0.7

Avevo deciso di smettere di scrivere. Avevo deciso di smettere di dare alla mia vita parole da poter raccontare quando non mi ritrovo più, e non mi ritrovo più. Ho perso il bisogno di dare quel segnale che ho sempre voluto dare, quel segno indelebile che soltanto le parole pensavo potessero lasciare. In realtà tutto quanto non è altro che un raggiro della mia mente sulla realtà che mi sta sempre più travolgendo con la sua quotidiana coscienza di non essere nessuno e di non essere in grado di riuscire in niente. Continuo ad osservare, continuo ad osservare tutto ciò che il giorno ha da lanciarmi addosso insieme a tutte quelle sensazioni sbagliate che mi suscita il tutto che mi travolge e dal quale mi lascio travolgere, sempre, sempre con quel sorriso stampato che raramente sembra accarezzarmi le guance, e sembra voler ringraziare chi lancia sguardi incapaci di smuoversi dalla realtà di cui fan parte. Realtà che non incrocerà mai la mia, perché non la incroceranno mai, mai. Il sole oggi scaldava abbastanza da potermi spogliare di quell'inquietudine che d’inverno tanto si diverte a vedermi scivolare tra la nebbia facendomi perdere il segnale e spostando le strade verso luoghi inesplorati. Le persone, le persone le vedo vivere così convinte di essere sé stesse nella loro realtà che han creato attorno a loro, senza sapere di far parte di sfumature ben più diverse e articolate. Vedo negli occhi di chi mi passa davanti l’obiettivo per cui quella persona ha deciso di vivere, in quell'istante, davanti a me, senza vedermi. Passeggio per le vie ombreggiate dagli alberi che affiancano il canale, zigzagato da biciclette e via vai di menti coscienti di ciò che stanno per fare. Vedo persone che non rivedrò mai, vedo persone che vedo spesso, vedo persone che non mi vedono mai. L’unica differenza sta nello sguardo, penso sia l’unica cosa che mi estranea da chi porta a passeggio il cane ed il proprio zaino pieno di chissà quali libri e pranzi al sacco. Non c’è meta nell'orizzonte davanti a me, non c’è meta nemmeno quando si pone davanti l’azione che da riflesso di uno sguardo diventa carezza, e con un sospiro mi lascio andare al passo successivo sapendo che un ricordo sfiorato mi ha appena fatto ricordare di dover cercare altrove. Senza un domani tutto diventa così morbido al tatto, così astratto davanti gli occhi. Azioni che ogni giorno si rincorrono parallelamente alla realtà che ho voluto costruire su di esse e che ora posso solamente immaginare, ora che a chilometri di distanza rivedo soltanto se gli occhi li tengo chiusi. Il ponte che da sul monumento, la stazione che si affaccia al Corso. I bar, i baristi che asciugano i bicchieri. L’uomo che staziona di fronte il minimarket cinese con la sua sigaretta che non finisce mai (è sempre la stessa). Il vecchio che alle otto di mattina lo vedi seduto fuori con i suoi trentatré centilitri di birra ed il giornale appoggiato sul tavolino. L’uomo che ogni tanto si ferma a suonare il pianoforte della stazione, per poi prendersi in spalla la sua tracolla ed andarsene chissà dove. Il proprietario del negozio di musica, quello della scuola di inglese che mi chiedo se ci sia veramente qualcuno che la frequenta. L’autoscuola, la fumetteria chiusa, la chiesa, la caserma. L’asilo, che durante il periodo natalizio lasciò fuori un cartellone con dei pennarelli per far scrivere i propri desideri, desideri mai esauriti visto che qualcuno si portò via tutti i colori non lasciando la possibilità nemmeno a me di poter scrivere qualcosa, quel giorno che mi son fermato davanti convinto che potesse davvero servire a qualcosa. Che stupido che sono, come quel senzatetto che non vuole schiodarsi da quell'altrettanto stupido incrocio in cui nessuno ha mai osato abbassare il finestrino per potergli dare qualche moneta. Quel giorno che lo vidi seduto sulla panchina poco più avanti, a testa bassa, con la pioggia che gli batteva sulla sua solita giacca, ero convinto di non rivederlo più. Dentro di me l’avevo salutato, gli avevo detto che mi dispiaceva e chiesto scusa. Evidentemente l’unica cosa che si ferma è la mia mente, ogni ritorno a casa, perché la mattina seguente anche lui vivo per disperazione era tornato al solito incrocio. Oh, le persone camminano così velocemente che non mi lasciano nemmeno il tempo di potergli dedicare uno spazio al mio sguardo. Per poco non si faceva fissa dimora pure quella signora che per due giorni di fila alla stessa ora, ovvero poco prima che passassi, svuotava il secchio delle pulizie sul marciapiede inondando la via di quel solito profumo di pulito che sembra lacerarti le narici per quanto forte è. Il marciapiede poi è tornato sporco. Ogni tanto sbucano scritte nuove sui muri, domande in più da fare. Quando verso le due del pomeriggio escono quelle masse di studenti dai vari licei piazzati chissà dove e le vedo saltellare verso le proprie case con la sigaretta alla mano, tutti con la stessa divisa e stessa libertà di esprimersi a colori. Ah, dimenticavo, quel pezzo di strada inondato di profumo di tortellini ventiquattro ore su ventiquattro. I ristoranti cinesi, quello indiano scoperto pochi giorni fa. Paese, paesi, stazioni, persone. In quei momenti non sto tornando a casa, non sto camminando, non sto raggiungendo nessuna meta, non sto facendo niente. A muovermi è il bisogno di capire cosa affianca cosa, nel tempo che si ferma. Capisco che la lancetta ha ripreso il suo ritmo quando a scandirlo ci sono i passi di chi rincorre il ritardo. Non potrà mai essere vita questa, se non parole. Non potrà mai essere quotidianità, e se non lo è, è solo grazie alla quotidianità degli altri che si offre in sacrificio alla loro incoscienza, permettendomi di vederli così tutti al loro posto al mio ritorno, posto che ora posso soltanto immaginare, ma so per certo che c’è e che vorrei non tornarci mai, perché non c’è domani e il domani degli altri è il giorno dopo del giorno prima di oggi. Domani no, non ci sarò, ma voglio che tutto sia al loro posto. Voglio sapere di poter incrociare gli stessi sguardi se dovessi tornare, ma non tornerò. Voglio la regolarità della vita degli altri anche quando la mia è tutto tranne che metronomo in grado di scandirne i passi che le lega tutte. Quanto posso essere felice se penso che tutto andrà avanti così come lo vedo io. E’ vero, loro non vedranno mai questa realtà, ma mi piace pensare che siano in grado di capire di farne parte e tutto andrà avanti, e loro andranno avanti, ed io mi fermerò, perché è ora di fermarsi. Ho costruito queste vite così bene che non si può più smuovere niente, me lo hanno promesso, il tempo me lo ha concesso. Non sarò più lì, ma le scritte continueranno a cancellare le scritte che stanno sotto. Sono sicuro che il pianoforte lo potranno suonare anche senza il mio fantasma che gli passa accanto, ora che non mi fermo nemmeno più ad ascoltare e che sorrido passandoci a fianco sapendo che qualcuno lo sta suonando per me, e così tutti tornano al loro posto col pianoforte in sottofondo a fare da cornice alla vita che ho voluto darmi ma che è ora di terminare con una firma in basso a destra. Ricordarmi di me sarà meno difficile se mi saprò riconoscere negli altri. Non mi ritrovo più.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Marco De Stefani’s story.