Come i polli.

(ANSA / EPA / ROLAND SCHLAGER)

Anni fa, durante un mio trasloco, feci un viaggio di almeno un’ora nel retro del furgone per assicurarmi che non si rompessero alcune cose delicate. Tenevo molto a quelle cose, ovviamente, ma fu prima semplicemente scomodo, poi soffocante, nauseante, poi, soprattutto, disorientante.

Mi sentii smarrito al punto che ho avuto proprio paura, una morsa allo stomaco, e più volte durante il viaggio chiesi al mio amico che guidava di fermarsi un attimo, aprire la portiera e farmi respirare, guardare un po’ fuori.

Lui era incredulo: quando uscivo tremavo e quando rientravo era come se non fossi uscito a prendere aria. Soffocavo di angoscia. Continuai solo per quanto tenevo alle mie cose, semplici oggetti che poi neanche ho più.

Non sono claustrofobico, sia chiaro, almeno non patologicamente: in altre situazioni analoghe non ho avuto problemi.

Insomma, andò molto, molto peggio di quanto avessi pensato all’inizio, quando mi preoccupavo solo del fatto che se ci avesse fermato qualcuno per un controllo avremmo preso probabilmente una bella multa, e quando ci fermavamo, magari per un semaforo, sbirciavo dallo spioncino che dava sull'abitacolo per vedere se si avvistavano dei vigili, come quando, grande trasgressore adolescente, cercavo le divise dei controllori a ogni fermata mentre viaggiavo senza biglietto su un bus che andava ad adrenalina.

Me la ricordo ancora, nettamente, come un’esperienza orribile. Una volta l’ho anche sognato e mi sono svegliato nel mezzo della notte, nel sudore freddo.

Quest’esperienza m’è sovvenuta giusto ieri, mentre leggevo su Focus un’intervista a Erwin Schrödinger, esperto e cinico ufficiale della polizia stradale austriaca, che dice:

“Sì, il mio è un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo. Si possono anche costruire casi del tutto ipotetici e burleschi. Si rinchiuda un migrante in un camion insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal migrante): in un contatore Zuckerberg si trova una piccola quantità di cervello di analfabeta funzionale italiano, così tanto piccola che nel corso di un’ora è difficile che generi un commento superficiale e idiota sui migranti, ma anche, in modo purtroppo parimenti probabile, uno o più commenti; se l’evento si verifica, il contatore lo segnala e aziona un relais che apre uno sportellino segreto da cui una mano porge al migrante un piatto di pasta: nutriente, ma piccantissima. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il migrante è ancora vivo per poco, prima di morire asfissiato, se nel frattempo nessun commento fosse stato concepito, mentre anche un solo commento genuinamente italiano lo avrebbe reso felice per pochi istanti nella meraviglia di gustarsi, affamatissimo com’è, la pasta piccante, per poi però ucciderlo comunque per l’ovvia mancanza di acqua potabile. La valutazione obiettiva dell’intero sistema porta ad affermare che in esso il migrante morto per asfissia e il migrante morto di sete (ma contento del piatto di pasta) non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso. È ovvio che poi fino a che non apri il camion e ci guardi dentro, e vedi come sono morti davvero quei poveracci, che fine hanno fatto, non ne sai davvero un cazzo, soprattutto se sei italiano, cioè molto più cinico di me.”