Io ho paura, e tu?

In questi ultimi due mesi passo meno tempo online nei luoghi che, fino a qualche tempo fa, frequentavo di più: Twitter e Facebook, perché dopo il massacro del Bataclan, l’attentato di Nizza, il cecchino a Monaco e l’omicidio di Diamond Reynolds negli Stati Uniti trasmesso in diretta, su Facebook, dalla fidanzata, per citare i casi vicini e recenti, ho difficoltà ad assorbire le immagini e i video dell’orrore
Ho preferito così spostarmi in luoghi digitali meno legati al racconto dei fatti del mondo, come Instagram o Snapchat. O comunque utilizzati principalmente per condividere un tipo diverso di contenuto: attuale sì, ma bello (in caso di Instagram) o leggero/sexi (a seconda dell’utente) in caso di Snapchat.

Questo filtro personale, però, ahimè, è temporaneo e inefficace, perché produrremo (non solo i giornali, dunque) e pubblicheremo un numero sempre maggiore di informazioni, spesso nude e crude, e pronte da essere digerite, così come sono, da ogni angolo del mondo:

“Le persone connesse alla rete sono destinate ad aumentare dagli attuali 2,8 miliardi, ciascuna con due o tre dispositivi, a cinque miliardi nei prossimi cinque anni, ognuna utilizzando cinque o sei dispositivi, molti dei quali indossabili”.

I social network stessi forse, e se vorranno, ci aiuteranno:

“Liberi noi di credere alle scemenze che volano ad alzo zero: del resto se Twitter e Facebook saranno abbastanza bravi con gli algoritmi la propaganda dell’ISIS scomparirà per magia da Internet e con essa l’ISIS stesso svanirà in un puff”.

Ma il punto torna: saremo sempre e comunque noi, ogni giorno, che online dovremo imparare ad assorbire, gestire o raccontare le informazioni che ci circondano, nel miglior modo possibile, con livelli diversi di responsabilità. Credo che valga il principio dell’Uomo Ragno: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, dove poteri va sostituito con follower o fan.

Rispetto alla condivisione di immagini cruente non so davvero cosa dire. Personalmente non lo farei, ma non per questo credo sia necessario impedirlo o vietarlo. Trovo invece che sia corretto denunciare, per quanto possibile, Libero o Il Giornale quando titolano o diffondono parole o immagini dolorose o offensive per consolidare la loro strategia. Non c’è nulla di spontaneo o ingenuo in tutto questo, esattamente il contrario.

Forse un giorno il meccanismo di denuncia dal basso funzionerà e anche a Libero o il Giornale avremo un giro di poltrone, così come è successo nella redazione de Il Resto del Carlino, perché “al purché se ne parli credono solo loro”.

Alcuni giorni fa, in risposta ad un post di Massimo Mantellini su questi argomenti, ho scritto una mail al giornalista. Di seguito la sua risposta. 
Ps: ovviamente ho chiesto il permesso prima di pubblicarla online.