Cosa succede alla Città del Libro e alcune cose che sono successe.

C’è da affrontare una questione e bisogna farlo di petto: è notizia di qualche giorno fa lo sciopero dei lavoratori della Città del libro di Stradella, in provincia di Pavia: il deposito più grande d’Italia. Ne dà notizia il 7 marzo la Repubblica con un articolo a pagina 23 firmato da Maurizio Crosetti. Cosa chiedono i lavoratori? “Il rispetto dei contratti di lavoro, il riconoscimento dei livelli professionali, e la conferma di circa 200 posizioni in bilico”. Alcuni, tra distributori ed editori, si scusano per i ritardi nelle uscite editoriali e i mancati rifornimenti alle librerie: lo fanno sui loro siti o sui social network ma perlopiù timidamente e senza raccontare la vicenda per intero. L’ultima inchiesta che riguarda questo immenso polo della logistica editoriale ha dato i suoi frutti solo il 26 febbraio scorso, ma ha ricevuto una copertura giornalistica del tutto insufficiente: a un imprenditore operante a Stradella vengono sequestrati circa 9 milioni di euro e centinaia di beni immobili con l’accusa di essere a capo di un’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e al reclutamento e allo sfruttamento di centinaia di lavoratori impiegati alla Città del Libro. Insomma, caporalato. (https://tg24.sky.it/milano/2019/02/26/caporalato-citta-del-libro-stradella.html). Un fatto che sembra eclatante, ma in poco meno di due settimane né Crosetti nel suo articolo, né editori e distributori nelle loro timide scuse ritengono di doverlo menzionare. Ma i guai a Stradella mica sono solo questi: basta fare una ricerca su Google per scoprire che alla fine di luglio 2018 “un blitz della Guardia di Finanza alla Ceva Logistics di Stradella ha spedito in carcere 12 persone nell’inchiesta ‘Negotium’, condotta con il coordinamento della Procura della Repubblica di Pavia, e che ha portato allo smantellamento di un articolato sistema fraudolento con gravi ipotesi di reato: sfruttamento di lavoratori in stato di bisogno, frodi fiscali e anche associazione a delinquere.”(https://www.ilgiorno.it/pavia/cronaca/stradella-fruttamento-lavoro-1.4080168). Il gip che ha disposto le misure cautelari in quel caso parla di “chiari, precisi e concordanti elementi relativi all’intermediazione illecita e allo sfruttamento dei lavoratori, al reclutamento di manodopera destinata al lavoro presso la Ceva in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori e la corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali; violando reiteramente la normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, alle ferie, in totale dispregio delle norme di igiene e del lavoro”.

Ricapitoliamo fino a qui: caporalato, sfruttamento, violazione sistematica di quasi ogni normativa sul lavoro. Ma facciamo ancora un passo indietro: il 4 aprile 2017 la Repubblica ci informa di un “Contratto truffa nell’Oltrepò: per 70 lavoratori italiani paga in moneta romena” (https://www.repubblica.it/economia/2017/04/04/news/contratto_truffa_nell_oltrepo_per_70_lavoratori_italiani_paga_in_moneta_romena-162138917/). Ebbene sì: 70 dipendenti obbligati alla firma del contratto dalla Ceva Logistics attraverso l’appalto a un’agenzia interinale romena: stipendi medi da 307 euro mensili versati in Leu.
Ma si potrebbe andare avanti, o meglio indietro: dalla sua apertura nel 2010 lo stabilimento di Stradella di problemi ne ha avuti moltissimi. Nel silenzio quasi tombale di tutti i componenti del resto della filiera del libro: editori, autori, librerie. In meno di 10 anni in quegli 80.000 metri quadrati con strutture in grado di smistare ogni anno 90 milioni di libri, ovvero il 50% di quelli distribuiti sul mercato italiano, si sono consumate alcune tra le più bieche strategie di sfruttamento dei lavoratori che si possano immaginare. 
Per l’immagine in testa al post sono andato su Google Maps: oltre a ricavare la mia schermata mi sono imbattuto nelle “recensioni” lasciate da alcuni ex lavoratori di Ceva: “ Trattati peggio dei numeri e sottopagati”; “ Sarebbero tutti da arrestare sono degli schiavisti sicurezza sul lavoro pari a zero”; “ Il posto dove devi lavorare in tempi utili ma dove non vieni PAGATO. CEVA LOGISTICS = NO STIPENDI”; “ Ambiente molto stressante. Troppe ore al giorno. Moltissime persone che ti spiano. Tantissimi contratti di lavoro di una settimana (5 giorni).” Potrei andare avanti, se avete voglia andate a farvi un giro.

A questo punto viene da chiedersi: e il resto degli attori del mondo editoriale come rispondono? Ci si aspetterebbe solidarietà che fiocca, comunicati stampa, anche qualche presa di posizione netta, sopratutto dalle case editrici che da qualche tempo si sono riunite in ADEI (Associazione degli editori indipendenti, nata dopo la spaccatura con L’AIE per l’affaire Tempo di libri Vs Salone del libro di Torino). E invece no: gli editori, tranne qualche rarissima eccezione, stanno zitti. Ma proprio muti. Eppure la questione è capitale, una questione di cui gli operatori della filiera editoriale dovrebbero parlare allo sfinimento, fino a risolverla. Sappiamo che questo non è il momento migliore per occuparsi dei diritti dei lavoratori, per i suddetti operatori editoriali: si apre la stagione delle grandi fiere del libro ed è bene nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma alle anime belle della nostra editoria, quelli che si scusano per i ritardi delle nuove uscite o solidarizzano con una frasetta con i lavoratori, vorrei chiedere: dov’eravate fino ad ora? A tutti quegli editori militanti, più o meno, che fanno grandi battaglie culturali, che nelle fila delle loro redazioni sono piene di intellettuali attenti e sensibili vorrei chiedere: dove eravate, e dove siete ora? Addirittura ADEI definisce, in uno scambio sulla propria pagina fb, le notizie qui sopra riportate come antiche, come a dire di poco interesse: insomma tra decine di milioni euro sequestrate e ipotesi di reato gravissime più volte addebitate a operatori di Città del Libro l’associazione degli editori indipendenti decide di scansare la questione e rispondere in maniera sprezzante a chi gliene chiede conto. Perché? In via non del tutto confidenziale, uno degli editori di ADEI mi fa notare quanto questo sciopero stia mettendo in difficoltà proprio gli editori (quindi la lotta colpisce nel segno). Sul tavolo non ci sono solo i ritardi degli arrivi in libreria, ma “il problema è che Messaggerie è un operatore finanziario che gestisce i flussi di denaro, ma soprattutto debiti e crediti di editori e librai; il che significa blocco delle voci positive sugli estratti conto”. Quindi chi accentra il potere finanziario della filiera editoriale rende molto complicato essere solidali, e poco importano le condizioni di lavoro di centinaia di persone che rendono possibile con le loro vessazioni quotidiane gran parte della distribuzione libraria italiana.

Ma c’è un altro fronte, diverso e disinteressatamente interessato ed è quello delle librerie. C’è chi come la Libreria Dante di Longo di Ravenna sbroglia un altro filo di questa brutta matassa: perché “non è solo il modello distributivo logistico del libro che andrebbe cambiato. Sono le nostre abitudini che dovremmo cambiare e capire che non sono sostenibili: avere TUTTO, SUBITO, A POCO PREZZO. Oppure sì, si può avere tutto questo, ma c’è qualcuno, sempre, che ne paga il prezzo, ed un CARO prezzo.” C’è Momo — libreria per ragazzi che ci ricorda come l’importanza culturale che diamo ai libri e le conseguenze dei disservizi di questi giorni non possono prescindere dalle “persone: che per rendere possibile quella che noi chiamiamo cultura da anni si ritrovano vessati, nel silenzio, da contratti che non rispettano nessuna delle regole a tutela dei lavoratori”. Oppure la libreria Palomar di Bergamo, che segue attentamente quanto accade a Stradella. Qualcuno ci ha scritto “Come librai indipendenti sappiamo dire ‘non comprate in Amazon perché trattano male i lavoratori’ ma chiudiamo gli occhi se sono i nostri fornitori a fare la stessa cosa.” Insomma, un’indice di consapevolezza che a un primo sguardo sembra molto più sviluppato di quello degli editori.

Quindi cari amici, quando nei prossimi giorni non vedrete arrivare i vostri libri ordinati o la novità che aspettavate da tempo, noi proveremo a raccontarvi questa storia di ordinario e continuativo abuso sui diritti dei lavoratori. E ci piacerebbe davvero tanto che anche altri prendessero questo toro per le corna, non limitandosi a linkare qualche fumoso articolo di cronaca, ma provando ad approfondire la questione: perché non si tratta solo di scusarsi con i lettori per i ritardi, la questione è ripensare integralmente l’aspetto della distribuzione editoriale che rimane il vero vespaio di interessi economici giganteschi che riguardano i grandi gruppi editoriali italiani.

Franco Di Battista