Modern Drama

Le luci gialle dei lampioni seguivano passo passo le curve sinuose della circonvallazione. Quel groviglio di strade illuminate a giorno, irrorato di automobili che sembravano girare sempre su sé stesse, pareva, dal punto da cui Arturo Benedetti guardava, un enorme flipper.

Arturo Benedetti era poco più in là, seduto dentro la sua utilitaria nel parcheggio del fast-food, luogo dove gli avventori di quella superstrada potevano trovare cibo e riposo: una locanda illuminata al neon.

Nell’oscurità della macchina, gli facevano compagnia gli avanzi del suo pasto: un bicchiere di birra in plastica vuoto, uno mezzo pieno, un milk-shake e la carta stropicciata del cheeseburger, tutti stipati nel portavivande tra i due sedili davanti. Non aveva la minima intenzione di mangiare, quando era arrivato lì. Ma si era come sentito in obbligo di ordinare qualcosa solo per occupare quel posto al parcheggio. La ragazzina (non poteva avere più di vent’anni) che lo aveva servito gli era apparsa subito molto carina, con quel suo sorriso e quegli occhi stanchi. Mentre ordinava, lui cercava di fare lo spiritoso, lei si sforzava di sorridere alle sue battutine, ma si capiva che odiava quella situazione, quel posto, i clienti, tutto quanto.Arturo per un attimo ci aveva anche pensato, a proporre a quella ragazzina di scappare via da tutto insieme a lui, per sempre, ma sapeva anche lui che non ne valeva davvero la pena. Aveva ordinato due birre nella speranza che lei accettasse il suo invito a bersene una con lui — con quei prezzi, poteva permettersele — ma lei molto educatamente aveva rifiutato.

La luce del telefono, dritta negli occhi, cominciò a dargli fastidio. Eppure continuava a guardare e a far scorrere la punta dell’indice cambiando continuamente le schermate. Non aveva voglia di niente. Prima aveva dato un’occhiata al quadrante dell’orologio e aveva provato un senso di profonda vergogna ad essere ancora in giro a bighellonare per le strade a quell’ora tarda. Perciò aveva deciso che sarebbe stato meglio per lui se si fosse fermato un attimo e avesse aspettato che succedesse qualcosa.

Non successe niente, per un bel po’. Quando ad un tratto il telefono vibrò per mezzo secondo, facendo trasalire il povero Arturo, che si era appisolato per un momento. Gli era arrivato un messaggio, un messaggio dalla persona che meno si aspettava di sentire, specialmente a quell’ora. Lesse il messaggio con titubanza:

Torni a casa stasera?

Quel messaggio, così breve e inaspettato, lo colpì al cuore. In quelle quattro parole c’era tutta quella crudele passività che solo lei poteva avere e che Arturo odiava dal profondo. Perché? Perché doveva trattarlo in questo modo? Non era mica sua mamma. Dopo qualche secondo, si decise che era meglio non risponderle. Non ne valeva davvero la pena.

Comunque continuò a guardare il cellulare, ignorando la notifica e continuando a fare destra e sinistra con le schermate. In quel momento Arturo non sentiva più niente; nessun pensiero gli balenava per la testa, nessun ricordo vicino o lontano lo sfiorava.

Nel suo piccolo mondo buio, Arturo non aveva ancora notato che un gruppo di ragazzini si era radunato proprio davanti alla sua macchina. Si scambiavano complicati gesti di saluto per poi appoggiarsi a una ringhiera. Guardandoli, Arturo si chiese se qualcuno di loro, camminando di fianco al veicolo, l’avesse notato, così rannicchiato nel sedile con la faccia impiastrata dalla luce pallida del telefono. Non riuscì a trovare le parole adatta per esprimere il sentimento che provava in quell’istante. Quanto brutto e vecchio doveva sembrare in quella posizione! Cercava di non pensarci, senza sucesso.

Finì la seconda birra e gettò il bicchiere vuoto nel sedile posteriore. Si mise a guardare i ragazzini, che sapevano che fosse lì. Indossavano tutti dei giubbotti dai colori scuri. Non riusciva a sentire quello che si stavano dicendo; probabilmente si raccontavano storie che per loro erano divertenti visto che ridevano in continuazione. Ogni tanto qualcuno di loro alzava il tono della voce o dava una leggera spintarella ad un compagno, ma sembravano allegri, tutto sommato. Bevevano da bottiglie di vetro che tenevano raccolte in sacchetto di plastica del supermercato. Con l’avanzare della notte, il liquido nelle bottiglie diminuiva e la carta dei cheeseburger ai loro piedi diminuiva.

In tutto questo, Arturo Benedetti era sempre lì, seduto davanti al volante della sua piccola utilitaria piena di immondizia sotto i sedili.

Sempre meno persone attraversavano l’autostrada. Anche il parcheggio del fast-food andava pian piano svuotandosi. Il tono di voce dei ragazzi si faceva più alto e goliardico. Arturo pensò che quei ragazzi potevano benissimo essere degli amici di Sara. Avranno avuto più o meno la sua stessa età. Questa cosa, inspiegabilmente, lo faceva innervosire ancora di più. Uno quando è nervoso dovrebbe cercare di pensare il meno possibile, perché più si va avanti a rimuginare più ci si ritrova a rivivere situazioni spiacevoli e conflitti non risolti.

Ad un certo punto Arturo smise di coltivare il risentimento e lo sconforto che aveva provato in tutto quel tempo in cui era rimasto nel parcheggio e decise di fare qualcosa che gli avrebbe permesso di andare avanti.

Non gli venne in mente niente. Fino a che non si accorse che non si accorse che la batteria del suo cellulare lo stava abbandonando. Allora capì che doveva muoversi se voleva sistemare le cose; non poteva lasciare che il telefono si scaricasse nel mezzo dell’unica conversazione che avrebbe potuto risolvere tutto quel casino.

Aprì il finestrino per lasciare passare un po’ d’aria all’interno della macchina. Si sentiva mancare un po’ il fiato. Dall’esterno arrivò la voce di uno dei ragazzi.

“Raga c’è Matteo che si sente male!”

Chiuse subito il finestrino.

“Pronto?… Ciao, Sara… Sì, sì, sono io… stavi dormendo?… Beh, certo che dormivi… No, non sono a casa adesso, non ci sono ancora andato… non preoccuparti dove sono io… sì, mi ha già scritto un messaggio… e poi ti ho già detto di non parlarmi di lei, mi fa innervosire. C’è una cosa di cui dobbiamo parlare… No! Ascolta… no, devi lasciarmi parlare, non è mica facile per me fare quello che sto facendo… no, non sono ubriaco, e smettila di interrompermi!… Lo so, lo so che sei stanca, ma per favore fammi la decenza di ascoltarmi per un secondo. È da quando sono uscito dalla tua porta che ci sto pensando… No ti ho detto che non sono passato da casa! Vabbè, sentiamo che cos’hai da dire tu, ma sbrigati che mi sta morendo il cellulare.”

Mentre dall’altro capo del telefono Sara era intenta a parlare, l’attenzione di Arturo Benedetti si rivolse verso tre signori in divisa che si erano avvicinati ai ragazzetti ubriachi, i quali ora erano in silenzio e si erano messi in cerchio. Gli uomini indossavano una divisa oscurata dalla notte. Uno di loro, il più alto, cercava di comunicare con quello che, apparentemente, sembrava il più lucido. Era tutto un susseguirsi di gesti, di braccia agitate, di urla a squarciagola. Ad un certo punto tutti i ragazzi cominciarono a tirare fuori i loro documenti. Arturo aveva una gran voglia di seguire la situazione, ma quando il silenzio lo colse di sorpresa capì che Sara intanto aveva finito di parlare. E lui non aveva ascoltato una sola parola di quello che lei aveva detto. Potevano essere passati minuti, o forse no.

“Come?… Sì, sì ho capito quello che hai detto… no non mi sono addormentato… sì, hai ragione… Ho capito, ho capito benissimo… Sì, anche per me è stato bello… No! Aspetta, no… Devo dirti… No, no, non voglio essere romantico… Non ti ho chiamato per dirti che ti pensavo… Ora sembri tu quella ubriaca… Dio, quanto mi fa male dirtelo… Sara, per la miseria, ascoltami! Sara, dobbiamo chiudere qui questa storia.

Hai capito benissimo, non farmelo ripetere un’altra volta. In fondo lo capisci anche tu che è la cosa più giusta per tutti e due… No, no… Sara, dai, non metterti a piangere adesso… Era tutto sbagliato. Sbagliato sin dall’inizio, lo sapevamo… È appunto per questo che dobbiamo smetterla subito! cerchiamo di non fare altri danni… No, non sto urlando. Sono calmo… Piantala di fare l’isterica!… Sapevo sarebbe finita così… Ti pensavo più matura, sembri proprio una… Sì, certo, ecco, adesso sono io lo stronzo… lo sapevo, lo sapevo… Senti non so neanche io perché ti ho chiamato. Forse ho fatto un grosso errore a chiamarti… No!… No, io non ti chiedo… Senti, lo sapevi che era una situazione molto precaria la nostra. Era già difficile in partenza… Piantala di frignare!… Senti, io sto cercando di farti ragionare, ma a quanto pare tu non riesci a vedere che quello che ti dico io è la verità… Senti se devo urlare per farti capire le cose allora urlo quanto mi pare, è chiaro?!… Dio, adesso fai piangere anche me, guarda… Dai… dai lo sai benissimo perché dobbiamo chiudere qui… Tu non sai quanto male mi fa dirti queste parole… Sì… Sì… Io lo capisco, ma… E no eh, non cominciare con questa storia! Non cominciare con la storia del Ti amo! Non ci pensare neanche a dirla! Non ti ho mai detto Ti… No, non te l’ho mai detto… Sì ma non lo pensavo davvero, Gesù che discorsi!… Come potevi pensare che fossi serio? No, no, non sono ipocrita io!… No, no… Senti quando ti ho detto Ti amo ero su di giri! Non ero in me in quel momento, e tu puoi capire bene perché… Era da una vita che non lo dicevo più a nessuno. Volevo solo vedere se ero in grado ancora di dirlo; volevo vedere che effetto facevano quelle due parole nella mia bocca. E vuoi sapere la verità? Mi hanno fatto sentire uno schifo! uno schifo vero. Mi hanno fatto sentire peggio di come sto adesso. Questa è la verità!

Pronto, pronto! Ci sei ancora? Non sentivo… Dai non dirmi che hai ricominciato a piangere adesso! Adesso basta, smettila di fare così… Dio, sembri fuori di senno… Piantala di fare così! Mi fai paura, mi fai… No! No!… No, io non vengo lì adesso… no, non vengo lì, hai capito? E tu rimani lì a casa tua, capito? Non fare niente di stupido!

Sara? Sara? Sara! Sara per l’amor di Dio smettila di guaire come un cane ferito e cerchiamo di fare un discorso serio… Da ad… Sara, Sara, non costringermi a farlo… Non costringermi a chiamare tua madre, eh… NON COSTRINGERMI A CHIAMARE TUA MADRE HAI CAPITO?… NON ME NE FREGA UN CAZZO SE NON È CASA CE L’HO IL SUO NUMERO DI CELLULARE LA CHIAMO NEL BEL MEZZO DELLA NOTTE E POI VOGLIO VEDERE SE AVRAI LA FORZA DI PIANGERE COSÌ DOPO CHE TI AVRÀ FRACASSATO DI BOTTE PERCHÉ LO SAI CHE LO FARÀ… OH SÌ CHE LO FARÀ. E NON MI INTERESSA SE IO VENGO SPUTTANATO. NON MI INTERESSA NIENTE IO VOGLIO SOLO USCIRE DA QUESTA SITUAZIONE E VIVERE LA MIA VITA NON ME NE FREGA PIÙ DI TE O DI CHIUNQUE ALTRO VOGLIO SOLO VIVERE UNA VITA SERENA SENZA PREOCCUPAZIONI E NON SARANNO CERTO I TUOI PIAGNISTEI O TUA MADRE A IMPEDIRMELO CHIARO? SONO STATO CHIARO?! SEI UNA BAMBINA, ECCO QUELLO CHE SEI, SEI SOLO UNA BAMBINETTA DEL CAZZO.

Arturo Benedetti si accorse di aver urlato con troppa veemenza. Impaurito, guardò il parabrezza per vedere se qualcuno, là fuori, aveva sentito le se grida.

Fuori dalla sua macchina, il mondo stava facendo il suo corso: Arturo vide uno dei poliziotti caricare un ragazzo che stava cercando di scappare. Gli altri ragazzi cercavano di fuggire inseguiti dagli altri due sbirri. A terra c’erano altri due ragazzi con le mani ammanettate dietro la schiena,

quello sulla sinistra aveva il naso sporco di sangue e urlava più di quanto Arturo fosse capace. I pochi avventori notturni del fast-food erano usciti dal ristorante e si erano messi a guardare tutta la scena mettendosi vicino all’area giochi per i bambini; quasi tutti tenevano il panino in mano e masticavano naturalmente.

Dopo aver assistito a quello spettacolo, Arturo Benedetti si ricompose e riportò il telefono all’orecchio per concludere la faccenda, ma, come temeva, la batteria del telefono si era scaricata prima che lui potesse dire l’ultima parola.

Dopo qualche secondo si convinse di essere sollevato. Poteva dire di aver chiuso quella storia per sempre. Si sentì più sollevato, ma non alleggerito del tutto. Finì il milk-shake, lo buttò dal finestrino, accese il motore e fece manovra per uscire dal parcheggio. Dall’interno del locale, qualcuno girò la testa per guardare la macchina che spariva.

Per strada, Arturo Benedetti decise di ascoltare della musica. C’era Guccini alla radio. Sarebbe potuta andargli peggio. Uscì dall’autostrada e si diresse verso ovest, lasciando dietro di sé l’alba incombente.

Era arrivato nel suo piccolo appartamento dopo aver messo la macchina in garage ed essersi fatto quattro piani a piedi. Quando aprì la porta, Arturo vide sua moglie già vestita per andare al lavoro. Stava togliendo le cose della colazione dal tavolo.

“Ah, buongiorno, bellezza”.

Arturo fece un grugnito.

“Senti adesso non ho tempo, ma non pensare di potere sempre farla franca così, capito? Quando torno a casa dobbiamo parlare, dobbiamo fare un bel discorsetto. Io vado adesso.”

“Sì, sì.”

Arturo andò subito in camera, si spogliò e si sdraiò comodamente sul letto.

“Chissà perché non sono venuti a prendere me”.

“Hai detto qualcosa?” urlò sua moglie dall’altra stanza. Arturo non rispose.

“Vabbè, ciao.”

Quando la porta si chiuse, Arturo si stiracchiò piacevolmente. Con gli occhi aperti, ma senza guardare verso alcuna direzione, rise.

“Era meglio se venivano a prendere me.” Disse, e si girò su di un fianco.