Interpretare interpretazioni rende miopi
La TV, Facebook, Twitter e l’annullamento del senso critico
Non guardo la TV da almeno due anni. Ad onore del vero, il consumo che ne faccio è minimo ed occasionale: solo se strettamente necessario, per assistere ad eventi di interesse nazionale e solo a casa di altri.
Fino a qualche tempo fa, questo snobismo era motivo di vanto, perché essere esclusa dalle metanarrazioni televisive di massa del giorno dopo mi dava un tono.
«Tanto c’è Facebook. Tanto c’è Twitter.» Continuavo a ripetermi, convincendomi, che non fosse necessario incollare gli occhi alla TV e invece, chi ha scelto di «fare comunicazione» deve mettere da parte qualsiasi pregiudizio sul mezzo, perché altrimenti una giustificabile presa di posizione diventa il suo stesso limite.
Quello che accade in una trasmissione televisione ha un hic et nunc definiti che influenzano l’interpretazione, che rimane pur sempre soggettiva.
La poiesi narrativa sui social che vede il resoconto del giorno dopo protagonista delle nostre bacheche, altro non è che una versione edulcorata e filtrata di un fatto.
Dovremmo provare a fare un esperimento: facciamoci raccontare la fiaba di Cappuccetto Rosso da 10 persone diverse. Sono sicura che avremo 10 fiabe diverse.
Ora, il senso critico non è gerarchico, né qualitativo a priori.
Il senso critico è trasversale e qualitativo a posteriori.
La processualità dell’esperienza – non a caso i tedeschi la chiamano Erfahrung - rimane l’unica via attraverso cui il senso critico si possa formare.
Interpretare interpretazioni pare renda miopi. Quindi tornerò a guardare la TV, con buona pace degli intellettuali.
