La discrezione di un atomo
Dopo il segnale acustico, controllatevi le scarpe.
Quando sono un poco giù di corda, mi rifugio qui, tra gli scritti logorroici e l’anonimato più protettivo. Medium è più discreto e mi rende più intima. Mi tiene vicina e lontana. Su Facebook ci vado quando voglio fare chiasso e sbattere i piedi.
Seduta sul water ascolto tutti i rumori: un insopportabile ticchettio del rubinetto della doccia che sgocciola, il volume alto della serie TV preferito dalla mia coinquilina, il boato delle automobili, lo «sladenghete» del cancello che si chiude. Riesco persino ad udire quel «Uuuuuuuuuuuuu» penetrante che di solito fa il silenzio.
Sai perché te lo dico? Perché è giusto. Perché voglio che tu sappia che non riesco a sentirti tanto bene. E per questo sto ascoltando ogni singolo rumore: per imparare a riconoscere il tuo.
Non ora però.
Qualcuno ha appena chiuso di nuovo il cancello.
Chissà chi si è seduto su questo water prima di me. Questo edificio ha più di cinquant’anni. Le pareti kitsch e il verde acido alternato al malva sembrano quasi graziosi, se penso che potrebbero esserci al loro posto delle anonime pareti ingiallite.
Scrivo qui, perché altrove non capirebbero le intenzioni del mio scrivere. E mi lascerei violentare crudelmente.
Ho lavato i piatti, ordinato la camera da letto, svuotato la valigia e sistemato i panni. Ho buttato gli scontrini vecchi e le carte inutili.
Ho il collo teso. E la pelle sudata.
Chissà chi sei tu e che cosa ti ha portato qui.
Fino a questo punto.
