Fotogramma n. 1

Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini, 1975.

Quest’occhio che sta per essere tagliato, così giovane, così terrorizzato, questo corpo tenuto, intrappolato da mani che stringono, che non permettono l’urlo, che infilzano con un coltello già insanguinato. C’è un intreccio di braccia, gambe, peli, forze, c’è una tensione tremenda in quest’immagine di morte che noi vediamo come da uno spioncino — quel mascherino nero che allo stesso tempo ci spaventa e ci protegge, dal terrore, dalla tortura, dalla perversione.

Siamo alla fine di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ultimo film di Pier Paolo Pasolini, ultimo Girone infernale, quello delle torture — è la fine del piacere, il culmine dell’orrore: i ragazzi e le ragazze sequestrate dai quattro gerarchi fascisti nella villa-inferno di Salò vengono portati in cortile, legati mani e piedi a dei picchetti conficcati nel terreno, torturati e finalmente uccisi.

L’immagine ci ripugna, come tutto il film del resto, eppure anche ci attrae e ci affascina.

Masturbazione, sodomia, coprofagia, ustioni, lingue mozzate, occhi cavati, scalpi, impiccagioni. Più le vittime soffrono, più l’eccitazione dei carnefici aumenta. Le perverse sevizie sessuali a cui il Duca, il Monsignore, l’Eccellenza e il Presidente sottopongono i ragazzi e le ragazze sequestrati non sono altro che la manifestazione, su un piano puramente fisico, della manipolazione delle coscienze operata in ogni tempo e in ogni luogo da qualsiasi potere. È la messa in scena della relazione fra chi esercita il potere e chi invece gli è sottoposto.

Noi dove siamo — chi siamo — in mezzo a questo inferno?

Come Bunuel in “Un chien andalou”, Pasolini taglia un occhio e varca il limite, il limite dell’irrappresentabile, mostrando cosa siamo capaci di fare — e di guardare -, indicandoci la nostra posizione, definendo la nostra relazione con l’osceno e l’orrore.

La soggettiva di questa inquadratura, così spinta, così marcata, è molto chiara. Non siamo vittime, non siamo carnefici.

In questo fotogramma, dall’alto di una finestra, dietro le lenti di un binocolo, il Presidente è il voyeur che osserva eccitato e assuefatto la scena di un ragazzino che viene torturato. In questo fotogramma, il Presidente siamo noi.

Alessio Spinelli

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