Nel gran rumore di fondo

Era mica che un eccesso di parole – o soprattutto di immagini, di suoni, di rumori? – avesse dato alla testa?

Diceva sempre che bisognava evitare con cura ogni facile nostalgia del passato – perché, diceva, di davvero idilliaco nel passato il più delle volte cosa c’era stato? – per accettare all’opposto con coraggio, intelligenza e fantasia le sfide nuove del presente e più ancora del futuro. Perché aprirsi a nuove influenze e nuovi orizzonti era sempre un balsamo, prima ancora che una necessità per sottrarsi alla spirale insidiosa del già visto, già sentito, già letto, già pensato, già detto, già scritto.

Ma poi era sempre al passato che tornava nei momenti in cui il presente veniva a noia – perché c’era un eccesso di presente, diceva, se non una vera dittatura del presente; un presente, per giunta, spesso insulso e disperante – e di futuro non si vedeva traccia.

Di continuo diceva pure di dover distogliere lo sguardo dalla tentazione di internet – perché deconcentrava e distraeva a non finire, diceva, e perché di fatto riteneva di avere già preso e anche dato a sufficienza.

Così, ogni due per tre ribadiva l’utilità e il bisogno di mettere mano ad altre attività piacevoli come leggere (specialmente ad alta voce), correre (due e se possibile tre uscite a settimana, per un totale di almeno venti chilometri), nuotare (non meno di cinquanta vasche una volta a settimana), pedalare (anche una sola uscita settimanale, ma sui trenta-quaranta chilometri), andare al cinema e magari a teatro (suppergiù una volta a settimana), e soprattutto interagire di più dal vivo con le persone amate e care.

Invece non passava giorno senza che si avvoltolasse nella rete, ora su qualche sito di news ora su qualche blog ora su un social media, lungamente intento a leggere, cercare, linkare, postare, appuntare, commentare – senza capire, peraltro, cosa ne venisse ancora di davvero positivo.

E di tutte le altre attività piacevoli in cantiere spesso nemmeno l’ombra.

Poi, a ripetizione diceva anche che non si poteva – no, non si poteva – giocherellare, trastullarsi, svagarsi e perdere tempo più del lecito. Perché bastava un nonnulla e si restava indietro nelle cose che più contavano – e, allora più che mai, indietro non si poteva restare.

Però puntualmente restava indietro e così doveva rincorrere, in affanno.

E tutto questo – e molto altro ancora, su cui era meglio sorvolare – come si spiegava? Insomma, perché diceva tanto – bene o male non importava – ma poi faceva poco in linea con quello che diceva? Perché oggi era tanto difficile – e non era una valida attenuante pensare che probabilmente fosse sempre stato così – far seguire alle parole i fatti?

Era mica che un eccesso di parole – o soprattutto di immagini, di suoni, di rumori? In pratica, il gran rumore di fondo che allora, senza un attimo di tregua, pervadeva le loro vite? – avesse dato alla testa?

Era mica che persi quotidianamente in mille rivoli, mille derive, mille microattività, mille preoccupazioni o mille facezie, facevano sempre più fatica a raccapezzarsi in un mondo allo stesso tempo arcimoderno e arcivetusto, perciò, bene o male che fosse, si limitavano a prendere la vita come veniva, giorno per giorno, senza mai restare troppo a lungo saldi in un’idea o un proposito, senza mai avere un orizzonte chiaro, ma seguendo quanto più l’ispirazione, le sollecitazioni o le necessità del momento, in una protratta e patetica improvvisazione, da eterni dilettanti senza arte né parte, presi in un vortice di debilitante mediocrità?

Già pubblicato su nazzarenomataldi.com il 4 febbraio 2013.

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