Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank
Andy Dufresne trascorre ventisette anni nel carcere di Shawshank per un crimine che non ha commesso. Mentre la sua vita ci passa davanti però non sentiamo l’ingiustizia schiacciarci, né la volontà di vendetta coinvolgerci come in Era mio padre.
No, quando leggiamo il racconto che ha ispirato Le ali della libertà, ci sentiamo come se stessimo stringendo la mano a un amico prima di fare un tuffo da un’alta scogliera.
Al penitenziario del Maine non soffriamo di claustrofobia né sentiamo un sostrato di odori malsani come quando visitiamo la cella di un carcere vero. I muri sono ugualmente alti, le sirene infami, pronte a denunciare ogni tentativo di fuga, e la violenza non meno feroce che in qualsiasi altra prigione di massima sicurezza. Ma a cambiare le cose è proprio la presenza di Andy. Perché lui non cammina a testa bassa come tutti i carcerati, le sue unghie sono sempre pulite e quando passeggia per il cortile di Shawshank la domenica ha la leggerezza d’animo di chi “attraversa un salotto”. Certo Dufresne è consapevole di non trovarsi a casa di amici, ma riesce a conservare la calma. Per questo Andy, oltre a essere il protagonista del libro, rappresenta le qualità che tutti vorremmo avere. Perseveranza, pazienza. E libertà.
Non è facile vivere tra quattro mura piene di spifferi; la maggior parte di noi sbotterebbe dopo poche ore. Dopo un po’ però ci si abitua a quei tempi scanditi, a quel ruolo acquisito negli anni e la Shawshank di turno finisce per piacerci. La troviamo comoda e persino rassicurante. Quanti di noi scelgono di non rassegnarsi alla monotonia della routine e buttarsi nelle onde gelide del mare? Quanti di noi avrebbero la pazienza di scavare giorno dopo giorno il proprio tunnel verso la libertà? Pochi. Forse quasi nessuno. Ma Andy lo fa e questa è la cosa più importante: da “l’uomo che procura la roba”, narratore della storia, al lettore, tutti sentono una forte familiarità con lui. Perché Andy ci ricorda l’amico della scogliera, quello che se non ci fosse stato col cavolo che ci saremmo tuffati.
Andy però è anche un istinto che tutti abbiamo dentro. Quella forza che ci permette di resistere di fronte ai bulli, alla prevaricazione e persino alla sfiga più nera. Un io che trova rifugio dove può, dallo scolpire i minerali all’addomesticare un topolino, come per Mister Jingles del Miglio Verde.
Shawshank non si limita ad essere un penitenziario diventando lo stato mentale che ottenebra la lucidità dei suoi abitanti e dei lettori che lo visitano. Shawshank è la fottuta paura che ogni giorno ci impedisce di fare quello che davvero vorremmo. Ma Andy con le sue mani sempre linde ci afferra e ci porta finalmente a tuffarci. Un tuffo in un’acqua gelida dai fondali incerti, che però ci rinfresca e disseta redimendoci per sempre dalla scomodità della scogliera, della nostra cella o della nostra vita da prigionieri.