The Mississippi Blogtour ep. 1: La storia editoriale di “Racconti dal Mississippi” (Diario di un editore)

Questo post rappresenta la prima tappa del The Mississippi Blogtour!

Come molti libri, anche Racconti dal Mississippi ha una sua storia. Certo, può sembrare buffo che un libro che contiene storie abbia anch’esso una sua storia, ma questa piccola ricorsività non deve stupire, in un certo senso: Hamlin Garland racconta di un mondo che lui conosce bene, ed è questo mondo ad aver dato vita al libro di cui vi parlerò.

Garland, come molti suoi contemporanei statunitensi, è figlio di contadini, o pionieri, come allora venivano chiamati i colonizzatori che si riversarono nel Midwest nella seconda metà dell’ottocento. Com’era d’uso al tempo, la sua giovinezza e la sua adolescenza trascorse tra i campi, lavorando al fianco della famiglia. Non rinunciò, comunque, al suo amore per le lettere e per lo studio: nel 1880 riesce a diplomarsi e, l’anno dopo, seguendo la famiglia nel Sud Dakota, riesce ad affiancare l’attività di libraio e conferenziere a quella di falegname ed agricoltore.

Ma questa convivenza dura ben poco: nel 1884 vende il suo lotto di terra e con la somma ricavata si dirige a Boston con l’obiettivo di diventare insegnante e soddisfare la sua passione letteraria.

A Boston inizia ad avere una vita culturale intensissima, frequentando teatri e circoli letterari, sviluppando relazioni e tenendo conferenze. È in questo periodo che si costruisce una solida reputazione come giornalista, ed è in questo periodo che sviluppa uno stile letterario che in qualche modo cerca di superare il realismo letterario, a sua detta superficiale e convenzionale.

Garland era un seguace delle teorie economiche di Henry George, e non riusciva a comprendere come la società borghese di allora potesse ignorare le diseguaglianze di cui gran parte della società americana era vittima.

Questi due elementi, i suoi ideali stilistici e le sue ideologie politiche, non sono elencate una dopo l’altra per caso. Se nel suo animo queste convivevano conflittualmente (o forse confusamente), una conciliazione effettiva avvenne nel 1887, quando decise di tornare alla fattoria dei suoi genitori, nel Midwest, per trascorrere l’estate. Fu in quell’estate che si rese conto, come racconterà anche nella prefazione di Racconti dal Mississippi, di quanto la vita di quelle campagne fosse dura, misera, priva di ogni possibilità per il futuro. Questo, in effetti, è il fil-rouge che lega gran parte della sua produzione.

Per descrivere lo stato d’animo con cui tornò a casa occorre far ricorso ad un termine purtroppo abusato in questi tempi: indignazione. Questo termine potrebbe essere sostituito da molti altri, se non fosse per la sua etimologia: indignato indica un’assenza dignità. A non essere degna, in questo caso, è la stessa vita degli agricoltori di quelle aree, completamente isolati dal resto del mondo, costretti a dover sfruttare i propri stessi figli pur di tirare avanti, abbrutiti da una vita spiritualmente arida e senza speranza di riscatto.

Fu da questi sentimenti che nacque la prima serie di racconti che furono poi raccolti nei vari volumi della serie Main-Travelled Roads, il primo dei quali fu proprio Racconti dal Mississippi. Questo fu un vero successo, tanto che i suoi editori gli chiesero di aggiornare con sempre nuovi racconti le varie ristampe, arrivando alla sesta edizione in cui il testo era più che raddoppiato. Da qui la storia vera e propria di questo volume si fa confusa, ma nei vari scambi epistolari (che si possono tra l’altro trovare in rete sul sito della The Hamlin Garland Society e di Archive.org) è chiaro che Garland aveva in mente di scrivere una seconda raccolta con i testi che poi allegò a Racconti dal Mississippi. Si sarebbe dovuta chiamare Racconti dal Sud Dakota, e questi racconti sarebbero stati molto più ampi rispetto a quelli poi pubblicati (anche i primi sei Racconti dal Mississippi furono piano piano tagliati per esigenze di stampa mano a mano che si aggiungevano nuovi racconti).

Alla fine, la raccolta cambiò talmente tanto che fu necessario un nuovo titolo: Main-Travelled Roads, o meglio, Strade Maestre. Il fatto che la nostra collana di narrativa abbia preso il suo nome da questo libro non è un caso.

Nei suoi racconti, Garland avrà modo di esplorare le sue idee politiche, alcune delle quali decisamente poco popolari al tempo (l’aspirazione dei ceti meno abbienti ad una vita culturalmente stimolante, le difficoltà e le privazioni delle donne, l’infamia del lavoro minorile, ma anche l’aspirazione della comunità afroamericana a trovare il proprio riscatto, seppure quest’ultimo tema non verrà affrontato che in modo indiretto, semplicemente raccontando il punto di vista di un soldato volontario di ritorno dalla guerra contro gli stati del Sud, rei di non voler accettare le leggi contro la schiavitù), ma che gli fecero guadagnare la fama di autore pericolosamente vicino alle teorie politiche europee. Insomma, oggi diremo: un anarchico.

Eppure, Garland era un patriota: scelse di parlare del Midwest perché rivendica nuovi temi per la letteratura americana, e sposa un verismo estremo perché pretende un nuovo stile per il Nuovo Mondo. Scriverà in un suo saggio: «La letteratura deve essere fedele alla realtà, sincera, obiettiva, anche a costo di essere impietosa, anche a costo di narrare degli aspetti più squallidi della vita». Squallida, ma anche banale, perché secondo l’ideale letterario di Garland, il veritismo (questo è il nome con cui descrive la sua personalissima avanguardia) non può che trattare brutalmente di argomenti normali, probabili. Ma in fondo umani.

Con queste idee ambiziose, Garland partì all’attacco del romanticismo americano, così asservito ai canoni letterari europei, per poter affrontare il tentativo di sfatare il mito eroistico della conquista del west. Gli eroi di Garland non sono abili pistoleri o coraggiosi indiani, ma uomini e donne normali costretti ad affrontare una quotidiana battaglia per una vita che eppure non amano.

Lo sfondo di queste vite è rappresentato dai paesaggi incontaminati della giovinezza di Garland: sono queste le scenografie in cui l’autore inserisce i propri drammi, e come un periglioso architetto ne cura ogni dettaglio. Se c’è speranza nelle vite degli agricoltori del Midwest, è proprio in quella natura senza padroni, capace di suggerire che è possibile prendere in mano il proprio destino.

O almeno, che è possibile provarci.

Questo post rappresenta la prima tappa del The Mississippi Blogtour!

Le prossime tappe saranno:

👉 giovedì 8 febbraio, 2° tappa: I calzini spaiati/Veronica Giuffré -> Video lettura;
👉 giovedì 15 febbraio: 3° Tappa: Emozioni in font/Viviana Calabria -> Profilo dell’autore;
👉 giovedì 22 febbraio: 4° Tappa: Reader For Blind -> Il racconto Una strada secondaria;
👉 giovedì 1 marzo: 5° Tappa: Sotto la copertina (Ornella Soncini/Lucrezia Pei) -> InstaScroll;
👉 martedì 6 marzo: 6° tappa: Martina Marzadori -> video commento sulla creazione della cover;
👉 sabato 17 marzo: 7° tappa: Libreria I Trapezisti -> Presentazione del libro!

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