Il mio nome è nero

Vi starete chiedendo cosa ci faccio qui. Ci eravamo lasciati nel 1591 fra abili miniaturisti e doratori. Avevo un bel cavallo, una principessa da corteggiare e un albero sempre pronto a farmi ombra.

Ora invece corro a piedi e indosso un gilet. Che mi sta anche stretto. Solo una cosa non è cambiata: il mio destino, a quanto pare, è rincorrere le donne.

Mia moglie è arrabbiata per il Güveç. L’ho bruciato proprio ieri che c’erano ospiti. Ma solo perchè lavoro in un ristorante non significa che non possa sbagliare. Ora la raggiungo all’hammam, le regalo la poesia che ho scritto e andrà tutto bene. Sono pur sempre un uomo del XVI secolo.

In questo scatto preciso sto passando tra questi due ragazzini che giocano a palla fra le strade del Fener. Lo vedete il più piccolo? E’ armeno. Quello alla mia sinistra invece è greco. Alle mie spalle uno zingaro sta facendo i tarocchi. Si godono gli ultimi attimi di chiaro, tra poco se ne torneranno nelle loro case di legno. Domani gli racconto che ho fatto pace con Harika e ci facciamo due tiri insieme. Dopotutto il pallone è una novità per me.

A pensarci bene questa foto potrebbe essere un po’ una miniatura senza tempo.

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