Il Dams e Bologna dieci anni dopo

Bologna in una vignetta di Andrea Pazienza

Bologna per me rimane uno di quei posti del mio cuore che mi ha accolta, protetta e cresciuta per otto anni. Ne sono passati dieci da quando neanche vent’enne arrivai a camminare sotto i suoi portici. Per studiare, come generazioni di ragazzi fanno da sempre. Il Dams era la mia meta, scelto con in mente i miti di Andrea Pazienza, Pier Vittorio Tondinelli, Leo De Bernardinis e Eugenio Barba. Tutti damsiani e tutti maledetti e a dir la verità anche io mi sentivo un po’ maledetta sedendomi sui banchi del numero 38 di Via Zamboni (sede storica della Facoltà di Lettere). Ma il Dams a Bologna è anche questo: sentirsi un po’ maledetti, anche se poco si ha in comune con le vite tormentate dei tuoi eroi.

Sì anche questo. Perché a molti ancora non è chiaro bene che cosa sia questo Dams. Tanto che ancora oggi c’è qualcuno che mi domanda: “Ma il Dams alla fine che cos’è?” E io ancora, proprio come dieci anni fa ancora non so rispondere. Perché fare il Dams è più uno stato d’animo che seguire una facoltà universitaria. Fare il Dams, significa sperimentare, toccare con mano una materia astratta e allo stesso tempo concreta, significa scommettere con capacità artistiche che sai di avere, ma che non hanno ancora una forma. Cercare di dargli concretezza, questo è l’obiettivo del damsiano. Nato per giocare alla roulette russa con il proprio futuro. Un rischio che consapevolmente prende dal primo giorno che mette piede nelle aule di Drammaturgia, Antropologia Culturale o Storia del Teatro. La sua è un’impresa quasi impossibile e come il più folle degli avventurieri ci si lancia. Ingenuo come Don Chisciotte, folle come Fitzcarraldo e ostinato come il Capitano Achab. Non conosce il proprio futuro, non sa quali ostacoli dovrà affrontare e ha una sola arma con se: la passione smisurata e incondizionata per la sua arte che sia Musica, Teatro, Cinema o Arte. Esaltato come un crociato alla conquista della Terra Santa, parte con il suo vessillo ben in vista. Sul mio c’erano scritte sei lettere: TEATRO. Il sacro stendardo anche se un po’ sgualcito dal tempo, sventola ancora esattamente come dieci anni fa.

Klaus Kinski nei panni di Fitzcarraldo diretto da Werner Herzog (1982)

Così nel 2005 da prode guerriero parto con la mia armatura, finanziata da mamma e papà, lasciando il borgo natio per quel nord sconosciuto e ostile, verso la conquista del Dams. Ma l’ingenuo cavaliere che ero allora più che a un valoroso soldato, assomigliava a Brancaleone e questo è stato chiaro fin dal primo giorno. Via Mascarella, sede provvisoria del Dams, questa era la prima meta. Antropologia Culturale e il Professor Giovanni Azzaroni il primo obiettivo da conquistare. Ricordo che sono uscita dalle due ore di lezione, entusiasta. Quelle storie di popoli lontani e dei loro modi di fare teatro mi avevano stregata. Volevo sapere, capire, scoprire e i libri sembravano non bastarmi. Volevo sentirmi come una delle ballerine balinesi dei racconti oppure un fiero indiano d’America di fronte al suo Totem. Poi d’improvviso dopo solo due giorni il sogno si è interrotto. Brancaleone in groppa al suo cavallo Aquilante batte in ritirata. Avevo sbagliato corso, Antropologia Culturale non era del primo anno, ma del secondo. Le ballerine balinesi e gli indiani d’America, dovevano aspettare.

Vittorio Gassman nei panni di Brancaleone da Norcia, nel film L’Armata Brancaleone diretto da Mario Monicelli nel 1966

Pazienza. Ma presto mi ripresi da quella delusione, c’era un’altra sfida da compiere e per farlo dovevo addentrarmi nel mondo subdolo e a tratti incomprensibile della Filosofia, lì ad aspettarmi c’era il Professor Luciano Nanni con la sua Estetica. Acerrimo nemico di Umberto Eco, durante le sue lezioni spesso partiva con lunghe tirate dove non risparmiava nulla al suo esimio collega. La funzione contro la struttura dell’opera d’Arte. Questo, il suo credo. Nato a Monzuno nel 1939, questo distinto signore anziano, arrivava dall’Appennino emiliano per domandarmi:

Che cos’è un’opera d’arte?”

Non è l’oggetto artistico, ma la sua funzione nella società che la interpreta.”

“E questa secondo lei è un’opera d’arte?”

Il vegliardo barbuto indicò una caffettiera sulla sua scrivania trasformata in un portapenne.

Sì, questa caffettiera è un’opera d’arte perché svolge la sua funzione nella società che la interpreta.”

Vittoria! Così portai a casa il mio primo trenta.

Leggendo Tondinelli, tra un saggio e l’altro di storia del teatro e antropologia culturale, scoprivo l’anima nera di Bologna all’apparenza solare e piena di vita. Non appena scendeva la sera e la nebbia iniziava a riempire le strade, chiusa nella mia stanzetta da studentessa entrava dentro di me il fascino maledetto dell’Emilia paranoica. C’erano le storie dei delitti del Dams, della Uno bianca, degli anni settanta e del terrorismo. Favole cupe che ritrovano scritte in ogni angolo della città, così moderna e underground, ma al tempo stesso provinciale e paesana, una Parigi minore per citare Guccini Ma al tempo questo non contava, perché c’era tutto un mondo da scoprire. Un pianeta che con il passare degli anni ha perso il suo fascino e diventando sbiadito esattamente come i vecchi poster o i dischi che adesso prendono polvere, ma che un tempo non riuscivi a smettere di ascoltare. Beata nostalgia di quegli anni, che sentivo fin da allora e che credo mi accompagnerà per tutta la mia vita da damsiana.

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