Indossava grembiuli a fiori

Lidia, che non era «la mare del diavolo»

Sport Billy’87.

In Italia anche nei quartieri c’era la pallavolo. Prima di Bernardi e Cantagalli, voglio dire. Chi non godeva di sterrato ma praticava l’asfalto si doveva industriare come poteva: se stai al mare e il vicino di casa è pescatore, la rete da barca diventa quella del volley, sospesa a mezz’aria fra i garage e la staccionata. Solo che nel parcheggio sotto casa, in quanto tale, entrano ed escono le macchine: e se stai giocando, il 17 di settembre del 1987, devi fermarti, ricordare chi è in battuta, il punteggio, alzare la rete scomposta, abbassarla quando l’auto si è fermata o è già passata sfiorando la rete con l’antenna, riprendere a giocare e a cantare Kate Bush tra un cambio e un punto. Ma quel pomeriggio, di ritorno dal vicino ospedale, arrivarono in sequenza la Uno rossa di mia madre, la Uno rossa di suo fratello, la Panda ancora scarlatta di un terzo zio. Scesero silenziosi, e mi fecero il segno di salire. Avevo tredici anni e avevo capito.

Toni e Lidia.

Non avrebbero dovuto, almeno con me, inventare un viaggio interminabile o millantare paradisi dove l’avrei reincontrata cent’anni dopo. Eppure non realizzavo lo stordimento: non mi era mai morto nessuno di così vicino, con cui avessi vissuto finora. Il più sarebbe stato dirlo al nonno, apparentemente impassibile sulla sua poltrona. Non toccava a me comunicarlo: un ben provvido privilegio, per via dell’età. Che lui se lo aspettasse, non era contestato: gialla d’ittero Lidia uscì di casa quindici giorni prima, per non farvi più rientro. Ma cosa gli passasse per la testa non si conosceva, le lacrime trattenute nessuno le ha poi viste per davvero. Erano sposati da quarant’anni, e non v’è parola nelle fonti di alcuna crisi, anche se sono stato testimone di ruvide reazioni negli ultimi mesi della vita in comune: e Toni Trafeghin le ha sempre subite.

Lidia nacque alle 7 del mattino. Nel secondo foglio del registro compare anche la levatrice, Ida Bonivento

La Lidia -che poi era Lilia, all’anagrafe- nacque l’anno della fine della guerra, così come fu poi per mia madre sua figlia, curiosamente assorellate dal giungere al mondo verso il sollievo dopo quattro anni di bombe e stragi. Era il 24 maggio frammentario della fine, non quello dell’inizio sul Piave, ma per lentezze o sbadataggini, trasferte a piedi o imboscate fu pubblicata all’anagrafe solo quattro giorni più tardi. Con quel cognome che aveva solo lei, suo padre, e un professore di musica tornato dalle Americhe. Lussignani di prima della diaspora, quando fra le due sponde era normale condividere il pescato, il vino, e gli epici sposalizi dei zermàni s-ciavóni in Quarnaro. Il bisnonno Romeo era un prete mancato (l’avesse fatto, almeno finiva tutto, per dirla con Baglioni), già seminarista non irreprensibile e comunque militassolto: l’ho ritrovato nel sito dell’archivio di Venezia, ove compare con tutti gli otto della data di nascita, il gentilizio materno -lo stesso della moglie di Pertini- e la professione del padre, titolare di una vela compendiata anche nelle stampe riepilogative della marineria, quelle che vendono nelle residue cartolerie in manifesti da appendere al muro dei bed and breakfast cittadini.

Elisa e Romeo, i genitori di Lidia, in un’immagine ricavata da quelle del matrimonio nel 1907.

Surian, stirpe istro-rumena di lontana ascendenza siriana: «cicio no ze per barca», nonostante tutto. E infatti Romeo -detto Tarmào, per via della pelle butterata dal morbo- pescava sì, ma le anguille allevate in valle a Comacchio. Prima e dopo che la bisnonna Elisa, una bella signora dalla posa aristocratica, se ne andasse troppo presto vinta da una broncopolmonite. Amava prendere la littorina per vedere l’opera lirica in Adria, e -caso raro tra le famiglie numerose di laguna sud- non regalò fratelli all’adolescente Lidia, che negli anni del fascismo trionfante finì in campagna “a servire”. Allora si diceva così. Dell’ìmpari matrimonio fra il piccolo Romeo e l’augusta Elisa (razza dei Róncola, il vanto di uno zio che traghettò Garibaldi in Romagna per salvarlo) s’è conservato uno scatto in cartoncino, assemblato da uno di quei bravi artigiani che a Venezia non ci sono più: con la medaglia ritrovata nello scrigno, quell’unica eredità di coppia sta là da centodieci anni.

Lidia si schermisce all’osteria Penzo, con accesso di calle Fidado.

Lidia ha sempre detto che in gioventù un pittore la ritrasse sotto un portico della vecchia Muggia: chissà se quel calco di modella, immagino per un capitello sacro, ha resistito al tempo e alle guerre. Carne bianca e rosa da slava, a sessant’anni -quando la conobbi- la si poteva solo intuire sotto al cocón: chi l’ha vista fiorente assicura che somigliasse a Virna Lisi, stessi tratti (ma con quella bocca possono dire ciò che vogliono). Quando era miseria, ed era tanta, ed era nera, faceva anche due o tre lavori per raccogliere le briciole da dare ai quattro figli dormienti in una sola stessa stanza, e all’anziano padre nei giorni della paralisi. La ricordano ostessa, mescere il vino Trani o Verona agli attendenti, ai professori semestrali, agli ormeggiatori, ai doganieri, fra la casa della sua maternità e quella dei capelli grigi, dove oggi sta il miglior ristorante di pesce di tutto il centro storico.

i luoghi della spesa quotidiana.

Faceva la spesa da Nino, prendeva la verdura dai marinanti, i formaggi da Orazio, la carne dai fioi del Vittorio, i fratelli Pagan dove ancor oggi ci serviamo. Vestiva grembiuli a fiori, piangeva con il disco dell’Ave Maria, cucinava il potaceto de fasiòi come se avesse ospite la regina. Sapeva scendere a difendermi, quando in calle si metteva male; lamentava che i figli fuori casa dimenticassero spesso di venirle a dare un pensiero, a sincerarsi della sua salute: «Chi vuole el Papa vaga a Roma, chi vuole la Lidia vègna in persona», l’orgoglio di non dipendere. Non la scordavano invece dal piano di sotto, per cui era la zia Lidia in una città dove i ragazzi sono indicati “de la” madre fin quando adulti: le appartengono per distinguerli l’uno dall’altro, portato della vita all’aperto. Un modo per riconoscere istantaneamente quelli con lo stesso nome di battesimo, negli anni Cinquanta del baby boom.

quella rosacea è la casa di calle Larga Bersaglio, sullo sfondo la riva.

Fra i miei tredici e i fondamentali diciassette anni, quando anche nonno Toni ci lasciò, vissi pomeriggi autodidattici con un cane sedentario e goloso e un vecchio che faticava a camminare, atto alle carte da briscola e idolo dei miei compagni di classe. Avrò fatto fare cento volte il giro alle videocassette dei film di guerra (“Parigi brucia?”, per lui “El generale”. O “Roma città aperta”, detto “El prete”. Altrimenti “La marcia su Roma”, ovverossia “I fassisti”), perché voleva ripeterne la visione come ad essere rassicurato del finale avverso al regime del duce. Di quel pescatore dalle orecchie a sventola, la cui foto tengo nel portafoglio e il nome senza averne il dna, quando voglio posso far partire una vhs registrata miracolosamente dallo zio Giorgio mentre noialtri si villeggiava in montagna: lo si vede e lo si ascolta mentre declama storielle in dialetto, aneddoti da osteria, e così sarà fin che si smagnetizza, spero mai. Della Lidia invece prove filmate non ci sono, se non un precario super8 riversato dal piano di sotto, di quando avevo sette mesi; questo fatto di non aver salvata la sua voce, di non rievocarla, ecco ciò mi fa star male. Oltre all’eterno dubbio: le avessero somministrato il cortisone qualche giorno prima di sbiancare, chissà.

la matriarca.

L’endoclima porta vieppiù a chiedermi se trent’anni dopo sarebbe stata contenta di me. La risposta più probabile, ancorché cangiante come una figurina prismatica, sarebbe non credo, o più icasticamente: non avrebbe retto, anche a questa modernità. Non penso le sarebbe aggradata l’ipotesi che io trascorra minuti su Google Earth o rileggendo anni di messaggi a ritroso. Magari non lo avrebbe mai saputo. Anche ieri sera sarebbe andata a dormire presto, appena dopo il suo Tonìn e molte ore prima di me, una volta sbrigate le faccende e sbirciato un programma televisivo in cui non poteva riconoscersi. E stamane, a cent’anni, il mio svelto chiamarla per «oh!» avrebbe ottenuto in risposta, come sempre, uno stentoreo e beffardo «la mare del diavolo, se ciamèva Ò!»: volevo solo chiederle se mi avesse detto proprio tutto, ma per oggi lascio stare. Magari fra cent’anni, in paradiso.