La tassidermia degli amori perduti

Alex Nagel #31

Non ho mai sofferto di insonnia. Per mia fortuna non ho mai conosciuto i problemi che molte persone hanno nell’addormentarsi, o nello svegliarsi in piena notte senza riuscire a riprendere sonno, e non ho mai vissuto le ore passate con gli occhi sbarrati a guardare il soffitto o a osservare i motivi della tappezzeria nella penombra rischiarata appena dalla luce dell’abat-jour. Ho sempre dormito come un sasso e ininterrottamente per tutta la notte, e fin da piccolo avevo la capacità di crollare addormentato nel giro di pochi minuti appena mi infilavo nel letto.

Tutto questo fino al giorno in cui finì la storia con la mia ragazza.

In quel periodo lei si trovava in una città estera per lavoro. Dovevamo vederci, ma lei continuava a rimandare di settimana in settimana dicendomi che doveva lavorare durante il weekend. Poi le sue telefonate divennero meno frequenti e i suoi messaggi si diradarono, e a un certo punto mi resi conto che mi aveva scaricato. Avrei voluto che lei me ne dicesse il motivo, ma non rispondeva al telefono, e prendere un aereo e attraversare l’oceano per chiarire di persona che cosa era successo era impensabile. Così, dopo i primi giorni in cui pensavo a ogni sorta di giustificazione per spiegare la sua sparizione, mi decisi ad accettare che l’aveva fatta finita con me. E iniziai a non dormire.

In genere riuscivo ad addormentarmi, seppure con fatica, quando mi mettevo a letto. Ma dopo un paio d’ore mi risvegliavo di colpo, come se mi avessero scrollato per le spalle, e da quel momento riaddormentarmi diventava un’impresa impossibile. Riuscivo a prendere sonno solo alle prime luci dell’alba, e quando suonava la sveglia faticavo a persino a muovermi per quanto ero stordito. Le notti si ripetevano tutte uguali; mi addormentavo a mezzanotte passata, mi risvegliavo e tentavo disperatamente di riaddormentarmi, ma non facevo che pensare alla mia ragazza che mi aveva lasciato. Allora mi alzavo e giravo per casa; tentavo di distrarmi giocando alla playstation, leggendo dei fumetti o vedendo qualche serie in TV. Ma nulla, il pensiero era fisso sulla mia ragazza. Alla fine, stanco ma ancora non insonnolito, mi ributtavo a letto e mi rigiravo finché non mi assopivo, e invariabilmente era quasi ora di alzarsi.

Un giorno che mi ero appena vestito e mi preparavo a uscire mi chiamò mia madre, chiedendomi di passare da lei perché aveva bisogno che la accompagnassi in un posto. Io mi sentivo come se mi avessero passato al frullatore e non capii bene che cosa mi stava chiedendo, ma concordai di andare il sabato successivo.

Il giorno dell’appuntamento arrivai che era pomeriggio inoltrato. Quando mio padre aprì la porta mi diede un lungo sguardo critico, squadrandomi dalla testa ai piedi, poi mi lasciò entrare, con la sua solita aria impassibile.

“Sei stato calpestato da un elefante?” mi chiese, mentre mi toglievo il giubbotto.

Avevo i vestiti stropicciati, un colorito terreo, i capelli in disordine e gli occhi cerchiati da occhiaie profonde. Erano quattro settimane che non dormivo.

Provai a imbastire qualche spiegazione:

“Ultimamente non sono stato granché…”

“Dovresti smetterla di passare le nottate al computer. Va bene lavorare, ma tu esageri.”

Rinunciai a dirgli il vero motivo per il quale ero in quello stato, perché non volevo che i miei sapessero che la mia ragazza mi aveva lasciato: almeno, non avevo voglia di parlarne in quel momento.

Mia madre apparve dalla porta della cucina e mi guardò con aria apprensiva.

“Alex, non stai bene? Hai un aspetto così sbattuto!”

“Non preoccuparti, mamma, sono solo un po’ stanco.”

Rimase in piedi a guardarmi, indecisa, poi mi condusse nello studio. Mio padre nel frattempo si era seduto sul divano del salotto e aveva acceso la televisione.

Quando fummo nello studio, lei aprì uno dei cassetti dello scrittoio e vi rovistò dentro. Mentre mi chiedevo che cosa stesse cercando, lei trasse dal cassetto un pacchetto e me lo porse.

“Dovresti andare a portare questo libro a una persona” mi disse, con voce un po’ esitante “e dirgli che non potrò andare di persona all’appuntamento.”

“Mamma, spiegami. A chi devo portare questo libro? E perché non puoi farlo tu?”

Lei sorrise, ma mi sembrava impacciata.

“Si tratta di un vecchio amico dei tempi della scuola. Questo libro lo avevo acquistato per lui, molti anni fa, ma non ho avuto mai l’occasione di darglielo, perché… beh, perché smettemmo di vederci molto bruscamente. Ora si è rifatto vivo e ho pensato che fosse giusto che lo ricevesse.”

Rigirai tra le mani il pacchetto.

“Non mi hai ancora detto perché devo andare a portarlo io al posto tuo. Per telefono mi avevi chiesti di accompagnarti” insistetti.

Lei mi posò una mano sul braccio.

“La mia intenzione era quella, ma ci ho pensato e non me la sento. Per favore, vai tu.”

Mi diede un foglietto sul quale aveva scritto l’indirizzo con la sua bella grafia ordinata. Il suo viso era serissimo. L’appuntamento era alle sette: dovevo sbrigarmi se volevo arrivare in tempo.

“Ah, senti, Alex, non dire nulla a tuo padre. Lui e la persona da cui stai andando non sono i buoni rapporti.”

Mi recai all’appuntamento in macchina, e mentre guidavo molti interrogativi mi frullavano in testa. Non avevo voluto fare altre domande a mia madre ma mi chiedevo chi fosse l’uomo misterioso e perché mio padre non lo avesse in simpatia. Ogni tanto guardavo il libro impacchettato sul sedile e pensavo alla mia ragazza. Qualche settimana prima le avevo comprato un regalo che non avevo avuto il tempo di darle. Chissà se tra vent’anni chiederò a qualcuno di portarglielo, mi chiesi.

Quando giunsi all’indirizzo controllai il foglietto un paio di volte, perché pensavo di avere sbagliato: al numero civico che mia madre aveva segnato non corrispondeva nessun portone, ma solo un negozio che da lontano sembrava un antiquario. Scesi dalla macchina e mi avvicinai al negozio. Le vetrine non erano illuminate, e sugli scaffali c’erano alcuni esemplari di animali imbalsamati. Entrai per chiedere se qualcuno sapesse qualcosa della persona che cercavo; mentre aprivo la porta udii un suono di campanelle. Nel negozio non c’era nessuno. Mi guardai intorno: sul pavimento, sugli scaffali, sulle pareti e dovunque volgessi lo sguardo c’erano animali che mi osservavano. Falchi, civette e aquile dalle ali spiegate; stambecchi, cinghiali, linci, daini, e poi grandi serpenti arrotolati, iguane e intere famiglie di camaleonti. Mi avvicinai a guardare una vetrina nella quale erano conservati dei piccoli uccelli dalla piume variopinte, e fu allora che quasi inciampai in qualcosa che nella penombra non avevo visto. Feci un balzo indietro, impaurito, quando misi a fuoco il qualcosa: era un grosso felino con il manto leopardato e la bocca spalancata in un’espressione minacciosa.

“Non ha nulla da temere, è un esemplare di panthera onca, comunemente detta giaguaro. E’ stato impagliato molto tempo fa.”

Mi voltai. Davanti a me stava uno degli uomini più singolari che avessi mai visto. Aveva i capelli grigi, un viso dai lineamenti scolpiti e occhi di una tonalità perfetta di turchese che irradiavano una luce quasi ipnotica.

“Mi sembra di capire che lei non ha molta familiarità con la tassidermia. Le interessa qualcosa in particolare?”

“Veramente volevo solo un’informazione. Sto cercando il signor… Eden Rossetti” dissi, leggendo dal foglietto che avevo ancora in mano.

L’uomo mi tese la mano rivolgendomi un sorriso.

“Lo ha trovato. Con chi ho il piacere di parlare?”

Restai a guardarlo disorientato per qualche secondo. Non mi ero aspettato che fosse proprio lui l’uomo che stavo cercando. Gli strinsi la mano, con un lieve imbarazzo.

“Mi chiamo Alex Nagel.”

L’espressione dell’uomo cambiò all’improvviso, e mi guardò con gli occhi socchiusi.

“Nagel? Allora tu…. tu sei il figlio di Gaia.”

Senza aspettare la mia risposta mi fece cenno di seguirlo nel retrobottega. Mi fece accomodare sulla poltrona di una stanza accogliente e, a differenza dal negozio, bene illuminata. Mi offrì un caffè e mentre lo preparava mi chiese di mia madre.

“Non ho molto da dirle, mi ha solo chiesto di portarle un libro. Non è potuta venire e allora ha mandato me…”

L’uomo mi porse la tazza. Era tornato a sorridere.

“Immaginavo che non sarebbe venuta. Speravo di rivederla dopo tutti questi anni, ma comprendo le sue ragioni.”

Prese il pacchetto che avevo messo sul tavolo e lo scartò. Conteneva un libro di poesie di Paul Verlaine; il libro era nuovo, ma il dorso e le pagine erano ingiallite. Lo rigirò tra le mani.

“Ci scambiavamo spesso libri di poesia. Rimbaud, Baudelaire, Éluard, Mallarmé. A lei piacevano i poeti maledetti. Era una studentessa di liceo all’epoca.”

Sfogliò il libro a lungo, come se tra le pagine cercasse qualcosa, e sembrò deluso di non trovarvi nulla.

“Lei conosce mio padre?” gli chiesi mentre posava il libro sulla scrivania.

Mi guardò pensieroso.

“Sì, lo conosco. Ti ha detto qualcosa?”

“No. Neppure mia madre. Nessuno mi ha detto nulla, non sapevo neppure che lei esistesse prima di stasera. L’unica cosa che so è che non è in rapporti idilliaci con mio padre e vorrei saperne il motivo.”

L’uomo sospirò, poi iniziò a raccontare. Aveva conosciuto mia madre quando lei frequentava l’ultimo anno di liceo, e se ne era innamorato. L’aveva corteggiata a lungo; lei, però, non era innamorata di lui e lo considerava solo un buon amico. Uscivano insieme, parlavano per ore di cinema e letteratura, si scambiavano dischi e libri di poesie. Poi lei si era iscritta all’università alla facoltà di Lingue. Un giorno arrivò da Londra un giovane lettore di inglese. Era mio padre.

“Si misero insieme. Lui era geloso e non voleva che continuassi a frequentarla, così ebbi una discussione con lei e chiudemmo bruscamente la nostra amicizia.”

Il racconto mi aveva lasciato stupito. Non ero abituato a immaginare mio padre come un tipo iroso e geloso, perché lo avevo sempre visto estremamente calmo e controllato. Udii il suono dei campanelli della porta: era qualcuno che stava entrando nel negozio. Ci alzammo entrambi dalle sedie e io mi congedai.

La sera cenai con i miei; quando ebbi modo di stare da solo con mia madre le raccontai della conversazione che avevo avuto con Eden Rossetti. Lei mi confermò tutto e io non approfondii la cosa.

Tornato a casa ricominciai a pensare senza sosta alla mia ragazza che mi aveva lasciato. Mi resi conto solo allora che tutta quella faccenda di mia madre, Eden e il libro mi aveva distratto per alcune ore da quei pensieri. Quando non lavoravo non riuscivo a togliermi dalla testa i momenti belli che avevamo passato insieme, e tutte le fasi del suo allontanamento a cui ancora non sapevo dare una spiegazione. Mi sentivo masticato e sputato, e terribilmente impotente.

I miei amici tentavano di farmi uscire con loro, ma io non me la sentivo. A volte facevo una passeggiata da solo sulla riva del lago, ma stare fuori casa non migliorava le cose. Non mi ero mai sentito così ferito.

Passò una decina di giorni quando mia zia Giulia mi telefonò e mi chiese di vedermi perché aveva bisogno di un favore.

Sembra che tutti abbiano bisogno del mio aiuto proprio nel momento in cui mi sento uno schifo, pensai; ma non ebbi la forza di dirle di no, e così acconsentii a incontrarla.

Seduto al tavolo del caffè insieme a zia Giulia guardavo gli avventori che avevamo intorno. Di fronte c’era una coppia, che era là da prima che arrivassimo noi, e che per tutto il tempo non si era scambiata una parola: lei digitava in fretta sul suo telefono, e lui era assorto sul suo tablet nella visione di qualcosa. Di fianco c’era un’altra coppia, molto più giovane: dovevano essere adolescenti, e chiacchieravano ridendo. Avevano i loro telefoni in mano e ogni tanto abbassavano gli occhi per mandare qualche messaggio o leggere quelli ricevuti.

Zia Giulia sorbiva il suo latte macchiato, e si guardava intorno come me. In sottofondo c’era il rumore delle conversazioni, il tintinnio di tazze e bicchieri e i diversi suoni delle notifiche di messaggi telefonici. Bevvi un sorso di ginger ale e presi dal piattino un’oliva verde. Lei mi sorrise, un po’ infastidita.

“Guardali, Alex. Tutti presi dai loro telefonini. Stanno insieme ma è come se fossero agli antipodi.”

Annuii, sputando l’osso nel tovagliolo di carta.

“Anche tu hai questa mania di stare sempre a messaggiare quando sei in compagnia? Io la trovo orribile.”

“No, per niente. Detesto perfino portarmi dietro il telefono quando esco.”

Ebbi come in un flash la visione della mia ragazza che messaggiava per tutto il tempo sul suo telefono, l’ultima volta che avevamo visto insieme una serie TV, e provai una morsa allo stomaco. Zia Giulia ebbe un moto di stizza.

“Incapacità di comunicare e totale dipendenza dagli smartphone. E’ stato uno dei motivi per cui ho lasciato Ettore.”

Zia Giulia è la sorella di mamma, ma non si somigliano quasi per niente: zia è una persona decisa, molto volitiva e non è esattamente il ritratto della tranquillità. Nonostante la sua irrequietezza è stata sposata per quasi 20 anni con zio Ettore, un uomo sempre allegro, incline allo scherzo e amante della buona tavola e dei viaggi — un po’ meno del lavoro e delle responsabilità. A me era simpatico, e quando ero bambino ogni volta che veniva a casa per qualche ricorrenza mi portava un gioco nuovo per la playstation. Sembravano una coppia perfetta, e invece un anno fa si sono separati e zia Giulia ha dato il via alla stura di recriminazioni e scontentezze covate per anni e infine esplose tutte insieme. Quella della dipendenza dello zio Ettore dallo smartphone, però, non l’avevo ancora sentita.

“Aveva sempre in mano quell’affare, in qualunque momento della giornata” disse lei nervosamente. “Era diventato impossibile parlare con lui. A colazione, a pranzo, quando uscivamo con gli amici, quando eravamo da soli, sempre con quel telefono e i suoi dannati messaggini. Persino quando scopavamo…”

Si interruppe e si portò una mano alla bocca, mentre la guardavo con stupore.

“Oh, scusa, Alex. Ma quando ci ripenso mi sale la rabbia e non so trattenermi.”

I suoi occhi color nocciola scintillavano, e notai che le mani le tremavano lievemente mentre prendeva il croissant che il cameriere le aveva appena portato. Cambiai discorso.

“Mi hai detto che volevi vedermi perché ti serviva il mio aiuto. Che cosa è successo?”

“Si tratta di una persona che frequentavo molti anni fa, un vecchio amico.”

Ci risiamo, pensai. Questo deve essere l’anno mondiale dei “vecchi amici”.

“Ah, ecco. E vuoi che ti aiuti a rintracciarlo su Internet…”

“No, no. Ci siamo già ritrovati. E ci siamo scritti.”

Aprì la borsetta e mi porse dei fogli di carta ripiegati. Li aprii: era una lettera, scritta a mano, su diverse facciate. La scrittura era fitta, e io me la rigirai tra le mani. Era la prima volta che vedevo una lettera che non fosse un’e-mail. Ma guarda: c’è ancora chi scrive delle vere lettere, mi dissi. Guardai mia zia con un’espressione interrogativa. Lei si morse le labbra, esitò, poi aggiunse:

“Abbiamo deciso di incontrarci. Ti ho chiamato per chiederti di accompagnarmi.”

Tentai di oppormi, perché non mi piaceva essere coinvolto in questo genere di cose, ma zia Giulia fu talmente insistente e implorante che non ebbi la forza di resisterle. Andò a finire che una decina di minuti dopo eravamo in macchina e la stavo accompagnando nella casa fuori di città del suo vecchio amico di gioventù. Zia Giulia mi dava le indicazioni per arrivare e si sistemava nervosamente i capelli e la camicetta davanti allo specchietto. Finalmente arrivammo a destinazione, davanti all’ingresso di un villino in stile liberty. Mentre parcheggiavo le feci una domanda.

“Zia, toglimi una curiosità. La persona con cui ti devi incontrare è un tuo vecchio fidanzato?”

“No, non eravamo fidanzati. Io ne ero innamorata, ma lui a quei tempi faceva la corte a tua madre.”

Ebbi un’illuminazione improvvisa:

“Non sarà mica Eden Rossetti il tuo amico?”

“Sì…ma tu come fai a…” mi disse, guardandomi senza capire.

Le spiegai ciò che era successo una decina di giorni prima: la telefonata di mia madre, il libro, la richiesta di andare a quell’appuntamento e la conversazione con l’uomo nel suo negozio di tassidermia.

“Dovevo immaginarlo che aveva cercato anche lei” mormorò zia Giulia. Aveva le guance tutte rosse. In quel momento sentimmo un rumore e ci voltammo: sul cancello del villino c’era Eden Rossetti, che ci stava guardando.

Lui non sembrò stupito di vedermi e mi salutò con familiare cordialità. Il saluto con zia Giulia fu di una cortesia diversa, con lunghi sguardi quasi teneri mentre si scambiavano i convenevoli di rito — da quanto tempo, non sei cambiata per niente, neppure tu e frasi fatte del genere. Eden ci invitò a entrare in un salotto pieno di animali impagliati; nella luce dorata del pomeriggio sembravano ancora più vivi e imponenti di quelli che avevo visto nel negozio in penombra e pieno di polvere. Ci mostrò le varie specie di animali e ci spiegò il procedimento di imbalsamazione; mia zia lo ascoltava e si muoveva tra le creature impagliate con la sua innata eleganza. Poi ci fece sedere e ci servì un aperitivo con del finger food — una delle specialità della mia ragazza, il cui pensiero mi fece intristire ed estraniare dalla conversazione.

Quando tornai alla realtà, interminabili minuti dopo, udii zia Giulia ed Eden che stavano parlando dei tempo in cui erano giovani. I loro ricordi contenevano pomeriggi assolati passati a suonare la chitarra sui prati, passeggiate sul bordo del fiume, film d’essai, libri prestati e mai più restituiti, feste di compleanno in giardino con le luminarie accese, e al centro dei racconti c’erano sempre loro tre: Eden e le due sorelle, mia madre e mia zia, così diverse eppure inseparabili. Erano sempre insieme, lo erano stati finché non era apparso mio padre che aveva iniziato a corteggiare mia madre e quel fantastico equilibrio si era spezzato. Nel tono di voce di Eden mi sembrò di percepire un certo rammarico per non aver voluto più vedere Giulia dopo che aveva rotto la sua amicizia con mia madre. Era come se se ne volesse scusare, e forse il modo quasi intenerito in cui la guardava significava che gli dispiaceva. Vi fu una pausa di silenzio. Zia Giulia teneva gli occhi abbassati sul suo bicchiere, osservando i cubetti di ghiaccio che si andavano sciogliendo. Poi alzò il viso e disse:

“Ero così innamorata di te. E tu non te ne sei mai accorto.”

Trattenni il fiato. L’uomo la guardò attentamente per alcuni secondi. Poi rispose.

“E’ vero, non me ne sono accorto. L’ho capito solo molto tempo dopo, quando ormai era tardi. Ero troppo preso… non so se capisci cosa voglio dire…”

Mi sentivo a disagio e feci cenno di alzarmi e lasciarli soli, ma zia Giulia mi trattenne.

“No, resta, Alex. Non c’è nulla che tu non possa ascoltare. E poi, come ha detto Eden, è passato molto tempo. Le cose sono cambiate.”

Lui sorrise.

“Le cose sono cambiate, ma conserviamo il ricordo di quello che siamo stati e che abbiamo provato. L’amore, la rabbia, la delusione, il desiderio. Guarda questi animali: sono morti molto tempo fa, ma è rimasta la loro forma, e possiamo vederli come erano. Facciamo la stessa cosa quando ci teniamo dentro gli amori perduti, come nella tassidermia.”

Guardai gli animali che ci circondavano, e provai un certo sgomento. Era come osservare dei simulacri di qualcosa che non esisteva più. L’amore di Eden per mia madre, l’amore non ricambiato di zia Giulia per Eden, e l’amore che continuavo a provare per la mia ragazza che mi aveva lasciato e che non voleva più vedermi.

Durante il ritorno, in macchina, mia zia mi offrì i tasselli della storia che mi mancavano. Nonno Arduino non aveva simpatia per Eden, così come non ne aveva mai avuta per tutti i corteggiatori delle sue figlie. Ma lui gli suscitava una particolare avversione:

“Il padre di Eden aveva un’impresa di pompe funebri” mi spiegò mia zia, “e tuo nonno diceva sempre che non avrebbe mai dato sua figlia a uno che vendeva casse da morto. All’epoca Eden aveva iniziato a dare una mano a suo padre nel suo lavoro, e tuo nonno non mancava mai di fargli qualcuna delle sue sferzanti battute su quell’attività di becchino.”

“Ma a quanto mi risulta, nonno Arduino non ha mai sopportato neppure papà.”

Zia Giulia rise.

“Tuo nonno non ha mai sopportato nessuno!”

A casa mi spogliai, feci una doccia e una volta asciugato accesi la radio. Mandavano un pezzo intitolato Inside world:

All the movements of an outside world

People moving in an inside world

All the movements of the outside world

Keeps on moving in the inside world…

I miei piedi scalzi non facevano rumore mentre andavo in cucina e senza fretta mi preparavo la cena — nessuno mi aspettava, avevo tutto il tempo. Sul ripiano di una credenza c’era un pacchetto: era il regalo che avevo comprato per la mia ragazza. Lo scartai e misi il contenuto al centro del tavolo di cristallo del salotto. Era una scatola di plastica trasparente che conteneva al suo interno una farfalla. Una piccola, colorata, iridescente farfalla, come quelle che avevo visto nel negozio di Eden.

Ma quando l’avevo acquistata ancora non sapevo che cosa fosse la tassidermia. E non sapevo che il pensiero della mia ragazza sarebbe rimasto per sempre cristallizzato nella mia testa, così come quella farfalla era stata conservata intatta per essere guardata anche quando non sarebbe dovuta esistere più.