De Sade, il femminista

Per leggere questa storia è necessario fare uno sforzo: dimenticare per almeno questi dieci minuti di lettura, ogni tabù sul sesso. E qui vedo già molti di voi pensare: perfetto io non ce l’ho, vado avanti. Fermatevi, perché questa è una storia dove anche la persona più esplicitamente aperta a livello sessuale può trovare difficoltà.
In psicoanalisi il tabù indica atti proibiti non leciti, pensieri non accessibili alla nostra coscienza. Ecco fermatevi, qui e pensate a quali siano per voi questi atti disdicevoli di cui provate orrore. Prendete carta e penna e fate un elenco, scriveteli. Da qui in poi dovrete accettarli, perché finita questa frase, ogni atto del vostro elenco, compreso il più disgustoso e raccapricciante sarà lecito.
Questa introduzione che magari avrà acceso la fantasia dei più morbosi è necessaria per parlare del rampollo di un’illustre casata aristocratica francese originaria di Avignone arrivata integra e serena verso l’inizio della Rivoluzione Francese. Ma a preoccupare i nobili di questa famiglia non sono solo i moti rivoluzionari, ma anche lo spirito e soprattutto le attitudini dell’erede della casata: Donatien -Alphonse- François de Sade.
Il bambino biondo, unico erede maschio della famiglia, cresciuto nel lusso delle coorti francesi, dove ogni cosa gli è concessa, istruito dallo zio, l’ abate di Ébreuil. Personaggio molto curioso, questo zio, amico di Voltaire, famoso per la sua curiosità ed erudizione e ancora più famoso per essere un libertino. Con lui, il piccolo Donatien impara i rudimenti di quella che molti considerano una vera e propria arte: le delizie del piacere più sfrenato. La severa carriera militare che intraprende non gli impedisce di continuare a frequentare, prostitute e amanti di ogni genere, a organizzare orge, pianificando fornicazioni di tutti i tipi. E qui iniziano i suoi problemi.

Nelle coorti che de Sade frequenta c’è un personaggio insolito, l’ispettore Marais, addetto a seguire con dovizioso scrupolo tutte le attività sessuali dei cortigiani e dei nobili. L’ispettore Marais scrive diari, con descrizioni ricche di particolari che poi illustra a sua Maestà Luigi XV e a Madame de Pompadour. Il nome che spicca per numero di scandali e atti illeciti è quello di de Sade.
«Voi tenete ai vostri principi? E io ai miei. Il mio pensiero è il frutto delle mie riflessioni: esso rispecchia il mio modo di essere, il mio organismo. Non sono libero di cambiarlo, e non lo farei anche se lo potessi. Quel modo di pensare che biasimate è l’unica consolazione della mia vita: allevia tutte le mie pene in prigione, genera tutti i miei piaceri nel mondo: vi tengo più che alla vita stessa.»
Per i suoi principi che insegue con una costanza testarda viene rinchiuso in carcere parecchie volte, finisce anche nella Bastiglia, dove inizia a scrivere.
Tra deliri e visioni pornografiche nasce il romanzo: Justine, le disavventure della virtù. L’opera più famosa e corrotta del Marchese de Sade. Corrotta perché racconta in maniera molto esplicita le disavventure di Justine, una ragazza orfana decisa a seguire la retta via dei valori del Cristianesimo. Ma più Justine si ostina a seguire la virtù, più la corruzione, la violenza e la dissolutezza sessuale, la raggiungono. Stupri, violenze di ogni genere, caratterizzano queste sue disavventure, in un mondo dove regna solo il vizio, tradizioni e religioni vengono dissacrate e la Natura regna incontrastata sull’uomo.

Questo è il mondo di de Sade, la sua filosofia estrema, la sua perversa motivazione di soddisfare ogni desiderio, ogni capriccio. La donna è vista come un oggetto, il suo corpo dissacrato utilizzato semplicemente per dare piacere. Non a caso nel 1972 Simone De Beauvoir, si chiede se è il caso di bruciare de Sade. La femminista francese non lo farà e qualche anno più tardi un’altra donna Angela Carter, spiegherà il perché.
Per millenni il corpo femminile è stato divinizzato, l’oggetto sacro da cui nasce la vita. Angela Carter rifiuta questa mitologia e sente la necessità di riportare il corpo della donna alla sua dimensione carnale. Esattamente come de Sade fa.
“questa teoria della superiorità materna è una delle più dannose di tutte le finzioni consolatorie e le stesse donne non possono farne a meno” e il suo rifiuto strappa il corpo femminile, dopo millenni, ad una “immagine pressoché impenetrabile, mistificatoria e kitsch, che tende ad allontanarla dal fatto reale o psicologico”
Scrive la Carter in un saggio: La donna sadiana, restituendo al Marchese il suo sistema filosofico basato su un’operazione: disibinizione = libertà. Un sistema utopico che per reggersi in piedi ha bisogno della figura della donna non allineata alla società patriarcale, libera.
