Il valore di un’azienda

Come crea valore un’azienda? Non parlo del solo valore economico (per quello ci sono gli strumenti), intendo dire: come fa un’impresa a essere talmente tanto preziosa da farsi scegliere?

Questo è un tema che negli ultimi tempi mi sono trovato davanti spesso: fino a qualche anno fa alla parola “valore” avrei associato soltanto quella “denaro”. Ora so che non è così e, anzi, credo che senza un valore diverso dal denaro si realizzano solo cose povere, che non restano, che non danno soddisfazione. Ho scoperto così che c’è un modo diverso in cui un’impresa può creare valore ed è quello che riconoscono gli altri, siano essi clienti, lavoratori, collaboratori o anche semplici cittadini. Ecco, potrei dire che il valore lo creano le persone.

Una comunità oltre l’impresa

Lo scorso week end ho scoperto come un’impresa del mio territorio ha creato valore nei suoi primi 50 anni di vita e l’ho fatto partecipando al viaggio sociale organizzato proprio per celebrare l’anniversario. L’invito che mi è arrivato su WhatsApp aveva come titolo “50° Anniversario Box Marche, Gita sociale Caserta Napoli Pompei”: scorro velocemente il documento e vedo che ci sono precisati tutti i dettagli, compresi i tipi di pizza del menù di uno dei ristoranti. L’occhio legge e, come sempre, la mente parte a immaginare come sarà la gita sociale: arriva al ricordo di quando, da bambino, avevo partecipato a un paio di occasioni “sociali” del lavoro di mio padre e mi figuro serate di gala piene di finti sorrisi, pranzi e cene ingessati in luoghi inadeguati per la maggior parte dei partecipanti, discorsi noiosi saltando da uno stereotipo all’altro. So che qui non sarà così, ma l’immagine che ho di un’impresa che organizza una gita è quella.

La mattina della partenza conosco le prime persone che partecipano, sento le loro chiacchiere, si presentano: c’è chi lavora ancora, chi è andato in pensione ma partecipa ugualmente alle iniziative, ci sono i collaboratori e i consulenti, gli amici e gli amici degli amici. A tutti vengono dati una t-shirt e un cappello brandizzati, ma è più un vezzo che un dress-code. Non so perché gli altri siano qui, ma non credo per una coercitiva fedeltà: ci sono giovani, famiglie, adulti piuttosto cresciuti (mettiamola così), tutti in qualche modo legati a BoxMarche. Non posso fare a meno di pensare che questo contesto è uno spaccato (e un esempio) piuttosto significativo di cosa sia una comunità (aziendale) e di come un’impresa possa essere davvero una sorta di motore per un territorio. Creare una comunità: questo per me è un valore. Significa che chi ha fatto impresa ha fatto crescere l’azienda ma anche le persone, è stato attento al capannone ma anche a chi ci stava dentro, al macchinario ma anche a chi lo avrebbe utilizzato. Ha guardato ai soldi (perché quello è il suo mestiere) ma anche in faccia alle persone (perché sono la sua vita). Esagero se dico che in questo modo ha creato, in senso generale, ricchezza?

L’attrazione è questione di stile

La notte, come si dice, porta consiglio. A me porta un altro pensiero: perché ho partecipato a questa gita sociale? Faccio a me stesso questa domanda cercando di trovare una risposta che sia valida (o plausibile) anche per quella che ho definito la comunità di quest’azienda. Il motivo è che ne sono stato attratto. Attrazione: ci ho scritto anche un libro sull’inbound marketing e quasi non me ero accorto. Questa cosa ha infatti a che fare con il marketing e con il brand, l’identità di marca.

Gli esperti di marketing dicono che i brand devono essere attrattivi, cioè dovrebbero fare in modo che i clienti (e non solo) siano attratti dalle loro attività senza necessità di andare a cercarli a casa. Ok, l’occasione era il viaggio, ma io sono sicuro che la maggior parte delle persone, come me, ha partecipato perché l’intestazione di quel programma riportava il logo di BoxMarche. Perché quel programma così dettagliato raccontava precisione, puntualità, impegno, cura, affidabilità: raccontava di valori condivisi e tutti noi, in fondo, da quelli siamo stati attratti e per quelli abbiamo partecipato. Nessuno è venuto per la maglietta e il cappellino.

Abbiamo visto quel logo e abbiamo riconosciuto quei valori perché qualcuno, nel tempo, ha costruito un’identità di marca in maniera abbastanza incisiva. Come ha fatto? Sicuramente con il lavoro, la qualità dei prodotti, l’attenzione ai particolari. Ma credo che nessuno di noi si innamora di qualcosa o di qualcuno solo per le prestazioni: c’è sempre uno stile, un modo di fare le cose, una “vibrazione” che ci colpisce prima, e che ci fa stare bene poi. Quella vibrazione qui si chiama allegria, positività, entusiasmo e la trovo nelle parole vivaci di chi mi spiega perché è qui, nelle mani sicure di chi mi offre il breakfast-box per colazione, nella pacatezza dei discorsi più seri e nelle espressioni sorridenti di chi racconta barzellette, negli occhi luminosi del presidente ogni volta che un’idea, anche fosse solo una battuta, si accende nella sua mente. Non saprei descriverlo a parole, ma sono sicuro che potrei riconoscere questo brand in mezzo a un milione.

Riconoscere un’occasione

Dopo un paio di giorni di gita credo anche di aver imparato qualcosa ed è ciò di cui sono più grato a chi ha organizzato tutto. Sicuramente dentro questa azienda ci saranno anche cose che non vanno bene, ampi margini di miglioramento; ci sarà anche chi non è d’accordo, chi pensa sia solo un lavoro, magari anche chi progetta di spostarsi altrove. Ci saranno critiche e contestazioni, magari anche qualche ragione e qualche voce fuori dal coro degli entusiasti. Però penso anche che ciascuno di noi dovrebbe sviluppare la capacità di saper riconoscere la propria occasione, la propria opportunità. Forse i partecipanti a questa gita (e alla vita di BoxMarche in tutte le sue sfaccettature) hanno semplicemente trovato il loro posto, valutato che quella fosse la loro occasione, di due giorni o di una vita. Hanno ritrovato un pezzo di loro stessi in un’impresa e mi auguro che ci possano restare finché ci si riconosceranno. In fondo, in quell’invito col programma ho visto anche io un’occasione. Che ho deciso di vivere e di raccontare.