La Fedelissima

La stanza era avvolta in una coltre fitta, una nebbia densa e malsana. La poca luce veniva da due abat jour scure che irradiavano un colore gelido e funebre.

Un enorme e altissimo tavolo di vetro dominava l’ambiente incontrastato. Dietro di questo una sedia spigolosa ospitava Lei.

Le dita ingiallite in cui terminavano quelle grandissime mani ossute si appoggiavano sulla lastra trasparente macchiandola di impronte che si disponevano come la traccia confusa di una fiera impazzita.

Quella figura imponente si stagliava lanciandosi alle spalle una lunga ombra sinistra. Dalle labbra si affacciavano timidamente i denti inscuriti e il fumo li attraversava impietoso fuoriuscendo come da un temibile cratere.

La chioma di un giallo sporco vibrava quando la sua voce virile rimbalzava tra le quattro pareti. Nessuno in tutti quegli anni aveva mai osato contrapporsi a quell’orribile boato. Obbedienti e grigie passavano le facce per lei tutte uguali susseguendosi in cenni di obbligato assenso.

Lei che a parere di tutti esercitava un meritato potere. Una signora oscura e rispettata con doveroso timore.

Misto all’invidia, all’odio dichiarato e alla paura più genuina si celava sempre un pizzico di devota ammirazione che quasi sfociava nell’amore.

Ma chi più di tutti aveva coltivato tutta la gamma di quelle emozioni contrapposte era la Fedelissima. Non vi era persona più compatita per il ruolo infausto che si trovava a ricoprire.

Tanto lo spazio di Lei era asettico e spoglio, tanto quello della Fedelissima era ingombro di scartoffie, plichi e colori mal assorditi, ma caldi. Benché i due uffici comunicassero, ciascuno godeva di un microclima specifico che era inspiegabilmente tiepido da una parte e gelido dall’altra.

La dependance della Fedelissima come uno di quegli specchi distorti che si trovano nelle fiere di paese rifletteva in modo grottesco le mille sfaccettature rimaste nascoste nello spazio di Lei. Persino i suoni erano l’eco di quanto accadeva lì accanto e il tempo veniva scandito dalla sua implacabile voce.

Tanto era il successo e prestigio di Lei, tanto la vita della Fedelissima si era fatta più difficile, serrata e vuota. Ma la desolazione che sempre la accompagnava sarebbe stata tollerabile non fosse stato per quel giorno.

La fedele segretaria infatti aveva un rifugio sicuro nelle larghe spalle di suo marito. Un uomo dalle braccia possenti e dalle dita dure e annerite dal grasso delle macchine. Nei momenti più tesi o solitari era il pensiero del loro tocco delicato che la cullava consolatorio. Lui con quei denti bianchi e un sorriso che conosceva sin da ragazzina. Lui, nel caldo della stessa tana, le avrebbe dato un figlio.

Di giorno intanto, la sollecitudine della Fedelissima era arrivata al punto di assistere la crudele Lei come un’infermiera. Dopo anni a incatramare i suoi polmoni, le prendevano degli spasmi che scuotevano tutte le porte e le impedivano di muoversi. Lungi dallo scalfire il suo indubitabile potere rendendola debole, quegli episodi l’avevano resa ancora più spaventosa che mai, soprattutto quando i suoi occhi sgranati imponevano perentori un intervento immediato.

E a quel richiamo infernale la sua Fedele più e più volte aveva risposto afferrando le pillole che servivano da antidoto per quel lento avvelenamento da fumo.

Qualche minuto dopo averle ingoiate il suo viso spigoloso non prometteva gratitudine, ma almeno sembrava ammansito per lo sforzo. Per la Fedelissima era già abbastanza.

Lunghissime ore tutte uguali con il loro peso avevano abbassato la pelle un tempo ben tesa della Fedelissima, ma la calda e avvolgente novità era venuta a irradiarla con una luce prima ignota.

Quel minuscolo pezzetto di vita cresceva nel suo ventre e ancor più veloce nel suo pensiero.

-Una prima gravidanza dopo i 37 anni può essere considerata a rischio, ma sarà sufficiente evitare sforzi eccessivi e forte stress- così aveva commentato quella giovane dottoressa snella e sicura.

Nell’attesa che quella vita assumesse sembianze umane, la Fedelissima tenne per sé quel dolce segreto e si rallegrò che il suo inclemente lavoro quantomeno non le costasse fatica fisica.

Il giorno in cui tutto cambiò le mani sapienti del suo compagno avevano appena terminato gli incastri lignei di una culla.

In quei mesi la proverbiale concentrazione della Fedele era venuta meno, traballante per quella gioia solo annunciata. Ma lei non se n’era resa conto fino a quel giorno.

Un suo minuscolo e incauto errore di calcolo aveva causato una grave perdita all’azienda. Per la prima volta in una lunga carriera Lei era stata richiamata all’ordine. E il riverbero non tardò a farsi sentire.

Quando il suono di quei passi secchi, che per la prima volta si degnavano di raggiungere la vicinissima stanza, s’impose, la Fedelissima seduta, si godeva gli ultimi raggi di sole di quella giornata invernale.

Il respiro raschiante di Lei la raggiunse da dietro facendola sobbalzare. Quel terribile viso arido arrivò a un palmo dal suo, tanto che le venne da alzarsi per sfuggirlo nella distanza. E poi esplose il boato:- Tu! Mentecatta stupida e buona a nulla! La tua fronte stretta come quella delle scimmie è il segno inconfutabile del tuo limitato intelletto! Bestia da soma schifosa. Maledetto il giorno in cui ti hanno chiamato a inquinare la mia aria con la tua puzza di volgare stupidità. Sei una merda da cui non uscirà mai niente di buono!-.

La Fedelissima dietro al misero scudo della propria sedia sentì prima che le si serrava la gola e paralizzava la lingua. Poi un’aria gelida precipitò fino al suo stomaco dandole un brivido lunghissimo, che toccò con un fastidio insopportabile la punta della sua vescica. Terrorizzata, attonita e incapace di qualsiasi reazione la Fedelissima sentì che quel tremore continuava a scorrere. Portava via quella piccola vita strappandola dal caldo del suo addome e facendola precipitare irrimediabilmente fino a strozzarne le ultime forze.

Quando i paramedici la portarono via, la circondava un’enorme chiazza di sangue, che rimase per sempre come un alone funesto su quel pavimento di legno castagno.

-Ha avuto un aborto spontaneo. Per le complicazioni causate abbiamo dovuto asportarle l’utero. Purtroppo non sarà più in grado di concepire-.

Le prime due settimane di malattia in diciassette anni di servizio trascorsero come un vortice. Passato quel periodo, la cosa ancora più terribile di quel vuoto mai più colmabile fu che tutto continuò come prima.

All’inizio trovò la sua scrivania ricoperta di bigliettini color pastello con auguri di pronta guarigione. Una busta con il logo dell’azienda e una lettera siglata da Lei poi, la rassicurava che la perdita economica subita era stata recuperata.

Dopo poco tempo tutti si dimenticarono dell’accaduto e le ore ricominciarono a scorrere tutte uguali.

Passarono due anni, quando una sera la Fedelissima stava per lasciare quegli uffici ormai deserti.

Mise le chiavi in borsa mentre un silenzio totale la faceva da padrone; poi spense la luce. Aveva già chiuso la porta quando sentì quel mostruoso gracchiare che annunciava ogni attacco respiratorio di Lei.

Il brivido che quel giorno le aveva preso lo stomaco questa volta le congelò la mente.

Stette immobile, paralizzata sull’uscio e sentì il rantolo sempre più forte e spasmodico. A quei versi animaleschi si sovrappose una disperata ma ancora imperiosa richiesta di aiuto.

Il respiro si fece sempre più veloce e intercalato da un sibilo serpentino e agghiacciante.

La sentì emettere quasi distintamente la parola “A-I-U-T-O” quando le sue gambe presero il controllo del suo corpo e la portarono via per sempre. Lontano da quel luogo maledetto.