In Italia il lutto laico non esiste

Lutto cittadino di Emanuela Marchiafava

La morte di qualcuno che amiamo esplode nelle vite di chi rimane: capita a tutti, ma nessuno ti dice che niente sarà come prima e che del vuoto che rimane, dovrai fare spazio da riempire. Ci ho messo sei mesi per riuscire a leggere “Kissing the dead” un articolo pubblicato a settembre 2016 dal New Yorker, proprio mentre mio padre stava vivendo le sue ultime settimane, ricoverato in un reparto per la terapia del dolore, l’ultimo, quello in cui entri e basta.

Quando una persona che ami entra in un posto come quello, per morire nel modo più indolore possibile, nessuno prepara nessuno, né il malato, né chi gli è accanto; esiste la psicotanatologia per questo, ma io l’ho scoperta solo ora, in questi giorni in cui tanto si parla di dichiarazioni di fine vita, eutanasia, suicidio assistito e delle loro differenze. Sono personalmente favorevole a tutti questi diritti e facoltà, ma ora vorrei riflettere sul tempo del commiato e del lutto, un tempo che si addensa attorno alla morte di chi se ne sta andando e nella vita di chi resta, un tempo di scelte profonde e continue. Arrivati a un certo punto, i medici consultano i familiari per sapere se e fino a quale dose aumentare la cosiddetta sedazione profonda continuata o se si “vuole” anche l’alimentazione forzata, nel caso in cui se ne presenti la necessità. Lo chiedono prima, anche molto prima, perché non sanno se e quando si verificheranno le condizioni per. Noi in famiglia ne abbiamo sempre ragionato e ci siamo sempre confrontati, sapevamo come rispondere, ma a quanti capita di essere pronti?

Poi, però, babbo se n’è andato per davvero e abbiamo eseguito le sue volontà: cremazione e niente funerali. E lì, in quel tempo doloroso, mi sono accorta di quanto sia desolato in Italia lo spazio sociale per il lutto laico. Se non scegli il rito funebre cattolico, tutto è diverso: la cremazione, gli annunci, il commiato.
Gli annunci funebri affissi per qualche giorno nei pochi spazi per le affissioni pubbliche sono insufficienti perché la notizia raggiunga tutti: di solito, infatti, in tanti “controllano” quelli fuori dalla chiesa, ma se non fai il funerale religioso, niente affissioni in parrocchia, ovviamente. Si rimedia — vergognandosene anche un po’- con Facebook, sperando che raggiunga qualcuno in più; serve a qualcosa, ma a poco.
La cremazione è, invece, relegata a mesta pratica burocratica espletata da uffici comunali periferici, con impiegati che a fianco dell’espositore con i modelli delle urne cinerarie, si lasciano scappare espressioni come “il giorno in cui bruciamo i morti”. E quando quel giorno arriva, ti riconsegnano tuo padre nell’urna prescelta, ma dentro un cartone riciclato alla bell’e meglio.

Devi decidere anche, su due piedi se non ci avevi pensato prima, se la cremazione è con affido o con tumulazione. Se scegli di tenere le ceneri a casa, devi impegnarti per iscritto che non le muoverai mai dal domicilio indicato, perché un’ispezione potrebbe sempre capitare (!) e guai a traslocare in un’altra regione, ci sarebbe da fare tutta una trafila per autorizzare il trasloco dell’urna cineraria. Pare, infatti, che la normativa sia regionale e che ogni regione disciplini a modo suo: verrebbe da dire che nemmeno più la morte è una livella, se ti fai cremare.
Non ci sono spesso neppure luoghi riservati per i funerali laici: se vuoi celebrare il commiato, non sai dove farlo. Se a lasciarci è una persona nota nella sua comunità o un personaggio pubblico, le orazioni funebri si tengono in luoghi istituzionali, ma per chi ha solo vissuto la sua vita che spazi ci sono? In alcuni cimiteri c’è un’area dedicata, a volte al chiuso, altre all’aperto, ma di solito si trovano in quelli in città: nulla è previsto per tutti coloro che vivono in provincia, oppure per chi ha scelto la cremazione con affido, quando non avrebbe senso andare al cimitero per poi tornare a casa.

Quando racconti della scelta fatta da tuo padre, in tanti ti rispondono con le loro esperienze fatte di liste d’attesa per la cremazione, perché i forni crematori a volte sono pochi, a volte sono sottoutilizzati, a volte sono molto distanti; e di nessuno spazio per funerali laici. Quasi nessuno si lamenta pubblicamente, forse per una forma di pudore, forse perché fiaccati dal dolore del lutto.

Sono andata a rivedere la definizione di lutto: dal latino lūctus -us, derivato dal tema di lugere «piangere, essere in lutto», una condizione che dovrebbe essere manifesta, ma che a me pare tale solo per quanto riguarda il lutto pubblico, cittadino o nazionale, mentre quello privato è stato compresso fino quasi a sparire. Un tempo ce n’erano addirittura tre tipi: lutto grave, mezzo lutto e lutto leggero, periodi codificati e troppo rigidi, ma che adesso neppure sapremmo ricordare. Il lutto non si porta più: gli abiti neri, la fascia nera al braccio, la striscia o il bottone ricoperto di panno nero al risvolto della giacca sono quasi sempre segni utilizzati, in tutto o in parte, nel solo lutto pubblico. Oggi il lutto non si mette e non si mostra, non abbiamo (o non vogliamo più?) né i suoi simboli né i suoi tempi.

Questi temi però non devono essere relegati nel dolore privato o in un regolamento comunale stilato frettolosamente in sordina, perché riguardano tutti noi e meritano invece di essere condivisi, dobbiamo trovare parole buone e scegliere luoghi diversi per un nuovo lessico del lutto, soprattutto per quello laico. E facendolo, faremo anche più spazio per il lutto di chi rimane. Perché non riusciremo a parlare — e decidere — di eutanasia e suicidio assistito se neppure della morte naturale riusciamo a occuparci.

Già pubblicato su Il Post il 21 aprile 2017

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