Quando sono gli altri a stupirti: cronaca di una giornata di emozioni

Festa dei volontari di Città della speranza, luglio 2016, Rosà (VI)

Eccoli là. Tutti assieme. Nessuna formalità. Niente cravatte, tacchi alti o camici che allunghino le distanze. Solo sorrisi, ma quelli sani, quelli che ti fanno sentire a tuo agio. E poi risate. Risate gustose che riecheggiano appena l’intrattenitore mette per un attimo a riposo la voce. Saranno cinquecento o forse più e tu, che al mondo del volontariato in Città della speranza ti sei appena affacciata e i volti familiari li conti ancora sulle dita di una mano, ti guardi attorno perché lì, invitata alla festa dei volontari, non sai bene cosa aspettarti.

Varchi l’ingresso del parco ed ecco sfilare davanti a te dirigenti, ricercatori, persone che a vario titolo condividono il loro tempo libero con i bambini ricoverati in ospedale e altre ancora che si prodigano tra mercatini ed iniziative varie. E con loro anche qualche parente.

Li osservi. Hanno le età più varie. Indossano abiti comodi e sono tutti accaldati. Un filo d’aria sfiora la pelle solo a tratti. Una parte è impegnata a cucinare il cibo, interamente donato, un’altra è già accomodata ai tavoli, fra gli alberi, e, tra una chiacchiera e l’altra, attende senza sbuffi il proprio turno per pranzare.

Cogli qualche sprazzo del loro privato. Della loro normalità. Come la ricercatrice ostaggio dei ripetuti abbracci delle nipotine, oltre che dell’afa, o la sua collega seduta due-tre posti più in là che tiene stretto accanto a sé l’adorato cagnolino.

E ancora la straordinaria generosità nella volontarietà, declinata attraverso tutti quei biglietti della lotteria acquistati per accaparrarsi uno dei novanta premi in palio.

Ovunque volgi lo sguardo, la sensazione è quella di stare in una grande famiglia accogliente. Eppure tu, che non conosci le storie che si celano dietro quei volti in quel momento spensierati e non sai cosa voglia dire esattamente stare al fianco di un bambino malato oncologico, perché non ne hai mai avuto esperienza diretta, temi di ferire il tuo interlocutore, di pronunciare una parola che possa venir male interpretata o, più semplicemente, di sembrare fuori luogo. Cerchi di entrare nella vita dell’altro in punta di piedi, ma, quando è l’altro a raccontare se stesso e a sollecitarti, con tatto ma fermamente, a fare anche tu la tua parte per i piccoli pazienti, capisci che non ti resta che mettere il timore da una parte e rimboccarti le maniche.

Ecco cosa mi sono portata a casa dalla festa: la conferma, una volta di più, che, sì, continuare a creare ponti di dialogo è fondamentale, per noi e per gli altri. Ma prima serve l’ascolto. Sempre.