Fra Natale e Pasqua… c’è sempre un equinozio!

Il calendario gregoriano, così chiamato in onore di Papa Gregorio XIII, che istituì la riforma del calendario, è in vigore dal 1582. Prima di allora il tempo era scandito dal calendario giuliano, introdotto nel 46 a.C. da Giulio Cesare in sostituzione dell’antico calendario romano. Il calendario di Cesare considerava l’anno tropico lungo 365,25 giorni, con una differenza rispetto al reale di 11 minuti e 14 secondi annui che, negli oltre 1600 anni in cui rimase in vigore, comportò un errore rispetto alle stagioni di oltre 10 giorni.

Il calendario giuliano prevedeva infatti tre anni di 365 giorni suddivisi in dodici mesi della durata uguale agli attuali e, ogni quattro anni a febbraio, un giorno aggiunto che diede origine all’anno bisestile. (La parola bisestile deriva da “bis sextus”, in quanto il giorno aggiunto (bis) fu inserito immediatamente dopo il “sesto giorno prima delle calende di marzo” (l’attuale 23 febbraio), divenendo quindi “due volte sesto” (bisesto, appunto). Le calende (da “calare”, chiamare a raccolta) segnavano l’inizio del mese, giorno in cui si pagavano gli interessi ed il libro degli interessi era appunto il “calendarium”.) Quando Papa Gregorio XIII introdusse la riforma, decisa in attuazione di una delibera del Concilio di Trento (1545), i dieci giorni accumulati di ritardo furono recuperati tutti assieme e si passò, in una notte, dal 4 ottobre 1582 al 15 ottobre 1582. I giorni intermedi non sono mai esistiti!

Oltre al recupero dei giorni, la riforma gregoriana riformulò il conteggio per gli anni bisestili (agli anni divisibili per quattro si aggiunge il 29 febbraio), ma definì non bisestili gli anni secolari, ad eccezione di quelli divisibili per 400, che rimangono perciò bisestili. Così, il 1700, il 1800 e il 1900, pur divisibili per quattro, non sono stati bisestili, mentre il 1600 e il 2000 sì. Ricalcolando la lunghezza media dell’anno del calendario su questa base si trova un valore di 365,2425 giorni, con uno scarto di pochi secondi rispetto alla lunghezza reale (si commette un errore di tre giorni ogni diecimila anni).

Il motivo principale per cui Papa Gregorio XIII decise la riforma è connesso alla data della Pasqua. Per motivi legati alla lettura della Bibbia, al Concilio di Nicea (325 d.C.) era infatti stato deciso di far cadere l’equinozio di primavera sempre il 21 di marzo, dovendo di conseguenza celebrare la Pasqua la domenica successiva al primo plenilunio che segue tale data (o coincide con essa). Ma con il calendario giuliano la Pasqua si sarebbe nel tempo spostata verso l’estate, andando in contraddizione con le Sacre Scritture. Ecco perché ci volle un Papa per stabilire come si dovevano contare i giorni!