0.4

Mi rendo sempre più conto di quanto vivere il mio tempo richieda quelle fatiche che io ogni singola mattina perdo prima ancora di uscire dal buio, fanno a gara per chi per primo riesce a sgusciare fuori col sole che non riesce mai ad anticiparmi la sconfitta. Più le parole degli altri come aghi mi pungono il battito irregolare, più mi ritrovo in guerra col me stesso che non esiste e che vorrebbe essere tutto tranne che me stesso. È già stato detto tutto, è già stato scritto tutto, è già stato pensato tutto. È solo mattina e già l’umidità della sera mi fa abbassare lo sguardo. È già stato detto tutto e non vale la pena osare niente. Non ho il coraggio di continuare a leggere le parole mie scritte da altri prima che io nascessi, non voglio continuare a testimoniare il mio fallimento. Voglio la sera del riposo anche in tutto il resto del mio tempo, del mio sguardo. Non voglio più sapere niente ed osservare niente, siate felici senza il bisogno della mia voce narrante che vi racconta come tanto vorreste esser descritti agli occhi degli altri. Sanno vivere senza ed io non so conviverci. È solo mattina e lo sguardo in cortocircuito con quello degli altri è sintomo di disperazione. È già stato detto tutto, un giorno vi dirò anche dove, e seppelliti da qualche parte gli autori dei loro tempi sapranno continuare a trovar parole anche per i nostri, così infiniti e limitati da tutto ciò che è stato irrimediabilmente detto. Tutto, e tutto è la causa del mio niente e del mio foglio bianco.