Citizen journalist, a chi?

Ognuno di noi può trasformarsi in un media, raccontando quello che vede, sente o commentando i fatti che legge in Rete, ma a volte mi chiedo se non avesse ragione Umberto Eco. Non tanto per la parte degli imbecilli (scagli la prima pietra chi non ha mai fatto o detto una cretinata), quanto per il rumore di fondo.

Dal mio profilo IG, di quando leggo a colazione

Lo so, il bar c’è sempre stato, solo che adesso si chiama anche Facebook e Twitter. Poi è vero, c’è bar e bar (la parte bella dei social è che, tu, ne sei anche il buttafuori, e puoi decidere chi può passare dalla tua pagina o dal tuo profilo), ma una cosa resta: quanto scrivete? come fate? quando? ma al lavoro ci andate?.

Ora, non è che io sia estranea a questa cosa, anzi. Ma mi trattengo, se non altro perché ho poco tempo e perché ho poco di interessante da dire su molti argomenti. Non vedo però una via di uscita al rumore di fondo, se non nella formazione e nella cultura (che è un po’ come il tubino nero: ci sta sempre). Quindi, quando trovo una guida utile per creare contenuti la leggo e poi, come da tradizione (inaugurata da poco, ma sono fiduciosa), la riassumo con dei tweet.

Social Media Journalism” di Barbara Sgarzi.