quarti di minchia, ed è bellissimo).

Mentre sei sdraiata su quel lettino e ti suda il culo, ti passano davanti tutti i momenti che le stai per raccontare. Le persone che hai ferito e quelle che hanno ferito te. Ti rivolge, di nuovo, la domanda di prima:

“Perché sei qui, Denise?”

La prossima volta avrò la risposta pronta:

“perché nessuno si salva da solo”.

Alla prossima puntata.

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