Lupi

Tutto ciò che faccio, lo faccio da solo. Tutto ciò che penso, lo penso da solo. Tutto ciò che dico, lo dico senza essere ascoltato. Tutto ciò che scrivo, non verrà mai letto da nessuno. Tutto ciò che creo, non è utile a nessuno. Tutto ciò che vivo, lo vivo da solo.

In un mondo fatto di pensieri e sogni, di speranze e convinzioni, di sacrifici nulli e di immobilità d’animo, continuo quella che dovrebbe essere la mia vita. Alla ricerca di un qualcosa che non riconosco, alla ricerca di un qualcosa che riconoscerò soltanto quando riuscirò a delimitarne i contorni. Queste parole inutili di nuovo non sono utili a nessuno. Penso a chi potrebbe arrivare a leggere le mie frasi e con rinuncia penso a quanto sia impossibile che le mie parole possano arrivare al cuore delle persone, o semplicemente essere capite realmente, pur non scrivendo mai il concetto diretto che mi separa dalla realtà del mondo. Alzo gli occhi da qualsiasi cosa io stia facendo e mi rendo conto di quanto superfluo è il mio vivere di fronte al macchinoso viavai del mondo, nel mondo. Sento che tutto ciò che faccio non è utile a nessuno, che tutto ciò che concludo non verrà mai valutato da nessuno. Io non concludo mai niente.

Sempre qui, a raccontare l’infermità della vita. Sempre a dover prendere a calci il pensiero dell’Oblio. In perenne tensione per non perdere l’equilibrio e cadere nei pensieri inutili, bui. Mi perdo di nuovo nella fatica riconosciuta da nessuno, di un singolo respiro o battito di ciglia, accompagnato da uno spazio vuoto. Mura appese.

Ripeto: un giorno troverò il coraggio per tutto. Scriverò ciò che mi darà la soddisfazione di averlo scritto, penserò e penserò che pensare non ne vale più la pena. Ascolterò l’opinione di chi siede accanto a me, chiederò consigli a chi vuole poterlo fare.

Nessuno. Niente.

Guarderò allontanarsi chi ha deciso di farlo e lo farò col sorriso di chi si conosce e si riconosce. Sfoglierò le vecchie foto di famiglia senza sporcarle di irriconoscibili cambiamenti. Guarderò i volti del mio passato con lo sguardo di chi non sa dire addio. Mi riconoscerò tra la folla dell’istantanea e mi prenderò per mano raccontando a me stesso che ci sono avventure per cui vale la pena rischiare di non riconoscersi più allo specchio. Dirò grazie prima che sia troppo tardi, abbraccerò tutti finché non si consumano con me i pensieri che ho di loro.

Fino ad allora non posso che continuare a sopportare emicranie, fallimenti, pensieri. Mi ritrovo di nuovo a parlare di quanto sia difficile mantenere in moto tutto questo complesso meccanismo che è la capacità di non pensare. Non sono capace e non sono in grado. Tutto questo e tutto me stesso al mondo è inutile.

Parlo da solo, sono le tre di notte e tutti dormono. Scivolo sui miei stessi occhi, penso ed osservo che tutto è stato una perdita di tempo. Un solo minuto in più è un minuto in più verso la pazzia. Ciò che osservo rimane stupore in fermo immagine di vite e rimane tale, negandomi la possibilità di farne realtà in cui rifugiarsi con le proprie mani e con gli sguardi degli altri. Qualsiasi cosa diventa perdita di tempo se ne dimentichi l’esperienza.

Qualcuno, di nuovo, non aprite.