Alieni e viaggi nel tempo

C’è stato un periodo in cui tutti cercavano di convincermi a iniziare Doctor Who — una serie tv che parla di alieni e viaggi nel tempo, ti piacerebbe, fidati — e la mia risposta era sempre la stessa: meh. Non m’ispira.

Poi, un mattino, qualche giorno prima della mia prima prova di maturità, mentre ero alla disperata ricerca di una distrazione che mi facesse dimenticare il panico pre-esame, ho fatto partire la 1x01 della nuova serie del 2005. E ho conosciuto il Dottore, quello con la lettera maiuscola ch’era sempre sulla home dei miei amici di Facebook, quello che solo a sentirlo nominare mi partivano domande del tipo ma dottore de che?

Ho conosciuto il Dottore, quest’alieno con due cuori che si è presentato afferrandomi per mano e urlando corri! E io sono corsa via con lui, su un’astronave che si chiama Tardis e ha la forma di una cabina telefonica della polizia britannica degli anni sessanta.

Se c’è una cosa che dovete sapere sul Tardis è che è come le persone: è più grande all’interno. Può portarvi ovunque, in qualunque punto del tempo e dello spazio; e soprattutto non è mai della taglia sbagliata: sta tutto compresso in quattro pareti blu disseminate di finestrelle rettangolari. Un po’ lo capiamo, noi, il Tardis, con i nostri sette strati di pelle che non lasciano mai intravedere un centimetro di tutti i mondi che abbiamo dentro.

Il Dottore che ho incontrato io, quel mattino, è il nono. Perché quando il Dottore è in procinto di morire si rigenera, per salvarsi, e cambia faccia e modi di fare e colore di capelli — ma non è mai ginger. E vi farà paura, questa trasformazione, perché ormai vi sarete affezionati a quella versione lì, e vedervela sparire davanti agli occhi in un’esplosione di scintille non sarà rassicurante. Eppure il Dottore lo sa, che è così che deve andare, e lo capirete anche voi, a un certo punto, che cambiare non è una cosa negativa, che crescere fa bene, e che l’importante è non dimenticare tutte le persone che si è stati prima. Guarderete il nuovo Dottore, quello che gesticola in modo troppo strano e ha uno sguardo troppo diverso e parla in modo troppo stretto e gli direte sorprendimi.

Doctor Who vi farà piangere — di tristezza e malinconia e nostalgia e commozione — e vi darà un eroe pieno zeppo di rabbia e paura e curiosità infinita verso ogni millimetro di Universo. Un eroe che non ha la più pallida idea di come gestire i rapporti sociali e combatte gli antagonisti con un cacciavite, un eroe che vi tenderà la mano e vi dirà come with me. E basterà quello.

Doctor Who vi farà anche sorridere, quando il Dottore dirà che le lacrime di gioia sono una cosa tipica umana e poi lo beccherete ad asciugarsi le guance, proprio lui, proprio lì davanti a voi, con un sorriso imbarazzato stampato in volto. Magari è stato a contatto per troppo tempo con gli esseri umani, vi direte. Magari, penserete, l’umanità è contagiosa.

Ecco. Doctor Who parla di umanità. Quella che ci manca, quella che tiriamo fuori nei momenti più inaspettati, quella che ci dimentichiamo di avere. E se il protagonista è un alieno, forse, è perché a volte abbiamo bisogno di guardarci da fuori per ricordarci come siamo fatti dentro.

Un mattino, qualche giorno prima della mia prima prova di maturità, mentre ero alla disperata ricerca di una distrazione che mi facesse dimenticare il panico pre-esame, un Dottore con due cuori mi ha preso per mano e ha urlato corri! e in quel momento ho capito che Doctor Who è una serie tv che parla di alieni e viaggi nel tempo. E qualcosa in più.

Fabiola De Santis

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