Federico II von Hohenstaufen — morente

L’apertura della Tomba di Federico II von Hohenstaufen »Stupor Mundi «

Il paleontologo Mallegni accusa ‘Che errore non aprire il sarcofago’
Federico II von Hohenstaufen — nel 1781

«Ritengo la scelta dell’ apertura minimale in netta contraddizione con le finalità, almeno antropologiche, per cui ero stato, con tanta solerzia, interpellato».

Questo, in sintesi, l’ autorevole punto di vista sulla conduzione della lunga ricognizione del sarcofago di Federico II nella Cattedrale di Palermo da Francesco Mallegni, docente di Paleontologia umana e antropologia dell’ Università di Pisa, scopritore di celeberrime «identità», (fra le tante quelle di Sant’ Antonio, di Giotto e del conte Ugolino), che ha partecipato alla prima fase del progetto palermitano in qualità di componente del comitato scientifico.

Quali erano gli obiettivi da raggiungere con la ricognizione del sarcofago federiciano?

Secondo lei, si poteva arrivare ad un accertamento più approfondito e a un eventuale restauro dei resti mortali dell’ imperatore normanno?

«Sono stato chiamato nella commissione per occuparmi delle sue spoglie mortali. Era mia intenzione allargare la ricerca anche alla madre Costanza, che si trova in un sarcofago vicino a quello di Federico. Questo ci avrebbe dato la possibilità non solo di analizzare i resti dell’ imperatore e intervenire su di essi per il restauro, ma anche di accertare, tramite la ricerca del suo Mit-Dna, che fosse proprio lui, con la determinazione del sesso e dell’ età al momento della morte, il figlio di Costanza; infatti, il Mit-Dna è trasmesso solo dalla madre.

Si sa infatti che il suo corpo è stato tolto dal sarcofago nel 1700 e quindi era necessaria una verifica sulla sua attuale identità, onde assicurarci che non vi fossero state sostituzioni con altro corpo anonimo. All’ inizio dei lavori, si è potuto intravedere con una sonda, che il viso di Federico era mummificato. Il resto non si è potuto vedere perché sul suo corpo c’ era uno scheletro disarticolato, tutti i suoi abiti affastellati in una estrema confusione e un sacco che ha fatto pensare alla presenza di un altro individuo. Da sempre d’ altra parte si vocifera dell’ intromissione nel sarcofago di due lontani discendenti dell’ imperatore, il Duca d’ Atene e Pietro III d’ Aragona.

Il viso di Federico era in leggero degrado rispetto a come apparve nella ricognizione del 700, almeno a vedere le raffigurazioni riprodotte a quell’ epoca». A seguito di questa iper tecnologica ispezione di Federico si è visto meno rispetto a quella effettuata nel 1781, quando si era potuto ammirare il corpo integro dell’ imperatore, addobbato con gli abiti e le insegne regali.

Federico II von Hohenstaufen — nel 2002

Qual è la sua opinione sulle cause che hanno potuto determinare questo sconvolgimento all’ interno del sarcofago?

«Nel 1781, dopo la famosa ricognizione, forse non si pensò di risistemare le cose come erano state trovate, o forse, ma è una congettura, ci possono essere state altre aperture di cui le fonti non parlano o non possono parlare, perché ufficialmente non avvenute».

Da questo ammasso disordinato, tuttavia sono stati identificati parti fondamentali del corpo di Federico II dalle quali si potevano ricavare elementi utili per svolgere indagini appropriate.

Come mai non si è riusciti nemmeno a ricavare il suo Dna?

«Ignoro le cause del fallimento delle indagini sul Dna. Ci sono ottimi laboratori di paleogenetica in cui far svolgere le analisi (a Tor Vergata e a Firenze); ma forse il tessuto prelevato da Federico era troppo degradato».

Si sarebbe potuta accertare la causa della morte, che talune fonti storiche attribuiscono ad avvelenamento?

«Sicuramente si poteva tentare; come ho fatto, con successo, nel caso del principe cinquecentesco Francesco Branciforti di Militello Val di Catania, avvelenato a Messina, dove si era recato per un’ ambasceria».

Per quanto riguarda l’ identità dei resti degli altri due inumati nel sarcofago imperiale si è tanto parlato di una clamorosa «scoperta»: quella relativa al corpo di una giovane donna.

Per altro questa ipotesi, che era stata già intuita da Francesco Danieli nel 1784, è stata da lei confermata dopo una delle prime ispezioni endoscopiche.

Ci può dire come sono andate le cose?

«Non sapevo delle diagnosi di Danieli e quando nello stesso giorno che ho visto il cranio di Federico ho notato, prima del suo, quello dello scheletro disarticolato, che giaceva in cima a tutta la caterva di abiti affastellati, ho intuito subito che si trattava di un cranio di donna. L’ esperienza ha allenato il mio occhio nel riconoscere il materiale scheletrico umano, così ho manifestato agli altri la mia ipotesi».

Fra le righe delle relazioni medico-scientifiche si avverte un’ insofferenza verso la scelta cosiddetta di «apertura minimale».

Quale organismo ha deciso, e in base a quali motivazioni, di limitare al minimo la fessura di osservazione?

Questa scelta non le sembra in contraddizione con le finalità del progetto?

«Ho sempre criticato, con lo storico Rosario La Duca e altri, l’ apertura cosiddetta minimale, difesa a spada tratta invece da alcuni componenti della commissione, perché avrebbe limitato, come è accaduto, la portata dell’ indagine, al fine di ipotizzare l’ identità e l’ etnos dei tre personaggi del sarcofago, la loro fisiognomia, le loro malattie, il perché del decesso dell’ imperatore, il tipo di alimentazione prima della morte. Ci tengo a precisare che io ero stato chiamato per studiare i corpi, non per guardarli da una fessura».

È stata questa la ragione che l’ hanno indotta a interrompere la sua partecipazione al progetto?

«Non c’ è stato modo di far rivedere la decisione dell’ apertura minimale. Perciò, dopo la quarta o quinta mia venuta a Palermo, visto che non venivano prese in considerazione le mie ipotesi di lavoro, ho deciso di ritirami in buon ordine.

Un episodio che mi fece addirittura inorridire, mi ha aiutato a decidere: dopo aver sottolineato che la mummia si sarebbe degradata irrimediabilmente se non si fosse intervenuto su di essa con metodologie specifiche, un componente della commissione, che non voglio nominare, mi ha risposto che sarebbe bastato fare un piccolo prelievo dal corpo e metterlo in una provetta; avremmo così avuto a disposizione per sempre Federico per eventuali future analisi e quindi il resto del corpo si poteva disfare senza alcun problema. Ci fu chi annuì compiaciuto.

A quel punto la mia scelta è stata obbligata. Non potevo far parte di una équipe che annoverava tanto ingegno».

a.s. — 28 dicembre 2002 sez.

fonte : http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/12/28/il-paleontologo-mallegni-accusa-che-errore-non.html

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Federico II von Hohenstaufen — Statua dello scultore Emanuele Caggiano a Napoli

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