Per favore, non mettete la velocità nei vostri caffè

Dal bisogno al capriccio

Eravamo sensibili al prezzo, ora il nostro capriccio si chiama velocità. Tanto più una risposta alle nostre richieste è immediata, tanto più siamo propensi all’acquisto. Vale per l’amore, per le risposte su Whatsapp e Facebook, per i feedback di un colloquio, per la conferma di un appuntamento dal parrucchiere.

Instant gratification, la chiamano così gli psicologi del marketing. I consumatori vogliono tutto e possibilmente subito, senza ritardi, rallentamenti, intoppi.

“Ci avete abituato male” — potrebbe dichiarare qualche attento osservatore. E qualcuno potrebbe replicare: “Definisca i ruoli. Chi ha abituato male chi?”.

La pubblicità e il marketing ci hanno abituato male. Ci hanno abituato male i convegni in cui il cliente ha sempre ragione si è trasformato in il cliente ha il pepe a culo e guai a non assecondarlo. Subito, s’intende.

Ma non ci avevano detto che le cose fatte bene sono quelle lente, che “prima il dovere e poi il piacere”? Che la gatta frettolosa ha fatto i mici ciechi? Sì, tutto vero, ma non vale per il “digital”.

Nella vita reale ci sono file e code lunghissime: alle poste, allo sportello delle banche, dal macellaio. Nella vita reale ci sono le lunghe attese dal medico di base, gli eterni deliri semaforici, le ore fermi in mezzo al traffico. E ci innervosiamo, perché se il trasporto fosse digitale e avessero inventato una maniera per smaterializzare la materia e ricomporla “tutta e subito”, il qui ed ora di cui patiam la voglia sarebbe un pulsante enorme appiccicato sulle nostre fronti.

Questo succede quando contaminiamo forzatamente due mondi: quello della carne e quello dell’hardware. E facciamo in modo che l’uno si lasci trasformare grazie all’altro, ma ci dimentichiamo che le rivoluzioni, per essere digerite ci mettono secoli.

Il digitale va veloce. Gli impulsi non diventano più impulsi, bensì capricci.

E noi del marketing non stiamo facendo altro che assecondare capricci. Altro che bisogni.