La petite madeleine

“La felicità forse è un’altra cosa, ma quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non lo cambierei mai con niente.”


È dal quarto anno di liceo che utilizzo la metafora della petite madeleine ogni volta che voglio parlare di ricordi.
Proust non mi è mai piaciuto granché, forse perché è prolisso come me o forse per quei periodi incredibilmente lunghi, che per leggerli tutti d’un fiato bisogna usare la bombola d’ossigeno, o forse perché è francese. Però la storia della petite madeleine mi è sempre piaciuta, un gesto semplice come quello di mangiare un dolcetto riporta alla mente il primo momento in cui lo abbiamo mangiato, le persone che erano con noi e le sensazioni che provavamo.

L’effetto madeleine io lo provo con le canzoni, con i profumi, con certe ore della giornata e con alcune parole scritte su vecchi fogli e diari.
A quasi 28 anni ho un discreto contenitore di ricordi, che ultimamente riaffiorano sempre più spesso e nei momenti e nelle modalità più disparate, fenomeno che accade per i seguenti motivi:

  • vivo abbastanza lontano dalle mie amiche più care, il fatto di sentirle solo per telefono e non poterle abbracciare ogni volta che voglio è una cosa che inizia a pesare
  • anche se non sembra, i 30 si avvicinano e con loro anche i bilanci di questi primi decenni di vita
  • ho riaperto la scatola che contiene la mia vita nel periodo che va dai 14 ai 19 anni, ho trovato cose come appunti di viaggi a Londra e a Madrid, bustine di maionese (?), foto di me con ciocche fucsia/arancio/biondo
  • ho ripreso a studiare francese e sto imparando ex-novo il portoghese, la cosa mi riporta inevitabilmente agli anni del liceo linguistico e della facoltà di lingue.

Aggrapparsi ai ricordi non viene visto di buon occhio, come se averne e ripensarci sia un impedimento nell’incalzare della vita.
Non sono d’accordo, ovviamente.
Se il sangue definisce a chi apparteniamo, se la lingua definisce da dove arriviamo, i ricordi definiscono come abbiamo vissuto e quindi anche come siamo o come siamo stati.

Io i miei ricordi me li tengo stretti e non butterò mai nulla di quelle cose materiali che mi riportano ai momenti della mia vita, tipo quella volta in cui ho incredibilmente bevuto una birra a Londra a 17 anni, o quella volta in cui con tutta la classe siamo scappate dal retro della scuola scavalcando per evitare il precetto pasquale e nemmeno lo yogurt mangiato alle 6 del mattino in veranda ascoltando musica nell’estate del terzo superiore.

E prima o poi scoprirò a quale ricordo è legata quella quella bustina di maionese, per il momento la lascio lì dov’è.

Scrivendo questo post ascoltavo:

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