Quel che resta

Restava una tazza. Ho trascorso una giornata interna a domandarmi se fosse meglio aspettare o farla finita subito. Un modo come un altro per allontanare il momento dell’addio. Prima di arrendermi all’evidenza ho controllato meticolosamente in ogni angolo della casa, ho passato in rassegna tutte le mie scorte, confezione per confezione. Niente. Mi sono addirittura avventurato nel supermercato sotto casa, cosa che non facevo da mesi, ovvero da quando la puzza di cibo marcio era diventata intollerabile ed io ero ormai certo di essermi impossessato di ogni genere di prima necessità o alimento che fosse facilmente conservabile e che non richiedesse un’elaborata preparazione.

Mi ero coperto la bocca e il naso con una sciarpa, sia per il freddo pungente che per cercare di arginare quell’orribile odore che una volta entrato nelle narici non accennava ad andarsene per almeno un paio di giorni; ho indossato due maglioni di lana e la giacca a vento che usavo per andare a sciare ma nonostante questo una volta messo piede in strada non riuscivo a smettere di tremare come una foglia. Fortunatamente per raggiungere il negozio dovevo solo attraversare la strada; se il tragitto fosse stato più lungo probabilmente sarei morto assiderato. Mi sono maledetto nel momento stesso in cui sono entrato lì dentro. Il fetore della carne putrescente era molto peggio di come lo ricordassi, lo definirei intollerabile. I topi erano diventati i padroni indiscussi di quel posto; ovunque volgessi lo sguardo riuscivo a scorgere gruppi di cinque o sei roditori intenti a divorare gli alimenti ormai in decomposizione. Per dirla tutta quella specie di ratti non assomigliava a nulla che avessi visto fino a quel momento. Certo, non che se ne vedessero di continuo, però Dio santo! Questi erano decisamente troppo grossi, e per quanto desiderassi raggiungere gli espositori il mio stomaco non era assolutamente pronto per essere messo a così dura prova. Seppur mal volentieri sono tornato sui miei passi e ho riguadagnato in fretta e furia la tranquillità e la sicurezza del mio appartamento. Ho trascorso i due giorni seguenti in uno stato di totale prostrazione, domandandomi perché il destino si fosse intestardito con me al punto tale da togliermi tutto quello che possedevo. Ad ogni modo, nonostante le avversità, sono un inguaribile ottimista e per i primi mesi dopo quella dannata settimana in cui il mondo si è capovolto, ero convinto che qualcuno sarebbe venuto a salvarmi, che da qualche parte la situazione fosse migliore. Sbagliavo, ma non c’era nessuno lì con me per farmelo notare quindi ero libero di continuare a illudermi. Ho ceduto di fronte all’evidenza solo dopo un tempo apparentemente incalcolabile. Non sono praticamente mai uscito dal mio appartamento se non per fare un po’ di razzia nel negozio qui sotto; a ben pensarci la mia vita non è cambiata poi cosi tanto, la speranza l’avevo abbandonata tanto tempo fa, ben prima che questo disastro fosse anche lontanamente immaginabile. Giornate intere passate in coda negli uffici di collocamento, decine di colloqui in cui venivo scartato per i motivi più vari, per alcuni ero troppo giovane, per altri la mia laurea mi rendeva troppo qualificato, per altri ancora non avendo conseguito uno di quegli assurdi master che negli ultimi tempi saltavano fuori come funghi, non lo ero abbastanza. I miei genitori mi telefonavano ogni giorno minacciando di tagliarmi i fondi, fino a quando non ho ritenuto meno doloroso tagliare i ponti. Non capivano la brutalità dei miei tempi, per loro la vita era stata diversa, loro di progetti potevano farne. Mio padre ha potuto innamorarsi di una ragazza, sposarla, costruirsi casa e famiglia; io all’età in cui lui è diventato padre non avevo niente. E ora ho ancora meno.

Non c’è più mio padre, non c’è più mia madre, non ci sono più gli amici e le ex-fidanzate, le città sono ancora in piedi ma al loro interno non c’è più nulla, le macchine abbandonate in mezzo alle strade, il silenzio, questo maledetto silenzio che mi ferisce più di quanto mi abbiano mai ferito le parole.

E’ la stessa desolazione che avevo nel cuore anche prima ma ora so che non verrà mai nessuno a consolarmi e a darmi una pacca sulla spalla dicendomi che va tutto bene. Niente più risate, non guarderò mai più un film, non ascolterò mai più una canzone e tra poco non sentirò mai più nemmeno il gusto del caffè. Mi angoscia immaginare che anche quella piccola consolazione, una delle poche mie abitudini che avevo potuto mantenere senza grandi sacrifici, tra poco non ci sarà più. Mi aiutava a ricordarmi del tempo in cui il mondo era ancora vivo: le notti insonni bevendo una tazza dopo l’altra per riuscire ad arrivare preparato ad un esame all’università, gli interminabili pranzi di famiglia che puntualmente terminavano con mia nonna che preparava il caffè per tutti usando la moka che le aveva regalato sua madre e che aveva portato con sé quando era emigrata dall’Italia. Mi sono ritrovato a pensare al cappuccino che faceva mia mamma usando quello strano pentolino che serviva a fare la schiuma bella densa come quella del bar, alle volte in cui per fare lo splendido con una ragazza che avevo conosciuto e su cui volevo fare colpo, spacciandomi per un intenditore in virtù delle mie radici italiane, la portavo nella migliore caffetteria della città, consigliandole questo o quel tipo di caffè a seconda del tipo che avevo davanti; questo faceva in modo che le donne avessero di me un’ottima prima impressione, che generalmente svaniva durante gli appuntamenti successivi. Non ero uno di quei tipi brillanti, in grado di attaccare bottone con chiunque, alla moda, sempre pronto a prendere parte a vivaci discussioni intellettuali, men che meno ero in grado di far valere la mia idea su quella degli altri. Forse i miei modi troppo pacati mi hanno sempre fatto passare per una persona senza spina dorsale, non particolarmente interessante o simpatico. In pochi si sono presi la briga di andare più in profondità, se non ti piace la confezione perché sprecare del tempo prezioso scartandola per vedere cosa c’è dentro?

Per tutti questi motivi, quando la fine del mondo è iniziata, io ero solo nel mio appartamento.

I miei amici stavano con le famiglie e le fidanzate, io ero solo. Sono addirittura arrivato a pensare che è stato proprio questo fattore ad avermi permesso di sopravvivere, l’aver dovuto pensare solo al mio bene, il non dovermi preoccupare per nessuno se non per me stesso, mi ha aiutato a catalizzare tutta la concentrazione esclusivamente sulla mia salvezza. Non appena si è diffusa l’epidemia e il virus era nella sua fase più contagiosa, ho avuto la freddezza necessaria a tenere a bada la curiosità e l’avarizia (cosa che non molti altri sono riusciti a fare). Ho suddiviso in dosi minime il cibo che avevo in casa, bevevo l’acqua del rubinetto solo dopo averla fatta bollire a lungo. Seppur facendomi violenza sono riuscito a non aprire mai la porta, anche quando a bussare disperatamente erano madri che chiedevano aiuto per i propri figli; io e la mia coscienza avremmo fatto i conti in un secondo momento.

Il terzo giorno le linee telefoniche erano fuori uso, o per lo meno lo era la mia, per cui non dovetti preoccuparmi nemmeno di ricevere brutte notizie da parte della mia famiglia. Mi sono potuto concedere il lusso di illudermi che stessero tutti bene. Passata una settimana i rumori iniziarono ad affievolirsi rapidamente, niente macchine, niente pianti, niente grida, solo il silenzio profondo e opprimente. Dopo dieci giorni si sentiva unicamente l’eco lontano del guaire di qualche cane, poi nemmeno quello. Il uindicesimo giorno per la prima volta sono sceso nel negozio sotto casa per portare via quante più cose potessi. Mi sono coperto la bocca e il naso e ho indossato i guanti di plastica che uso per lavare i piatti (in una situazione così la prudenza non è mai troppa). Sono sceso per le scale. Non voglio parlare dei cadaveri abbandonati sui gradini o degli scenari che intravedevo attraverso le porte lasciate socchiuse. Non voglio ricordare.

È impossibile però dimenticare quella strana sensazione di sollievo che mi ha investito quando sono uscito all’aria aperta. La strada deserta. Quel disagio che da sempre mi accompagna quando mi trovo a contatto con il mondo, non c’era più. Ero stranamente tranquillo. Solo una volta che avevo finito quello che dovevo fare ed ero rientrato a casa, la solitudine e quella terribile sensazione di ineluttabilità, mi si sono riversate addosso come una doccia ghiacciata, mozzandomi il respiro per qualche secondo e lasciandomi boccheggiante come il pesce fuor d’acqua che sono sempre stato, cancellando quella breve sensazione di pace che mi aveva colto poco prima.

Ormai sono passati mesi, inutile pensarci. È certamente più utile bermi quest’ultima tazza di caffè, aspettare domani non renderà il momento del commiato meno triste, prolungherà solo la sofferenza. E poi, dopo tutto questo ricordare, ne ho proprio bisogno.

Mentre faccio bollire l’acqua sul fornellino da campeggio non riesco a smettere di rimuginare sul passato e il mio umore peggiora di minuto in minuto, mi sento di nuovo triste come in quei primissimi giorni.

Me ne rendo conto solo ora in maniera così definitiva. L’umanità è morta.

Ed in una frazione di secondo realizzo perché non riesco a darmi pace: dopo ogni grande tragedia il mondo si raccoglie, celebra il ricordo e supera il dolore. Ma in questo caso non ci sono capi di stato o regnanti a celebrare la fine del tutto. Ci sono solo io, l’ultimo uomo e in mano reggo una scatola di latta, l’ultima cosa che ancora mi lega alla mia vita precedente, l’anello di congiunzione tra il passato e il presente, a cui devo dare l’addio per poter fare il passo successivo.

So cosa fare. Me lo hanno insegnato i film che ho visto, i libri che ho letto. Sono stato solo al funerale di mio nonno e di certo non potrà essermi d’ispirazione, ma per una volta la cultura dà una soluzione pratica e mi guida in quello che devo fare. Mi infilo la giacca a vento e scendo per le scale, con passo veloce raggiungo l’incrocio più vicino e mi ci posiziono esattamente nel mezzo. Guardo verso l’alto e vedo il cielo azzurro sopra i palazzi. Respiro profondamente e mi sento bene, sono al centro del mondo, tutto inizia e finisce con me. Aspetto qualche secondo godendomi il momento.

Il vento che ormai da tempo spazza la città non mi delude, soffia forte.

Con gesto solenne apro la scatola di latta e con un movimento rapido disperdo il caffè solubile nell’aria. Per un secondo riesco a percepirne l’aroma.

Resto immobile ancora un po’, mi guardo intorno e lascio spaziare lo sguardo in quel niente che ormai inizia ad essere familiare.

Me ne torno verso casa e non so perché, ma ho voglia di canticchiare.

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