Freelance e sentimenti

Una convivenza per niente facile

Sono passata in questo luogo di scrittura nei giorni emotivamente forti durante i quali la mia mamma era entrata in coma. Erano momenti difficili da gestire, è stato un pezzo di vita sospeso. Tra il prima e il dopo, tra quando potevo crogiolarmi nel sentirmi ancora completamente figlia e quando ho dovuto lasciare andare una parte di me, quella che lei, la mia mamma appunto, chiamava “la mia bambina”.

Poi non ci sono più tornata, perché impegnata nel ricostruire qualcosa di nuovo nel buco lasciato da quella parte di me. Ora rieccomi. Ora sono in ascolto di nuovi grovigli di emozioni difficili da districare. Così ne scrivo.

E subito, mentre comincio a scriverne, mi accorgo che non sono nuovi i grovigli, sono solo più ingarbugliati. Sto cercando, infatti, di dare voce a questa cosa un po’ romantica e un po’ senza tempo dell’avere il cuore in subbuglio, ma più sistemo una lettera dietro l’altra, più mi accorgo che io il cuore in subbuglio ce l’ho da tanto tempo.

Da quanto tempo Elena? Da quanto tempo cerchi un po’ di pace nelle relazioni sentimentali e invece ti ritrovi a calpestare terreni ostili, pieni di buche, aridi e glaciali nello stesso tempo? Terreni che all’inizio sembrano sempre soffici prati dove camminare a piedi nudi per mano a qualcuno e poi, in un modo o nell’altro, le due mani si staccano, il prato scompare e tu ti guardi intorno per capire dove andare?

Non so rispondermi, non ho il coraggio di farlo. Sono qui forse perché questo coraggio dovrei trovarlo, ma soprattutto perché, cazzo, questa storia che “dai, abbiamo superato i 50 anni, mica vogliamo farci ancora influenzare dalle menate sentimentali?” è una grossissima presa per il culo. Almeno lo è per me.

Si ok ho 52 anni e mi sono costruita un’autonomia economica e sociale. Negli ultimi quattro anni ho deciso di lasciare un lavoro dipendente per diventare freelance, vivo con i miei due figli e con loro, ogni giorno, cerco di costruire un legame che sarà quello che poi avremo modo di sperimentare a distanza, una volta che le nostre tre strade si divideranno fisicamente.

Faccio un lavoro che fa parte del grande cambiamento della nostra epoca, ma questa cosa l’ho sempre guardata con curiosità, non mi ha mai spaventata più di tanto, convivo con un filo di incoscienza innata per tutto quello che riguarda la mia professione. Poi la mamma si è ammalata, ha vissuto un periodo in coma, ci ha lasciato e la sua casa (quella in cui ho vissuto da sempre fino al momento della mia indipendenza) è stata venduta all’istante e abbiamo dovuto svuotarla di gran fretta. Una cosa dietro l’altra, così com’è abituata a proporci la vita. L’ultimo giorno, quando sono uscita da quella casa ormai vuota e ho chiuso a chiave la porta, mi sono comprata delle All Star rosse e ho deciso che dovevo ripartire rivolgendo lo sguardo su di me.

Così l’anno scorso ho messo in affitto la mia casetta e ne ho cercata una più grande, adatta per passare insieme, io e i ragazzi. L’ho cercata, l’ho scelta, ho seguito la trattativa, ho organizzato il trasloco. Tutto bene, tutto normale mi pare, dal punto di vista dell’autonomia personale ci siamo.

Perché, allora, questi grovigli in continuo movimento? E soprattutto, perché questi grovigli, nonostante gli sforzi e le innumerevoli pratiche alla ricerca dell’equilibrio e della consapevolezza, inevitabilmente influenzano la mia vita professionale?

Sto dicendo un’eresia? Per molte persone probabilmente sì, io non credo. Anzi sono fermamente convinta che uno dei (pochi) vantaggi di svolgere un lavoro dipendente, sia quello di poter portare con sé i propri casini sentimentali in ufficio, far passare la giornata in qualche modo, e ricevere lo stesso stipendio di tutti gli altri mesi. Quasi nessuno si accorgerà di te che alla scrivania sprechi qualche lacrima, ma soprattutto tantissimo tempo.

Mi ricordo che è così, lo è stato per me.

Ora invece, la mia me freelance alle prese con il cuore in affanno, fa una fatica enorme nel tentare di zittirlo, di metterlo a tacere, di costringere gli occhi e la testa a concentrarsi sull’agenda, sulle scadenze, sulle cose da scrivere. Quante cose potrei scrivere in questo periodo sul blog, per esempio, e invece? Invece la mente si rifiuta di obbedire e si crogiola, più tempo possibile, lì dove sente il garbuglio. La mia mente mi fa venire in mente i signori anziani che trascorrono il loro tempo a guardare i lavori in corso in attesa che succeda qualcosa poi da raccontare invece di - che ne so -impegnarsi in qualche attività sociale… ma almeno loro sono in pensione.

Essere freelance è molto più semplice, insomma, quando si ha una relazione stabile o comunque, in qualche modo, si è raggiunta un’autonomia sentimentale. Altrimenti è un perenne conflitto con sé stessi e il rischio è quello di strattonarsi, giudicarsi, farsi ancora più male. Sembra una banalità? Può essere, però a me di questa cosa, del dover fare i conti e diventare l’arbitro tra emozioni complicate e lucida razionalità, non ne aveva mai parlato nessuno a proposito della ‘vita da feeelance’, l’ho imparata sul campo, mentre ci terrei ad aggiungerla alle varie liste presenti sul web dai titoli accattivanti tipo “10 cose che devi assolutamente sapere prima di diventare freelance”.

P.S. Come sempre l’alternativa c’è, ed è anche una pratica molto diffusa, si tratta di spingere il groviglio in una stanza segreta del nostro castello, di chiudere la porta a chiave e buttarcela dietro le spalle… di certo saremo degli ottimi esecutori, ma stiamo vivendo?