Tetano

Un forte soffio di vento e il cappello volò giù dalla terrazza del belvedere, dove Lorena stava contemplando un paesaggio marittimo illuminato da un sole ardente. Nella pendenza sottostante si accalcava una quantità irreale di rifiuti urbani che ricoprivano la parete inclinata ricoperta di erba. Il cappello morto in mezzo a tutto quel nulla. Sotto al belvedere si trovava una via di passaggio, dopo pochi minuti di macchina Lorena era laggiù.

“Puoi aspettarmi qui?”, chiese all’amica.

“Ma dove vai? Guarda che schifezza che c’è qui sopra!”, rispose Elena, “Non vorrai andare in mezzo a tutto quello schifo per un cappello da due soldi? Lascialo dov’è!”

“Dai, ci metto un attimo.”

Elena stava vicino alla macchina. La portiera era aperta e la musica alta risuonava nell’aria. Faceva molto caldo e, man mano che Lorena si allontanava dal veicolo, le chiacchiere delle cicale si fondevano con l’elettronica minimale di Trentemøller, dando vita a una nuova versione di Moan.

Ancora stanca dalla serata precedente, aveva un alone di mascara nero sulle palpebre inferiori che si era insinuato nelle sottili rughe d’espressione. Indossava ancora la stessa camicia a quadri, portata sbottonata, da cui si intravedeva una semplice maglietta bianca.

Scavalcò il muretto e iniziò a risalire la pendenza, facendo attenzione ai pezzi di vetro e a tutti gli oggetti che senza cura vengono buttati nel mondo quando non servono più. A poco a poco, scalava, aiutandosi con le mani, cercando di non danneggiare la pelle delle sue gambe abbronzate.

Osservò il suolo: preservativi usati, fazzoletti sporchi, lattine schiacciate, bottiglie in frantumi, brandelli di pagine del giornale, vestiti ridotti a stracci, un paraurti solitario, la testa di una bambola e, a pochi metri, il suo corpo bruciacchiato, tanti mozziconi di sigaretta, una siringa spezzata.

Osservò l’orizzonte: sabbia bianca, un mare caraibico sfumato fino al blu, alcuni puntini in movimento camminavano, nuotavano, si bagnavano con il sole agostano di San Vito lo Capo.

Osservò il cielo: la luce pura.

“L’hai visto?”, urlò Elena.

“È ancora più su.”

“Fossi in te scenderei. Non ti stava neanche bene quel cappello”, e risalì in macchina chiudendo la portiera.

Lorena si girò e riprese la salita. Era certa che il cappello fosse caduto poco lontano dal paraurti. Solo quando lo raccolse capì di avere un problema da risolvere: sembrava impossibile arrampicarsi sul muro e arrivare al livello della strada e altrettanto impossibile scendere dalla parete, facendo il tragitto al contrario. Il muro era troppo alto e la parete troppo ripida. Bloccata per un cappello!

Aveva comprato quell’oggetto il giorno precedente su una bancarella. Un semplice cappello di paglia contornato da un nastro di cotone giallo. Avrebbe potuto ricomprarlo, o farne a meno. Invece, eccola lì.

Guardò ancora le due vie di fuga in preda all’inquietudine. Si concentrò sul muro, cercando degli appigli in cui inserire i piedi e scalare quella parete alta un paio di metri per ritornare al belvedere. Niente. Provò a urlare. Nessuno. Le lancette dell’orologio si muovevano al rallentatore nel caldo torrido.

Si spostò di qualche metro e analizzò meglio la parete. Notò dei chiodi a distanze regolari, sporgenti a sufficienza per poter far leva con i piedi e arrivare al belvedere. Indossò il cappello e, con le mani libere, salì quei due metri con gran fatica. Mise un piede in una rientranza e con l’altro fece leva su un chiodo. Scavalcò la ringhiera, posò i piedi sul selciato e si incamminò verso l’auto. Quindici minuti di percorso, gli ultimi per godersi quel panorama sempre più infuocato.

L’amica, mappa e iPhone in mano, stava studiando le tappe successive del viaggio. Erano arrivate da tre giorni, ma ne mancavano ancora sette. Troppe cose da vedere sull’isola più grande del Mediterraneo. Da quando erano atterrate, avevano accumulato una serie di consigli: “Dovete andare a Erice, comprare la frutta a Ballarò, prendere il sole alla Scala dei Turchi e a San Lorenzo; dovete assaggiare il cioccolato di Modica da Bonajuto, la limonata con il seltz a Ortigia, la granita migliore la fanno qui, il cannolo più buono lo fanno là”. Una lista interminabile. Elena stava valutando il percorso migliore per conciliare tutto. L’aria condizionata e la musica accesa bloccavano il trascorrere del tempo.

Lorena salì in macchina.

“Eccomi qui!”

“Ci hai messo un sacco di tempo!”

“È stata dura, Ele.”

“Quello che cos’è?”

“Mi sono sporcata?”

“Anche, ma mi riferivo a quello” e indicò il rivolo di sangue che dal ginocchio sinistro scendeva denso verso le caviglie.

“Non me n’ero accorta.”

“Ecco qui”, Elena tirò fuori dalla tasca un fazzoletto, “Ti fa male?”

“No, tutto a posto.”

“Vuoi andare a farti vedere?”

“Ma no. Andiamo in spiaggia?”

San Vito Lo Capo, 15/08/2013 — fotografia di Elisa Speroni
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