Passatge Pere Calders, Barcellona — fotografia di Elisa Speroni

Caramelle rosse

Eli S
Eli S
Feb 23, 2017 · 2 min read

“Quante?”

“Due etti.”

“Quanti?”

“Due bicchieri.”

Capivo che era domenica dai suoi abiti: il nonno indossava un completo più elegante del solito e appuntava un piccolo fiore sul taschino. Domenica voleva dire due cose: pollo con le patate per pranzo e Chiesa del Carmen. Io non ci volevo mai andare a messa, pensavo alla voce noiosa del prete e pensavo ai miei amici che giocavano a calcio insieme al parco, più o meno alla stessa ora. Mi sembrava una grande ingiustizia. Ma il nonno, quasi nel tentativo di ristabilire una sorta di equilibrio nell’universo, mi diceva sempre: “Dopo ti compro le caramelle, Oriol!”.

Nessun bambino può resistere al richiamo delle caramelle, quelle poi. Le mie preferite erano rosse, come le scarpette di Dorothy del Mago di Oz. Mi lasciavano la lingua fluorescente per una buona mezz’ora e mi impiastricciavano le mani che riuscivano a incollarsi tra di loro. Le adoravo. Se mi concentro, sento ancora l’aroma di lampone che percepivo lieve sotto quell’overdose di zucchero. Lui mi portava a La Confitería.

Era un posto che mi ricordava le favole, almeno due o tre tutte insieme. C’era uno specchio dove mi mettevo a fare le linguacce per osservare la mutazione della mia lingua. Bastava una piccola sfera rossa in bocca per trasformala in un serpentello dal colore innaturale. Mi sentivo spinto in un mondo in cui il Brucaliffo fuma narghilè seduto sul fungo, il Coniglio Bianco parla ed è perennemente in ritardo e, se non fai attenzione con la pittura, possono tagliarti la testa.

Mi sembrava un posto che sarebbe piaciuto tanto a Mago Merlino e me lo immaginavo mentre ricomponeva tutto il negozio dentro a una minuscola valigetta, cantando Hoketi Poketi e parlando con le tazzine da caffè.

Ma, più di tutte le favole del mondo, questo posto richiamava alla mia mente L’apprendista stregone. A volte la signora che gestiva la dolceria lasciava il secchio con lo straccio in bella vista. Era un dettaglio che non sfuggiva mai ai miei occhi. Immaginavo che, a una certa ora, quando la notte calava e non c’era più nessuno nel negozio di caramelle, la scopa prendesse vita e trasportasse in giro il secchio dell’acqua. Era l’unico motivo che trovavo a sei anni per spiegarmi quel pavimento lustro nonostante il passaggio di tante, troppe scarpe.

Adesso vengo ancora a La Confitería. Ci vengo per il loro vermouth, anche. L’insegna è rimasta la stessa, i ripiani di legno scuro sono ancora loro, anche lo specchio è rimasto dov’era. “Sembra ancora il negozio di caramelle di una volta”, mi dico quando metto piede qui.

Però non ci sono più caramelle e non c’è neanche più mio nonno.