ll primo giorno di un nuovo anno: una passeggiata lunga una vita

Il 1 gennaio di ogni anno mi sento sempre frastornata. In fondo anche i tumulti emotivi interiori hanno una certa ritualità, proprio come le consuetudini dei periodi di festa a cui ci abituiamo sin da piccoli.

É un giorno che poco ha a che fare con un nuovo inizio e sembra invece portare con se una zavorra, di vincoli, forzature, nodi che si devono districare, pensieri che devono riprendere a camminare.

La pesantezza dovuta al cibo in eccesso, ai ritmi di sonno e riposo, turbati da stacchi, rotture, giorni che sembrano uguali e scanditi da volti, auguri, pensieri non sempre reali di felicità, arriva quel giorno ad estremi che obbligano a compiere azioni.

E non è detto che queste siano coincidenti. Le mosse, che agitano il corpo e la mente, oscillano tra la voglia di andare, di muoversi e camminare e quella di stare, aspettare, rimandare. Tra negotium e otium, direbbero alcuni dell’antichità.

In verità è questo accumulo di ingorde consuetudini a tenerci in ostaggio, in attesa di un numero 2 che tutto rimetta al suo posto. Come a ripristinare uno schema di apparenti certezze e routine che almeno, è certo, possiamo meglio controllare, regolare, stabilire se assecondare o deviare.

Il 1° giorno di un nuovo anno, quando ero bambina, era un giorno di pigre abitudini: la sveglia, tardi, il latte, il pandoro, il concerto alla tv, la marcia di Radetzky e batter le mani di un tempo uguale ogni anno. Poi il pranzo, familiare, atteso, allagato, con l’euforia ancora viva della notte precedente, del far tardi ad attendere la mezzanotte e i botti al balcone. Cose che sembrano piccole conquiste di un mondo adulto ancora lontano.

I giochi, al tavolo con i grandi, il pranzo al tavolo dei piccoli: un confine di sedute e cerchi in cui circoscrivere i campi delle proprie esistenze e le priorità delle stesse.

Poi, dopo il pranzo, che di solito avveniva in casa di una delle zie, un altro rito, immancabile, liberatorio, da adulti che accolgono i piccoli: una lunga passeggiata digestiva, per le strade di una città vuota, riparata al caldo sicuro di mura domestiche e familiari, ancora operose di chiacchiere futili che lasciano al tempo del domani il peso di scelte più dure.

Camminavo accanto a mio padre, a uno zio a un cugino, percorrendo strade dai negozi chiusi, dai cinema grandi e con i manifesti delle ultime uscite, film per famiglie e bambini; tutti pronti a riaprire il giorno seguente, ma adesso vuoti, silenziosi, fermi. Ogni tanto, per strada, qualche altro camminatore da primo gennaio, in cerca di aria e solitudine, in fuga da ingordi rincontri di famiglia, chiasso, divani troppo piccoli per accogliere tutti, riposini negati, monopoli tv e giochi di carte noiosi.

Un lungo giro dell’isolato, che sembrava durare chilometri ma in realtà segnava distanza di gran lunga inferiori. Poi, dietro front: si tornava verso casa dove tutti erano rimasti come in attesa. Non si sapeva bene di cosa. In attesa, forse che il tempo passasse, ma non da soli.

Anche oggi, il 1 gennaio di questo nuovo anno, mi sono svegliata un po’ più tardi del solito. Una rara eccezione del mio disamore per l’ozio tra le lenzuola; c’è un’ora in cui i neuroni decidono che è tempo di riaccendersi, senza scuse e possibilità di proroga.

Anche oggi una lunga passeggiata, solitaria, mattutina, ventosa e necessaria. C’è sempre silenzio, poche macchine, qualche cane al guinzaglio del proprio padrone; ricerche di solitudine e ristoro dal torpore; case che attendono di essere raggiunte; altri pranzi che stanno per essere consumati.

Camminare nelle vie della città, nel vuoto apparente, nella sensazione di poter controllare tutto con il passo delle mie gambe sull’asfalto, mi solleva da sensi di colpa, da stasi, da pigri pensieri di improduttività. Che brutta parola. Eppure è quello: il desiderio di non voler perdere neanche un attimo, la resistenza quotidiana alla routine, alle cose volute da altri ma non da me.

Non cammino solo il 1 gennaio. Cammino sempre, tanto, anche se a volte il percorso sembra sempre lo stesso. Vorrei poterlo fare di più ma so che non sempre posso. É un limite con cui ho imparato a fare i conti.

Quanti kilometi avrò fatto lo scorso anno? Quanti ne avrò fatti in 38 anni? Quanti ancora ne farò?

É questo il primo gennaio: una passeggiata lunga una vita.

Un ritmo di gambe e pensieri che sembrano uguali nel tempo, ma cambiano e aggiungono passi ogni anno a una cosa che è nostra e solo nostra.

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