I dieci candidati al Pallone d’Oro (parte 6)

Il lento scorrere inesorabile. Il giorno è ad un passo e poi saranno state solo chiacchiere, stralci di giornale appuntati su di un muro e destinati a scomparire per sempre.

Perché alla fine sarà davvero così: di dieci valorosi candidati ne rimarra solo uno e solo lui porterà a casa quel trofeo iscrivendo per sempre il suo nome nell’eternità. Gli altri saranno numeri, rimarrano comunque dei giocatori che hanno scritto un capitolo di questa storia ma saranno per sempre quelli che hanno perso, che sono usciti sconfitti da una lotta.

Lui no.
Il Pallone d’Oro vive per sempre.

N° 5 — Giovanni Costantino
Miglior piazzamento: vincitore del vol.26 con gli Sportitalia assieme a Mino Scirea Ricchiuti e Riccardo Mascia, vincitore del vol.29 con gli Hangover assieme a Piero Bungaro ed Antonio Colonna, vincitore del vol.32 con i Mokambo Club assieme a Riccardo Mascia e Giuseppe Notaro, vincitore del vol.36 con i Boca Juniors assieme a Pasquale Letizia e Giuseppe Notaro

Giovanni, l’ultimo dei Mohicani, si lascia andare al termine della finale vinta in Manduria

Questa è la parte più difficile di questo lavoro. Giovanni non merita il quinto posto, un giocatore che porta a casa quattro titoli dovrebbe avere in tasca mezzo Pallone d’Oro.
Dovrebbe.

Solo a guardarlo Giovanni è un giocatore talmente straripante da fare impressione: la sua carriera tra i pali di immense porte di un campo a 11 lo hanno reso fisicamente un colosso di dimensioni incredibili, alto come una montagna e fisicamente perfetto per qualunque sport.
Potrebbe essere un pentatleta, un militare, qualsiasi cosa gli passa per la testa. Recentemente ha deciso di voler essere il giocatore più forte del Fiffa Inda Street ed il suo corpo, ovviamente, gli ha risposto “Avanti Giovanni, sono pronto anche per questo”

Tralasciando il trionfo sulla spiaggia possiamo ricordare alcune cose di Giovanni:
1- Villa Castelli, Giovanni è sul posto per essere un semplice osservatore eppure l’infortunio di Antonio d’Amone lo getta nella mischia con la maglia giallonera degli Hangover che lo sistemano a ridosso della porta. Giovanni è troppo, è straripante per chiunque gli si pari davanti, le sue lunghe leve lo rendono una piovra che spara in fondo al sacco gol pesanti come macigni fino alla finale dove decide di staccare di testa un pallone a ridosso del cielo stellato del paese, spaccando le ginocchia degli inermi giocatori dell’US Lecce.

2- La vittoria di Sava ingoia un giocatore inserito all’interno di un contesto sulla carta vincente e dall’asfalto ci catapulta all’interno di una palestra dove noi, umili tifosi, possiamo solo deliziarci gli occhi davanti ad un difensore invalicabile, capace di chiudere lo specchio della porta come un centurione a protezione di un fortino. La vittoria appare quasi un contorno scontato, i due la davanti si muovono come degli automi ma lui, Giovanni, è così umano ed immenso che destabilzza l’ambiente.
La vittoria è scontata ma solo perché a far da guardia c’è un giocatore eccezionale.

3- La leadership piovuta dalla lontana Argentina suona come una investitura: Giovanni è il fulcro del progetto Boca Juniors e la sua voce scuote le fondamenta di Manduria come un terremoto. Gli Xeneizes dominano tutte le pretendenti ed in finale ribaltano con facilità una situazione di svantaggio iniziale con la coppia Bartali — Coppi in attacco, Notaro aggredisce gli avversari mentre Letizia rifinisce il tutto come un umile gregario.
Giovanni è, ancora una volta, quasi costretto a far da guardia alla porta, il groppo in gola è enorme: la voglia di vedere Giovanni fare baldoria in avanti è tanta ma per lui, anche oggi, è importante portare a casa la vittoria. Il collettivo prima di tutto, niente grilli per la testa.

Allora perché quinto?
Perché sono amareggiato.
Perché uno degli attaccanti col repertorio più sconfinato che io abbia mai visto in un rettangolo da gioco ha deciso di essere il nuovo Antonio Cinieri, di riempire la sua bacheca di gioie collettive senza togliersi quella immensa soddisfazione di essere il migliore.
Potrei sbagliarmi, spero di farlo.
Tra sette giorni lo scintillìo del Pallone d’Oro potrebbe risplendere ancora più alto dalle sue mani immense che lo agguanteranno come un tiro all’incrocio all’ultimo secondo, saldo tra quei guanti immensi.
Un portiere Pallone d’Oro, che bella storia.