INTERVISTE

DAL NANGA PARBAT.

[e altre cose che uno pensa.]


Una delle cose più grottesche e divertenti della mia spedizione invernale al Nanga Parbat l’anno scorso, sono state le interviste. Le interviste giornalistiche, intendo. Quelle fatte via skype o via email dal campo base e quelle fatte alla conferenza stampa prima di partire. Praticamente tutti i giornalisti che volevano parlare della spedizione volevano intervistare soltanto Simone e per ingannare l’attesa, mentre lui era occupato a rispondere alle domande di qualche altro giornalista, le interviste capitava che le facevano a noi due.

A me e a David Göttler.

Non gliene fregava quasi niente delle nostre risposte che erano solo funzionali ed accessorie alle risposte che avrebbe fornito Simone poi dopo. Ci sta, lui ha salito tre ottomila in inverno -oltre a tutte le altre cose che sa fare tra cui giusto per citarne un paio pilotare gli elicotteri e parlare cinque lingue- noi due messi insieme, di 8000 saliti in inverno, neanche uno. Inoltre nella stragrande maggioranza dei casi il pezzo che questo giornalisti dovevano scrivere era di poche righe e aveva come story-angle: “La montagna killer” o “Terrorismo in Pakistan” o “Zona della morte”, titoli del genere. Cose su cui noi oggettivamente sentivamo di non avere niente da dire. Comunque capitava che intervistavano anche a noi, almeno ogni tanto, per una forma di cortesia più che altro.

Per compiacenza.

David era l’altro alpinista insieme a Simone quindi rispetto a me era più facile da collocare all’interno di un articolo e di una storia da scrivere ed era anche più facile da intervistare. Comunque David era quasi sempre la seconda scelta degli intervistatori e le domande vertevano praticamente tutte sullo stesso argomento: il suo rapporto con Simone.


Io invece ero il classicissimo “chi-cazzo-è-questo?” della spedizione.


Non ero agli occhi dei giornalisti soltanto un alpinista-sciatore difficile da raccontare (si era sparsa la voce che mi ero addirittura portato gli sci da telemark — e dove crede mai di andare, q u e s t o ?) ma in qualità di storyteller dal campo base ero anche una specie di loro “competitor”, un ostacolo al racconto della spedizione che loro avrebbero dovuto fare con i loro articoli fingendo ricevere direttamente dal campo base informazioni esclusive sulla nostra salita. Le informazioni per i giornalisti invece — a parte un pochissimi di loro, praticamente soltanto i nostri media partner e pochi altri— sarebbero arrivate via Twitter e via Facebook. A tutti, indifferentemente. Molto meglio quindi a me, aggiungermi solo come contatto su Twitter e tenermi da parte. E a David fare domande stando molto sul generico. A queste domande che ci venivano fatte io, David e anche Simone quando poi siamo arrivati in Pakistan, sia a voce, che via chat o via email dal campo base, rispondevamo in team, tutti insieme, lavorando seduto allo stesso tavolo dentro alla nostra tenda grande.



Ci mettevamo un sacco di impegno a rispondere, è un lavoro difficile. A volte capitava che ci divertivamo a leggere ad alta voce certe domande idiote che ci venivano poste e ci scambiavamo tra di noi files su una chiavetta USB riciclando risposte già scritte per un altro giornale e facendo quindi un taglia e incolla creativo. Questo metodo ci faceva risparmiare un sacco di tempo. Quello era il mio lavoro, in effetti: coordinare e ottimizzare i contenuti. Aiutare Simone e David a raccontarsi bene, coerentemente alla narrazione della spedizione che volevamo fare, senza fargli bruciare troppe energie. Loro dovevano essere liberi di fare gli alpinisti e io dovevo aiutarli. Fra l’altro poi le domande erano quasi sempre le stesse. Quindi.

In una intervista fatta via chat di Skype a me dal campo base una giornalista un giorno, una che si dava un tono di sapere molto del fatto suo e di avere molta-moltissima fretta, mi chiese quanto metri era alto il Nanga Parbat (usando Google si può sapere in 0,40 secondi); come facevamo a fare la doccia e il bidè al campo base; e qualche altra stronzata del genere.

Risposi educatamente ma distrattamente, cercando di essere il più gentile possibile. Poi gli venne fuori — non so come— una bellissima domanda, che era grossomodo:


“ Che differenza c’è tra avventura e esplorazione?”


Mi ci buttai. Mi toccò sforzarmi e pensare bene per formulare la mia risposta. Era un bel tema con cui confrontarsi, una buona causa con cui restare impegnato per il resto della giornata. Nevicava, avevo poco da fare d'altronde. Credo che per lei, per la giornalista, per l’articolo che doveva scrivere, potesse essere opportuno che io rispondessi che no, che tra avventrura e esplorazione non c’è differenza.

E invece io risposi in un altro modo, dicendo che “l’avventura parte dalla capacità di fornire delle risposte e l’esplorazione parte invece dalla capacità di formulare delle domande.” Taaaataaam. Rispostona.

Simone Moro sale verso Campo 2 in una inusuale condizione di meteo invernale — Foto ©thenorthface/David Göttler.

La mia intervistatrice mi chiese di spiegarmi meglio e io cercai di farlo digitando nella casella della chat di skype questa cosa che scrissi d’un fiato e che riporto qui sotto (ho fatto un taglia e incolla della conversazione):

“ Certe volte noi ci confondiamo. Confondiamo l’avventura con l’esplorazione ed invece ragionandoci bene una differenza c’è e ciascuno di noi nel profondo del proprio essere, inconsciamente, la conosce. L’avventura è qualcosa che ha a che vedere con il caso e con la nostra storia personale mentre l’esplorazione è qualcosa che ha a che vedere con lo spostamento in avanti di un limite e con la risoluzione di una incognita. C’è sempre una domanda fondamentale, una ipotesi con cui ci confrontiamo e a cui sentiamo di dover dare una risposta alla base di ogni esplorazione. C’è un non sapere su cui capiamo di dover indagare.
David Göttler nel punto più alto raggiunto durante la nostra spedizione, a 7200m. Sullo sfondo il Mazeno Peak — Foto ©thenorthface/David Göttler
Noi esseri umani ci interroghiamo continuamente. E’ nella indole di ciascuno di noi, di ogni uomo o donna su questo pianeta, mettere a punto le nostre domande rispetto al mondo che ci circonda. La curiosità è il motore. Rispondere a degli interrogativi, superare delle prove che non siamo certi di saper superare è il nostro modo di fare ordine, di evolvere, di imparare, di crescere, di rapportarci agli altri. La capacità di formulare ipotesi e la necessità di provare a trovare una risposta a quelle domande è la forza che c’è dentro a ogni esplorazione, grande o piccola che sia. Basta guardare un bambino crescere mentre scopre le cose che ha intorno ed educa se stesso, per rendersene conto.
L’avventura è una esperienza diversa invece, più casuale e più istintiva e presuppone unicamente la disponibilità a confrontarsi con tutto ciò che non siamo in condizione di controllare. Basta buttarsi. Non avere paura. Ogni avventura ci offre la possibilità di rispondere a delle domande che noi non siamo ancora in grado di formulare.
Mettiamola così: l’ avventura è un modo di evolvere realizzato grazie al rispondere alle domande che la vita durante il suo svolgersi ci pone. L’avventura ci insegna per reazione o per deduzione intanto che la vita ci viene incontro. L’esplorazione invece ci insegna per via delle ipotesi che formuliamo, che andiamo di volta in volta a sondare e a verificare vivendo la nostra avventura personale. Siamo noi, nell’esplorazione, ad andare incontro alla vita.

L’esplorazione quindi credo che sia l’arte di immaginare le domande. E l’avventura invece, è la arte di fornire delle risposte. O almeno, così mi sembra.”


Nella chat dopo il mio invio ci fu un attimo di pausa piuttosto prolungato, tempo che non credo la mia interlocutrice abbia utilizzato per leggere ciò che le avevo scritto. E’ più probabile che nel frattempo stesse chattando con qualcun altro via Facebook o controllando la posta elettronica nella sua in-box o ancora più probabilmente facendo una pausa alla macchinetta del caffè del suo ufficio. O forse anche, andando bagno.

La sua domanda successiva arrivò molti minuti dopo e fu: “Quale è il tuo piatto preferito?”


e io senza esitazione risposi “Pane”. Altra risposta probabilmente non esaltante o ispiratrice, agli occhi della brava giornalista.

Come per darmi un’ultima ulteriore possibilità la mia intervistatrice mi chiese cosa mi mancava di più in quel momento e io risposi: “L’ acqua frizzante.” Poi lei si affrettò a chiudere e mi disse che per la mia intervista quello che le avevo detto poteva essere abbastanza e ci salutammo con un ultimo scambio di banalità via chat.

La mia intervista non è mai uscita ovviamente, almeno io non l’ho mai vista pubblicata. La giornalista non l’ho mai più sentita. Oggi rovistando tra le mie cose del Nanga Parbat il files salvato di quella intervista mi è saltato fuori e ho riletto quello che avevo scritto e mi sono ricordato di un sacco di cose interessanti che avevo pensato quel giorno lì. Mi ricordo che era un giorno che faceva brutto, che nevicava e c’era vento, faceva un freddo cane. Forse — anzi, senz’altro — sono cose noiose quelle che ho scritto. Mi perdonerete. Si tratta di cose che uno, a meno di stare da solo per due mesi e mezzo in un posto senza vedere altro che cinque persone in tutto per un inverno intero, è difficile che le pensi e che abbia voglia di raccontarle. Perchè normalmente non c’è tempo, per pensarea queste cose e perchè costa fatica cercare di spiegarsi e farsi capire. Il nostro cervello funziona in un altro modo quando siamo a casa, perchè se intorno a te hai delle cose divertenti e che vanno veloce come una chat o un sms o come facebook o twitter, con le cose complicate finisce che ti stanchi presto.

In ogni caso, io sono contento di non avere cancellato il file.


Rimangono due montagne di 8000 metri ancora da scalare in inverno: K2 e Nanga Parbat. Durante l’inverno 2014 con i miei amici Simone Moro e David Göttler abbiamo provato a salire il Nanga Parbat, lungo la via Schell, dal versante Rupal. Non siamo riusciti a raggiungere la cima, comunque David è riuscito a salire fino a 7200 metri e a guardare dall’altra parte della montagna, verso il versante Diamir. Qui sotto c’è un video e qui c’è il link a un piccolo web-documentary sulla spedizione nostra spedizione, realizzato da The North Face.


Nanga-In-Winter Expedition 2014

© emilioprevitali.com / 2014

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