Guantoni e braccioli
La paura di nuotare di mia figlia che ha 6 anni e mezzo, mi ha spinto a portarla in mezzo al mare con dei braccioli. Approcci morbidi, migliorando quelli di mio padre che per farmi stare sopra una bicicletta a 5 anni ha lasciato che mi schiantassi contro un albero senza rotelle. Ho imparato ad andare in bicicletta ma si impone un’evoluzione della specie.
Ho iniziato a parlare del mare. Di quanto sia bello il mare con i suoi colori, con le sue onde, con le sue sorprese, con la sua storia straordinaria, di quanto sia profondo è vero, ma tutto sommato quanto sia un posto che gli occhi non conoscono mai davvero. Un posto che accoglie l’amore e le lacrime, un posto in cui ci stanno tante cose.
La domanda di Sophie, post pippone, è stata chiara: ma quindi io sono dentro la mia paura?
Dolce creatura dalle domande filosofiche nei momenti meno opportuni, Sophie mi regala sempre momenti di riflessione profonda. E per onestà intellettuale e rispetto delle domande intelligenti, tornate a riva ho iniziato a pensare alle mie paure.
Merito del mare.
A 41 anni ho molte paure. Le tasse, i soldi, la paura di perdere quello che ho provato a tenere insieme, le malattie, l’invidia, l’invadenza, l’ignoranza, l’insensibilità.
Ogni tanto per avere meno paura provo a convincermi che in fondo sia necessario temere qualcosa, come una sorta di anticorpo da inserire nella lista degli ingredienti per cuocere un dolcetto di “marzapane del coraggio” per strapparne al bisogno un pezzetto da mettersi in bocca.
Io credo che il coraggio sia dolce. Come marzapane. Poi che io non sia in grado di cucinare è un dato di realtà che non nuoce alla metafora ma rende l’idea di quanto le favole siano potenti.
La paura che ho gestito meglio? Quella di dormire da sola in una casa con una bambina di 18 mesi.
La paura che ho gestito peggio? Quella di morire.
La prima volta che mi sono trovata di fronte alla paura di morire è stata quando mi sono separata. Serpeggiava in me da quando avevo portato a casa mia figlia dall’ospedale, ma non aveva avuto tanto spazio per abitarmi i pensieri presa com’ero a star dietro alla creatura.
Ma quell’agosto di qualche anno fa evidentemente qualcosa era cambiato, una sorta di frastuono mentale dopo aver messo a letto mia figlia, chiuso la porta di casa e aver assodato di essere l’unica adulta in casa, si era accomodato tra i miei pensieri.
Proprio mentre aggiustavo i volumi interni la paura trovava terreno fertile per scatenare gli acuti.
E se morissi all’improvviso? La domanda terribile.
Immaginare le diverse modalità in cui avrei potuto lasciare mia figlia sola al mondo mi spaventava ancora di più e intanto mi costringeva ad una profonda analisi sul mio grado di stanchezza lasciandomi insonne.
Risoluta a dormire ho attivato Prudenza e Attenzione, sentinelle emotive, compagne diligenti ed esigenti alle quali ho affidato la gestione della paura di morire e di lasciare mia figlia sola.
Poi la vita ha complottato per terremotare quel tentativo di sicurezza.
Gli attentati.
Un’altra domanda terribile: e se morisse mia figlia?
Stremata dall’insonnia mi sono imposta di prendere a pugni la mia paura e non fare di mia figlia una persona che ha paura. Lineare. Forza trasmessa per imitazione.
In fondo ho imparato a pedalare dopo aver preso a pugni un albero.
Ma mentre scazzotto malamente mi domando “sono la stessa persona che ha scritto fieramente che mia figlia sarà del mondo, apparterrà a lui”?
Sì sono la stessa, ci credo fortemente e lavoro rispettando i suoi tempi affinché mia figlia diventi autonoma. Per me essere genitore è questo lavoro qui. Donare strumenti di autonomia. Ma oggi, a differenza di 6 anni fa, ho terminato due tessere punti di contraddizioni e il mondo non è più quello di una volta.
A 41 anni penso alla morte e mi spaventa il solo pensiero perché qualcosa che credevo fosse destinato a durare per sempre è stato fatto saltare in aria. Il corso delle cose è franato. Il futuro non è più quello di una volta, dice il saggio poeta Ivan.
Penso alla fine della vita perché sono quotidianamente esposta ed immersa in una società che porta tutto al limite, all’estremo, aldilà, una società sbilanciata, sospettosa, che grida, che strepita, che racconta bugie, che non si guarda allo specchio e che non chiede mai scusa. Una società che se fosse un bambino sarebbe semplicemente un bambino viziato.
Una società che ha perso gioia, speranza, stabilità, rigore, prudenza, attenzione, rispetto. E ha paura, in realtà più d’una.
La paura dei vaccini, la paura dei migranti, la paura dell’approfondimento, la paura della responsabilità, la paura della realtà, figlie di una paura più grande, quella di morire appunto.
E’ vero che il mondo è iniziato con i dinosauri, poco affabili, ed è vero che è sempre stato un posto pericoloso. Ma quando il Dinosauro si mette a bordo di un furgone e ti punta, se hai una o due vite da proteggere le cose non si fanno semplicissime. Con la mia paura di morire o di veder morire qualcuno ci dovrò convivere, mi pare l’unica cosa sensata da fare.
Ma intanto occorrerà anche aggiornare e migliorare gli strumenti di autonomia emotiva e culturale che voglio donare a Sophie. Che è del mondo e continuerà ad esserlo. Un mondo che non è più quello che credevo ma che continuo a pensare che stia in equilibrio perché c’è chi la paura la combatte davvero e chi la alimenta.
