ALPINISMO E POST-VERITA’.

Di chi è la responsabilità della prova nell’alpinismo, oggi?

Si svolgerà stasera a Grenoble, nel contesto del Piolet d’Or 2017, un forum dedicato al dovere di testimonianza e di prova nel corso della attività alpinistica di alto livello.

Annunciato da alcuni giorni, nel piccolo contesto degli appassionati di alpinismo il forum è sostanzialmente diventato un “processo in contumacia” all’alpinista svizzero Ueli Steck (intanto impegnato nel progetto di traversata Everest-Lhotse) che nell’autunno del 2013 ha compiuto una delle più sensazionali e visionarie performance della intera storia dell’alpinismo, salendo e scendendo in velocità e da solo, in meno di ventotto ore, la parete Sud dell’Annapurna.

Annapurna South Face — Piolet d’Or Winner 2014

La salita in questione — per chi non conosce nel dettaglio la vicenda — è stata oggetto di numerosi “rumors” amplificati dalla impossibilità da parte di Steck di fornire alla comunità alpinistica dei riscontri inconfutabili ed oggettivi che testimonino il raggiungimento della cima della montagna, avvenuta nella notte tra l’8 e il 9 Settembre del 2013. Steck ha dichiarato sin dall’inizio nei suoi report di avere perso la sua macchina fotografica durante la salita e di non avere a parte le sue parole testimonianze oggettive da fornire circa il raggiungimento della vetta all’Annapurna.

Quello su cui si interroga oggi la comunità alpinistica ed i suoi appassionati non è in realtà un problema di Ueli Steck ma un problema di misurazione oggettiva delle performance ed eventualmente della credibilità del premio alpinistico Piolet d’Or e della sua giuria che nel 2014 (seppur in mancanza di questi riscontri oggettivi ) ha deciso di assegnargli il premio principale della manifestazione.

La salita di cui parliamo è avvenuta nell’ottobre del 2013, sono cioè trascorsi da allora quasi quattro anni e più dettagliatamente sei stagioni alpinistiche himalayane, siamo per l’esattezza all’inizio della settima stagione di scalata. Steck come è noto sarà impegnato in un nuovo progetto di difficoltà almeno paragonabile alla sua solitaria sull’Annapurna. Ueli Steck e unanimemente riconosciuto come uno dei migliori talenti alpinistici in circolazione, un vero fuoriclasse. Le sue capacità organiche di altissimo livello sono testimoniate oltre che da salite in velocità in alta e altissima quota anche da performance di assoluto rilievo nel campo dell’ultrarunning e degli sport di endurance. Il tentativo di traversata Everest-Lhotse prevede tra l’altro, come primo step del progetto, la ripetizione integrale della via Hornbein-Unsoeld, salita nel 1963 e a tutt’oggi ancora mai ripetuta.

Tom Horbein, oggi.- A sinista un disegno d’epoca con la ricostruzione della via di salita americana del 1963

Torniamo a noi e al forum di Grenoble di stasera: è patetico intanto — questa è la mia opinione personale — che questo “processo” come è stato chiamato avvenga soltanto ora, a quasi quattro anni di distanza proprio mentre Ueli è in spedizione impegnato in un altro progetto sportivo.

Non è una curiosa coincidenza?

Le informazioni messe (o non messe) a disposizione da Steck sono oggi le stesse identiche di allora, non ci sono novità eclatanti o nuovi elementi a disposizione che possano confermare o meno che la salita sia avvenuta (o non avvenuta) secondo le modalità fornite in numerose interviste e scritti, tutti piuttosto coerenti tra loro. La analisi fatta da Popier e su cui a quanto pare si impernierà il forum di Grenoble è un normale lavoro di ricostruzione della vicenda, di verifica delle fonti e di ricostruzione delle dichiarazioni ed è cioè il lavoro preliminare che avrebbe dovuto fare la giuria del Piolet d’Or quando nel 2014 venne presa la decisione di assegnargli il premio.

Alpinist 45 / Winter 2014

Non so chi tra quelli che leggono e commentano in questi giorni su Facebook, accalorandosi nel dibattito e perfino scandalizzandosi per alcune che paiono rivelazioni scoop e che invece non lo sono, abbia mai letto con attenzione e per intero ad esempio, oltre alla ricostruzione di Popier , anche il report scritto in prima persona da Ueli Steck per Alpinist. In quell’articolo, pubblicato sul numero 45 della più autorevole testata di settore del mondo, Steck fa un resoconto molto dettagliato della sua cavalcata solitaria, fornendo anche delle indicazioni precise relative a orari, quote e fatti avvenuti come ad esempio la perdita della macchina fotografica e di un paio di guanti pesanti. Dichiara piuttosto apertamente di non essere in grado (o di non volere) fornire ulteriori dati e prove oggettive quali ad esempio il tracciato GPS, che in molti vorrebbero vedere e afferma di avere compiuto la salita in una specie di condizione di trance e di sospensione della dimensione spazio-temporale, valicando in uno stato fino ad allora sconosciuto del proprio essere. Ueli Steck dichiara di avere preso la decisione di andare oltre i suoi limiti per ragioni inspiegabili e personali, realizzando la salita per fare piacere a sé stesso: “Entirely for myself”- così c’è scritto in una delle ultime righe dell’articolo, a pagina 71.

“Now it’s all over. I felt as though I were from another planet. I couldn’t explain it, and I probably newer will, but I also don’t need to: you have to encounter those kinds of impressions for yourself to comprehend them.” 
Ueli Steck, Alpinist 45

La storia dell’esplorazione e dell’alpinismo (che finiamo sempre per dimenticare è l’unica attività dell’uomo attinente alla performance sportiva nella quale il protagonista è anche narratore e arbitro di sé stesso) è costellata di vicende come questa, basta citare la questione di Tomo Cesen e della Parete Sud del Lhotse, di Cesare Maestri al Cerro Torre, la vicenda della salita degli Italiani al K2 e quella di Christian Stangl, sempre al K2, che però definirei di altro tipo e portata.

La storia dell’alpinismo è anche questo, da sempre: post-verità. Raccontando e sentendo raccontare degli uomini e delle loro imprese, di incognita e di scoperta, quindi di esplorazione e di spostamento del limite, noi non ci occupiamo di sport, o non soltanto. Noi, in quanto audience, siamo almeno indirettamente partecipi della costruzione della verità e del senso. Saremmo disposti a prendere per vera la salita di Ueli Steck, se non conoscessimo e confidassimo nelle sua qualità atletiche e sportive?

Probabilmente no, e a me questo pare un problema.

Siamo arrivati a un punto in cui l’alpinismo e la propria audience devono inevitabilmente cominciare a confrontarsi con i nuovi strumenti tecnologici a disposizione e con un nuovo livello di performance possibile, fino a qualche anno fa inimmaginabile. L’alpinismo deve interrogarsi ed eventualmente darsi delle regole e delle modalità di misurazione e di valutazione nuove. Noi singoli, in base ai nostri parametri e alla nostra idea di alpinismo, in base alla analisi dei dati e delle prove oggettive a nostra disposizione, insomma in base alla nostra idea soggettiva di alpinismo, siamo liberi di valutare e di credere o di non credere che qualcosa che ci viene raccontato sia effettivamente accaduto nelle realtà, oppure no.

Siamo liberi.

L’alpinismo non è uno sport e non esiste un ente o una federazione che riconosce e certifica le salite o il raggiungimento della vetta di una montagna o meglio: quel che c’è, gli strumenti di validazione a nostra disposizione (per chi reputa importante che esistano) non sono più adeguati ai tempi.

Miss Elizabeth Hawley

Una di queste roccaforti della verità alpinistica è costituita da una non-più-tanto-arzilla signora inglese di quasi cento anni (a cui tutti vogliamo molto bene e a cui dobbiamo dire Grazie, forse un Piolet d’Or per il suo lavoro bisognava darlo a lei) che vive a Kathmandu e che detiene da qualche decennio il potere indiscusso di convalidare o meno il conseguimento di un certo risultato sportivo ed esplorativo in Himalaya; e l’altro è diventata — in mancanza di alternative — la giuria del Piolet d’Or, che in tutta franchezza pare un po’ troppo chiusa su se stessa e autoreferenziale per essere una entità veramente credibile.

Il nostro problema è proprio questo: non affrontiamo l’argomento e continuiamo a girargli intorno.

Tentiamo di misurare la qualità dell’esplorazione con gli strumenti dello sport e viceversa la performance sportiva secondo il metro dell’epica delle vicende, basandoci soprattutto sulla qualità della narrazione e sulla autorevolezza della persona.

È evidente che nel mondo di oggi, per come è cambiato l’alpinismo, non può più funzionare. Non basta più. Quello che siamo chiamati ad affrontare è un problema di evoluzione della pratica alpinistica e di mentalità, di comprensione del progresso sportivo e della sua misurazione, si tratta di un tema fondamentale che ha anche a che fare anche con la disponibilità dei protagonisti di condividere e spiegare. Disponibilità a documentare, non solo a narrare. L’altra cosa curiosa di questa vicenda è non avere sentito — a parte i rumors — nessun top climber o quasi schierarsi a favore o contro il racconto di Steck. Non è una questione di tecnologia disponibile e di controllo o viceversa di fede incondizionata nell’uomo e nel suo racconto. E’ una questione di confronto con la realtà e di superamento del limite, che in alpinismo in certi casi si fa fatica a capire dove si trova. E’ normale dubitare di fronte a certe performance sbalorditive.

Dal mio punto di vista, in base agli elementi a mia disposizione e soprattutto in base al racconto di Ueli Steck, in base a quello che ho visto, letto e ascoltato in questi anni, la sua salita è credibile. Rocambolesca e allucinante, oltre il limite del conosciuto ma — per me — credibile. Io credo all’uomo Ueli Steck fino a prova contraria, che a questo punto mi pare potrebbe fornire soltanto lui , eventualmente smentendo quello che ha detto finora.

Detto questo poi, senza ombra di dubbio se avessi fatto parte della giuria del Piolet d’Or, anche se la sua era la performance alpinistica più rilevante degli ultimi dieci o forse degli ultimi venti anni, non è a lui che avrei assegnato il premio. Non per sfiducia, ho già detto di credere fermamente nelle parola di Steck. Non gli avrei dato il premio semplicemente perché nel 2014 un premio (a meno che si tratti di un concorso letterario e non di un premio anche sportivo) non dovrebbe assegnare un riconoscimento a una performance che non può essere misurata e verificata con dei normali strumenti come una macchina fotografica o un altimetro digitale.

A meno che questa decisione sia una scelta esplicita e a quel punto aver assegnato il premio a Ueli Steck significava (io almeno credevo che di questo si trattasse) fare una scelta di campo e di valori da condiviere.

Avergli assegnato il Piolet d’Or è una scelta che portava con sé delle responsabilità che mi pare adesso gli organizzatori vogliono eludere o scaricare sullo stesso Steck, a me questo non sembra né comprensibile, né leale.

Quello di cui parliamo in ultima analisi a me sembra un problema di credibilità del Piolet d’Or e dei suoi organizzatori, non di credibilità di Ueli Steck. Forse con questo “processo”, affrontato in questi termini e dopo tutto questo tempo, l’unica cosa che si vuole ottenere è un po’ di visibilità. Pubblicità, a spese dello stesso Steck. Dare una rinfrancata alla credibilità del premio più prestigioso del mondo facendo un po’ di autocritica spiccia, sottraendosi al contraddittorio con il diretto interessato e al peso delle proprie decisioni di qualche anno fa.

In quel caso si spiega anche la scelta di affrontare l’argomento proprio ora, ad aprile, quando Steck è impegnato in una impresa simile a quella di cui si discute e per cui c’è grande attesa e trepidazione, anziché a novembre, quando il protocollo del Piolet d’Or prevede la seconda parte dell’evento e l’assegnazione fisica dei premi ai vincitori.

A me questa cosa di non aspettare— sempre per essere franco — pare una cosa davvero triste e squallida.

Poi, non so.

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