Parentesi

Mi rendo conto sempre quando momentaneamente dentro mi si innescano contrasti eccessivi, terremoti sordi e distruttivi, scontri che non vogliono saperne di fondersi in un unico catastrofico finale. I raggi che sono finalmente tornati a scaldare e ad illuminare i volti di tutti, mi hanno aperto l’ennesima strada che prima sembrava bloccata da nubi invalicabili che erano le mie false certezze, la mia fiducia verso gli altri, il mio convincimento di essere parte di questo mondo. In realtà non sono un pezzo di puzzle che si incastra con altri, nessuno lo è e nessuno si incastra con nessuno. Sono solo convinti sia così, di conseguenza diventano pezzi da incastrare e si dimenano tra la folla alla ricerca delle spalle in grado di reggere loro la testa. Non sono parte di niente, non faccio parte di questo mondo e ora finalmente l’ho capito. Voglio smetterla di cercare motivi disperati coi quali convincermi di essere quello che non sono. Voglio smettere di vivere come fanno gli altri, non lo ho mai fatto, voglio smettere di pensare che vivere la mia vita sia sbagliato solo perché differente dal vivere altrui. Per quanto scomodo, me ne rimango seduto. Stanco, non mi alzerei nemmeno se volessi. Ognuno è parte di un qualcosa e ognuno si vede protagonista. Osservando le traiettorie delle persone ne riconosco i volti e costruisco storie, ognuno con lo stesso ruolo, ognuno con la stessa importanza delle sensazioni che mi suscitano. Ci sono momenti in cui vedo il mio volto riflesso da una vetrina, in cui mi intravedo scappare dietro l’angolo, camminare veloce verso la stazione dei treni. Ci sono momenti in cui mi osservo come osservo tutti e mi riconosco estraneo come estranei riconosco tutti. Non ho un nome, non ho pensieri che mi distraggono dalle realtà degli altri che mi osservano passare senza farci caso, non ho pensieri che mi distraggono dalle realtà di cui faccio parte dove mi vedo passare senza farci caso. A volte il mio volto mi sembra di riconoscerlo, a volte lo fisso cercando di interpretarne gli sguardi, cercando di capire con quali raggi mi si colorano i capelli di rossastro o con quali angolazioni terrestri la luce mette in risalto le ossa sporgenti di questo corpo.

In realtà sto solo tornando a casa da quella che dovrebbe essere la risposta alla domanda “che cosa fai nella vita?”. Domanda che mi pongo ogni giorno ma con risposte differenti, tanto fantasiose quanto lugubri. Sto solo tornando a casa stanco, e la stanchezza mi pesa. È quella stanchezza necessaria per farmi capire di essere vita. In realtà mi vedo solo confuso tra i passi che mi riportano indietro. Ha iniziato a piovere ed ora con il sole si sono nascoste anche le parole che dentro di me tentano scorciatoie su scorciatoie per raggiungermi. Niente di tutto questo è ciò che volevo far scivolare dalle mie labbra. Chiudo l’ennesima parentesi in mezzo ad un discorso mai iniziato, chiedo scusa se anche oggi il silenzio si impossessa di me legandomi il collo. Persone, rivedo persone che non ho mai visto, rivedo persone che non vedrò più… Aspetto il tramonto che non fa nessuna differenza.

Le gocce entrano in treno e mi bagnano le braccia, capisco che esisto. No, non ne vale la pena niente. Non c’è nessuno che ti aspetta a casa a chiederti come è andata la giornata. Non c’è motivo valido per cui convincersi che è necessario continuare, e continuare a fingere di non farlo. Non fa nessuna differenza, cambiano le circostanze ma io non cambierò mai.

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