La Sicilia, dal satellite, la notte

Soli nella notte

Storie di connessioni in 56k

A settembre 2016 Matteo Caccia aveva deciso di leggere su Radio 2, all’interno della trasmissione radiofonica Pascal, questa piccola cosa curiosa che mi era accaduta anni fa. Ho avuto il terrore che fosse una roba alla Harmony, ma nei miei ricordi resterà la coincidenza più anomala della mia vita: qui il podcast (la sua voce, non c’è dubbio, la rende più bella). La puntata si chiamava “Soli nella notte” e la regia, mentre la storia scorreva, aveva messo su questa versione di Because the Night. Era notte, ho acceso la radio, ed ho alzato il volume.

Ho vissuto fino a 18 anni nell’entroterra siciliano, quello aspro e irraggiungibile che mi ha tirata su fin da bambina a colpi di spine, spighe e arsura. È la faccia secca della Sicilia che non troverete mai nelle belle top ten che infiocchettano le partenze dei turisti; dove i paesini mantengono le stesse corriere dagli anni 60 e dove l’isolamento forgia gente timida, chiusa, mai ruffiana, impassibile alle smancerie, sempre impreparata ai cambiamenti, fedelissima alle tradizioni e con una meravigliosa vocazione al religioso silenzio. Un’umanità vastissima dispersa tra colline che s’apparano per chilometri di strade dissestate. E che poi ti regalano fortini di boschi e di grano, di pace, di luce gialla abbagliante e di nuovo silenzio. Provincia della provincia della campagna siciliana. Quella dove il digital divide è sempre esistito e non verrà mai colmato. E ancora per altri 50 anni nessuno ancora ci porterà certamente nel futuro. Con una connessione 56k restavo appesa al sogno di stare al passo col resto del continente. Quando il modem si attaccava alla rete dopo un fruscio di 15 minuti che mi lasciava in apnea, io avevo la sensazione di ricollegarmi con la civiltà. Intanto a scuola un’antologia mi diceva

“cosa sia Sicilia dell’entroterra, fuori dalle sue città capitali e dalle sue strade di grande comunicazione, può immaginarselo solo un contadino del Pakistan o un pastore dell’Estremadura”.

“Da dove scrivi?”, mi chiedevano su C6, il primo sistema di messaggistica istantanea che avevo sperimentato.

“Eh, dal Pakistan”, rispondevo.

Ero sola, in mezzo al niente. Non c’era un cinema, il segnale di MTV non era mai arrivato, riuscivo a scaricare un mp3 una volta al mese. I pomeriggi erano fatti di sassi lanciati al lago, e in mezzo c’era solo luce che abbaglia. E giallo, giallo e arido. Pakistan o Sicilia, che importava? ladyoscar. Era il mio nickname deciso un po’ a casaccio buttando l’occhio a quello che passavano in tv. Fuori dalla finestra rintocchi di campane non di chiesa ma delle più vicine mucche, cicale che ti infestano il cervello e ogni tanto zoccoli di cavallo. A quindici anni parlavo poco e niente. Leggevo biografie. Io le amo troppo le storie degli altri. Mio fratello mi aveva spiegato che bastava non dare troppa confidenza e chiudere subito la conversazione se qualcuno mi molestava. I luoghi dove si entrava a parlare si chiamavano “stanze”. Mi si era appena aperto un mondo di storie. Storie random, anonime, da ogni parte d’Italia. Quasi sempre, storie dalla città.

Simone non l’avevo mai visto. Non c’erano webcam e con lentezza della mia connessione potevo contare sull’invio di una foto ad occhio e croce per il 2020. Tanto a nessuno dei due fregava molto che faccia avessimo. Sapevamo solo aspettarci ogni giorno. Ogni giorno. Per mesi, per anni. Ogni giorno. Alla stessa ora. A volte me lo immaginavo girare con la vespa in una Roma splendida e caotica. In mezzo a quel caos che volevo fortissimo. In mezzo a quella folla che immaginavo mi abbracciasse.

“Che hai fatto oggi?”

“Niente. Ho letto”

Non è che facessimo chissà che. Parlavamo. Parlavamo come solo due adolescenti sanno fare se si conoscono da poco e se vivono in mondi così diversi. A volte provava a spiegarmi com’era bella Roma la notte. Io provavo a spiegare il silenzio della campagna in estate. Ma spiegare il senso di smarrimento mi veniva poco bene. Preferivamo buttarci addosso tutta la vita, tutti i sogni, tutta la voglia di scappare. Ciascuno dai propri luoghi. Io da una provincia che mi stava stretta, lui non so bene esattamente da che. Promettevamo di incontrarci ogni giorno. E le chat duravano chilometri. Le telefonate ore. Le lettere erano romanzi.

Poi è successo: ci siamo persi. Lentamente, senza una spiegazione precisa. Era l’estate della sua maturità. Dopo il liceo voleva arruolarsi nei Carabinieri. Avevo 15 anni. Lui 18. Non l’ho mai più sentito.

La Sicilia è spietata pure per chi la odia e poi l’abbandona. Giri il mondo per scordarla, poi ti ammali di malinconia e vuoi tornare a vederla. Sarà colpa di tutta questa luce. Cosi dopo essere andata a cercare il caos del continente sono tornata in esilio nell’isola. 
Provincia di Palermo. Estate torrida e il solito silenzio della campagna siciliana. Ho 25 anni e sono le 2 di notte. Posto di blocco. Il Carabiniere mi ferma.

“Favorisca i documenti”

Favorisco i documenti.

Li guarda, mi guarda: “ladyoscar. Sei tu.”


Una versione di questa storia qui è stata poi ripresa in “La notte porta scompiglio — Così è Palermo dal tramonto all’alba” Dario Flaccovio Editore