Foglie incastrate tra i rami secchi di un albero

Con le dita che non sfioravano nemmeno il suo volto, la mano che tremava come una foglia, una di quelle che scricchiolano al primo filo di vento che sentono passare, una di quelle già libere di andarsene ma incastrate tra i rami senza riuscire a toccare mai terra. Facevo solo ombra sul suo volto, incapace di farle vedere un’ultima volta la luce fioca che ci accarezzava i corpi nella stanza. Non è questo quello che si stava aspettando da così tanto tempo, pensavo, non è questo. Il respiro faticava a dare ossigeno a tutto il corpo, con colpetti di sospiri sembrava dare segnali di aiuto. Erano gli ultimi. Nessuno avrebbe mai fatto in tempo in ogni caso. Le strade fuori erano troppo affollate, le persone fuori erano troppe impegnate. Non chiudere le palpebre, non chiudere le palpebre. Pensavo. Ti prego non farlo, ti prego non far cadere la foglia che è rimasta incastrata tra i rami secchi, ti prego non smettere di darle linfa anche se ormai non è più parte di te. Non smettere di provarci, non smettere di dare segnali. Io lo so che arriverà il giorno in cui ci verranno a salvare. Il ronzio delle luci copriva sempre più il nostro silenzio e si stava facendo troppo forte. Aveva la pelle bianca, era così bianca che tremavo solo al pensiero di poter riuscire a sfiorarla. La pioggia stessa l’avrebbe fatta sciogliere, se solo avesse avuto la possibilità di sfiorarle il viso. E come pioggia appoggiai la mano sulla sua guancia sinistra, come pioggia mi sparsi in tutto il suo corpo. Era così fredda, un freddo che mi fa tremare solo al pensiero. Come pioggia era trasparente, eravamo trasparenti e si potevano intravedere le pieghe delle bianche lenzuola che presero la sua forma. Avevano i suoi stessi modi arroganti ed egoisti di mostrarsi a tutti. Non muoveva un singolo muscolo verso di me, non aveva uno sguardo. Eravamo due foglie incastrate tra i rami secchi di un albero. Mi stava scivolando via. Le sue vene si facevano sempre più magre. Non sforzarti, non sforzarti. Non pensare. Voleva solo continuare a rifornirci di linfa, voleva solo continuare. La sua linfa iniziò a riempire lo spazio tra le mie dita. C’era troppo freddo. Non potevo continuare a stringerla, non volevo più farle del male. Con le dita le disegnavo dei cerchi intorno i suoi occhi, intorno alle sue labbra. Col dito le pettinavo le ciglia umide, erano così pesanti che non riuscivo a sorreggerle. Non riuscivano a reggere il peso delle lacrime. Non spegnerti, non spegnerti, insistevo. Era un’eternità, era l’eternità. Il bianco della sua pelle coprì completamente le vene. Il freddo che trasmetteva era fatto di malinconia, era così bollente, così bollente che ce lo saremmo fatto bastare se solo avessimo avuto un’altra occasione. Non potevo più specchiarmi nel suo sguardo. Era un peso troppo grande, lo sapevo io, e non ero riuscito a reggerlo abbastanza a lungo. La linfa si stava seccando e come resina mi tenne ancora stretto a sé. Solo un altro po’, solo un altro po’ sembrava dire. Solo un altro po’, va bene, promettimelo. Promettimi poi che tornerai. Da quel momento non ho più sentito il ronzio di quella stanza.

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