La vita dei minatori
Tra il 1960 e il 1965 Pier Paolo Pasolini tenne una rubrica settimanale su Vie Nuove, periodico di orientamento comunista. Nella rubrica Pasolini rispondeva ai lettori sugli argomenti più vari, dalla letteratura al costume.
Nell’anniversario della tragedia di Marcinelle, ritengo opportuno riproporre la lettera di un giovane minatore maremmano, che scrisse a Pasolini nel 1960. La lettera, struggente nella sua semplicità, suscita anche in Pasolini forti sentimenti, come si evince dalla sua risposta. Entrambe, lettera e risposta, formano nel loro insieme un commovente fermo immagine nel racconto di una nazione, l’Italia, che non è più. Nella rispettosa pulizia delle parole del minatore poco più che analfabeta e nella rabbia di Pasolini ci sono quelle tracce di coraggio e di appartenenza a una comunità che oggi sono solo un vago ricordo.
Il testo è tratto da Le belle bandiere. Dialoghi 1960–1965 — Editori Riuniti — 1996.
Egregio Sig. Pasolini, vengo a lei con questa mia lettera, dato che stimo in lei uno dei maggiori scrittori realisti. Ho visto che ha fatto diversi libri tutti con grande successo, come Una vita violenta, Ragazzi di vita e altre composizioni di grande interesse. Signor Pasolini, ho 27 anni, e da dieci anni lavoro in miniera dove prima lavorava mio padre: i miei zii, ora, sono morti per causa di polvere. Non so se lei ha un’esperienza di miniera. Vorrei sapere se le fosse possibile fare un racconto su tale caso. Anzi anche il settimanale cui lei collabora è da circa un anno che ci aveva promesso un’inchiesta sui minatori, specialmente su quelli della Maremma. Il settimanale Vie Nuove, il nostro settimanale, nella miniera in cui lavoro su cento operai sessanta lo leggono. Sono rimasti delusi, volevano già da tempo avere visto l’inchiesta sui minatori. Signor Pasolini, le chiedo a nome di tutti i minatori di fare qualcosa per noi, scrivere qualcosa sulla vita che facciamo. Se volesse un abbozzo, un soggetto, per poi ricavarne un racconto ne sarò lieto. A me piace scrivere, ho fantasia, e ogni tanto scrivo qualche racconto, 100–200 pagine; come soggetto c’è, e sono anche messi bene però. Lei capirà dallo scritto stesso che ho fatto soltanto la prima elementare e per questo non posso presentare i miei lavori: sbagli di ortografia, virgole e altri errori. Signor Pasolini mi scuserà se le chiedo troppo, se le fosse possibile mandarmi un registratore. Come le dico le mie possibilità finanziarie non mi permettono, mentre credo che se lei vuole potrebbe. Vorrei registrare un racconto commovente di 150 pagine, l’ho intitolato così La morte di un compagno. In questo racconto di umana fede è la vita disperata dei minatori che lottano tra la vita e la morte di un compagno e un lavoro umano. Mi scusi. Distinti saluti.
Giuliano Sorresina, Via della Porta 8, Gerfalco (Grosseto)
La sua lettera mi commuove molto, caro Giuliano. Io conosco molti giovani come lei; ne conosco di nuovi, si può dire tutti i giorni. Essi parlano in dialetto, o in un italiano molto semplice e rozzo, tuttavia quello che hanno dentro, la loro forza vitale o la loro forza morale, riesce sempre a esprimersi. C’è il calore della presenza, della loro parola, della loro attenzione. In lei sento questa stessa forza vitale e morale, di molti suoi coetanei operai, o contadini, o disoccupati ma poiché lei mi scrive, e non mi parla — e la sua lettera (dato che lei, come scrive, ha fatto solo la prima elementare) non può avere la stessa efficacia naturale del discorso — quella sua forza intima risulta come compressa e avvilita. L’incertezza della sua calligrafia, i suoi errori di grammatica, la difficoltà dell’espressione, sono come una gabbia dentro cui è imprigionata la sua anima, che è appunto possibilità di espressione e di comunicazione. Ma che forte, inquieta, ribelle, speranzosa, prigioniera, quest’anima! Capisco perfettamente il suo bisogno di un registratore! É certo che lei vuol sfuggire dalle strettoie della sua scrittura appena elementare, poiché ha tante cose da dire, ha una sua legittima protesta da esprimere, che la viva voce le è assolutamente necessaria. Vedrò dunque di accontentare il suo desiderio. Ma, nel tempo stesso, sento il dovere di consigliarla a non scoraggiarsi davanti alle difficoltà dello scrivere. S’impegni tutti i giorni, a scrivere un po’, a ricopiare pezzi di libri buoni, pezzi di articoli di giornali, o legga a lungo, a voce alta i passi che le interessano, mettiamo di Vie Nuove o si rivolga a un maestro, a una maestra del suo paese, perché, la domenica, la sera dopo il lavoro, l’aiuti a finire quegli studi che, a eterna vergogna della nazione in cui è nato, non è riuscito a compiere, neanche nei minimi limiti dell’istruzione elementare.
Se lei sente dentro di sé oltre che dei sentimenti, anche il bisogno di esprimerli, non cerchi, per farlo, il modo più facile, ma il più difficile; lei ha il dovere, davanti a se stesso e a suoi compagni di farsi da solo un’istruzione, di progredire. Sa quanti socialisti e comunisti, che adesso occupano posizioni importanti e di responsabilità nella lotta politica, hanno cominciato così! Questo è il primo passo che un operaio deve compiere nella sua lotta ideologica contro la classe sociale che lo vuole ignorante e intellettualmente impotente. È un primo passo personale, individuale, particolare, lo so: ma tuttavia quello che la spinge a farlo è la fede politica che lei ha, ed è soprattutto per essere utile a questa fede politica — che significa poi il riscatto totale e popolare di una nazione — che lei ha il dovere, lo ripeto, di migliorare. Le auguro dunque che venga presto il giorno in cui lei potrà scrivere da solo e con efficacia la testimonianza del mondo del lavoro in cui vive; dei dolori e delle ingiustizie di cui ha esperienza.
So che il suo è un lavoro terribile. Un giorno — per ragioni del mio lavoro — sono sceso in fondo a una miniera di carbone, nei pressi di Lilla. Non riuscirò mai a dimenticare questa specie di discesa all’inferno. Gli operai, là sotto, erano quasi tutti italiani, ragazzi come lei, per lo più venuti dalle miniere di zolfo della Sicilia.
Non è stato facile raggiungerli! Prima l’ascensore, come assorbito da una buia forza misteriosa e tremenda, mi ha trasportato in fondo a un interminabile pozzo, a un migliaio di metri di profondità: poi ho dovuto viaggiare a lungo per una galleria centrale, sopra un piccolo convoglio di carrelli, e poi camminare a piedi, per una galleria più bassa e più stretta. Intanto il ricordo del mondo, del sole, degli odori terrestri andava spegnendosi anche nel ricordo: parevano, queste, cose di un altro pianeta. Lì non c’era che una fredda, sepolcrale, brutale oscurità, e un sentore d’umido che agghiacciava i sensi. Dopo una interminabile camminata in questo putrido e riarso cunicolo, mi sono trovato davanti a una specie di buco, non più alto di un’ottantina di centimetri, semi-otturato da dei paletti e da dei macigni. Bisognava infilarsi lì dentro. Ho dovuto vincere un terrore fisico che mi pareva, in un primo momento, invincibile; e non ci sarei riuscito, se non avessi pensato che tutti i giorni centinaia di operai, più giovani e più vecchi di me, e col mio stesso diritto a vivere una vita umana e decente, erano costretti a vincere lo stesso terrore. Per rispetto a loro sono riuscito a dominare la mia ribellione fisica. Così mi sono infilato in quell’interstizio, e, mezzo morto per il senso di soffocamento, sono entrato nella taglia. Un budello attraverso cui bisognava camminare gobbi, tra i paletti che reggevano l’incombente, terrificante tetto di terra, l’intera montagna ch’era sopra di noi. Ognuno in una specie di nicchia, gli operai erano lì che lavoravano da molte ore: col martello pneumatico, un orrendo strumento di tortura, stavano frantumando la roccia nera di fronte a loro. In quella nicchia, che era appena più grande di una tomba, riuscivano appena a muoversi: e il tremito infernale del martello li scuoteva come pupazzi.
Erano a petto nudo, tutti neri di carbone, e solo qualche osso del corpo magro e l’occhio allucinato, biancheggiava in mezzo a quella crosta nera che li copriva. Non potrò mai scordare il senso di rabbia impotente contro l’ingiustizia del nostro mondo, che mi ha dato l’umile, grato sorriso di un operaio siciliano, felice di vederci lì accanto a lui.
Se Vie Nuove vi ha promesso di fare un’inchiesta o un articolo sul vostro lavoro, faccio mia quella promessa; e, appena avrò un po’ di tempo libero — ossia dopo febbraio — verrò a Gerfalco a trovarvi ed a ascoltarvi. Così potremmo discutere meglio quello che le dicevo all’inizio di questa lettera, in cui per forza di cose, non ho potuto essere che troppo breve e approssimativo. Mi perdoni e mi saluti con la più calda simpatia tutti i suoi compagni.
n. 51 a.XV, 24 dicembre 1960
