In difesa della censura delle statue ai Musei Capitolini

Un po’ mi fa strano, ma non si è ancora sopita la polemica sulle statue “inscatolate” ai Musei Capitolini romani in occasione della visita in Italia del presidente iraniano Rohani. L’altra sera Giacchetti, candidato sindaco a Roma, ha detto a Skytg24 a questo proposito: «mi viene da piangere». Mi viene da pensare che forse, invece, ci sarebbe stato da piangere a non aver avuto Rohani in Italia.

Ora, a prescindere dalle cause che hanno permesso un riavvicinamento dell’Iran con l’occidente rimane un fatto: questo riavvicinamento è positivo. Mantenere viva la diplomazia significa spesso mantenere sopita più a lungo la guerra. È in quest’ottica che bisogna guardare alla visita di Rohani in Italia. Già in questo senso sarebbe utile riflettere, mettere in contesto le proteste e il nostro facile scandalizzarci. Lo zelo c’è stato, ma nel complesso si tratta comunque di fare dei passi in avanti verso un mondo in cui dei nemici storici si stanno riavvicinando, facendo affari e riaprendo vicendevolmente le proprie porte all’altro con conseguente implicita apertura al reciproco influenzamento (e futuro dialogo) su una varietà infinita di temi. Questa visita sta simbolicamente per una serie di rapporti tra il nostro paese e l’Iran che si instaurano finalmente dopo anni, quale migliore occasione ci sarà per provare a suggerire una diminuzione dell’uso della tortura in carcere? Quale migliore occasione per potersi permettere di far liberare qualche blogger in più o per tentare di frenare qualche esecuzione?

Se è vero come è vero che i soldi (leggi: accordi commerciali) fanno girare il mondo, allora vale la pena essere realisti e fare in modo che il fatto di mediare (con l’ovvio obiettivo dei soldi) sia la porta d’ingresso a qualcosa di più, magari un accordo che includa — in modo più o meno tacito — la questione dei diritti umani e del loro rispetto.

Le statue coperte nei Musei Capitolini, si dirà, non erano in grado di inficiare gli accordi commerciali con Teheran con la loro nudità, ma questo chi può dirlo? Quale osservatore politico o esperto di politica iraniana saprebbe asserire con certezza quali formalità sono utili a far sentire ben accolto un leader di un altro stato a Roma? La risposta più probabile che mi viene in mente è che forse nessuno saprebbe prevedere con sicurezza quali siano le formalità funzionanti da un punto di vista comunicativo e quali altre invece meno. Probabilmente si va a tentoni, si cerca di capire cosa è necessario e cosa non lo è attraverso le comunicazioni tra gli staff e queste comunicazioni è bene che ci siano e che portino a punti di unione e non di rottura.

A proposito delle statue si è detto che la Francia avrebbe fatto una figura egregia in confronto all’Italia, perché davanti alla richiesta iraniana di non servire il vino al pranzo che avrebbe visto i massimi esponenti politici francesi sedere con i loro corrispettivi iraniani, ha saputo rispondere duramente annullando il pranzo e rimpiazzandolo con una colazione.

Mi viene da pensare ai bombardamenti francesi sulla Libia, alle ingerenze francesi in tutto il nord dell’Africa, al colonialismo e ai suoi strascichi e onestamente trovo un comportamento come quello francese ipocrita. Se la laicità fosse il dovere di difendere il vino del proprio tavolo allora sarebbe una vittoria semplice, scontata. Invece non lo è.

Trattare le cose importanti come tali e fare altrettanto con le formalità è essenziale per essere credibili. Una formalità come un tappeto rosso, un vino in meno o un paio di statue oscurate non è un segno che rimanda a subalternità, si tratta invece di rime che sottolineano necessità — e grado di volontà — di accordi. Le cose importanti sono altre, come il reciproco rispetto nella diplomazia internazionale e il lavoro dei “5+1” (e di Federica Mogherini) nel trovare un accordo sul nucleare iraniano. In questo senso l’Italia ha un passato di amicizia con l’Iran oltre che una via più facile per contrattare commercialmente, data l’assenza di un passato di ingerenze italiane a Teheran. Un’assenza che non possono vantare i nomi grossi dell’occidente come gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito.

Perché poi, a volerci parlare chiaro, noi di statue oscurate negli scantinati dei musei ne abbiamo a bizzeffe e sono lì a prendere polvere per lustri, non un solo giorno all’anno. E cosa ci vuole per avere musei all’avanguardia e un sistema turistico che valorizzi le ricchezze culturali? Tante cose, e tra queste ci sono sicuramente i soldi. Soldi che forse, la butto lì, arriveranno anche grazie a quei quattro pannelli così offensivi. Pannelli peraltro simili ad altri pezzi d’arte contemporanea, pannelli che se fossero firmati Koons e stessero alla Fondazione Prada sarebbero un nostro orgoglio, una punta di diamante.

A volerci, di nuovo, parlare chiaro, i motivi per fare polemica quando arriva un rappresentante di uno stato come l’Iran sono sempre presenti. Vogliamo mettere questa visita iraniana in cattiva luce? Basta titolare “visita di un negazionista a un giorno dalla giornata della memoria”, non suona certo bene, eppure è vero, ma non l’ha fatto notare nessuno.

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