Israele, Palestina e il “gioco dei se”

“Il gioco dei se” è quel gioco affascinante che ti costringe a usare l’immaginazione e in una girandola di opzioni esplorare nuove possibilità. L’11 luglio del 2000, il primo ministro israeliano Ehud Barak e l’Autorità Palestinese di Yasser Arafat s’incontrano a Camp David davanti al presidente americano. L’obiettivo era quello di raggiungere un’intesa sulle questioni in sospeso tra Israele e i palestinesi. Ma il vertice si concluse senza un accordo.

Se le trattative fossero andate a buon fine, cosa sarebbe successo? Beh, prima di tutto gli archivi televisivi sarebbero pieni di foto di Barak e Arafat che si stringono la mano, sostenuti da un raggiante Bill Clinton. Il 25 Luglio avremmo appena festeggiato il 15° anniversario della fondazione della Palestina come stato sovrano e indipendente. Il riconoscimento della Palestina avrebbe seguito quello della Serbia (novembre 2000), e anticipato di un soffio Timor Est (settembre 2002).

E che tipo di Palestina avremmo oggi? La Palestina controllerebbe il 97% della Cisgiordania e una striscia di Gaza più grande di un terzo di quella attuale, per compensare l’equivalente Cisgiordania assorbita da Israele. Israele avrebbe abbandonato 63 insediamenti che sarebbero passati in mano palestinese. La West Bank sarebbe collegata a Gaza sia da una strada sopraelevata che da una ferrovia che attraverserebbero il deserto del Negev. La Palestina avrebbe come capitale un nuovo comune, Al Quds. I confini di Gerusalemme sarebbero stati ridisegnati, la nuova Al-Quds avrebbe incorporato quartieri arabi in precedenza all’interno dei confini israeliani, con insieme i sobborghi adiacenti come Abu Dis, el-Azaria, Beit Jala, Anata e A-Ram. Nella Città Vecchia lo stato palestinese avrebbe autonomia religiosa sul Monte del Tempio, mentre i quartieri musulmani e cristiani sarebbero rimasti sotto la sovranità formale di Israele. La nuova Palestina ormai diventata la patria di centinaia di migliaia di profughi avrebbe potuto assecondare il diritto al ritorno di ogni palestinese. I nuovi arrivati avrebbero beneficiato di un fondo internazionale di 30milioni di dollari istituito appositamente per risarcirli.

Se le trattative fossero andate a buon fine, in questi ultimi 15 anni cosa sarebbe cambiato? Non avremmo avuto la seconda intifada, che significa che non ci sarebbe stato un aumento di attacchi terroristici all’interno di Israele tale da giustificare la necessità di costruire una barriera di sicurezza per separare arabi ed ebrei. Probabilmente Hamas non sarebbe riuscita a conquistare Gaza e quindi — in assenza di razzi lanciati su cittadini Israele — la necessità delle operazioni “Piombo Fuso”, “Pilastro di Difesa” e “Margine Protettivo”. Non ci sarebbe stato alcun blocco navale da parte di Israele. Di conseguenza, non ci sarebbe stata alcuna “flottiglia della libertà” e incidenti come la Mavi Marmara.

Quindici anni fa Israele aveva accettato gli accordi in linea di principio, la leadership palestinese li rifiutò. E’ vero, la storia non si fa con i “se”, ma a leggere le opportunità che si sarebbero potute aprire il 2000 a Camp David — improbabile pensare si ripresentino nel prossimo futuro -, e alla luce degli eventi luttuosi negli ultimi 15 anni, non possiamo fare a meno di considerarla un’occasione mancata. Ne sono convinto da israeliano, e sono sicuro che un palestinese in buona fede abbia ancora di più lo stesso rimpianto.

*Liberamente tratto e adattatto da “The sovereign state of Palestine that never was” di Neville Teller

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