L’ossessione
L’ossessione del frammento, dura a morire, e non solo quella. Seguito ideale di Detox.
31. L’ossessione è di quelle dure a morire: rivedere, ritoccare, correggere, prima aggiungere, poi tagliare, cancellare o spostare. Arrivare alla giusta misura.
32. Non credere. Non credere che proseguendo così, senza rivedere e rimettere in ordine un bel po’ di cose, sarà una bella fine.
33. È – o dovrebbe o potrebbe essere – un processo continuo di vaglio, cernita, messa a punto, ridefinizione, cambio, ritorno sui propri passi e ancora scarto, ribaltamento e scatto in avanti. Molto più spesso è solo un cercare e cercare.
34. Il nostro rischio più grande? Ripeterci, ripercorrere vecchie strade e abitudini anche quando non è più il tempo, quando da noi si richiederebbe semmai un balzo deciso verso nuove attitudini, verso nuove risoluzioni, verso nuove idealità, assumendo quanto più uno sguardo rivolto al futuro.
35. Siamo, soprattutto nel lungo periodo, esseri monocordi, che tendono a ripetersi, a fare/dire/pensare suppergiù le cose di sempre? Possibile. Più che possibile.
36. L’anima che periodicamente s’intorbida, come l’acqua percossa da correnti stizzite sopra un fondo di melma e di sabbia.
37. Indietreggiare, rallentare, allontanarsi: per avere una visione d’insieme migliore – e godere di uno stato d’animo più sereno.
38. Cominci a essere stanco di nuovo, nuovo, nuovo, dillo: non ti lasci più incantare. Meglio il vecchio – ma non di ieri: dell’altro ieri.
39. Poesia e nostalgia di un tempo che fu, povero e scarno quanto si vuole ma con tutt’altro sapore – ampio, avvolgente, caldo – rispetto a quello venuto poi e, ancora di più, quello di oggi. Che fortuna averlo conosciuto, anche per poco e di striscio.
40. È stato – in parte forse lo è ancora e, se vorrà, magari in futuro saprà esserlo di più – un bel paese, ma oggi come oggi non dà grande gioia. Molto c’è da ripensare, molto da demolire, molto da meglio costruire.
41. Il futuro passerà probabilmente per la riscoperta, la riconsiderazione e la rivalorizzazione del nostro passato più remoto. Il presente, di sicuro, passa già per la resa dei conti con il nostro passato prossimo.
42. Come sarà tra qualche mese o anno, vallo a sape’. Ma ora come ora, bella nen è! Il dato che con più forza emerge nella vita di tutti i giorni è una crescente complessità e, in parallelo, una sempre più vistosa fragilità.
43. Quella sensazione di naufragio di chi, sommerso da troppe cose, apprensioni e incombenze, non si ritrova più o mai si è veramente trovato.
44. Un malessere sordo, diffuso, compresso, malcelato, nella vita di molti di noi. Insoddisfatti, sfiduciati, malfidati, dilaniati, sempre più spesso squattrinati, dunque, se non fuori, dentro quanto mai incazzati. Il malumore cova, ribolle, a tratti fuoriesce, esplode. A farne le spese, il più delle volte, le persone più care, le più innocenti.
45. Giorni malati, quando non sai dire se sia bello o sia brutto, e resti a letto fino a tardi, pur sveglio da presto, e tormenti le lenzuola in un protratto gira e rivolta, un piede su e uno giù, e alla fine ti rannicchi e stringi il cuscino, gli scuri semichiusi o le tapparelle abbassate, filtra un po’ di luce ma è troppo scarsa, e tristemente pensi a come ognuno di noi sia solo, ognuno con il suo proprio spazio, con la sua stanza o casa tutta per sé, e la caterva di brillanti conoscenze e i mille giri indipendenti e le centinaia di amici sparsi per il mondo, ma di fondo solo, al dunque in balia di eventi più grandi di sé, in un mondo che non sai dire se sia bello o sia brutto, di sicuro vive giorni malati, e noi con esso.
46. Dipenda solo da noi o anche dal tempo, incerto, mutevole, fragile, sfranto, ma è un periodo in cui gli entusiasmi, quelli veri, intensi, vibranti, durano poco, due, tre giorni quando va bene, sulla scia di qualche emozione viva, profonda, potente, poi risubentra un indistinto grigiore, un clima fiacco, svogliato, sterile, asettico, come mancasse linfa, slancio, vigore, come se tutto tornasse a essere come sempre, fioco, sbiadito, smorto, mediocre, consumato nell’attesa rassegnata di qualcosa sempre là da venire.
47. Quand’è che è successo? Quand’è che abbiamo smesso di appassionarci ed entusiasmarci seriamente per qualcuno o qualcosa? Quand’è che di fatto abbiamo abdicato al futuro, adagiati sul presente o il passato e da questi in pratica paralizzati? Quand’è che insomma non abbiamo più trovato dentro e fuori di noi gli stimoli giusti per non evadere dal nostro bisogno di sentirci vivi esprimendo e producendo vita e non meri simulacri di vita? Quando? E come? E perché? E perché mai questo non potrebbe o dovrebbe cambiare?
48. Quante volte, nella nostra vita, ci saremo dati la proverbiale zappa sui piedi, procurando più o meno inconsapevolmente un danno a noi stessi. Succede di continuo. Quando diciamo di no a tante buone occasioni, perdendo così opportunità potenzialmente d’oro. Quando siamo troppo incerti e titubanti e restii davanti a situazioni che viceversa andrebbero colte al volo e sfruttate al meglio. Ma anche quando non sappiamo dire di no a richieste, sollecitazioni e pressioni che dentro di noi già sappiamo che non produrranno nulla di buono, e invece non siamo sufficientemente forti e lucidi da opporci. Capita, e con gli anni finiamo anche per farcene una ragione. Ma quando ci ricaschiamo, o vediamo altri farlo, qualcosa dentro di noi si muove e pensa a quanto siamo stupidi e malaccorti un numero incalcolabile di volte.
49. In linea generale, funzioniamo molto al di sotto delle nostre capacità, come mente e come corpo. Con il giusto allenamento, l’una e l’altro possono fare miracoli. Non adeguatamente sollecitati e usati, entrambi cedono.
50. Cercano, uomini, donne, libertà, indipendenza, ma viene il momento che, da soli, non ce la fanno.
51. Ognuno di noi cerca, ciascuno a suo modo, una maniera di esistere, ora in tono maggiore ora in tono minore, tale che non ci si debba rammaricare, un giorno sì e l’altro pure, di essere al mondo.
52. Ma troppo assorbiti da noi stessi, dal nostro misero io ossessivo, dalle nostre piccole (pre)occupazioni e dai nostri cazzeggi (spesso è così, è incontestabile), finiamo troppe volte per trascurare o dimenticare le cose e soprattutto le persone davvero importanti. È l’istinto di sopravvivenza, il bisogno di evolvere, di andare avanti, di non fermarci e non affliggerci oltre il dovuto, si dirà, ma quanto perdiamo così.
53. I nostri genitori che a cinquant’anni, ma anche quaranta se non trenta, il più delle volte ci sembravano già vecchi. Noi che alle stesse età manteniamo un’aria giovanile e a tratti sbarazzina. Forse fin troppo.
54. Una grande fragilità: questo un tratto – ti sembra – che unisce tanta parte di chi è nato dalla seconda metà degli anni sessanta a – grosso modo – i due terzi dei settanta, vale dire chi ha vissuto almeno qualche anno della propria adolescenza negli anni ottanta. Fragilità declinata – tra le altre cose – come emotività, frammentarietà, dispersività, labilità e, va da sé, precarietà, tutte ad alti livelli. Fragilità che esteriormente magari si riesce pure a mascherare, dietro una corazza di apparente sicurezza e tutta una serie di dissimulazioni più o meno riuscite, ma che al fondo permane, inestinguibile.
55. Ti irridevano, se non insultavano, anni fa, molti coetanei, o giù di lì, quando dicevi, molto sicuro di te, a tratti arrogante, che i più giovani di voi, voi allora trenta-quarantenni, arrivati già adulti a internet, e spesso tardi o per vie molto traverse anche al vostro mestiere, avevano una marcia in più di voi, ed erano loro il futuro, non voi, voi eterni indecisi o pretenziosi a oltranza, generazione x o peggio ancora. A posteriori, non ti sbagliavi: ogni giorno di più, quella diagnosi di allora ti pare sempre più corretta. Per quanto, non che dei più giovani sia tutto da esaltare e mandare a memoria, né che dei più adulti sia tutto da buttare e scordare.
56. Lo capisci, no? Viviamo di ricordi. E non va bene. Perché, quando cominciamo a vivere quasi soltanto di ricordi, è il segno che abbiamo ormai abdicato al presente, abdicato al futuro. Abbiamo perso ogni volontà attuativa e ogni nuova capacità immaginativa. Viviamo suppergiù di rendita. Ma nessuna rendita dura in eterno.
57. Che cosa distingue un passato passato da un passato che è ancora presente? Un passato è passato se nulla nella vita quotidiana, nemmeno un fuggevole pensiero, più ci lega ai suoi modi di essere e di fare. È ancora presente se ogni giorno qualcosa, tanto o poco che sia, ci riporta alle sue atmosfere, ai suoi umori, alle sue contingenze e vicissitudini.
58. Un classico: quando non sai bene cosa fare di te, ripeschi a piene mani nel passato.
59. Lasciarsi dietro il passato: come è difficile, quando la nostra è molto spesso una vera coazione a ripetere. Edward Dahlberg direbbe, per il tramite di Rodolfo Wilcock: «il fatto è che l’uomo viaggia da un letto all’altro solo per trovare una donna identica a quella che ha abbandonato. Se per caso è abituato a sessanta chili di carne, ed è stato irrazionale abbastanza da supporre che una maggiore quantità di pelle gli avrebbe dato più piacere, si troverà a morire dalla fame davanti a un corpo di novanta chili».
60. L’importanza di avere un’agenda, andava dicendo e scrivendo da ultimo. L’importanza anche di tenere un diario – o se vogliamo un blog – e annotare via via le impressioni immediate sulle situazioni del momento. L’importanza anche di tornarci su, a distanza di tempo, e ripercorrere e rileggere retrospettivamente quei mesi, quegli anni. Il giudizio che se ne ricavava poteva essere cocente, ma era un’operazione necessaria. Era necessario riflettere sul proprio passato, più e meno recente. Per noi italiani era in particolare necessario riflettere a fondo sugli ultimi venti-trent’anni della nostra storia nazionale, oltre che di quella individuale. Se non volevamo infierire troppo su di noi, dovevamo farlo almeno sugli ultimi dieci anni. Quello che poteva venir fuori era, come nel nuovo libro dello storico Guido Crainz, il «diario di un naufragio». Sconsolante forse, ma toccava farci i conti. Perché «se una nuova partenza [era] possibile, [poteva] avvenire solo da qui».
Già pubblicato su nazzarenomataldi.com, a partire dal 25 gennaio 2013.