Gli editori di noi stessi

Pensieri sulla crisi del giornalismo e sui flussi di informazione

Un paio di giorni fa stavo guardando una conferenza del Berkman Klein Center for Internet and Society, in cui Susan Crawford intervistava l’ex direttore della FCC, Tom Wheeler.

Durante le domande dal pubblico (circa a 53:00) Wheeler ha detto qualcosa che credo riassumesse perfettamente alcuni pensieri che avevo in testa da un po’ di tempo:

We need to begin to become our own editors, where we used to outsource the editorial function to NBC or CBS or the NYT. And now anybody with web access has as much reach as any of those, and it’s gonna force consumers to be better consumers of information. And I think we’ll get there, but we are certainly going through a rough path right now.”

Credo che questo sia profondamente vero, e che implichi una quantità di fatti che stanno alla radice di molti problemi che abbiamo oggi.
Andando per ordine.

Il giornalismo è in una profonda crisi. O meglio: i giornali sono in una profonda crisi e di conseguenza parte del giornalismo lo è.
Fondamentalmente il web e il suo costo marginale di produrre informazione nullo, hanno rotto il modello di buiness tradizionale dei giornali, che non sanno più come fare soldi in un mondo di informazione gratuita.
I soldi dell’industria pubblicitaria stanno diminuendo, e non c’è in vista un modello funzionante, a parte i miliardari filantropi (vedi il Washington Post), con tutto quello che ne consegue (ovviamente generalizzo).

C’è tutta una letteratura ormai sulle conseguenze economiche, sociali e politiche di questo fenomeno che potete trovare in giro.
E queste sono essenzialmente legate con il dibattito (ultimamente di moda), sulle fake news, e sull’era della post-verità, un concetto ingannevole che è sfruttato per puntare dita (spesso interessate) sul Web e sul ‘popolo’, qualsiasi cosa voglia dire. (poi in particolare in Italia il dibattito su questo tema è a livelli a volte imbarazzanti, ma questo è un altro post)
Per farla semplice, questa crisi di modello di business ci ha portati ad un fondamentale cambiamento sulla qualità e quantità delle informazioni, e soprattutto sul modo in cui le acquisiamo (e il contrario, dato che la correlazione poi è diventata un loop).

In questa società liquida, rumorosa, e che cambia vertiginosamente, il vero giornalismo (e non intendo i giornali tradizionali), sembra aver perso la presa sulla pubblica opinione, lasciando uno spazio vuoto.

Non c’è conservatorismo nelle mie parole, nessun gusto nostalgico per i bei tempi andati o per i giornali di carta. Non ci sono cresciuto in quel mondo e non credo che la pubblica opinione sia più o meno informata di vent’anni fa.
Il fatto è che, per tornare alle parole di Tom Wheeler, dobbiamo in qualche modo riempire questo spazio.

Che cosa fa un editore? Banalizzando: decide cosa è importante e cosa non lo è. Verifica le fonti, prova a ricomporre dei puzzle difficili. Tenta di avere sempre una voce critica nei confronti della realtà che lo circonda.

In questo mondo complicato, dove le informazioni prodotte sono così enormi e confuse, non possiamo permetterci di lasciare il nostro flusso di informazioni a sé stesso.

Non possiamo affidare questo ruolo ai social network, fatti di algoritmi opachi e filter bubbles.

Non possiamo evitare la responsabilità che abbiamo verso noi stessi e sottostimare l’argomento.
Abbiamo un’importanza capitale nell’intero processo e dobbiamo riconoscere che su questo tema educare la società significa in primis educare noi stessi. Essere i nostri stessi editori. In questi strani tempi sempre di più.

È possibile. La tecnologia la abbiamo (io mi gestisco molto grazie ai feed RSS, meccanismo molto semplice. E no, non è roba da informatici).
Non c’è una soluzione impacchettata e pronta, e ovviamente un breve post tende a semplificare. Ma è una questione di equilibrio, e di come proviamo a trovarlo.

Alcune delle domande che letteralmente dobbiamo provare a farci ogni giorno sono: come formo le mie opinioni? Sto scegliendo come arrivare a queste informazioni? Se non sto scegliendo io, chi o cosa sta scegliendo per me? E cosa non sto vedendo? Chi ha scritto questa cosa? Perché? Ci sono le fonti, i dati? Io cambio le mie opinioni a seconda dei dati?

Lo so, è faticoso, e non è sempre possibile. Ma i risultati potrebbero schiarirci le idee.