La cultura dell’innovazione in Italia

Quante volte nel commentare i dati di un’indagine statistica su sviluppo e innovazione ci siamo ritrovati a far risalire l’origine di ogni cosa al sistema valoriale e culturale del contesto?

Più di frequente, infatti, il livello di innovatività di un paese viene misurato con criteri oggettivi riferiti alla produzione e al consumo di prodotti e di servizi innovativi.

Il Rapporto 2016 COTEC Che Banca! a cura del Censis di recente pubblicazione sceglie invece un’altra prospettiva orientata a considerare aspetti di tipo culturale, un indirizzo di indagine introdotto dal CODEC nel 2009.

Il rapporto “Italia Che Futuro!” sull’innovazione restituisce un quadro di prospettiva sul modo in cui viene percepita l’innovazione. Sono due gli indicatori ricorrenti:

1. il concetto di “innovatività del consumatore” ovvero le propensioni individuali, di tipo cognitivo e comportamentale, a capire e ad accettare un prodotto innovativo. Questo è un parametro utile a valutare il livello di permeabilità di un contesto socio culturale al cambiamento, all’innovazione, alla tecnologia nella misura in cui influenza le scelte del consumatore.

2. Il sistema valoriale e culturale in cui si formano i giovani che può includere il riconoscimento dell’importanza della formazione scientifica e tecnica da un lato, la propensione al rischio e allo spirito d’impresa, l’attribuzione di valore alla creatività, all’intuito, all’ottimismo quando si parla di innovazione.

L’idea di innovazione e il profilo sociale dell’innovatore emersi

Dal rapporto è possibile rilevare che il concetto di innovazione diffuso è più articolato delle attese. E’ definita come “qualcosa di nuovo di indiscutibile utilità”. Risulta adeguatamente ampio e inclusivo il concetto più condiviso in quanto riferito non solo al prodotto e al servizio ma anche al processo, riconoscendo più tempi e ambiti di applicazione, andando oltre l’informatica e le TIC con cui più comunemente si tende ad identificare l’innovazione.

Quanto al profilo sociale dell’innovatore vengono segnalate doti come la creatività, la curiosità, l’intuito, l’intelligenza superiore alla media, la disponibilità a rischiare e non è del tutto trascurata, soprattutto da coloro che dispongono di livelli di istruzione più elevati, l’attitudine alla disobbedienza. E’ naturale infatti che l’innovatore sia caratterizzato da un approccio critico ai luoghi comuni e alle pratiche consolidate. L’esperienza e la formazione sono poste in secondo piano quando si parla di innovazione.

Alcuni limiti

In Italia nonostante la crescita di un atteggiamento positivo verso ciò che è nuovo, anche sul piano culturale, si registra una certa resistenza a far maturare la cultura del rischio che chi innova come chi fa ricerca deve far propria considerando l’errore non come un fallimento ma come necessaria tappa di un percorso non segnato prima da altri, fisiologico in tutto ciò che è inedito.

L’altro limite individuabile nell’opinione comune attiene all’accettazione e alla conservazione del modello imprenditoriale italiano che fa della piccola e media impresa la garanzia della qualità del made in Italy. Questo potrebbe risultare un ostacolo nella competizione su scala globale dove il numero dei dipendenti dell’impresa fa la differenza.

Ma su questo punto vale la pena di fermarsi a riflettere. Rinunciare ad un modello di cultura produttiva come quello italiano in nome di un modello di innovazione imprenditoriale che abbiamo per lo più importato dai paesi con caratteristiche di sistema proprie ed altre linee di sviluppo non sarebbe giusto ne opportuno. L’Italia dovrebbe porsi il problema non di fare innovazione sulla falsariga di paesi con cui ha poco o niente in comune ma, al contrario, di sperimentare un modello ad hoc che valorizzi le peculiarità del proprio sistema produttivo e imprenditoriale. “,”t

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