0.9
Improvvisamente ho provato ad aprire gli occhi, di nuovo il niente mi ha travolto come a volermi dire di smettere per l’ennesima volta. Tutto ciò che faccio è visibile solamente ai miei occhi, tutto ciò che dico è percepibile soltanto dalle mie orecchie, tutto ciò che penso è e rimarrà utile a nessuno. Di nuovo sento il bisogno di lasciare quel qualcosa, oh, quel qualcosa. Lo sento. Non ha preso forma, non ha preso altre strade, non si è mosso nemmeno di un solo passo. Guarda l’orologio in attesa di quando dovessi venirlo a prendere, mi aspetta ed è l’unico ad aspettarmi. Qualcosa. Questo qualcosa sa che la strada che mi conduce a lui è una sola, una soltanto, e la potrò percorrere una volta sola, nessun ritorno. Mi aspetta e mi chiama, mi chiama in continuazione ed io passo giornate con la sua voce a rimbombarmi gli occhi, sempre più spalancati dal terrore di non riuscire a raggiungere nessuno. Cos’ho capito dalla vita? Che è utile solo a me. Di cosa ho bisogno per alimentarla? Degli altri. L’inutilità delle mie azioni, dei miei gesti, dei miei sguardi, l’inutilità di tutto ciò che ho creato intorno a me immaginando mondi più bui, bui, ma come li volevo io. Scrivo di nuovo sul bianco che mi illumina il volto, che riflette lo sguardo, che offusca questa camera che mi stringe il respiro. Di nuovo ciò che ho vissuto non fa parte di questo mondo, di nuovo ciò che penso trasmette a frequenze diverse. Riascolto vecchie canzoni, rivedo vecchi posti, le nebbie che mi nascondevano dalla vita diventano così il mio unico conforto in questa solita giornata persa a pensare di poter fare qualcosa per cui valesse la pena accettarne i complimenti da qualcuno.
Ricordo che le persone mi capivano, le loro parole rimbombano ancora qui dentro da quando sono entrate e mentre loro sono entrate, le persone se ne sono uscite. Di nuovo, di nuovo alzo lo sguardo e mi accorgo di quanta solitudine ho accumulato negli ultimi anni. Vorrei diventare aria per poter far socchiudere gli occhi a chi non ha mai avuto il coraggio di farlo per ascoltare meglio, ed ascoltarmi meglio. Di nuovo, di nuovo le mie parole sono un niente in un mare di infinito nulla, disteso su un fondale di sensazioni che non troveranno mai luce ed io, disteso con loro, cerco storie da raccontare per poter raccontare e descrivere la luce a chi non ha mai avuto la forza di alzare lo sguardo per cercarla. Ho di nuovo bisogno di parole, e vedo tutti a cercare discussioni inutili in grado di far scorrere il tempo, così liscio e piacevole al tatto per loro.
La strada prima era illuminata come la mia scrivania ora, i riflessi simili sono le uniche cosa in grado di non farmi sbandare. Con un movimento istintivo, giro il volante per tornare a casa, come giro il volto sul cuscino per tornare al luogo che mi appartiene veramente, il sonno. Ho perso il conto delle albe che accalcandosi su di loro cercano ancora di trovare spazio sulle ultime righe del quaderno, ma queste sono finite, e come queste dovrebbero essere finite pure le albe.