Tutto il resto dev’essere pari


A memory is what is left when something happens and does not completely unhappen.

Edward De Bono


UNO

“Amnesia”

Domenica, tarda mattinata.

Mi sveglio ma non apro subito gli occhi, aspetto qualche minuto.

Ci vuole una certa disciplina perché l’istinto è di aprirli ma in sciocchezze come questa mi sono allenato per anni e sono un maestro.

Già ai tempi della scuola, alla vigilia dei compiti in classe, quando la paura e il senso di colpa per non aver studiato mi riempivano la testa e svuotavano lo stomaco, avevo escogitato un metodo per sdraiarmi a letto accompagnato solamente dalle fantasie più dolci, cancellando con un colpo di spugna tutte le inquietudini.

Il suggerimento me lo diede la mamma, grazie alla sua ossessione per l’igiene orale. Voleva che lavassi i denti tre volte al giorno: mattina pomeriggio e sera. Dovevo spazzolarli per almeno tre minuti guardando la lancetta lunga dell’orologio appeso sopra lo specchio del bagno. Se capitava di essere in un bagno senza orologio, allora bastava contare col pensiero fino a centottanta, meglio ancora duecento per essere sicuri di non sbagliare.

Se nel quarto d’ora prima di addormentarmi volevo sognare ciò che più desideravo, allora prima di tutto era necessario cancellare tutte le apprensioni. Decisi di farlo la sera, nei tre minuti in cui mi lavavo i denti.

Spazzolavo e mi costringevo a pensare intensamente a tutto quello che mi spaventava, mi concentravo su tutti i pensieri spiacevoli, su ciò che mi faceva più male: un’interrogazione, o gli spintoni di Simone Cupi negli spogliatoi della palestra, ma soprattutto l’indifferenza di Francesca.

Tre minuti per preoccuparmi del giorno dopo, avere paura, comprimere tutto il nero e condensarlo in uno sciroppo denso e disgustoso da sputare nel lavandino, per poi ritrovarmi pulito e limpido.

Dopo mesi di tentativi divenni padrone della tecnica, un automatismo che si attivava semplicemente inserendo lo spazzolino in bocca. I rimorsi, i sensi di colpa, la mia collezione di rimpianti, il sentirmi costantemente fuori posto e inadeguato, tutto era concentrato in un unico grande spavento di tre minuti, che preso nella rete veniva schiumato, rimosso e risciacquato. E con in bocca il sapore di menta ero pronto a sdraiarmi e immaginare di essere un supereroe oppure baciare Francesca, la più bella della classe.

Tre minuti. Il numero tre, anche se dispari, è ammesso per lavarsi i denti e per il numero di cucchiaini di zucchero nel caffè, perché due sono pochi e quattro troppi. Anche i multipli di cinque vanno bene, ad esempio per il livello di volume di televisione e autoradio. Quindici, venticinque, sono dispari ma rotondi.

Il tre e i multipli di cinque, basta, queste sono le uniche eccezioni. Tutto il resto dev’essere pari.

I numeri dispari sono stonati, spigolosi e irregolari, mi fanno lo stesso effetto di un quadro storto alla parete, devo metterlo a posto. Ognuno convive con le proprie manie e ossessioni. C’è chi evita di calpestare le righe sull’asfalto, chi beve solo da bicchieri trasparenti, non colorati, e ancora chi preme il tubetto di dentifricio con metodo dal fondo, senza accartocciarlo. Io ho la mania dei numeri pari, necessito di un equilibrio di contrappesi che si annullino; solo allora posso procedere oltre, lasciarmi alle spalle gli eventi, ascoltare, concentrarmi, amare.

Un’altra mia piccola mania è, come adesso, starmene un po’ a letto con gli occhi chiusi, prendendo contatto col mondo poco alla volta, immobile ad ascoltare e annusare l’ambiente intorno, come un pulcino cieco appena uscito dall’uovo. Osservo l’interno rosso delle mie palpebre, un magma di macchie liquide che cambiano continuamente forma. Il sole di Luglio, già alto, picchia su Torino e mi colpisce in faccia attraverso la finestra aperta.

Dalla strada salgono i rumori tranquilli della domenica mattina, niente clacson, la frenata del tram che passa su corso Belgio col suo ripieno di vite solitarie e sciami di adolescenti diretti verso il Mac Donald di piazza Castello. Quando il tram riparte sferragliando sui binari, emergono le voci dei vecchi davanti al bar sotto casa. Stanno tutto il giorno là fuori, a fumare una sigaretta dopo l’altra e a sputare previsioni sportive con le bocche impastate di caffè.

Apro lentamente gli occhi e non appena mi sollevo sui gomiti, due enormi martelli cominciano a picchiarmi sulle tempie e mi sembra di avere in bocca una sciarpa. Mi tiro a sedere sul letto alzando il cuscino contro il muro. Lo stomaco gorgoglia e lungo l’esofago sale piano una bolla d’aria che si libera nella camera in un fragore al gusto di rum.

“Cominciamo bene!” penso allungandomi verso il bicchiere d’acqua sul comodino. Ho la vista annebbiata, mi allungo e afferro il bicchiere sfocato nella luce accecante che arriva dalla finestra. Mi rinfresco la gola, ieri è stata una serata pesante.

Chiudo nuovamente gli occhi, ho il sole in faccia e fa caldo.

Potrei abbassare le tapparelle e farmi qualche altra ora di sonno, oppure abbandonare il letto, prendere due aspirine effervescenti e fare colazione. In frigo ho anche il succo di pera, fresco…

“Bevi il succo di pera!” grida qualcuno in strada, poi ripete e capisco meglio.

“Ho detto che viene brutto stasera!”

“Brutto? Qui c’è scritto il contrario!”

Riconosco la voce del giornalaio, uno scambio di opinioni meteo con i vecchi del bar, i quotidiani contro i dolori alle ossa.

E comunque succo di pera sia! Sto raccogliendo le forze per alzarmi quando improvvisamente avverto una presenza. A pensarci bene l’ho percepita da subito ma non ci ho fatto caso, un soffio tra il mal di testa, i rumori della strada e il brontolio dello stomaco. Un soffio ritmato e regolare, come un respiro.

Spalanco gli occhi e mi volto cauto, dal lenzuolo bianco spuntano due piedi piccoli, con le unghie smaltate color verde menta. Le dita sono proporzionate e ben curate, la pelle sul collo del piede e sulla pianta è chiara e levigata. Mi piace chi si prende cura dei propri piedi.

Rifletto un attimo, sollevo la mia metà di lenzuolo e vedo un salsicciotto inguainato in un preservativo raggrinzito e secco.

La donna è sdraiata su un fianco, ha un corpo pieno e delle curve come montagne russe che mi accendono in testa fotogrammi della notte passata.

Capelli biondi dai riflessi ramati sono sparpagliati sulla sua schiena nuda. Abbasso lentamente il lenzuolo fino a scoprire un tatuaggio, appena sopra i glutei, tre piccole impronte, come se un gatto con le zampe sporche d’inchiostro le fosse passato sull’osso sacro. Le abbasso un poco le mutandine e accolgo felice lo svelarsi della quarta zampina. I conti tornano.

Sento crescere un’erezione e la plastica tirare, poi un guizzo dal basso ventre, una catapulta sganciata che alza con un colpo il lenzuolo. Giusto un attimo e parte un altro colpo di grancassa, su e giù.

Decido di darmi una sistemata veloce prima di svegliarla, il mattino è il momento che preferisco, e poi non ricordo molto di ieri sera.

Mi sfilo piano dal letto e trascino i piedi in bagno, mi lavo velocemente, infilo un paio di pantaloncini che giacciono sul pavimento, un canestro mancato di pochi giorni prima tirando al contenitore dei panni sporchi. Mi sento un po’ così, un oggetto che dovrebbe essere da un’altra parte e invece resta a terra stropicciato. Entro in cucina con in bocca un pugno di sabbia, butto due aspirine in un bicchiere d’acqua, risciacquo una tazza sporca e ci verso il succo di pera fresco. Bevo d’un fiato la medicina frizzante e poi esco sul balcone a sorseggiare con calma il succo.

Appoggio il culo alla ringhiera e osservo. In strada un uomo apre i cassonetti della spazzatura e li ispeziona con l’aiuto di un manico di scopa. Dall’altra parte c’è il cinema con le locandine dei film in programmazione.

Sento il sole bruciare sulla nuca e arriva dai giardini pubblici il profumo di erba appena tagliata. Socchiudo gli occhi e inspiro dal naso, prima un capogiro e un po’ di nausea, poi parte il filmino scolorito di me in bici sulle strade di campagna in Emilia, in vacanza dai nonni, stesso caldo sulla testa e stesso profumo, niente nausea.

La prima volta che ci andai ero ancora nella pancia di mia madre, e mia sorella Teresa non era neanche un progetto.

I nonni ci hanno visto crescere per un mese ogni anno, tutti gli anni, fino all’ultima estate, quella del 1985, quando io avevo tredici anni e la vita mi avrebbe lasciato sulla pelle i suoi primi segni profondi, cominciando a trasformarmi in ciò che sono oggi. D’altra parte, tredici anni, cosa potevo aspettarmi da un numero come il tredici?

“C’è una donna nel tuo letto!” mi ricorda una voce nella testa.

Il campanile della chiesa batte un colpo, è l’una, l’elastico dei ricordi teso indietro nel tempo si sgancia e mi riporta rapido al presente, a questo momento. La strada di campagna ritorna balcone, la bicicletta rimpicciolisce nella pianta di basilico bruciata dal sole, e stringo nella mano una tazza vuota. Cenerentolo da quattro soldi.

Mi schiarisco la gola e l’uomo che fruga nella spazzatura si blocca e alza lo sguardo al balcone. Rientro e mi siedo al tavolo della cucina, sfido la nausea e accendo una sigaretta, poi raccolgo nella memoria, con ordine, i cocci di ieri sera.

Si chiama Sarah. Claudio è arrivato all’aperitivo con lei e un’altra ragazza, Antonella; lavorano tutti e tre insieme in un’agenzia di viaggi in centro.

Claudio è mio amico fin dai tempi delle elementari, quando saltavamo nelle pozzanghere e rompevamo i vetri col pallone. Ha raggiunto i quarant’anni mantenendo lo stesso fisico asciutto e nervoso di allora, solo che i capelli hanno ceduto il colore e porta dei baffetti a manubrio con le punte all’insù. È un eccentrico, lo è sempre stato, un single incallito che si rifiuta di invecchiare e a volte mi sembra davvero che ci stia riuscendo.

Io, pur essendo suo coetaneo, ho la barba lunga e sembro più vecchio, lo ripete sempre anche Anna, ma la barba e i baffi mi fanno sentire protetto, meglio ancora quando posso indossare gli occhiali da sole, così la maschera è completa.

Sarah si è presentata con un sorriso aperto.

“Sarah con l’acca finale!” ha specificato tendendomi la mano.

“Che poi cosa me ne faccio dell’acca finale? Ti serve un’acca, Matteo?”

Mi piacciono le persone che memorizzano subito il mio nome, che parlandomi lo ripetono, creando dal nulla un contatto, un ponte che io in genere trovo sempre troppo faticoso costruire. Sarah invece si è sporta subito da quegli incantevoli occhi verdi, smaniosa e piena di curiosità, come se al mondo chiunque possa essere interessante, donarci qualcosa o ispirarci, come se non esistessero gli imbecilli e i rompicoglioni.

Il suo sguardo inflessibile, di chi non si nasconde mai, così diverso dal mio, mi ha dato subito l’impressione che in lei ci fosse qualcosa di estremamente forte, prezioso e difficile da raggiungere.

“Penso che l’acca ti doni molto” le ho risposto sentendomi impacciato.

Sarah non era molto alta, circa un metro e sessantacinque di determinazione compressa, curve pronunciate ma un corpo sodo e muscoloso, di chi ha da sempre praticato sport, anni di nuoto, da ragazzina Judo.

Indossava dei pantaloni bianchi attillati che le arrivavano sopra le caviglie e evidenziavano le cosce, dei sandali neri col tacco alto e una camicetta leggera, anch’essa nera, con un paio di bottoni slacciati. Sul petto spiccava il cuoricino rosso di un pendente Swarovski.

L’altra ragazza, Antonella, era alta e slanciata, più vistosa di Sarah, ma troppo sofisticata, tacchi vertiginosi, capello corto e sguardo aggressivo. Sarah era più discreta, parlava a voce bassa, rideva spesso ma senza esplosioni, rispondeva svelta e ironica a ogni mia piccola provocazione e manteneva un atteggiamento caldo ma mai ambiguo. Mi è piaciuta subito.

Seduti al tavolino all’aperto di un bar in piazza Vittorio, abbiamo bevuto e scherzato parecchio. Oltre il Po, la chiesa e le colline avevano come sfondo un cielo dalle nuvole in fiamme e l’afa estiva era mitigata da una brezza inusuale.

A metà serata Antonella ha ricevuto una telefonata e con una smorfia ha annunciato che il suo ragazzo ci avrebbe raggiunto, era stato a guardare con gli amici una partita amichevole della sua squadra del cuore.

Giusto il tempo di fumare una sigaretta e le carte in tavola sono cambiate.

Pochi minuti dopo è arrivato Angelo, con la maglia a strisce bianche e nere, e una dentatura perfetta che ostentava in ripetuti sorrisi. Ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto fargli i denti come la maglia, aggiungendo le caselle nere su quel sorriso bianchissimo. Si muoveva in continuazione, saltellava col culo come se la sedia scottasse, sembrava un cane cui si mostra una pallina da tennis, insomma, così al volo non l’ho trovato molto simpatico.

Angelo ha alzato il braccio in alto e schioccato le dita per ordinare un whisky con ghiaccio alla cameriera poi, con un gesto vagamente effemminato, ha cominciato ad aggiustarsi i capelli dietro la nuca, ripetutamente, e quelli ricadevano ogni volta nello stesso punto, sul bordo del colletto.

“Dovrebbe tagliarli…” mi ha sussurrato Sarah all’orecchio, “li vuole un po’ lunghi ma non li sopporta.”

“Io avevo lo stesso problema a tredici anni” ho bisbigliato accostandomi, “ma un barbiere lo risolse con il doppio taglio, hai presente?”

Sarah ha scosso la testa.

“Un po’ lunghi davanti ma rasati sopra le orecchie e dietro il collo, è anche conosciuto come scalino o più volgarmente alla cazzo di cane!”

Sarah è scoppiata a ridere e io ne ho approfittato per appoggiarle una mano sulla coscia. Il quarto rum mi aveva scaldato.

“Ma il vero nome è doppio taglio” ho continuato disinvolto, “e quel barbiere mi disse che risolve tutti i problemi… li hai lunghi, ma nessun fastidio di capelli infilati nel colletto!”

“Doppio taglio un corno!” mi ha detto all’orecchio, “lui dovrebbe tagliarsi i capelli e tu la mano. Risolve tutti i problemi, no?”

Mi ha congelato e ho dovuto ricompormi, ho ritirato il braccio come un serpente che rientra nella tana.

Angelo si è acceso una sigaretta e ha rotto quel momento di silenzio.

“Allora, qualcuno di voi ha visto la partita, sarà stata anche un’amichevole ma che spettacolo… tre a zero abbiamo vinto!” e ha alzato le braccia al cielo.

“Si, campioni del mondo!” ho risposto scontroso, e quelle sono state le uniche parole che gli ho rivolto.

Per mia fortuna Claudio è sempre stato un grande appassionato di calcio e non si è dovuto sforzare più di tanto per assecondare la conversazione sportiva.

Con lui e Angelo che discutevano animati e Antonella risucchiata dallo schermo del suo cellulare, io, mantenendo le dovute distanze, ho parlato a lungo con Sarah.

È stato facile, come andare in bici lungo una leggera discesa, il vento in faccia col mento basso sul manubrio. Ogni tanto lei improvvisamente svoltava, deviava su strade sterrate e paesaggi diversi, ma io la seguivo docile. Decideva lei il ritmo e l’itinerario, e alla fine dei sentieri c’era sempre una nuova discesa. Poco prima che un soggetto esaurisse il suo interesse saltava senza preavviso su un altro argomento.

Nel frattempo i bicchierini vuoti di rum si sono accumulati e il posacenere si è riempito di mozziconi schiacciati. La luce delle candele sfarfallava sui tavolini e le casse nebulizzavano un pezzo dei Cure.

Mi viene in mente il quadrante dell’orologio di Angelo. A un certo punto, ubriaco e di nuovo audace, ho spostato la sedia e appoggiato la mano sul ginocchio di Sarah.

“Ma che cazzo ha, una pizza, sul polso?”

Lei ha lanciato uno sguardo all’orologio di Angelo e ha cominciato a sghignazzare, prima piano poi sempre più forte. Proprio in quel momento, lo zebrato ha alzato il braccio per guardare l’ora e Sarah, fuori controllo, ha urlato infischiandosene di tutto:

“Una quattro stagioni al tavolo due!” ha battuto la mano sul tavolino facendo cadere due bicchieri e a quel punto ho rotto anch’io gli argini, fino alle lacrime, con Claudio che chiedeva: “Che cazzo ridete? Ma siete fuori?” e il belloccio che ci fissava serio e spaesato, con una punta di sospetto nello sguardo.

Erano le due passate quando ho proposto di ordinare un ultimo rum. Sarah ha immediatamente sollevato il suo bicchierino mentre gli altri tre hanno colto l’occasione per salutare e incamminarsi verso le auto.

Claudio mi ha appoggiato entrambe le mani sulle spalle, gli occhi due fessure, ha mormorato “buona nottata”, ha inclinato la testa in maniera plateale verso Sarah.

Quando il locale stava ormai per chiudere, mi sono offerto di accompagnarla a casa. Lei mi ha guardato con l’aria spavalda, come a dirmi “falla finita!” così ho immediatamente ritrattato.

“Casa mia è a cinque minuti da qui.”

Sarah si è messa a ridere e ha estratto l’ennesima sigaretta dal pacchetto.

“Si può fumare in macchina da te?”

“Se aspetti giusto il tempo di arrivare, quella sigaretta la scomponiamo e la rimontiamo aggiungendo un ingrediente segreto che ho a casa.”

Sarah mi ha guardato sorpresa, a bocca aperta.

“Ma scusa, Matteo! Non mi hai detto che sei un poliziotto?”


DUE

“Risvegli diversi”

Domenica pomeriggio.

Ricostruito il puzzle di ieri sera, mi alzo a fatica dalla sedia e torno in bagno. Non ricordo esattamente quando alzarsi da una sedia ha cominciato a rappresentare uno sforzo, non da molto comunque.

Mi lavo i denti con scrupolo, ogni lato della bocca, con gli occhi fissi sull’orologio da parete, tre minuti. Mi sciacquo la faccia e pulisco con estrema cura le parti intime.

Torno in camera, accendo il ventilatore al minimo e lo punto sul letto, m’infilo sotto le lenzuola e mi sdraio su un fianco, dietro Sarah. La mia mano scorre sui suoi fianchi, passa vicino all’incavo dell’ascella e striscia davanti, a stringere il seno sodo e liscio come seta.

Le appoggio le labbra sul collo che sa di buono, di fragole e vaniglia. Lei si muove appena e sospira, sistemo il pene dritto nell’incavo tra i suoi glutei e lo sento gonfiarsi mentre lo strofino lento tra i guanciali delle natiche. Diventa così caldo che con un pugno di paglia potrei accendere un fuoco.

Dal seno, faccio scivolare la mano più in basso, sul ventre soffice che ha un fremito. Sarah scosta lentamente una gamba, si volta e con gli occhi chiusi apre il suo calore umido alle mie dita.

Sarah ed io ci siamo riaddormentati.

Mi sveglia il suono del cellulare, una volta in piedi seguo disorientato il trillo che arriva dal tavolo in cucina.

È Anna. Cazzo.

“Pronto?”

“Finalmente! Buongiorno! Ma che fine hai fatto? Sono le quattro del pomeriggio e ti ho già chiamato un paio di volte ma niente… ti ho anche lasciato un messaggio in segreteria, non dirmi che eri ancora a letto…”

Respiro profondo, calmo, innocente, chiudo la porta della cucina e sforzo una risata che però mi riesce malissimo.

“Sono già le quattro? Davvero? Dio mio, allora la serata con Claudio è stata più dura di quanto pensassi!”

“Vi siete ubriacati in maniera indegna vero? E spaccati di canne!”

“Diciamo che è una buona sintesi” rispondo ignorando la punta di rimprovero.

“Eravate solo tu e lui?”

Fingo uno sbadiglio cercando di camuffare una qualsiasi indecisione nella voce. Questa volta ci sono, il tono è giusto.

“Sì, io e Claudio, ci ha poi raggiunto un suo collega e s’è fatto tardi. Verso mezzogiorno mi sono alzato per prendere due aspirine ma poi mi sono buttato di nuovo a letto e sono svenuto. Tu piuttosto? La cena con le amiche?”

“Bene, bene! Ciance, pettegolezzi, fashion e i racconti delle single” dice divertita.

“Che spasso!”

“Sì! Invece ridursi un mollusco e passare la domenica a letto è da fighi!”

“Non credo di avere la forza per ribattere Anna…”

“Vabbè senti, che programmi hai? Ci vediamo stasera? Mangiamo insieme?”

Resto in silenzio per qualche secondo e costruisco un castello di carte, non mi ferma più nessuno.

“Matteo? Ci sei?”

“Sì, sì, è che pensare al cibo mi da la nausea. Io sinceramente farei una cena a base di brodo di pollo e a letto presto con un film, ti arrabbi se ci vediamo domani?”

“Intendi al lavoro?”

“Anche! Ci vediamo in commissariato, ma intendo domani sera, magari ceniamo insieme domani”

“Domani a cena ci sono Dario e Rossella… hai fatto i salti mortali per non esserci ricordi?”

“Ah! L’avevo dimenticato…”

Ma vedo la combinazione, unisco i punti, ristabilisco l’equilibrio. Baratto il sacrificio di una cena noiosa in cambio del resto della domenica libero.

Cilindro, coniglio, applausi.

“Ma no, ci sono a cena… mi piacciono Dario e Rossella, è solo che con non so mai di che parlare con loro, ma ci sono, così cucino io.”

“Bene!” risponde Anna con tono materno, “ti ricordi anche di portare con te due bottiglie di vino bianco? Facciamo il salmone!”

“Sicuro! Dai, ci vediamo domani in commissariato, poi lascio la macchina lì e torno a casa con te, e dopo cena mi fermo a dormire ok?”

Anna smussa gli spigoli della voce e dice che va bene.

“Sì ma riposati, e almeno per stasera non bere!”

Tutto è improvvisamente di nuovo in ordine, pari. Finita la telefonata, sento in bocca un lieve gusto amaro. Non ci si abitua mai al cento per cento a raccontare menzogne, ma ci si può arrivare vicino, rimpicciolire il senso di colpa e il tempo del fastidio. A me bastano uno spazzolino e altri tre minuti.

Anna è una collega del commissariato e tutto è cominciato due anni fa alla cena di pensionamento del commissario Sandrini, l’ho accompagnata a casa e ci sono rimasto. Dopo quella sera avevamo preso a vederci qualche volta dopo il lavoro, una cena o un cinema, poi anche nei fine settimana e infine la scorsa estate due settimane in Sardegna. Anche se non ce l’eravamo mai detto esplicitamente, il fatto che avessimo una relazione era qualcosa di più di un tacito accordo.

Prima di dimenticarmene tiro fuori dalla dispensa due bottiglie di Arneis e le poso sul tavolo. Quando torno in camera Sarah è di spalle, incorniciata nella luce della finestra.

“Ti va di andare a fare una passeggiata?” le chiedo non appena si volta.

“Prima mi faccio una doccia, dieci minuti!”

Capisco subito che Sarah ha una concezione del tempo particolare. Ho letto da qualche parte che i ritardatari non sono menefreghisti, irrispettosi di chi li sta aspettando, è che hanno una concezione del tempo dilatata. È stato calcolato che per un ritardatario ogni minuto è di settantadue secondi, quindi pensano di avere più tempo a disposizione di quello che in realtà hanno.

Sono le cinque passate quando usciamo in strada, il calore sale ancora intenso dall’asfalto. Prendiamo un caffè al bar e poi camminiamo lungo via Andorno, passando tre isolati di graffiti sui muri fino a raggiungere Lungo Po Antonelli.

Il fiume scorre lento e piatto, sembrerebbe fermo se non fosse per il naufragio dei rifiuti galleggianti. Sotto gli alberi del viale l’aria è più fresca, il sole arriva in qualche tubo di luce che si fa strada tra le fronde e dal riverbero luccicante dell’acqua accanto a noi.

Sarah indossa la camicetta nera e i pantaloni attillati di ieri sera, mi chiede se non ho altri impegni per la giornata e io rispondo tranquillo di no. Parliamo dei nostri rispettivi lavori in maniera automatica, con parole che abbiamo usato mille altre volte, con altre persone, per descrivere cosa facciamo. Ritorniamo un po’ sconosciuti dimenticandoci dell’intimità che c’è stata tra noi. Mi piace questa piccola distanza ritrovata, come il trucco rinfrescato intorno ai suoi occhi e i capelli stavolta raccolti, che le lasciano il collo scoperto.

Come ieri sera, le parole tra noi funzionano bene, s’incastrano, e ridendo ancora del ragazzo di Antonella arriviamo fino al Ponte Nuovo che ci porta sulla sponda opposta del fiume.

Un soffio d’aria trascina profumo di pesce alla griglia. Mi ricordo della trattoria poco più avanti. Ci andavamo sempre a pranzo io e Claudio nella settimana in cui mi ha aiutato a traslocare e a risistemare l’appartamento.

Decidiamo di mangiare qualcosa. Solo adesso mi rendo conto che non mangio da quasi ventiquattrore e lo stesso è per Sarah.

Ci sediamo a un tavolino all’aperto sotto il pergolato, a pochi metri da noi un ragazzo dai tratti balcanici gira su una griglia di tre metri dei sontuosi calamari. È presto e c’è solo un altro tavolo occupato, una coppia sulla cinquantina che mangia in silenzio.

Siamo talmente affamati che all’inizio anche noi non parliamo, fissiamo entrambi la griglia fumante, distratti solo da un gruppo di anziani impegnati in una partita di bocce.

Ordino una caraffa di vino bianco ghiacciato e divoriamo insieme un piatto di alici marinate, spaghetti alle vongole, calamari alla griglia e un sorbetto al limone.

Parliamo di viaggi, Sarah è stata in mezzo mondo.

“Io e Roberta, la mia migliore amica, ci siamo entrambe licenziate dal tour operator per cui lavoravamo e ci siamo messe in viaggio con lo zaino in spalla, dodici mesi in giro senza mai tornare…”

Ha lo sguardo lucido perso nel vuoto, sembra guardarmi attraverso, ma poi riprende con nuovo vigore.

“L’Asia, l’Africa, poi Europa e Sudamerica… il lusso di concedersi un mese a Buenos Aires e di svegliarsi un mattino e decidere di punto in bianco di ripartire, e andare al freddo delle montagne peruviane. Poi, dopo un anno siamo tornate a Torino, abbiamo cercato un nuovo lavoro e l’abbiamo entrambe trovato, anche se in due agenzie diverse.”

Da parte mia, racconto il mio scarso girovagare enfatizzandolo il più possibile.

“Eravamo a Marrakech, un caldo terrificante, mi ero ustionato al sole ed ero rosso come un gambero. E a quel genio di Claudio che idea viene? Di andare alla sauna! Sosteneva che dopo la sauna, fuori ci sarebbe sembrato fresco!”

“Ed era vero?” incalza Sarah.

“Non lo so, dopo dieci minuti un cinquantenne marocchino uguale a Sean Connery, muscoloso e in mutande, ha cominciato a strigliarmi col crine di cavallo, sulla pelle bruciata. Avevo le lacrime agli occhi per il dolore ma avevo paura di dirgli qualcosa, non so, di offenderlo! Per quel che ne sapevo a quell’età, rifiutare di essere lavati poteva essere un’offesa mortale… Quando sono uscito altro che fresco, sembravo la torcia umana.”

Sarah ride e finisce il bicchiere di vino bianco ma io mi sento un po’ coglione, come se stessi raccontando la storia di un altro. Negli anni ho aggiunto al racconto tanti di quei dettagli inventati da non sapere più cos’è vero.

“E la tua amica Roberta la vedi ancora?” domando a Sarah.

“Mmm… col tempo ci siamo un po’ perse, lei si è trasferita a Milano, ma almeno una volta l’anno ci vediamo, e in un attimo siamo come ai tempi del viaggio, senza bisogno di rompere il ghiaccio sai, come succede tra voi uomini…”

Il vino è andato e ho la testa leggera. Dopo il caffè, il proprietario arriva con una bottiglia appena tirata fuori dal freezer. S’intravede all’interno un liquido arancione in cui sono sospesi pezzi scuri dalla forma irregolare.

Lui è Andik, albanese. Sua moglie Danja lascia per tre mesi macerare bucce d’arancia biologica siciliana nella grappa bianca di Marolo; un piccolo miracolo di integrazione.

La servono ghiacciata, come il limoncello. Lo chiamano Arancino, un nome banale ma un sapore straordinario che ti frega, dolce e freddo non lo senti e ti fai come niente quattro o cinque bicchierini di grappa.

Andik ci lascia la bottiglia sul tavolo e se ne va.

“Cin cin!” Sarah mi guarda abbozzando un sorriso e sembra aspettare che sia io il primo a bere, così porto il bicchiere alla bocca.

“Come primo appuntamento, il pranzo alla trattoria di albanesi è classe pura!” dice appena tiro giù il primo sorso.

Scoppio a ridere sputacchiando Arancino e tossendo fin quasi a strozzarmi.

“No, dai” dice prendendomi la mano sul tavolo, “scherzo, era parecchio che non mangiavo così bene.”

Mi calmo e rifacciamo il brindisi, poi ricominciamo a ridere. Io, come non faccio da molto tempo.

Dando fuoco alle sigarette ritorniamo passeggiando verso casa mia. La brezza è diventata vento che odora di pioggia.

Lungo la strada premo le spalle di Sarah contro un albero e la bacio a occhi chiusi, ubriaco e senza badare troppo alla tecnica.

Sono quasi le nove quando arriviamo sotto casa mia, il cielo si è coperto e le bacheche del cinema Fratelli Marx sono accese. Vedo la locandina di Into the wild che Anna non ha mai voluto vedere, una storia hippy e deprimente l’aveva definita.

“Con la pancia piena ti senti ancora dell’umore per un film?” propongo indicando la locandina.

Sarah butta un occhio all’orologio, si batte un pugno sulla mano.

“Perché no?”

Prima di entrare in sala vado in bagno e scrivo veloce un messaggio ad Anna: musica nelle orecchie, sdraiato sul letto… non durerò molto a lungo! Buonanotte, un bacio e a domani.

Mi piego sul lavello e prendo due sorsi d’acqua, risciacquo concentrato, le guance che si gonfiano e sgonfiano battono i secondi, niente orologio nel bagno del cinema.

Il film è bellissimo e intenso. Eddie Vedder sfodera una colonna sonora che riempie ogni silenzio, dilata e amplifica i paesaggi nordamericani.

“Da adolescente ero follemente innamorata di Sean Penn” confessa Sarah, “erano i tempi in cui stava con Madonna, dev’essere per quello che lei non l’ho mai potuta soffrire!”

Quando usciamo, conosco anche il vincitore della sfida meteo di questa mattina, avevano ragione le ossa del vecchio e non il giornalaio. Diluvia.

Sarah ed io camminiamo vicini sotto i cornicioni verso la mia auto e sotto un balcone incrociamo due ragazze sui vent’anni che si riparano. Una è seduta sul sellino della bici appoggiata al muro, l’altra di fronte, le cinge i fianchi. Mentre passiamo loro accanto, la ragazza riccia carezza la nuca dell’amica e la tira a sé. I nostri sguardi s’incrociano per qualche secondo, i suoi occhi azzurri e intensi sono un’onda e istintivamente trattengo il respiro come sott’acqua. Giusto un attimo e li chiude, poi le labbra delle ragazze si avvicinano, si toccano e si sigillano in un bacio vivo e profondo.

Guido concentrato tagliando le pozzanghere, Sarah ha messo la radio alta e parlare sarebbe difficile, ma ha scelto una bella canzone e va benissimo così, stiamo in silenzio ascoltando la musica a volume ventidue.

Lascio Sarah sotto casa. Prima di chiudere lo sportello della macchina mi da il suo biglietto da visita, Operatrice Turistica.

“È il cellulare del lavoro ma è sempre acceso.”

Mi bacia sulle labbra e aggiunge: “we keep in touch!”

Me lo dice così, in inglese, poi la vedo infilarsi veloce nel portone attraverso il finestrino rigato dalla pioggia.

Parcheggio che le campane della chiesa dietro casa battono la mezzanotte.

Ho la giornata ancora addosso e non riesco a scrollarla facilmente.

Seduto in cucina preparo una canna, così poi l’erba è finita e per un po’ non fumo. Ha smesso di piovere e posso godere di un po’ d’aria fresca che arriva da fuori.

La sirena di un’ambulanza grida, si avvicina, smette di suonare poco lontano, verso il centro. Esco sul balcone, all’altezza di corso Regina Margherita i palazzi sono illuminati da lampi azzurri, non passa molto che il lamento ricomincia. Mi penetra nell’orecchio e persiste, come un cattivo presentimento, anche quando sono certo che in realtà non sia più udibile.

Rientrato mi siedo al tavolo con la bottiglia di grappa, spengo la luce e rimango seduto al buio. Lampi sempre più distanti scattano a sorpresa foto della stanza.

Aspiro il fumo e sento la tensione abbandonare i muscoli delle spalle. In testa mi si formano tanti piccoli vortici che risucchiano dalla memoria ricordi a caso, ma a guardare bene un filo conduttore c’è. Tornano a galla altri risvegli, diversi da quello di questa mattina con Sarah. Fotogrammi in bianco e nero proiettati sulla parete della cucina e io li osservo con gli occhi sbarrati. Sono lì davanti a me:

La mano della mamma mi accarezza la testa proprio mentre dietro gli occhi chiusi, tra nuvole di fumo colorato, mi trasformo nell’Uomo-Aquila. Il mantello nero ondeggia ampio alle mie spalle e ho il volto coperto da una maschera dal becco appuntito.

Sono pronto a scagliarmi col mio urlo da rapace contro Simone Cupi della seconda C che sta infastidendo Francesca Lettieri, la mia compagna di classe con il sorriso più bello al mondo. Lui è un ripetente grosso e cattivo, con le labbra sempre umide di saliva, ma io ho la tecnica di Bruce Lee e posso volare, altrimenti che Uomo-Aquila sarei!

Alla seconda carezza della mamma mi sveglio, il duello finale con Simone Cupi si consumerà in un altro sogno.

“Ti è andata bene” gli dico abbassando l’enorme maniglia della porta che mi conduce a un tunnel, lungo il quale divento a ogni passo più pesante, non posso più volare, e con un ultimo sguardo indietro mi congedo dalle mie fantasie e mi stropiccio gli occhi. Torno il Matteo che tutti conoscono, educato, impacciato, troppo magro per i miei undici anni.

Dalla cucina al piano terreno il profumo del caffellatte è come un’altra carezza e la voce rassicurante della mamma mi riporta definitivamente alla realtà.

Sono a casa dei nonni ad Ambrogio, in Emilia, è il primo giorno delle vacanze estive in campagna e posso dormire a lungo, anche se la mamma a un certo punto mi sveglia per non fare colazione troppo tardi.

La abbraccio schioccandole un bacio sulla guancia profumata di pane e salto fuori dal letto. Mia sorella Teresa, due anni più giovane di me, è già sveglia e si veste sorridente, eccitata all’idea di avere un’intera giornata per giocare con Pippo, il cane dei nonni.

Scendo al piano terreno e al fondo delle scale incontro la nonna col grembiule legato in vita. Gli occhi le si accendono ogni volta che le corro incontro per abbracciarla. Ha capelli soffici e voluminosi, bianchi come una nuvola, gli occhi segnati dall’abitudine, da poco sonno e molto lavoro. Se non l’abbraccio io, lei non si muove, è stata cresciuta per essere forte, non sdolcinata. Aspetta con le mani in grembo, rigirando la fede al dito, ma quando schiaccio la faccia contro il grembiule quasi mi stritola per fare scorta di abbracci.

Perché la nonna possa prepararci lo zabaione, io e Teresa andiamo nel recinto delle galline a prendere le uova appena deposte e ancora calde.

Io esco per primo dal pollaio e chiudo il cancello con mia sorella ancora dentro, corro a prendere una manciata di granturco nella stalla e la lancio oltre la rete, proprio dove c’è Teresa. Lei urla e piange con le mani sugli occhi, mentre i polli la circondano e beccano indemoniati i chicchi sul terreno. Scherzi da bambini.

Continuo ad aspirare il fumo, a offuscarmi, e di tanto in tanto bevo meccanicamente un sorso di grappa. Il flash di un lampo cambia canale sul muro della cucina, illumina lo strofinaccio appeso accanto al lavabo.

Uno strofinaccio legato come un mantello intorno al collo. Sono di nuovo l’Uomo Aquila ma non sto sognando, mi arrampico sul grande albero di fico di fronte alla casa. Il nonno mi chiama perché è ora di dar da mangiare ai maiali. Salto dall’albero, no volo, e poi corro a velocità supersonica.

Il nonno si rimbocca le maniche della camicia azzurra fin sopra il gomito, immerge l’avambraccio in un secchio e disegnando piccoli cerchi mescola quello che sembra l’intruglio di uno stregone. Poi è il mio turno. Affondo il braccio nudo, fin quasi alla spalla, nella mistura d’acqua, mais, torsoli di mela, scorze d’anguria, pane raffermo, gusci d’uovo e foglie d’insalata appassita. I maiali grugniscono forte e si avventano sulla pozione non appena il nonno la versa nella mangiatoia.

A ora di cena, quando il sole rovente di agosto concedeva una tregua alle zolle rivoltate nei campi, arrivava una sera fresca che ci trovava ogni volta esausti e felici. Poi sarei cresciuto e puntuale, con l’adolescenza, tutto diventò più complicato. Solamente l’estate di due anni dopo, avevo da poco compiuto tredici anni, la vita mi si spalancò davanti: meravigliosa, orribile, e dispari.


TRE

“Due occhi scuri e un lampo blu”

Notte tra domenica e lunedì.

Maristella e la sua amica Elena escono dal cinema Fratelli Marx mano nella mano, attraversano la strada di corsa e aspettano al riparo sotto un balcone che la pioggia molli un po’. Maristella è seduta sulla sua bici, lì appoggiata al muro, legata a un palo con una catena, Elena le sta di fronte e l’abbraccia.

Parlano del film che gli è piaciuto un casino e di quel figo di Eddie Vedder. A novembre ci saranno i Pearl Jam a Torino, ancora quattro mesi d’attesa.

“Non vedo l’ora Maris!” dice Elena saltellando.

Maristella sorride, solo Elena la chiama così, Maris. Perché i suoi occhi azzurri ricordano il mare, le ha detto una volta, e tutti quei capelli ricci sono come onde.

La pioggia scende ancora forte, ma non c’è fretta, non fa freddo ed è bello stare vicine, stringersi e parlare al riparo dall’acqua che scroscia, in quel rettangolo asciutto di marciapiede.

Ma qualcuno entra nel loro spazio, una coppia abbracciata passa loro accanto. La donna cammina a testa bassa per evitare le pozzanghere, indossa dei pantaloni bianchi e una camicetta nera, una bella scollatura, pensa Maris.

Ma ciò che la colpisce di più è il viso dell’uomo con la barba incolta, la inquietano i suoi occhi neri e profondi come due pozzi. Maristella ha un brivido di paura e sente nello stomaco il rumore di un’onda che si infrange sugli scogli, fa scivolare una mano dietro la nuca di Elena e la tira a sé. Un attimo prima di abbandonarsi all’ebrezza di quel bacio, fissa ancora l’uomo che le sta oltrepassando, giusto un istante, e quegli occhi di pece si conficcano nei suoi, così profondamente che quando chiude le palpebre le sente appiccicose, prova un senso di vertigine e le sembra di cadere. Si aggrappa a Elena, al caldo delle sue labbra e della sua lingua.

Quando dal cielo cadono solo più poche gocce, Maristella sale sulla bici e comincia a pedalare con Elena seduta alle sue spalle. Le ragazze abitano in due palazzi vicini, in zona Vanchiglia, a pochi isolati dal cinema.

Maris è contenta, l’aria ha un buon profumo e sente intorno ai fianchi la stretta delle braccia dell’amica.

“Ma tu lo faresti?” chiede Elena appoggiando la testa alla schiena di Maris, “andresti via come il ragazzo del film?”

“Lasciare tutto e isolarsi dal mondo? Umm… bella domanda… non saprei”

“Pensaci!” dice Elena, “niente esami universitari, genitori che ti dicono cosa fare…”

“Ma… innanzi tutto non sceglierei l’Alaska per andare a fare l’eremita, meglio un posto caldo!”

“Però allora lo faresti… molleresti tutto!”

“Mi sa di no… non credo, isolata sì, ma voglio scegliere quali comodità avere!”

“Eh, sei brava tu!” sbotta l’amica dandole un pizzicotto sul sedere.

“Ahi! …e perché scusa, devo azzerare anni di progresso? Internet, il cellulare, mangiare cose buone, un film ogni tanto e poi la musica, Dio, come farei senza la musica, senza i Pearl Jam?”

“Ok allora con elettricità gas e tutto… ma in un posto senza altra gente, che per far la spesa devi farti almeno due ore di macchina senza incontrare nessuno, scendi nella civiltà quando vuoi tu!”

Maristella alza il mento per prendere l’aria in faccia, pedalare con Elena dietro l’ha scaldata e le ha arrossato le gote.

“Non troppo isolata, voglio poter fare colazione al bar, e uscire il sabato sera. Alla fine ho bisogno di avere persone intorno a me… anche se ci sono in giro un sacco di stronzi!”

Elena rimane in silenzio.

Ci sono in giro un sacco di stronzi, ripete tra sé Maristella. Le vengono in mente all’improvviso gli occhi dell’uomo con la barba, ecco, quello ad esempio era proprio uno sguardo da stronzo, con qualcosa di maligno… Povera quella bella ragazza che stava con lui, uno così prima o poi è capace di prendere un coltello e ammazzare qualcuno.

Elena torna alla carica ma ormai con poca convinzione, quasi delusa.

“Però stare da soli ti aiuterebbe a trovare te stessa, a capire di più…”

Maris abbandona le sue fantasie su sconosciuti potenziali assassini.

“Ho l’impressione che se fossi tutta sola non mi conoscerei per niente, altro che trovare me stessa, mi perderei del tutto, le persone sono i nostri specchi!”

“Certe volte parli proprio come quel pazzo del professore di filosofia!” commenta Elena, e stringe più forte le braccia intorno ai fianchi dell’amica.

“Tu sei il mio specchio speciale Elena, lo specchio in cui mi vedo bellissima.”

Il semaforo è verde e Maris forza il peso sui pedali mentre qualche ultima goccia isolata le solletica il viso. Hanno quasi superato l’incrocio quando con la coda dell’occhio percepisce un bagliore improvviso alla sua destra, un sole che spunta dal controviale accompagnato dal rumore assordante di un’accelerata a tutto gas.

Maris fa in tempo ad aprir la bocca e a prendere il respiro, ma non a spingerlo fuori in un urlo. Le dita si chiudono istintivamente come tagliole ad attivare i freni ma è troppo tardi, il faro dello scooter illumina gli occhi di mare, lei intuisce dietro la luce la sagoma scura di un casco, c’è lo schianto e poi tutto gira vorticosamente. Vede le luci dei lampioni ribaltarsi e gli alberi del corso con le fronde al contrario. Avverte un dolore intenso alla testa, come se le avessero tirato una pietra, poi si spegne la luce, inghiottita in un nero immobile.

Sdraiata a terra, confusa e dolorante, Elena gira la testa e la guancia tocca l’asfalto bagnato.

Vede il retro di una Vespa blu accelerare in una nuvola grigia e puzzolente e le sembra di notare qualcosa sulla fiancata, una specie di disegno.

Giace tra i binari del tram e fatica a capire cos’è successo, avverte un forte dolore alla schiena ma prova comunque ad alzarsi.

Si controlla tutto il corpo, si tasta il viso, la testa, osserva scrupolosa le mani. Ha un’estesa abrasione sull’avambraccio sinistro ma si tranquillizza, è graffiata e perde un po’ di sangue sulle ginocchia ma le sembra di star bene, il vestito nuovo è però da buttare, che peccato.

È stato come ricevere un calcio nel sedere da un gigante, l’impatto l’ha fatta volare per diversi metri e solo in quel momento comprende davvero che lei e Maris sono state investite, hanno avuto un incidente.

“Maris!”

L’adrenalina la scuote, cerca con lo sguardo intorno a lei, sulla strada bagnata tra i riflessi dei lampioni, poi la vede. Corre dall’altra parte della carreggiata gridando a squarciagola il suo nome, il nome con cui la chiama solo lei.

“Maris! Maris! Oddio Maris!”

È coricata con le gambe scomposte e le braccia piegate in posizione innaturale. Sembra una bambola rotta, o una marionetta cui hanno improvvisamente tagliato i fili. Elena si avvicina con gli occhi pieni di lacrime e si mette in ginocchio al suo fianco. A guardarle il volto sembra addormentata, con la testa poggiata al marciapiede e gli occhi chiusi. Nonostante la vista annebbiata dal pianto, Elena vede tra i riccioli di Maris quel cuscino di cemento tingersi velocemente di rosso.


QUATTRO

“La maniglia di ferro”

Lunedì mattina.

La sveglia suona alle sette meno un quarto.

Con la rinfrescata data dal temporale di ieri sera, ho dormito come un re.

Sto un po’ nel letto come sempre, a occhi chiusi ad ascoltare, penso alla domenica passata con Sarah, il film, poi ancora a Sarah, un’interferenza continua. Infine appoggio il cuscino al muro e accendo il televisore.

Nel programma del mattino una mora con delle gambe meravigliose e uno spiccato accento piemontese parla in tacchi a spillo di frullati di verdura e frutta che fanno benissimo appena svegli. È una bevanda che giova alla pelle, soprattutto d’estate, e il regista fa un primo piano dei sandali col cinturino alla caviglia e sale lungo tutto il corpo fino al viso, a quegli occhi furbetti.

Di fronte alla profonda scollatura la presentatrice mischia in un frullatore un gambo di sedano, una carota, una mela e una banana.

Raccolgo il suggerimento e con la mano destra passo sotto l’elastico delle mutande, afferro la banana e attivo anch’io il Girmi.

Penso a Sarah, scomponendola nelle singole immagini che ho registrato nella memoria, le incastro col viso della presentatrice televisiva che sul video sta bevendo con una cannuccia il frullato miracoloso: il volto e le labbra sullo schermo, il seno grande di Sarah, i piedi perfetti con lo smalto verde. Nel frattempo scalcio le mutande fino alle caviglie e scosto il lenzuolo di lato. Pochi minuti e abbandono la conduttrice per concentrarmi esclusivamente sul ricordo di Sarah, la sua schiena, i capelli, i fianchi ampi e il morbido balzare dei glutei contro il mio bacino. Stringo il campo in un primo piano del tatuaggio alla base della schiena, schiaccio la nuca sul cuscino, inarco la schiena, irrigidisco tutti i muscoli e mugugno come se stessi sollevando un peso.

Infine espiro, mi sgonfio lentamente e torno ad aderire al letto con tutto il corpo.

Mi alzo, controllo allo specchio la lunghezza della barba, decido che può ancora andare. I capelli però… i capelli sono troppo lunghi, mi danno fastidio. Mi tiro due schiaffetti in faccia e m’infilo sotto la doccia.

Poco dopo sono in accappatoio che sorseggio un caffè sul balcone. La giornata limpida mostra nitido il contorno delle colline e la Basilica di Superga.

Torno in camera e passo in rassegna il mio guardaroba composto di pochi esemplari molto simili fra loro. Infilo un jeans e una polo blu, mi piace perché ha un piccolo numero sei sul petto, un pari sul cuore, e poi è un blu particolare, una tonalità che non saprei definire. Prendo la borsa con le due bottiglie di vino che ho promesso ad Anna e un quarto d’ora più tardi sono già seduto al tavolino del bar di corso Belgio che sfoglio il giornale, con in sottofondo il ronzio della città che si sveglia.

Le cassiere del discount dietro l’angolo cominciano la giornata a bassa voce, raccontandosi il fine settimana in piedi al bancone. Il tabaccaio è incazzato perché la sua squadra ha perso e Giampaolo il postino lo prende in giro e lo provoca.

Mangio un croissant e bevo un doppio espresso; giro le pagine del giornale disattento, leggendo solo i titoli a caratteri più grossi. Non mi soffermo sulla pagina cittadina, così non noto il minuscolo articolo che parla dell’incidente avvenuto la notte scorsa, proprio qui vicino.

Camminando verso il parcheggio vedo una Vespa rosso fiammante piazzata proprio di fronte al muso della mia Panda. Vicino c’è un gruppo di quattro ragazzetti. Due trattengono per le braccia un biondino esile mentre gli rivoltano le tasche dei pantaloni e frugano nel suo zaino. Un altro è in piedi davanti a loro con le gambe larghe, ha una mano nella tasca dei jeans e con l’altra fuma e soffia il fumo in faccia al biondino che stringe gli occhi e tossisce.

Sono abbastanza vicino quando si accorgono di me e il ragazzo lancia con due dita il mozzicone lontano, ma intercetto l’ultima nuvola di fumo e l’odore di marjuana.

“Vi dispiace spostarvi? Quella è la mia macchina!”

Tutti si fermano e si girano a guardarmi, poi osservano la mia Panda impolverata.

Il bulletto che fumava mi squadra da capo a piedi con un’espressione arrogante e lo sguardo da duro. Sono certo di averlo già visto in giro per il quartiere.

Non dice una parola, toglie il cavalletto alla Vespa e la spinge verso una panchina del giardino pubblico, si volta e fa cenno con la testa agli altri due di seguirlo. Il biondino abbassa gli occhi, non oppone nessuna resistenza e si avvia rassegnato, trascinando i piedi tra le sue guardie.

Faccio qualche passo avanti e afferro la spalla di uno dei mini-gorilla stringendo con le dita un po’ più del lecito. Lui lancia un urlo da femminuccia, si volta di scatto e arrossisce.

“Il vostro amico si ferma un po’ con me” dico con voce ferma indicando il piccolo ostaggio. Il ragazzo con la Vespa rimette il cavalletto e torna indietro a lunghe falcate, si ferma a qualche metro da me.

“Fatti i cazzi tuoi barbone!” sbotta il giovane, “stavi andando via? Allora salta sulla tua macchina di merda e sparisci!”

Sembra un gatto che soffia col pelo dritto sulla schiena, ma gli leggo in faccia che non si fida del mio aspetto, qualcosa gli trema negli occhi.

Mentre lo osservo ricordo anche perché il suo viso mi è familiare. È il nipote del barbiere da cui vado a tagliarmi i capelli da quando mi sono trasferito in questo quartiere. Non sono un buon cliente, ci vado solo quando proprio non posso più farne a meno, al limite del decoro. L’ho incontrato giusto un paio di volte nel negozio di suo nonno, anni fa, sono certo che lui non si ricorda di me. È cresciuto il ragazzo, anche se sembrerebbe non nel migliore dei modi.

Mi avvicino di più e mi accorgo del livido sullo zigomo e di un taglio sul labbro inferiore gonfio e rosso di sangue secco. Qualcuno deve avergli dato di recente una lezione. Ha lo sguardo da adulto ma avrà al massimo diciassette anni. Indossa la maglietta di un gruppo rock e dei jeans macchiati di vernice.

“Hai capito barbone? Salta su quel cesso di macchina e vattene!”

Mi rammarico di non potergli stampare anch’io un pugno in faccia come ha fatto chi lo ha ridotto in quel modo, ma lo prendo per la maglietta accartocciando tra le dita i volti della band e lo fisso abbastanza vicino perché senta il mio fiato di caffè.

“Sembra tu abbia deciso che oggi devo cominciare a lavorare prima del solito!”

Lo spingo via e tiro fuori il distintivo. L’effetto calmante è immediato.

“Come ti chiami?”

Una voce nella mia testa risponde per prima: “Si chiama Alex!”

Lui tentenna un attimo.

“Alessandro”

“E poi?”

“Alessandro Decente”

Giusto, penso, come il nonno, la targa appesa nel negozio, il diploma della scuola per parrucchieri ad Antonio Decente.

“Dove abiti? Voglio l’indirizzo preciso!”

“Cos’è, vuoi venirmi a trovare sbirro? Ti piacciono per caso i ragazzini?”

Lo dice con l’aria da sbruffone, cercando invano complicità nei due amici che indifferenti fissano l’asfalto.

“Via Gattinara nove” dichiara sconsolato.

“Svuota le tasche Alex! Tutto quello che hai va sul cofano della mia macchina ma piano, che se fai una riga me la prendo con la tua Vespa.”

“A fare una riga su ’sto bidone la miglioro!” brontola il ragazzo infilando le mani nelle tasche. Devo riconoscergli un certo senso dell’umorismo.

Accendino, sigarette, il portafoglio, un coltellino multiuso e un cellulare.

Apro il pacchetto di sigarette e trovo una bustina con circa due grammi d’erba. Alex non fa una piega, ma le facce dei suoi due amici sbiancano.

“Tu biondo, come ti chiami?” dico indicando col mento.

Il bambino si allontana subito dai bulletti e mi viene vicino.

“Mi chiamo Andrea, gliel’ho detto che non ho niente da dargli… ma non mi credono!”

“Abiti qui vicino Andrea?”

Lui annuisce indicando il palazzo di cinque piani dietro il parcheggio.

Tiro fuori dal portafogli il mio biglietto da visita e glielo porgo.

Lui legge ad alta voce “Ispettore Matteo Molinari!”

“Abito al cinquantacinque di corso Belgio, proprio lì all’angolo, sopra il mobilificio, se questi ti rompono ancora le palle o sono anche solo un po’ sgarbati, tu scrivi un bigliettino e lo metti nella buca delle lettere.”

Andrea ripete due volte il mio nome a bassa voce.

“Questa la tengo io” dico dondolando in faccia ad Alex la bustina con l’erba, “e se ti becco un’altra volta passi dei guai seri, chiaro?”

Alex gira la testa, sputa per terra e alza le spalle.

Apro la macchina e dico ad Andrea di salire che gli do un passaggio a scuola.

Mentre mi allontano, vedo nel retrovisore Alex in piedi sul sellino della Vespa, come una statua, col braccio teso in alto e il dito medio alzato.

L’imprevisto al parcheggio e la deviazione alla scuola mi hanno fatto perdere tempo e sono un’altra volta in ritardo. Il centro è intasato dal traffico e anche se brucio due rossi non recupero minuti. Lascio l’auto in doppia fila davanti a un cassonetto dei rifiuti, prendo la borsa con le bottiglie di vino, salgo veloce i gradini e spingo la porta del commissariato.

Dietro il vetro dello sportello all’entrata c’è Massimo, intento a digitare sulla tastiera del computer a ritmo frenetico. Mi fermo un attimo nel corridoio e osservo nell’atrio le tre persone sedute in attesa: un’anziana signora con gli occhi lucidi che non smette di scuotere la testa rigira fra le dita un rosario, tiene la testa appoggiata alla spalla di un uomo sui quarant’anni che ha lo stesso naso della donna, fotocopiato e incollato.

L’uomo sbuffa scocciato e controlla ogni pochi secondi l’orologio appeso alla parete. Distanziato di qualche sedia, un ragazzo sui trent’anni ha la faccia annoiata e stanca, l’espressione rassegnata di chi si può permettere di aspettare perché tanto un lavoro non ce l’ha, ma vorrebbe andare a dormire. Ha occhiaie profonde e la faccia smunta, sul dorso della mano ha un timbro d’inchiostro sbavato. Il pollice fa scorrere sullo schermo immagini e informazioni come sul rullo del supermercato.

Mi avvicino al gabbiotto di Max che da dietro il vetro divisorio alza la testa, sbadiglia passandosi una mano sul cranio liscio e lucido, poi mi sorride con aria di sfida.

“Questa volta non ce la fai Matteo… sento già il gusto del caffè e la fragranza del croissant gratis!” dice restando in attesa con le braccia incrociate sul petto.

Mi volto a dare un’ultima occhiata, poi tiro a indovinare, come faccio sempre.

“Una donna di quell’età senza borsa è raro, vado per lo scippo, l’accompagnatore è il figlio che ti ha già chiesto un paio di volte quanto c’è ancora da aspettare perché avrà fretta di andare al lavoro. Il giovane invece è una denuncia per smarrimento, carta d’identità o patente, all’uscita da un locale.”

Fulvio mi guarda con la faccia da pesce e batte il pugno sulla scrivania.

“Diavolo Matteo! Quanto mi fai incazzare! Lascia da pagare al bar che poi passo io.”

Ridendo percorro il corridoio, giro l’angolo e mi scontro con Anna che per un attimo mi osserva a bocca aperta come se non mi riconoscesse. Indossa l’uniforme, i capelli scuri raccolti sotto il cappello le donano molto. Anche con i capelli sciolti sta bene ma se li tagliasse corti, avrebbe ancora più fascino. Le stampo un bacio furtivo sulle labbra.

“Scemo!” dice scuotendosi e controllando oltre le mie spalle che nessuno ci abbia visto, “arrivi solo adesso? Bacci ti ha cercato due volte ed è già nervoso.”

“Ho avuto un contrattempo… che vuole Bacci? Ha detto perché mi cercava?”

“No, ha chiesto due volte se eri arrivato e di mandarti da lui appena ci avresti fatto l’onore della tua presenza.”

Il commissario Bacci usa il sarcasmo solo quando è incazzato, mi domando cosa diavolo voglia da me.

Anna inclina la testa da un lato, si morde il labbro inferiore e mi tira un pugno sulla spalla.

“Hai combinato qualcosa Matteo? Magari sabato sera?”

“Ma no Anna, niente, sono innocente” esclamo alzando le mani, “non ho idea del perché Bacci mi cerchi.”

Lei socchiude gli occhi in un’espressione inquisitoria e abbassa la voce.

“Non è che tu e Claudio vi siete fatti beccare a fumare?”

“Ma figurati… no, non ti preoccupare, ora vado da Bacci e poi ti dico, secondo me è a proposito di quel giorno di ferie che ho chiesto per giovedì, parliamo dopo d’accordo?”

Mi allontano di qualche metro e Anna mi chiama, indica col dito l’altro corridoio, dove c’è l’ufficio del commissario. Tiro fuori dalla tasca il pacchetto di sigarette e glielo mostro, apro la vecchia porta che dà sul cortile interno del commissariato ed esco all’aria aperta. Chiudendo, la maniglia si sfila e mi rimane in mano.

“Meglio” penso, “così nessuno mi può disturbare.”

Mi appoggio con la schiena al muro del cortile e guardo i ciuffi d’erba che spuntano dal cemento crepato, i cocci di tegole rotte che il temporale della notte scorsa ha divelto dal tetto.

Questo posto cade a pezzi, penso, osservo la maniglia che stringo in mano, sbuffo una boccata di fumo che rimane a fluttuare nell’aria immobile e calda.

Mi alzai dal tavolo arrabbiato, con le guance lucide di pianto.

Corsi nella mia camera e una volta sbattuta la porta sfilai la maniglia di ferro. Era rotta da sempre ed era il mio piccolo trucco, il ponte levatoio che alzavo per separare i miei castelli in aria dal resto del mondo.

All’esterno, la maniglia penzolava molle e girava a vuoto. Solo io, dall’interno, potevo aprire la porta, calare di nuovo il ponte sul fossato, decidere di riammettere chi volevo e lasciare fuori tutti gli altri.

Potevo chiudere fuori mio padre! Così testardo da non capire che io a quella festa di Capodanno ci dovevo andare, per forza. E dovevo dormire come tutti nei sacchi a pelo sui tappeti a casa di Sergio. Ci andava tutta la classe e io non potevo essere l’unico a mancare. Ci andava anche Valentina ed era il momento giusto per provarci, eravamo talmente vicini…

Non potevo permettere che dormisse a casa di Sergio senza di me, avevo visto come lui la guardava, mi avrebbe anticipato!

Mi sedetti sul pavimento freddo a rimuginare stringendo i pugni sulle cosce.

Dietro il vetro smerigliato della porta, mio padre intimò di aprire ma di fronte al mio silenzio di pietra si allontanò, il mosaico della sua ombra si sgretolò e si dissolse dietro il vetro.

Dopo alcuni minuti si materializzò la sagoma scura e voluminosa di mio nonno. Era venuto a passare qualche giorno con noi a Torino da solo, senza la nonna. Due lunghe passeggiate prima dei pasti, e per il resto seduto in poltrona a leggere tutta la saga di Sandokan.

“Posso venire a sedermi un po’ con te? Ho una fetta di dolce in omaggio” mi disse la sua ombra attraverso il vetro.

Mi alzai, infilai la maniglia di ferro nella porta e lo feci entrare.

Il nonno richiuse, mi sorrise bonario, sfilò la maniglia e me la consegnò, come a sugellare un patto segreto, poi si sedette sul pavimento accanto a me. Quel gesto di complicità allentò immediatamente il groppo che mi stringeva la gola. Attaccai a cucchiaiate la fetta di zuppa inglese, osservando il nonno che attese un po’ prima di parlare. Aveva folte sopracciglia selvagge, piccole vene rosse sugli zigomi, dita come radici, ma soprattutto una voce salda, autorevole eppure morbida.

“Ora siamo io e te Matteo, dimmi cosa è successo…”

Col resto del mondo chiuso fuori, gli raccontai della festa di fine anno e di Valentina, gli parlai di quanto fosse speciale, e le parole uscivano bene, naturali come quanto mi sfogavo da solo davanti allo specchio, ma era la prima volta che succedeva davanti a qualcuno che mi ascoltava.

“E se bacia Sergio?” chiesi al nonno disperato.

“Fatti solo una domanda, chiediti se avresti potuto fare qualcosa prima della festa. Così… qualcosa su cui riflettere per il futuro, se riesci a ricordartene…”

Non ero certo di capire ma il nonno continuò.

“Alcune cose non possono andare diversamente da come vanno, il massimo che puoi fare è cercare di non avere rimpianti e poi, poi basta!”

“Basta?” ripetei a bocca aperta, la faceva facile lui.

“Sì, basta! Ci dai un taglio netto e passi avanti, un taglio risolve tutto, con le cose che vanno storte devi fare così, solo potando puoi ricominciare, la pianta ricresce e poi sta di nuovo a te cercare di coglierne i frutti; l’unico modo per avere un’altra possibilità è tagliare Matteo, tagliare con quello che non puoi cambiare.”

Alla festa di Capodanno alla fine non mi fecero andare. Aspettai la mezzanotte posando fagioli secchi sui numeri della tombola e alla fine delle vacanze, tornato a scuola, seppi che Sergio e Valentina stavano insieme.

Ultimamente penso spesso al nonno. Forse è il senso di colpa perché è in ospedale e non sono ancora andato a trovarlo.

Eppure basterebbe un fine settimana, partire il venerdì sera e tornare la domenica. Torino-Ambrogio sono cinque ore di macchina senza spingere. Eppure c’è sempre qualcosa di mezzo, qualcosa che si prende la priorità: il lavoro fino a tardi, i week end con Anna, quelli con gli amici… e ora c’è anche Sarah.

Questo fine settimana vado con Claudio a mangiare nelle Langhe, ma quello dopo posso andare in Emilia, a trovare il nonno e gli zii.

“È deciso” prometto ad alta voce.

Potrei anche andarci con Anna e con l’occasione fare un salto al mare, dai nonni in meno di un’ora si è ai Sette Lidi. Magari stasera a cena glielo chiedo.

“Non ci sarà per sempre” bisbiglia una voce appena udibile. Ruoto lo sguardo tutt’attorno ma il cortile è vuoto, un posto inutile attraversato dal ronzio degli insetti, proprio come il passato.

Scuoto la testa, tiro la sigaretta fra le ortiche, infilo la maniglia e ripercorrendo il corridoio arrivo dritto all’ultimo ufficio sulla destra, quello del commissario Bacci.

Busso alla porta socchiusa e resto in attesa.

“Avanti!” tuona una voce dall’interno.


CINQUE

“La mia maglietta Blu Oltremare”

Lunedì mattina.

Quando due anni fa, in seguito al pensionamento di Sandrini, era stato fatto il nome di Gilberto Bacci da Napoli quale erede al trono del commissariato, la mia reazione era stata distaccata e schietta:

“E questo chi cazzo sarebbe?” avevo chiesto a Guido e Anna durante una pausa alla macchinetta del caffè.

Gilberto Bacci, il nome mi aveva fatto pensare a un sessantenne panciuto e con dei grossi baffi bianchi, che parla facendo correre i pollici lungo le bretelle tese.

Guido, che come al solito sapeva tutto prima di tutti, mi aveva immediatamente corretto.

“Non è affatto anziano, Bacci ha quarantacinque anni, ariete di segno e, dicono, anche di fatto!”

“In che senso?” aveva chiesto Anna arrossendo un poco.

“Nel senso che se s’arrabbia è meglio farsi da parte!”

Così, invece del commissario bonaccione che mi ero immaginato, arrivò Bacci. Occhi azzurri, la pelle bronzea da uomo del sud, i capelli corti equamente distribuiti tra neri e grigi, la barba curata, di chi se l’aggiusta tutte le mattine, e un affascinante profumo, una miscela di muschio selvatico e sigaro Toscano che sembrava avere strani effetti su tutte le mie colleghe.

Gilberto Bacci era basso ma con un fisico da toro, muscoloso, uno che corre e va in palestra per scaricare la rabbia, ma soprattutto perché non saprebbe che altro fare una volta finito il lavoro.

Guido, che guarda caso aveva qualche conoscenza anche presso la questura di Napoli, ci aveva raccontato altri dettagli sul suo passato.

“A ventitré anni ha fatto la cazzata” aveva spiegato sfregando con un fazzoletto le spesse lenti degli occhiali, “ha messo incinta una ragazzetta e come niente s’è trovato di fronte all’altare, pare che l’alternativa fosse affrontare il padre di lei col fucile da caccia.”

“Ah! È sposato?” aveva chiesto Anna con quella che mi sembrò una punta di delusione, “non ho notato la fede al dito.”

“Separato” aveva specificato Guido.

I giovani sposi continuarono per qualche anno a vivere dai rispettivi genitori e la piccola Stella, la bimba caduta dal cielo per caso, trascorse i primi anni di vita con la madre. Quando Bacci dopo la laurea in scienze politiche passò le preselezioni del concorso per vice commissario, partì subito alla volta di Roma per i due anni di corso di formazione alla Scuola Superiore di Polizia.

Al suo ritorno, lui e la moglie misero finalmente su casa, ma la sola colla che li teneva insieme era la bambina, Stella, per il resto erano due conoscenti che s’incontravano, entrambi intrappolati in una vita sbagliata, che nessuno dei due aveva scelto.

Quando Stella ormai maggiorenne s’iscrisse alla facoltà d’ingegneria del Politecnico di Torino, a Gilberto e sua moglie venne a mancare il solo pretesto che avevano per abitare sotto lo stesso tetto, così, non senza un percorso di grida, litigi e musi lunghi, alla fine si separarono.

Due anni fa, con Sandrini che aveva svestito la divisa, Bacci si era candidato immediatamente per il trasferimento a Torino, felice di poter vedere più spesso la figlia e di mettere chilometri di distanza tra lui e quella strega dell’ex moglie.

“Avanti!” tuona una voce dall’interno della stanza.

“Buongiorno commissario mi ha cercato?”

“Buongiorno un cazzo Molinari, è quasi ora di pranzo!”

Bacci siede affossato nella poltrona dietro la scrivania. I capelli grigi, che inarrestabili stavano sterminando quelli corvini, brillano nel controluce della finestra alle sue spalle. Nella mano sinistra regge una cartellina aperta, mentre con la destra si liscia l’accenno di barba. Nell’aria c’è il suo profumo letale che quasi intriga anche me.

“Siediti pure Molinari! Immagino che l’ennesimo ritardo sia per via del traffico in centro, come al solito…”

“Anche commissario, ma soprattutto per motivi di servizio, dei bulletti che molestavano un ragazzino… niente di grave, è bastato mostrare il distintivo, ma ho perso un po’ di tempo, ho accompagnato il bambino a scuola.”

“Va bene, ve bene Batman! Non stancare il cervello inventando scuse che non stanno in piedi e punta la sveglia prima! Anche un’ora prima se vuoi, così se dopo colazione ti capita di sventare una rapina in banca arrivi comunque puntuale!”

Non solo non mi crede, mi prende anche per il culo.

Bacci mi guarda severo con i suoi occhi di ghiaccio, getta sulla scrivania il plico che ha in mano, si alza dalla sedia e si piazza in piedi a guardare fuori dalla finestra, le braccia incrociate dietro la schiena.

Raccolgo sul tavolo i fogli usciti dalla cartellina e noto subito la foto di una bici accartocciata sul bordo di una strada. Ci sono poi le foto di due ragazze, Elena Russo e Maristella Landi, entrambe di vent’anni.

Scorro la breve relazione, le ragazze sono state investite da uno scooter in corso Regina Margherita, ma non sembra essere un semplice incidente, non ci sono segni di frenata sull’asfalto e il responsabile è svanito nel nulla.

Dalla finestra arrivano i rumori della strada, il motore di un camion e il bip intermittente di un mezzo in manovra.

Ascolto quel suono ipnotico e i tasselli si avvicinano e s’incastrano da soli.

La bici appoggiata al muro sotto il balcone, la pioggia scrosciante, il volto della ragazza riccia dallo sguardo azzurro mare, il bacio appassionato all’amica, l’ambulanza sentita ieri sera mentre fumavo, i riflessi azzurri sui palazzi.

Non stacco gli occhi dalla foto di Maristella Landi, lo stesso sguardo di ieri sera, penetrante.

“Come stanno le ragazze commissario?”

Bacci tarda a rispondere, si sporge incuriosito alla finestra, qualcosa ha attirato la sua attenzione, l’ha distratto. Improvvisamente sembra avere quasi l’aria divertita. Ma un attimo dopo quell’espressione sparisce dal volto del commissario, i pensieri tornano pesanti e la voce grave.

“La signorina Elena Russo ha solo qualche graffio, è stata dimessa questa mattina e l’ho fatta convocare qui alle undici, così puoi farle qualche domanda.”

“Io?” chiedo stupito, “mi fa indagare su un incidente stradale commissario?”

Lui tira un lungo sospiro e continua come se non avessi proferito parola.

“L’altra ragazza, Maristella Landi, è in coma, ha sbattuto forte la testa. Dell’investitore non c’è traccia, è scappato subito. Abbiamo l’omissione di soccorso ma viste le dinamiche ci sono anche gli estremi per il tentato omicidio… sperando rimanga solo tentato.” Conclude amaro.

C’è qualcosa di profondamente strano e innaturale nel fatto che quella ragazza, vista appena ieri sera, sfiorata per il tempo di uno sguardo, sia in pericolo di vita. Qualcosa di macabro nell’aver incrociato per un attimo il destino di un’altra persona, quel destino.

Un’ondata di stanchezza mi travolge e la bella dormita è spazzata via in un attimo, qualcosa di pesante e appiccicoso mi si accumula sulle spalle.

Bacci tira fuori dal taschino mezzo sigaro Toscano, lo sistema spento fra le labbra e riprende a voce più alta.

“Molinari se vuoi andare a frugare nelle tasche dei marocchini al mercato di Porta Palazzo basta che lo dici. Il menù prevede anche un furto in appartamento se preferisci.”

Fisso un punto tra i miei piedi, dove il tappeto è liso da anni di trascinamento della stessa sedia e decido di non tendere troppo la corda. E poi mi piacerebbe mettere le mani sullo stronzo che ha mandato la ragazza in ospedale, a lottare tra la vita e la morte.

“No, scusi commissario, me ne occupo io, anche se non ci sono indizi e non so da dove cominciare.”

“Come ti ho detto Molinari, Elena Russo sarà qui alle undici. Senti cosa ricorda dell’incidente. Poi nel pomeriggio vorrei che andassi all’ospedale, a sentire se ci sono novità sulle condizioni della Landi. Non credo tu possa vederla e inoltre sarebbe inutile, ma immagino troverai lì i familiari, per fare qualche domanda sul giro di amicizie della figlia, i posti che era solita frequentare… Dì loro che faremo tutto il possibile per prendere quel farabutto.”

Mi alzo dalla sedia per uscire ma Bacci non ha finito, anche se sembra parlare da solo.

“Una ragazzina con tutta la vita davanti che non sai se si sveglia… poco più giovane della mia Stella!”

Decido di lasciarlo ai suoi pensieri ma mi blocca quando ho già un piede in corridoio.

“Ancora una cosa Molinari” dice girandosi, sul volto abbronzato è ricomparsa l’espressione divertita, un lampo di soddisfazione negli occhi.

“Prendi una macchina di servizio per andare all’ospedale.”

Lo guardo senza capire.

“Perché? Io preferisco usare la mia, non devo mica fare gli inseguimenti!”

“La tua è stata appena portata via dal carro attrezzi, così impari a parcheggiare davanti ai cassonetti!”

Uscito dall’ufficio di Bacci guardo l’ora, sono le dieci. Ho un’ora di tempo prima dell’arrivo di Elena Russo.

Mi dirigo verso l’uscita e alla macchinetta del caffè trovo Guido che fruga con le dita nel portafoglio, alza la testa e mi vede.

“Ciao Matteo tutto bene? Hai per caso qualche spicciolo per il caffè?”

Gli metto un braccio intorno alle spalle e lo trascino con me.

“Guido, se metto i miei calzini in acqua bollente, viene un caffè migliore di quello lì! Vieni che ti offro la colazione al bar, tanto paga Massimo.”

Lo dico a voce alta mentre passiamo vicino al gabbiotto dell’entrata e ricevo da Max il secondo dito medio della giornata dopo quello di Alex, e sono sveglio solamente da tre ore.

Nel bar c’è poca gente, molti tavolini liberi ma io e Guido ci mettiamo in piedi al bancone. Ordino a Said, il barista marocchino, due caffè e due brioches, e nell’attesa comincio a raccontare a Guido della mia conversazione con Bacci e dell’incidente delle ragazze.

“Lo so!” dice Guido facendo tintinnare il cucchiaino nella tazzina, “questa mattina ho cominciato presto perché il lunedì c’è sempre molto da fare, ho visto quando hanno portato quel che rimane della bicicletta.”

“Dove l’avete messa?”

“Nel garage delle auto di servizio… fa impressione vederla, chiunque sia stato, andava davvero forte.”

Guido mi parla ma sembra distratto, i suoi occhi saltano continuamente verso un punto indefinito alle mie spalle. Mi giro e la vedo, anche lei mi vede, e si avvicina sorridente.

“Ispettore che piacere! Ma non dovrebbe essere ad assicurare i cattivi alla legge?”

“Ciao Nadia come va? Posso offrirti un caffè e presentarti il mio collega? L’agente Guido Marini, Guido questa bella signora è Nadia, una…”

Non so bene come proseguire ma ci pensa lei a finire la frase e a togliermi d’imbarazzo.

“Sono un’amica di vecchia data diciamo! È un piacere conoscerti Guido, io e l’ispettore qui presente abitiamo vicini” dice rilasciando un sorriso rosso fuoco che investe in pieno il mio collega.

Guido annuisce e le stringe timido la mano, sembra gli abbiano stirato la faccia, è rosso e ha la fronte lucida di sudore, lo soccorro rivolgendomi a Nadia.

“Che ci fai da queste parti di mattino presto?”

“Sarà presto per te, ma non per me Matteo… lavoro, lavoro e ancora lavoro!” dice facendomi l’occhiolino, per fortuna Guido ha lo sguardo fisso a terra e non se ne accorge.

“Sono di fretta mio caro… il caffè me lo offri un’altra volta! Ciao ispettore, e ciao… Guido!”

Nadia va verso l’uscita al ritmo dei suoi tacchi a spillo e fa ondeggiare con sapienza le curve strette nel tubino nero. Come si dice, non è più di primo pelo ma ha delle gambe meravigliose. Si ferma sulla porta e si gira.

“Dovresti tagliarti i capelli Matteo, sono troppo lunghi!” poi soffia un bacio dalla mano aperta ed esce.

Guido chiede a Said un bicchiere d’acqua fresca che scola in un sorso, è acceso come una lampadina. Meglio parlare di lavoro, penso, alzare un po’ di polvere ed evitare domande pericolose sul legame tra me e Nadia.

“Guido… tra mezz’ora arriva Elena Russo, l’amica della ragazza in coma, ti andrebbe di assistermi nel raccogliere la deposizione?”

Glielo chiedo senza pensarci tanto su, ma la verità è che mi sento a disagio a parlare da solo con Elena. Sarà il fatto di aver visto le ragazze poco prima dell’incidente, o il fatto che si baciassero, non so. Per fortuna Elena non può riconoscermi, la sua amica magari sì, ma non lei! Era di spalle quando io e Sarah le abbiamo incrociate. In ogni caso preferisco non essere da solo.

Guido è contentissimo, gli s’illuminano gli occhi. Sempre a digitare sulla tastiera del computer, non gli par vero di entrare in azione, sempre che si consideri azione fare qualche domanda a una ragazzina. Mi spinge fuori dal bar per paura che Elena Russo arrivi in anticipo e non ci trovi. Torniamo verso il commissariato e attraversando la strada Guido mi supera a passi rapidi.

“Simpatica la tua amica Nadia… e che bella donna!”

Elena Russo arriva puntuale, accompagnata dal padre che indossa un abito elegantissimo su un corpo di ossa e nervi, ha la faccia di chi non ha chiuso occhio per tutta la notte.

Ci accomodiamo in una stanzetta con un tavolo, quattro sedie e nient’altro se non le macchie di muffa agli angoli del soffitto.

Elena indossa un paio di jeans attillati e una camicetta bianca, di lino. Ha i capelli cortissimi che le danno un’aria mascolina, un’abrasione sulla guancia destra, un braccio fasciato e gli occhi arrossati da un pianto recente. Mi fissa come se stesse richiamando qualcosa alla memoria.

“Io mi ricordo di lei!” dice puntandomi il dito in faccia, “era al cinema ieri sera, con una donna! In coda alla biglietteria davanti a me e Maris, a vedere Into the wild!”

Mentre cerco di riordinare le idee, Guido si volta.

“Sei andato al cinema con Anna? Ieri sera?”

Irrigidisco i muscoli delle gambe sotto il tavolo. Calmo, stai calmo, mi ripeto, e scuoto la testa.

“E magari” rispondo sorridendo più naturale che posso, “sono settimane che vorrei vedere quel film ma Anna non vuole, mi sa che hai visto qualcuno che mi somiglia… è la barba lunga, l’altro giorno un collega in vacanza ha detto di avermi visto sul lungomare di Alassio!”

Apro il bloc-notes sul tavolo e scarabocchio una linea ondulata. Osservo le mani pallide del padre di Elena, le vene gonfie in rilievo e le dita magre come ossicini di pollo spolpati, poi comincio immediatamente a fare domande sulla sera prima, così da non dare alla ragazza modo di replicare.

In poco tempo lo sguardo scettico di Elena si ritira, comincia a parlare e gli occhi s’incantano su un punto indistinto al centro del tavolo.

“Non ricordo moltissimo, tornavamo dal cinema, io stavo seduta dietro, a un certo punto ho intravisto una luce dietro di me, poi una botta e mi sono ritrovata sui binari del tram.”

Il padre di Elena le appoggia in maniera innaturale una mano sulla spalla, tra loro sembra esserci una distanza incolmabile, mi chiedo se lei si sia accorta di quella mano leggera e insicura, sembra la sfiori senza toccarla. L’uomo è a disagio, parla col tono sommesso di chi ha costantemente paura di sbagliare.

“È stata tutta la notte in osservazione in ospedale e l’hanno dimessa solo questa mattina, è molto stanca…” ma Elena riprende, come se il padre fosse un fantasma.

“Ricordo solo che ho alzato la testa dalla strada e ho visto lì quella Vespa blu!”

“Una Vespa blu” ripete Guido, “a che distanza?”

Elena ci pensa, “Bah! Saranno stati circa dieci metri.”

“Sicura fosse una Vespa? Non un altro modello di scooter?” chiedo io.

“Una Vespa, sono sicura! Mio fratello più grande ne ha una uguale, cioè non uguale, mio fratello ce l’ha tutta argentata, quella era blu.”

Il padre al suo fianco annuisce silenzioso.

“Blu, non nera o magari grigia?”

“No blu! Blu Oltremare, come la sua maglietta” ribatte indicandomi. Abbasso lo sguardo sulla mia maglietta col numero sei, mentre Guido interviene.

“Hai potuto vedere la faccia del pilota, qualche dettaglio?”

Elena scuote la testa sconsolata. Il pirata portava un casco integrale con la visiera abbassata, al colore del casco proprio non ha fatto caso.

Sto per parlare ma Guido mi posa una mano sull’avambraccio.

“A proposito della Vespa blu oltremare… ricordi magari qualche particolare? Era tutta blu?”

Elena chiude gli occhi e prende un lungo respiro, poi batte la mano aperta sul tavolo.

“È vero! È vero! Ora che lei mi dice così… c’era qualcosa sulla fiancata! Un disegno bianco sul lato destro, non saprei dire cosa, una specie di pesce, non so, forse un delfino, una cosa così…”

“Una cosa così” continuo a ripetermi nella testa accompagnando Elena e suo padre verso l’uscita. L’indagine comincia bene, una cosa così, in compenso ho scoperto di che colore è la mia maglietta, blu oltremare.


SEI

“Alieni”

Lunedì fino a sera.

Quando saluto Elena e suo padre è ormai mezzogiorno e sento lo stomaco tirare. Vado al bar a mangiare un’insalata, bevo un caffè e poi scendo nel garage del commissariato per prendere una delle macchine di servizio. Bestemmio sottovoce pensando alla mia Panda, alla multa che dovrò pagare, e maledico Bacci che ha osservato tutta la scena senza fiatare, con quel sorriso soddisfatto.

Nel sotterraneo mi dirigo verso l’auto più vicina e mentre sto per aprire la portiera, mi blocco e la vedo in un angolo. Poggiata al muro grigio di cemento c’è la scultura contorta di una bicicletta bianca. La Vespa deve averla colpita nel mezzo perché è piegata in due, la catena è spezzata, manca il sellino e le gomme sono fuori dai cerchioni sformati.

Mi avvicino, alla base del tubo verticale, sopra la corona, la vernice bianca è scrostata e dal metallo scoperto si diramano alcuni graffi blu, proprio come ha detto Elena.

Torno all’auto, m’infilo una sigaretta tra le labbra, salgo la rampa del garage e imbocco il corso diretto verso l’ospedale.

Il reparto di rianimazione è al quarto piano. In un moto d’orgoglio decido di prendere le scale ma a metà ho già il fiato corto. Dopo un altro sforzo arrivo sudato e ansimante davanti a una porta su cui c’è scritto che l’accesso è consentito solo negli orari di visita e solo ai parenti più stretti. Il mattino è dalle 11:30 alle 13:00. È l’una e mezza.

Resto qualche minuto a riprendere fiato, a pensare a un modo per entrare. I soli a potermi dare qualche informazione utile sono i genitori, dovrei aspettare ore per parlare col signor Landi e sua moglie.

Eppure vorrei vederla, anzi rivederla.

Do un’ultima occhiata alla porta chiusa, poi comincio a scendere le scale. Sono al fondo della prima rampa quando sento alle mie spalle lo scatto di un impulso elettrico e la porta aprirsi; mi volto, un medico esce con il cellulare all’orecchio, parla a voce bassa e sale al piano superiore. La porta del reparto si chiude lentamente mentre io salgo due gradini alla volta e con un balzo la fermo all’ultimo centimetro.

Entro in punta di piedi, come un ladro, e mi ritrovo in un lungo corridoio sul quale si affacciano diverse camere. Un’infermiera esce da una stanza spingendo un carrello con della biancheria, non appena mi nota molla tutto e mi viene incontro corrucciando il viso.

Ha le caviglie grosse e indossa degli zoccoli bianchi traforati e sformati. Si avvicina a passi brevi, rumorosa come un cavallo al trotto.

Allargo il sorriso e cerco di giocare d’anticipo tirando fuori il tesserino di riconoscimento.

“Buongiorno signora! Sono l’ispettore Molinari della squadra mobile, sono qui per informarmi sulle condizioni di una ragazza… si chiama Maristella Landi.”

L’infermiera mi si piazza davanti con le mani sui fianchi, è una signora bassa e tarchiata.

“Lei non può stare qui!” mi riprende, “solo i parenti stretti hanno accesso a questo reparto!”

“Lo so signora ma sono stato mandato dal commissario Bacci in persona, Bacci è amico del primario… il dottor…”

“Il Professor Pestelli?” sbotta la donna sorpresa.

“Pestelli esatto! Lui e il commissario erano compagni di scuola. Ho bisogno solo di cinque minuti, il professore è d’accordo.”

Sorrido in maniera naturale compiacendomi della balla costruita col tempo di reazione di un centometrista.

La donna rilassa le braccia lungo il corpo grassottello, inclina la testa e mi studia, col camice bianco e tutta sudata sembra un pupazzo di neve che si sta sciogliendo.

“Il professore è appena uscito e non mi ha detto nulla…”

Doveva essere il medico che parlava al cellulare.

“Infatti mi ha aperto lui, gli ho detto chi ero e mi ha fatto entrare.”

“Ma la ragazza non può parlare, è in coma! Non può esserle d’aiuto, e poi siamo fuori orario di visita” mi accorgo che si sta ammorbidendo.

“Signora sia gentile, voglio solo vederla qualche istante, vedere cosa le ha fatto il delinquente che l’ha investita, non la disturberò, esco subito, glielo prometto!”

La donna si avvicina e si sporge a controllare il tesserino e la foto di un me parecchio più giovane, sembra avere qualche dubbio.

“È la camera ventuno, lì sulla sinistra. Io torno tra cinque minuti e la voglio trovare fuori ispettore, siamo d’accordo?”

Si allontana col suo carrello di biancheria mentre io entro nella camera di Maristella.

La stanza è in penombra e c’è un intenso odore di medicinali. La luce arriva dai numerosi macchinari che monitorano costantemente le condizioni della ragazza, schermi accesi di diverse dimensioni, su cui si muovono linee e lampeggiano cifre, spie luminose e display impilati uno sull’altro come una colonna di autoradio accese, ma senza volume, il silenzio è quasi totale.

Fisso lo schermo più grande, quella linea rossa che ogni paio di secondi è scossa da un sussulto di vita. Un apparecchio accanto al letto emette un suono intermittente, unico indizio che quel filo sottile, trasparente come una ragnatela, ancora resiste.

Sposto una delle sedie che trovo accanto a un tavolino e mi metto vicino al letto a osservare il volto di Maris, così l’aveva chiamata la sua amica Elena.

Il viso è una perla bianca, il colore le è stato succhiato via, non sembra neanche vera con i riccioli adagiati a lato della testa.

Tubicini le entrano nelle braccia, nei polsi, nelle narici, in bocca. Un cane di peluche le dorme sulla pancia immobile.

C’è un’aria troppo spessa, e un silenzio cupo. La camera, illuminata solo dalla luce azzurra degli schermi, è come un grosso lavandino in cui il suono elettrico del cuore di Maris cade costante come una goccia. Un suono che rompe l’immobilità e muove cerchi concentrici di aria liquida e densa. Non riesco a resistere che pochi minuti immerso in quella gelatina, mi alzo e mi avvicino al letto, punto il cellulare sul viso della ragazza, scatto col flash e per un attimo ho l’impressione che si sia mossa, le accarezzo i capelli, poi esco tossendo.

Percorrendo il corridoio incrocio di nuovo l’infermiera che questa volta mi approccia mite.

“Ha visto che angelo? Sembra una di quelle bambole di ceramica…”

“Sì, sembra una bambola” confermo pensando al volto pallido di Maristella, “grazie per la comprensione signora… ma prima di andare volevo chiederle… come sta la ragazza? Si riprenderà?”

Lei inarca un sopracciglio, diffidente.

“Non ne ha parlato col professor Pestelli ispettore? Non vi siete incontrati all’entrata?”

Rimango con la bocca semiaperta, il mio centometrista tanto reattivo si è inciampato a due metri dal traguardo, per fortuna la donna ha più fretta di mandarmi via che di interrogarmi.

“Che vuole ispettore, come sta… è in coma! Almeno è stabile, che nelle prime ore dopo un incidente così… è un piccolo segnale positivo.”

Non dice altro. Mi spinge fuori a piccoli passi e chiudendo la porta sventaglia un odore che mi da il voltastomaco, un misto di sudore e detergente chimico.

Scendo le scale di corsa, devo uscire da questo posto il prima possibile o rischio di vomitare. Ho bisogno di aria, anche quella bollente del pomeriggio va bene.

Cammino fino al lungo Po, il fiume scorre a trecento metri dall’ospedale. Mi siedo sullo schienale di una panchina isolata sotto un salice, vicino all’acqua. Vedo un rigonfiamento nella tasca destra dei jeans e mi chiedo che diavolo possa essere. Infilo la mano e tiro fuori la bustina d’erba, quella sequestrata questa mattina ad Alex. Ci sono momenti in cui una sospensione del tempo è necessaria, aprire una parentesi e chiuderla, senza metterci niente dentro; solo tu e i cazzi tuoi, dietro lo schermo rassicurante di un paio di occhiali da sole.

Ruoto la testa da sinistra a destra come un robot senza che lo scanner rilevi qualche movimento sospetto. Tutto è immobile a parte il rumore delle auto che corrono su corso Unità d’Italia, sembra che il caldo intenso abbia scoraggiato anche i maniaci del jogging.

Apro il portafoglio, dove ho una cartina lunga piegata in quattro nel portamonete, c’è anche il biglietto da visita di Sarah. Arrotolo un filtro con la parte senza il numero di telefono, sbriciolo, mischio, giro, lecco, chiudo, batto e accendo con urgenza.

Una boccata d’ossigeno può avere sapori diversi. Offusco con nuvole di fumo la vista del fiume che mi scorre davanti. Arrivano urla di bambini che giocano all’aperto poco lontano, ci dev’essere un asilo nei paraggi, o un oratorio, non so…

Grida per farsi passare la palla, grida d’inseguimento, di croste alle ginocchia che non guariscono mai. L’alba dell’esistenza, i primi confronti con altri esseri umani, diversi dai genitori e più simili tra loro.

Il mio sguardo fisso nel vuoto scompone il fiume in un insieme di tessere luccicanti, tanti mattoncini di legno da impilare uno sull’altro, poi un pallone di spugna dagli spicchi colorati che scampanella ad ogni calcio, io che tiro la gonna della mamma sul portone dell’asilo, e grido, grido disperato perché è il primo giorno, non conosco nessuno e c’è troppa confusione.

Quando ripresi fiato, dopo un pianto straziante, mi schiacciai contro una parete ad osservare quella folla di alieni.

Tutti quei bambini che sembravano uguali a me, ma venivano da pianeti diversi, mondi distanti. Avevano reazioni che non capivo, qualcuno piangeva all’improvviso, senza un motivo apparente. I più grossi davano spintoni, molti dicevano parole che a me erano vietate e non avevo mai pronunciato, di certe non conoscevo neanche il significato. Qualcuno urlava e correva mentre altri sedevano in disparte, a giocare solitari, parlando da soli. Le bambine radunate in gruppetti facevano giochi che solo loro trovavano divertenti e sarebbero passati molti anni prima di trovare delle convergenze.

Ognuno di noi era un alieno fra gli alieni. Impegnati a trasmettere e ricevere segnali, a decifrare codici, fino a trovare quegli alieni più simili a noi, quelli a cui piacevano gli stessi nostri giochi. E sarebbe poi stato sempre così, sarebbero solo cambiati i giochi.

Io però stavo contro la parete, invisibile, e quel giorno per la prima volta sentii quella voce nella testa.

“Zitto e fermo!” ripeteva, “Zitto e fermo!”

Non mi mossi mai, e dopo una settimana passata a mimetizzarmi senza socializzare o giocare con nessuno, la mamma parlò con l’insegnante e all’asilo non ci misi più piede. La mamma era casalinga e anche se doveva badare a Teresa che era ancora piccola, si sarebbe presa cura anche di me.

All’inizio erano stati degli alieni anche Filippo e Livia, i due amici che incontravo ogni estate in vacanza, in Emilia. Abitavano entrambi nel paese dei miei nonni e ci vedevamo ogni anno, per tutto il mese di agosto.

Filippo e Livia erano per certi versi più alieni degli altri bambini, perché parlavano con un accento strano e usavano degli intercalare che non avevo mai sentito, oppure inserivano nel bel mezzo di una frase una parola in dialetto che colorava tutto il discorso. Vivevano in campagna mentre io stavo in mezzo ai palazzi.

Ero affascinato da entrambi; passare il tempo con loro era come visitare un paese straniero dove tutto è sorprendente e sconosciuto. Anch’io d’altra parte ero un alieno ai loro occhi, provenivo da un’altra galassia, mille volte più grande della loro, Torino, la grande città. Anch’io parlavo strano e indossavo magliette di gruppi rock a loro sconosciuti.

Siamo cresciuti insieme estate dopo estate, finché a settembre ricominciava la scuola e dovevo tornare a Torino. Poi passava un altro anno e ci ritrovavamo di nuovo, un altro mese insieme, ogni volta un po’ cresciuti, un po’ diversi, e con la voglia di misurare il nostro cambiamento negli occhi degli altri.

Un cane al guinzaglio mi abbaia contro, il padrone mi guarda con disgusto mentre succhio l’ultima nota bruciandomi le dita. L’incantesimo si rompe e ricompaiono gli alberi, il corso, le auto, i rumori, il mondo tutt’attorno. Ripenso subito a Maris nel suo letto d’ospedale e ai suoi vent’anni congelati dal coma.

Mi alzo svogliato, torno alla macchina e rientro al commissariato guidando piano con i finestrini aperti e gli occhi iniettati di sangue.

Parcheggio l’auto di servizio, sfilo gli occhiali da sole e mi guardo nello specchietto. Ho gli occhi acquosi, ma tutto sommato ho recuperato un aspetto normale.

Dal garage salgo al piano terreno, dove ci sono tutti gli uffici e vado dritto in quello di Anna.

La piccola stanza è vuota. Sul davanzale della finestra ci sono tre fiori in mezzo bicchiere d’acqua. L’orologio appeso alla parete segna le quattro e trentacinque. Anna non può essere già andata a casa, è troppo presto. Eppure la scrivania è come la lascia a fine giornata, tutto ordinato e perfetto. Fogli, plichi, pinzatrice, penne, tutto è allineato e simmetrico, nel posto in cui dev’essere, com’era questa mattina, come sarà domattina.

Mentre comincio a sentirmi la sola cosa fuori posto nella stanza, noto la borsetta appesa allo schienale della sedia, arriva dal corridoio uno schioccare di scarpe col tacco e sento alle mie spalle la voce di Anna.

“Ah, sei qui! Ho appena finito di riordinare la scrivania e sono pronta per andare.”

Mi volto e Anna mi è già di fronte, mi passa le dita fra i capelli e mi stringe a sé. In preda a un riflesso incondizionato la bacio prendendole il viso tra le mani. Respiro dal naso e sento il suo profumo dolce e rassicurante, le bacio il collo e affondo il volto fra i suoi capelli sospirando.

Anna si ritrae e mi scruta con un sorriso.

“Hai gli occhi stanchissimi Matteo, dai andiamo, così riesci anche a farti una doccia prima di cena… ricordi che vengono Dario e Rossella, vero?”

Mento facendo sì con la testa, vorrei essere teletrasportato nell’altro emisfero.

Anna va a prendere la sua borsetta.

“Andiamo già? Non è un po’ presto?” chiedo confuso, “Bacci è già andato via?”

“Bacci mi ha raccontato dello scherzetto che ti ha fatto questa mattina… ha lasciato che ti portassero via la macchina senza dirti niente.”

Me lo dice sorridendo e inclinando la testa, con uno sguardo d’indulgenza che m’innervosisce quasi più dello scherzo del commissario. Prima che io possa dire qualcosa d’inopportuno ma Anna riprende.

“Oggi avevo già chiesto di uscire prima per fare la spesa e preparare tutto per la cena… così quando Bacci mi ha detto della tua macchina, gli ho fatto notare che era stato un po’ cattivello e che ora saresti stato costretto a rincasare con me alle quattro e mezza.”

“E la mia macchina?”

“Dormi da me e quindi per domani mattina siamo a posto, veniamo insieme, e per la macchina ho già chiesto io a Guido se domani quando arriviamo ti accompagna a prenderla… visto come ho aggiustato tutto?”

Si dirige verso la porta facendo segno con la mano di seguirla, da uno strattone al guinzaglio e così anch’io ritorno nel posto in cui devo essere.

Il menù l’ha già deciso Anna: un antipasto leggero con prosciutto crudo e melone, linguine gamberetti zucchine e zafferano, filetto di salmone al forno con verdure grigliate, e gelato come dessert. Tutti gli ingredienti e le quantità sono annotati in bella calligrafia su un foglietto e al supermercato ci mettiamo un attimo.

Anna ha una casa grande ai piedi della collina. Ci abitavano i genitori che da qualche anno si sono trasferiti in una villetta in campagna a godersi la pensione. La cucina è grande e c’è un piccolo giardino sul retro.

Faccio una doccia fresca che mi rinsalda i muscoli sulle ossa e mi riconcilia con il mondo.

Dario e Rossella arrivano puntuali alle sette e mezza, e io stappo subito una bottiglia di Arneis. Sediamo fuori, intorno al tavolino in giardino.

Dario è un ingegnere navale, simpatico ma col quale ho sempre sentito di non avere molto in comune. Veste sempre camicie a maniche corte color sabbia o verde militare, oppure maglioni etnici d’inverno. Mi ha sempre un po’ irritato quel suo look da geologo avventuroso.

Rossella è un’assistente sociale, si occupa dell’affidamento di minori con situazioni familiari problematiche, è intelligente, colta, e con un culo meraviglioso che sbircio ogni volta che nessuno mi vede. Ha il difetto che non fa altro che parlare del suo lavoro, non esiste in pratica altro argomento, torna sempre lì, con Anna che le da corda.

Intervengo il giusto per far vedere che partecipo, ma lascio espletare ad Anna il compito di esprimere opinioni. Per un attimo penso di chiedere a Rossella se si rende conto di lavorare in mezzo agli alieni; ma non posso, non la smetterebbe più.

Il ruolo di chef mi permette di alzarmi da tavola con una certa frequenza. Salto gamberi e scalogno con un poco d’olio e li ubriaco sfumandoli col vino bianco. Aggiungo le zucchine e il brodo di pesce, la panna e il prezzemolo e quando la salsa comincia ad addensare tolgo dal fuoco, aggiungo i pistilli di zafferano, mescolo, assaggio con l’indice in bocca e gli occhi chiusi, poi verso nella padella le linguine al dente.

Dario e Rossella mi fanno mille complimenti e vedo brillare gli occhi orgogliosi di Anna. Mi allontano dal tavolo per fumare una sigaretta senza disturbare nessuno e dopo aver riempito il bicchiere di Arneis mi rimetto al lavoro.

I filetti di salmone li adagio in una teglia con sale, pepe, prezzemolo, olio e vino bianco. Mezz’ora di forno e quando escono li spruzzo col succo di limone che libera il gusto delizioso del pesce.

La cena è stata un successo; Anna è soddisfatta e Dario e Rossella se ne vanno ridendo e sbracciandosi nei saluti.

Chiudo gli occhi rannicchiato su un fianco e ascolto i rumori dal bagno, ho un ronzio nella testa, sono tre sere di seguito che ci do giù duro. Anna ci mette un’eternità per venire a letto, una crema diversa per ogni parte del corpo.

Quando arriva, sono ancora nella stessa posizione, lei spinge il suo corpo contro il mio, sento alla base della schiena il calore del suo bassoventre e la sua bocca sfiorarmi l’orecchio.

Resto immobile, allungo il respiro e dopo aver finto di essermi addormentato, mi addormento davvero.


SETTE

“La Provinciale”

Lunedì 5 agosto 1985.

Da piccolo, quando ancora potevo sdraiarmi con mia sorella Teresa sul sedile posteriore della Ritmo di mio padre, il viaggio per andare dai nonni era come una traversata transoceanica.

Io e Teresa ci incastravamo entrambi con la testa accanto ai piedi dell’altro, una discreta comodità anche se a discapito della qualità dell’aria respirata.

Erano solo cinque ore d’auto ma era anche la più lunga distanza che avessi mai percorso. Cinque ore per attraversare la pianura Padana e ritrovarmi lontano dalla scuola, dal terrore delle interrogazioni e dal costante timore di non essere all’altezza degli altri. Chilometro dopo chilometro mi avvicinavo a un mondo nuovo.

Attendevo quel viaggio come fosse la notte di Natale e il rituale cominciava già la sera prima della partenza. Mi mettevo a letto e mi concentravo per restare sveglio il più a lungo possibile. Sognavo ad occhi aperti e non appena sentivo il sonno conquistarmi, correvo in bagno a sciacquarmi la faccia con l’acqua fredda.

Ripetevo l’operazione finché ci riuscivo, dormendo solamente tre o quattro ore prima che la mamma venisse a svegliarci.

Partivamo intorno alle cinque del mattino per essere dai nonni verso le dieci.

Io adoravo quella prima ora di viaggio, tra le cinque e le sei quando, sdraiato sul sedile posteriore, guardavo attraverso il finestrino scorrere il cielo ancora buio e stellato. Un oblò giusto sopra la testa di Teresa e i miei piedi, lo schermo su cui proiettare le mie fantasie. Socchiudevo gli occhi e osservavo le stelle sfocare e sparire alla prima luce del giorno, a quel punto potevo addormentarmi.

Quell’ora aveva un sapore particolare. Nessuno parlava, c’era in sottofondo solo il ronzio del motore prudente dell’auto di papà, e io lottavo per rimanere sveglio fino alla luce, mi sforzavo di non chiudere completamente gli occhi finché riuscivo ancora a distinguere una stella.

Al tempo della mia ultima estate dai nonni avevo da poco compiuto tredici anni, i numeri dispari erano ancora numeri come gli altri e sdraiato sul sedile posteriore della Ritmo non ci stavo più. In compenso, papà mi lasciò sedere davanti, al suo fianco. La mamma stava dietro con Teresa e lei era contenta di appoggiarle la testa sulle gambe e farsi carezzare i capelli.

Per il mio compleanno, pochi mesi prima, avevo ricevuto in regalo un walkman.

Ascoltai musica per tutto il viaggio, fatta eccezione per la mezz’ora in cui ci fermammo per una pausa.

La colazione preparata dalla mamma consisteva in panini con salame all’aglio o mortadella, accompagnati da una tazza di caffellatte caldo del termos.

Addentai il panino avidamente, notando che mio padre mi stava osservando in silenzio da qualche minuto. Bloccai la mandibola e lo fissai, come a chiedere “Cosa c’è?”

Papà si avvicinò, mi girò attorno scrutandomi la testa e sollevò un ciuffo di capelli con la mano.

“Cos’è questa criniera? Sembri uno zingaro! Prima di tornare a Torino ti fai un giro dal barbiere in paese!”

Io detestavo tagliarmi i capelli, facevo fatica a riconoscermi nello specchio, e poi con i capelli corti avevo la faccia da scemo, il viso sembrava più magro e il mio grosso naso conquistava tutta la scena. Non vedevo l’ora che mi crescesse la barba per potermi nascondere meglio! E invece no, ero implume come un pollo del supermercato.

Papà aveva ordinato il taglio dello scalpo usando il suo tipico tono perentorio, quello che non ammetteva repliche, così affondai il morso nel panino facendo sì con la testa. Era il primo giorno di vacanza ed era bene non cominciare guerre che avrei inevitabilmente perso.

Non vedevo l’ora di incontrare Filippo e Livia. I loro papà erano amici d’infanzia di mio padre e noi tre, essendo coetanei, avevamo giocato insieme fin da piccoli.

Filippo abitava vicino alla piazza e suo padre Mariano era il maresciallo dei carabinieri di Ambrogio, Livia stava a metà strada tra la cascina dei miei nonni e il paese, in una casa lungo il rettilineo che costeggiava il Canalone e arrivava fino al bar del Ponte.

Con la musica che m’isolava da tutto, chiusi gli occhi e richiamai dalla memoria qualche immagine, per ripassare a mente l’aspetto dei miei amici che non vedevo da un anno, come per rompere il ghiaccio prima ancora di incontrarli.

Eravamo sdraiati sulla sponda del canale, a tirare sassolini alle foglie che galleggiavano sull’acqua. Filippo a petto nudo, abbronzato, con i muscoli ben definiti e gli occhi verdi. Livia con i capelli neri e corti, dei calzoncini blu da uomo e una canotta a righe.

Anch’io ero a petto nudo ma mi vergognavo della mia magrezza, mi si potevano contare le costole e con le gambe e le braccia lunghe mi sentivo come un grosso ragno. Ma tutto questo era un anno fa. Dall’estate prima avevo messo su qualche chilo ed ero anche cresciuto parecchio in altezza. Inoltre, alla festa di fine anno scolastico a casa di Luca avevo baciato sulle labbra Roberta Greco. Mi sentivo cresciuto e morivo dalla voglia di mostrarlo a tutti.

Arrivammo come previsto poco dopo le dieci del mattino. Non appena l’auto imboccò l’ultima curva della strada sterrata vidi la cascina dei nonni con Pippo che saltava e abbaiava dietro il cancello del cortile. Io e Teresa balzammo giù dalla macchina per correre ad abbracciare il cane e farci lavare la faccia dalle sue leccate festose.

Entrammo in casa e fummo subito avvolti dal profumo grasso del ragù che ribolliva sul fuoco.

“È per cena!” sottolineò la nonna, “a pranzo ci sono i tortellini!”

Si cadeva sempre in piedi.

Gli abbracci dei nonni furono stretti e lunghi, poi tutti commentarono quant’ero cresciuto e che bella signorina era diventata Teresa.

Lo zio Carlo uscì dal bagno con la sigaretta in bocca e un fumetto di Tex sotto braccio. Poco prima di pranzo arrivò anche zio Walter con la sua uniforme blu da vigile urbano che a miei occhi gli dava il fascino da poliziotto dei telefilm.

Ci sedemmo a tavola e la nonna servì un vassoio di salumi, poi i tortellini in brodo e il pollo arrosto con le patate. Mangiai come un lupo, accarezzato dagli sguardi orgogliosi dei nonni e ridendo alle battute degli zii.

Dopo pranzo, per il troppo cibo e le poche ore di sonno della notte prima, cedetti alla stanchezza e andai al piano di sopra, dove c’erano le stanze da letto. Mi addormentai in pochi minuti, cullato dal frinire dei grilli che si alzava dal silenzioso sottofondo della campagna.

Mi svegliai riposato ed elettrico. Consumai una veloce merenda preparata dalla nonna, e uscii al sole del pomeriggio che mi si appiccicò subito alla pelle come una guaina.

Salutai Teresa che giocava con Pippo all’ombra dell’albero di fico e inforcai la bici per andare finalmente da Livia e Filippo, ma dopo la prima pedalata mi fermai. Vidi qualcosa oltre Teresa, dietro l’albero, un’intrusione nel solito paesaggio, una casetta di legno spuntata dal nulla e che non avevo notato quella mattina, al nostro arrivo dai nonni.

Da quella piccola costruzione arrivava un rumore, un fruscio ritmico, uno sfregamento, come qualcuno che trascina le ciabatte sporche di sabbia sul pavimento. Abbandonai la bici a terra e mi avvicinai curioso. Dalla porta mezza aperta usciva un pulviscolo sottile, sollevato e portato via dall’aria calda. Mi affacciai cauto sull’uscio e vidi il nonno che stava scartavetrando un pezzo di legno chiaro.

Lo osservai un poco in silenzio, le vene azzurre delle mani si gonfiavano a ogni spinta, gocce di sudore gli brillavano sull’ampia fronte e s’incanalavano nelle rughe profonde per poi scorrere lungo le tempie e le guance, fino a cadere sul camiciotto in macchioline blu scuro. Il nonno alzò lo sguardo e smise di lisciare il legno.

“Ah! Matteo, ti sei svegliato!” disse col suo sorriso povero di denti, “cosa fai lì sulla porta… vieni dentro che è più fresco.”

Entrai e mi guardai attorno, il locale era piccolo ma ben organizzato: un tavolo da lavoro con la morsa, cacciaviti e seghetti appesi alla parete, un bidone di plastica in cui erano infilati vanghe e forconi, una vecchia cassapanca dalla cui serratura pendeva un robusto lucchetto. Nell’angolo c’era anche un curioso fagotto che sembrava un vecchio materasso arrotolato.

“Cos’è questo posto nonno?” chiesi annusando l’odore di colla e legno vivo.

“È il capanno degli attrezzi” poi si piegò poggiando le mani sulle ginocchia e sussurrò, “ed è anche il mio angolo dei segreti.”

“Segreti?” dissi, “quali segreti?”

Il nonno si rimise dritto e scoppiò a ridere.

“E se te li dico, che razza di segreti sarebbero… ma ognuno dovrebbe avere un suo angolo dei segreti caro mio, alla tua età basta un posto piccolo, una scatola, io che sono vecchio ho bisogno di più spazio.”

Si sedette sulla cassapanca e tiro fuori dal taschino del camiciotto un pacchetto di MS, accese una sigaretta e aspirò soddisfatto, con lo sguardo fisso su un cacciavite alla parete che non mi parve degno di tanto interesse. Sembrava che all’improvviso il nonno si fosse scordato di me.

“Io vado da Filippo e Livia nonno…” lui si voltò e annuì alzando la mano aperta.

Solo parecchi anni dopo mi resi conto che anch’io avevo quella stessa abitudine, un attimo prima ero in un posto, un momento dopo mi trovavo lontano, perso ad inseguire un ricordo, un profumo o una musica, lasciando chi mi stava intorno a parlare da solo di fronte al mio corpo vuoto.

Avrei voluto domandargli se anche lui di tanto in tanto sentiva come me una voce nella testa, ma non ne ebbi il coraggio, lo salutai e uscii.

Alzai la bici abbandonata sulla ghiaia e ci saltai sopra, appena presi un po’ di velocità tutto ciò che era alle mie spalle sparì e in testa rimase solo l’incontro con Livia e Filippo.

Dopo una serie di curve, la strada si srotolava in un lungo rettilineo che costeggiava il Canalone, un grosso fossato per l’irrigazione dei campi, con l’acqua ricoperta da una strato di muschio galleggiante. A circa metà del rettilineo un ponticello permetteva di passare sulla sponda opposta del canale, dove c’era la cascina in cui viveva Livia, con la mamma casalinga e il padre, professore alle scuole medie.

Appoggiai la bici al muro di mattoni rossi, contai dodici lucertole immobili al sole, e prima di bussare alla porta controllai il mio aspetto nel riflesso della vetrata.

“Chissà come sarà cambiata Livia” pensai aggiustando un ciuffo ribelle che continuava a cadermi sulla fronte in una spirale da cavatappi.

Bussai alla porta deciso e misi il sorriso sui blocchi di partenza. Scattai prima del colpo di pistola che invece colpì me, quando una ragazza dalle gambe lunghe e sottili aprì la porta. Indossava una maglietta bianca con la faccia di Minnie e una minigonna di jeans. I capelli neri e lucidi le arrivavano fino alle spalle, aveva un velo di trucco sugli occhi e sulle labbra. Ci misi qualche secondo prima di riconoscerla, qualcosa d’indecifrabile si era insediato in lei, non la faceva sembrare Livia. Ma quando sorrise la vidi subito, e spalancai le braccia.

“Ciao Matteo!” gridò Livia saltandomi al collo.

Abbracciandola non potei fare a meno di notare una sensazione nuova, c’era come un cuscino a separare i nostri corpi, una morbidezza sul petto sconosciuta a tutte le precedenti estati.

Cos’era successo? Era completamente trasformata, e bellissima.

Livia mi prese per mano e mi accompagnò dentro casa, si fermò nel corridoio e mi parlò sottovoce.

“Sono un po’ in ritardo perché ho litigato con mamma… lasciamo stare, mi devo ancora cambiare, tu intanto puoi bere un bicchiere di limonata in giardino, ci metto un attimo e mentre andiamo da Filippo ti racconto…” gonfiò le guance scocciata, sorrise e corse al piano di sopra. Sembrava non rendersi conto della sua trasformazione, si comportava come se niente fosse, come sempre. Lo spirito di Livia si era impossessato di quel nuovo corpo, un corpo con le tette.

Sorseggiai la limonata con Luciana, la mamma di Livia, che fece qualche domanda sui miei genitori e la scuola. Paolo, suo marito, era a una riunione dei docenti.

Poco prima del ritorno di Livia, Luciana mi mise una mano sulla spalla e mi pregò di essere prudenti.

“Sempre in giro in bici su queste strade, dovete fare attenzione, e mi raccomando non sulla Provinciale, lo dico a te perché hai giudizio, che Livia è un po’ una testa matta.”

La rassicurai con voce grave, “ormai siamo grandi” e a mio modo ci credevo davvero.

Livia tornò con dei legging neri e le scarpe da ginnastica al posto dei sandali. La maglietta era la stessa, con gli occhioni di Minnie in quell’insolita versione tridimensionale.

Pedalammo fianco a fianco lungo la strada sinuosa che portava al paese e mi raccontò del diverbio avuto con la madre.

“Vogliono trasferirsi a Ferrara” disse secca senza guardarmi, “stanno già cercando casa per spostarsi quando andrò all’università.”

“All’università? Ma manca un sacco di tempo, devi ancora finire le medie… e poi perché a Ferrara?”

Livia sbuffò e scosse la testa, poi parlò con una vocina stridula e antipatica che voleva essere quella di sua madre.

“Una fra le più antiche università d’Europa, fondata nel 1391 e bla, bla, bla!” poi riprese con tono normale, “vogliono che faccia medicina, ma se lo possono scordare, io sarò una psicologa, entrerò nella testa della gente e saprò cosa pensano tutti, anche cosa pensi tu Matteo!”

Me lo disse proprio mentre, rimasto un po’ indietro, stavo fissando la sua schiena e il segno del reggiseno sotto la maglietta, non c’era più alcun dubbio, erano proprio tette. Fui felice che Livia non fosse ancora psicologa e non potesse leggermi nella mente.

“Mia mamma dice che i medici guadagnano un sacco di soldi e hanno le ville!” dissi.

Livia fermò di colpo la bici e io feci lo stesso qualche metro più avanti, mi raggiunse e mi guardò imbronciata.

“Oh, ma tu da che parte stai? Sono le stesse cose che dicono i miei! Io farò la psicologa, avrò uno studio tutto mio e farò sdraiare la gente sul lettino mentre io prenderò appunti seduta in poltrona.”

Ripartimmo e ci fu qualche minuto di silenzio. Livia era cambiata ma non solo fuori, aveva un’energia e una determinazione nuove, una disinvoltura che mi fece sentire piccolo e maldestro, fu come se mi avessero schiumato il cervello e non riuscii a pensare a nulla da dire.

Per fortuna arrivammo in fretta alla piazza soleggiata del paese e alla casa di Filippo, proprio accanto alla chiesa. Anche lui era cresciuto, ma non aveva cambiato corpo come Livia. Mi salutò con una pacca sulla spalla e in bici ci dirigemmo tutti insieme fuori dal paese, verso il piccolo campo da calcio dietro il cimitero.

Alle spalle della tribunetta in ferro c’era un minuscolo bar con cinque tavoli di plastica e gli ombrelloni parasole. Ci sedemmo e ordinammo quattro bibite mentre a turno facevamo in poche frasi il riassunto di un anno.

Livia aveva cominciato a giocare a pallavolo nella squadra di Ambrogio e al primo anno aveva già conquistato un posto da titolare, amava Cindy Crawford e litigava tutti i giorni con i suoi genitori. Filippo giocava a calcio, era portiere e giocava ogni domenica proprio in quel campetto che si vedeva dal tavolino del bar. Livia andava spesso a vederlo e a incitarlo con le sue compagne di classe. Aveva le idee chiare, voleva fare l’architetto e andare nei cantieri a dirigere i lavori. Intanto, poche settimane prima aveva fatto le pizze alla Festa de l’Unità.

“Le pizze più buone del mondo!” assicurò Livia.

Quel commento mi procurò un taglio sottilissimo come quelli col bordo delle pagine, che neanche li vedi ma bruciano, e ci vuole un po’ prima che esca un rivolo di sangue. Mi dava fastidio pensare alla loro vita senza di me, sentire i racconti di episodi che erano successi e dai quali la distanza mi aveva escluso. Eravamo un trio un mese l’anno, ma per il resto la loro vita succedeva e continuava indifferente alla mia assenza.

Risucchiammo in coro il fondo dei bicchieri con le cannucce, poi Filippo scattò in piedi e si diresse verso le biciclette.

Quando io e Livia allineammo le nostre ruote alla sua, alzò il braccio a pugno chiuso e gridò.

“Dai, andiamo!”

“Dove andiamo?” chiesi io un po’ preoccupato dal suo entusiasmo.

“Ieri ho lavato la macchina di mio padre e mi ha dato una paghetta extra, vi offro il gelato da Jolanda!”

“Ma per andare a Jolanda bisogna fare la Provinciale” ribatté Livia.

Jolanda era in verità il paese, la gelateria si chiamava Snoopy. Era sulla piazza principale di Jolanda di Savoia appunto, un agglomerato di poche case e una chiesa a cinque chilometri da casa dei nonni. In bici non era tanto, ma i gelati da Jolanda erano sempre stati gustati in compagnia dei nostri genitori, andandoci in macchina qualche sera dopo cena. Questo perché per arrivare a Jolanda bisognava percorrere il lungo rettilineo della Strada Provinciale numero sedici, e per noi in bici quello era sempre stato il confine del mondo. I nostri genitori ci avevano tassativamente vietato di andare sulla Provinciale, era troppo pericoloso, lo ripetevano tutte le volte che poggiavamo il sedere sul sellino.

La strada aveva due corsie strette e l’asfalto era pieno di avvallamenti, buche e cunette. Essendo una strada tutta dritta, c’era sempre qualcuno che pestava sull’acceleratore o tentava sorpassi azzardati. Ogni anno d’estate, col traffico dei turisti diretti verso il mare, succedevano parecchi incidenti e spesso qualcuno ci lasciava le penne.

Insomma, sulla Provinciale in bici non ci eravamo mai stati, se si esclude un unico tentativo naufragato sul nascere l’estate passata. Dopo poche decine di metri una macchina aveva accostato con le quattro frecce accese, dietro si era subito scatenato un putiferio di clacson. Riconobbi l’auto, era zio Walter che tornava a casa in pausa pranzo, con la sua bella divisa da vigile urbano.

L’aver passato il confine del mondo ci costò tre giorni di confisca delle biciclette.

In campagna, abitando a qualche chilometro di distanza l’uno dall’altro, la punizione significò ridurci all’immobilità e a non vederci. Giocai per tre giorni con Teresa e Pippo e mi portai un po’ avanti con i compiti delle vacanze.

Dopo quella punizione non avevamo mai più parlato di tentare ancora l’impresa, essere scoperti una seconda volta avrebbe significato guai seri. E gli occhi appuntiti di mio padre m’incutevano molta più paura del traffico sulla Provinciale.

Però, Filippo era lì col sorriso aperto e il braccio alzato, con l’offerta allettante di un gelato gratis. Non sapevo che fare e mi sentii incastrato.

Mi rammaricai dell’assenza di Teresa, la sua età avrebbe fornito un buon alibi per non andare. Pensai al rischio di essere visti da qualcuno, a quanto mio padre si sarebbe arrabbiato.

Filippo si mise a pedalare, io guardai Livia che mi sorrise come forse aveva fatto Eva con Adamo, e non ebbi dubbi che mordere la mela fosse la decisione più giusta.

Percorremmo la strada sterrata pedalando piano, attraversando accaldati l’aria tanto spessa da lasciarci senza parole. Dai canali si levava il gracchiare delle rane; oltre a quello, solo il rumore delle bici, il motore di un trattore in mezzo a un campo e dialoghi tra cani in lontananza.

“Allora non avete qualche nuova storia?” chiesi per distrarmi dal caldo, “in un anno ne saranno pur successe di cose…”

Filippo aveva sempre storie da raccontare, la maggior parte arrivava da suo padre Mariano e riguardava i piccoli eventi di cronaca del paese. Non che accadessero cose da film, inseguimenti o sparatorie, ma ogni tanto Mariano pescava qualche ladruncolo di passaggio oppure accorreva nel luogo di un incidente. La maggior parte delle volte, veniva chiamato da Francesco, il padrone del bar in piazza, quando l’entusiasmo degli ultimi avventori andava oltre le parole per una carta giocata al momento sbagliato o una partita di calcio in tv.

Quando Filippo esauriva queste storie, non era comunque mai un problema, semplicemente cominciava a inventarne. Ma era il primo giorno di vacanza e gli aneddoti non mancavano. Così seppi che poche settimane prima c’erano stati i ladri a casa del farmacista; che il figlio del panettiere ci metteva una vita a servirti in negozio ma era velocissimo quando doveva tornare a casa in macchina, tanto che Mariano gli aveva rifilato già cinque multe dall’inizio dell’anno; che una domenica mattina a messa mancava il vino per la celebrazione dell’Eucarestia, ma in compenso Don Nicola si era presentato in chiesa tardi e con le gote colpevolmente rosse.

Dopo un quarto d’ora di racconti e sole che bruciava sulle spalle, vedemmo al fondo della strada sterrata il gradino fumante di asfalto grigio, la Provinciale che passava perpendicolare.

La imboccammo in fila indiana, pedalando al limite della riga bianca, più vicino possibile al bordo della strada dove l’erba alta ci frustava le caviglie.

Le auto sfrecciavano alla nostra sinistra, qualcuno suonava il clacson e quando passava un camion, sentivo lo stomaco vibrare come la pelle di un tamburo.

Filippo in testa alla colonna era seguito da Livia, chiudevo io in coda e ogni volta che sentivo sopraggiungere il rumore di un motore gridavo:

“Macchinaaaa!”

Eravamo oltre la metà del rettilineo quando un clacson che sembrava il barrito di un elefante risuonò alle mie spalle. Questo è grosso, pensai, è un pullman! Lo gridai forte:

“Pullmaaaan!”

Mi preparai allo spostamento d’aria e lo bilanciai inclinandomi, ma il risucchio fece sbandare Livia che sterzò tardi e finì con le ruote sull’erba a pochi centimetri dal fosso. Rientrò di colpo, la evitai con una traiettoria a uncino e me la vidi sfilare sulla destra, mi voltai allarmato, ma per fortuna era dietro di me, pallida per lo spavento ma di nuovo in carreggiata. Stirò un sorriso forzato e alzò il pollice di una mano per dirmi che andava tutto bene, Filippo non si accorse di nulla.

Arrivammo sulla piazza di Jolanda sudati, mentre le campane della chiesa suonavano le cinque. L’aria, fino allora calda e soffocante, cominciò a rinfrescare. I lembi sfrangiati degli ombrelloni parasole ondeggiavano scossi dal vento. Dietro il campanile, l’umidità si stava condensando in nuvole scure e panciute.

Seduti all’aperto, ordinammo tre coppette di gelato e Filippo infilò orgoglioso una banconota sotto il posacenere al centro del tavolino.

Parlando, cercavo di non indugiare troppo con lo sguardo su Livia, per paura che tutti mi leggessero in faccia la sorpresa che si rinnovava a ogni occhiata. Anche il modo in cui mangiava il gelato non era più lo stesso. C’era qualcosa che mi turbava in come estraeva dalla bocca chiusa il piccolo cucchiaino di plastica rosa.

Quando Filippo mise in tasca le monete del resto, decidemmo di metterci subito sulla via del ritorno. Le nubi basse oltre la chiesa si avvicinavano minacciose spaccate dai lampi, cui seguivano boati a intervalli sempre più brevi, nell’aria si poteva già annusare la pioggia imminente.

Questa volta fui io a guidare la fila sul rettilineo. Le gocce fredde mi si stampavano con violenza in faccia, pedalavo controvento col mento basso e gli occhi socchiusi. Non mi curavo delle auto che sfrecciavano a mezzo metro da noi alzando pozzanghere che tanto non potevano bagnarci di più.

Tenni la ruota sempre sulla riga bianca a bordo strada e sforzai gli occhi per vedere oltre il muro d’acqua.

Il tragitto sembrò molto più lungo che all’andata, forse perché con quel tempo eravamo costretti ad andare più piano o semplicemente perché non vedevo l’ora di essere all’asciutto.

Raggiungemmo la strada sterrata e una volta arrivati alla casa dei miei nonni neanche ci fermammo per salutarci. Io svoltai a sinistra con un braccio alzato, Filippo e Livia risposero urlando per superare il rumore della pioggia e tirarono dritto.

Entrando nel cortile, con la bici a mano e i capelli schiacciati sulla fronte, zuppo come una spugna nel mare, mi voltai appena in tempo per vedere due ombre dai contorni incerti svoltare la curva e sparire. Stetti ancora un po’ sotto la pioggia a guardare, poi vidi un’altra ombra, dietro le fronde del fico, più vicina ma comunque sfocata, entrare ricurva nel capanno degli attrezzi del nonno.


OTTO

“La propria strada”

Martedì mattina.

Il mio braccio sinistro è morto e ricoperto di formiche.

Questa è la sensazione mentre lo sfilo lentamente da sotto il collo di Anna. Devo tenerlo teso in alto, aprire e chiudere il pugno per recuperare lentamente la sensibilità e liberarmi degli insetti.

La cena di ieri sera con Dario e Rossella è andata in fin dei conti meglio del previsto. Il motivo si rivela quando esco dal letto e vado in cucina. Sul tavolo ci sono due bottiglie di vino vuote e un’altra di grappa che è a metà; la parte mancante l’ho in corpo tutta io. Sento la testa piena di cotone e in bocca un gusto amaro e ferroso. I vapori mi bruciano ancora in gola, acido che sale, deglutisco in continuazione per spegnere l’incendio. Comincio a sudare, dal lato della cucina batte già un sole di rame che picchia sul tavolino laccato e mi sbatte in faccia come un gong. Sudo e odoro di alcol e devo avere un alito che stenderebbe un cavallo.

Prima di buttarmi sotto la doccia vado a svegliare Anna, trattengo il respiro e le do un bacio, è assonnata e mormora qualcosa d’incomprensibile.

“Mi faccio una doccia, tu metti su il caffè?” le chiedo.

Lei mugugna, solleva la mano appoggiata sul cuscino ed io lo prendo per un sì.

La doccia fresca rimette un po’ di linfa in circolo nel mio corpo e attenua i segni scuri sotto gli occhi.

Sto aggiustando con due colpi di forbice i peli più ribelli della barba, non penso a nulla, quando tra gli anfratti vuoti del cervello risuona un’eco.

“Non c’è profumo di caffè!”

Poso le forbici, mi vesto rapido e vado in camera, Anna dorme profondamente abbracciata al cuscino. Mi siedo sul bordo del letto e le accarezzo la testa, lei apre gli occhi e mi guarda dalla torre di qualche paese lontano.

“Svegliati piccola, sono quasi le sette e mezza…”

Le pupille di Anna si dilatano velocemente e mi fissano ruvide. Mi mette a fuoco. Alza il busto di scatto mentre con lo sguardo vaga per la stanza cercando chissà cosa, poi seguendone il ticchettio posa gli occhi sulla sveglia che sta sul comodino.

“Merda! Le sette e mezza! Ma perché cazzo non mi hai svegliato prima Matteo! Siamo in ritardo!”

In verità io sono pronto, quella a essere in ritardo è lei, ma preferisco sorvolare sui dettagli e torno in cucina a preparare il caffè, senza dire una parola.

Mezz’ora più tardi siamo in macchina che discutiamo accaldati, a finestrini aperti, diretti verso il commissariato. Le dico che l’avevo già svegliata prima di fare la doccia e comunque perché non aveva puntato la dannata sveglia? Dice che dovrei conoscerla, che non basta chiamarla, devo svegliarla bene. Taccio e immagino di scuoterla come un cocktail e svegliarla a schiaffi.

A ogni semaforo rosso, Anna si allunga verso lo specchietto retrovisore, pettina le ciglia col mascara e si lucida le labbra di rossetto. Conosco tutti i suoi trucchi a memoria. Cambio la stazione della radio pensando di sfuggita a com’è comodo schiacciare un pulsante e cambiare musica.

Arriviamo trafelati al commissariato e perdiamo un altro quarto d’ora cercando parcheggio.

“Mica possiamo far andare una macchina al giorno!” borbotta Anna scagliando l’ultima freccia. Nel corridoio mi distanzia a lunghe falcate e va dritta a blindarsi nel suo ufficio.

Ho bisogno di un altro caffè, uno senza il fiato sul collo di Anna che mi fa fretta per uscire. Sento la voce del commissario Bacci arrivare chiara dal suo ufficio, urla al telefono con qualcuno. Meglio stare alla larga, penso, pare proprio tiri aria di tempesta. Oggi sembrano tutti incazzati!

Ripercorro il corridoio e vado al bar dall’altra parte della strada.

Appena entro vedo Guido in piedi al bancone. Lui di norma non lascia mai il commissariato e consuma sempre l’orribile caffè della macchinetta seduto alla sua scrivania. Ha l’aria stanca, ha davanti a sé una tazza di cappuccino e si massaggia una guancia.

Quando lo saluto sussulta come se l’avessi svegliato o distolto da pensieri profondi.

“Cosa ci fai qui Guido? Ti spingi oltre i confini dell’universo?”

“Buongiorno Matteo, arrivi adesso?” dice buttando l’occhio all’orologio da polso. Lo porta al polso destro, e dopo anni che lo conosco questo rappresenta il suo più alto picco di anticonformismo.

“Sì, mi ha accompagnato Anna, come sai la mia macchina è stata rapita sotto gli occhi di Bacci!”

“Ah già, vero!” si sforza di sorridere, “quando vuoi andare a riprenderla?”

“Se non ti spiace, vorrei andare già questa mattina, così ci togliamo il dente, e ci togliamo anche dal raggio d’azione di Bacci, urlava al telefono, è successo qualcosa?”

“Il commissario? Ce l’ha con la figlia” risponde Guido, “lui è venuto a Torino per starle vicino, e lei adesso, dopo appena due anni, vuole mollare il Politecnico e trasferirsi a Padova a fare psicologia!”

Guido sa sempre tutto quello che accade. Non solo, con i suoi modi pacati e signorili conquista la fiducia di coloro che gli stanno attorno, induce chiunque ad abbassare il livello di guardia e ad aprirsi a lui come a un prete nel confessionale.

“Chissà poi perché c’è tutta sta gente che vuole fare psicologia!” commento sorseggiando il caffè. Guido riflette.

“È il trend Matteo, di questi tempi le persone non si capiscono più tra loro, la gente non ci capisce più un cazzo, in generale” poi si gira verso il barista, “vero Said?”

“Come?”

“Ecco, appunto! Devi andare dallo psicologo Said!”

“Comunque se e è una questione con la figlia allora è anche peggio, lasciamo il commissario sbollire, finita la colazione si parte, che dici?”

Guido tentenna un po’ prima di rispondere. Ho l’impressione che qualcosa lo disturbi.

“Va bene, andiamo pure subito… ma a Bacci lo dici tu! E poi Matteo, a proposito di togliersi il dente, devo chiederti un favore… ma ne parliamo durante il tragitto ok?”

Dopo colazione rientriamo e vado da Bacci che mentre parliamo evita di guardarmi in faccia. Sembra a disagio e assente. Gli dico che Guido mi accompagna a ritirare l’auto e poi, tornando, vorrei fermarmi a dare un’occhiata al luogo in cui è avvenuto l’incidente delle ragazze. Ho intenzione di fare qualche domanda ai negozianti della zona. Maris ed Elena sono state investite di domenica in tarda serata, i negozi erano chiusi ma non si sa mai, forse chi conosce bene il quartiere può avere informazioni sul possessore di una Vespa blu, posto che il proprietario abiti in quella zona della città.

Bacci è distratto, mi guarda spaesato, non sono neanche sicuro che mi abbia ascoltato.

“Ci vediamo domani” dice tirando una boccata virtuale dal sigaro spento.

Guido ha una Fiat Punto grigia, lustra come se l’avesse comprata prima di colazione e invece mi dice che ha otto anni. L’abitacolo profuma di vaniglia, il cruscotto è lucido e senza un filo di polvere, la radio accesa a volume appena percettibile su una stazione di solo musica italiana.

“Matteo, il favore di cui ti ho parlato…”

“Certo Guido, se posso volentieri, così ti rendo la cortesia del passaggio!”

“Sì, dunque, ho bisogno di prendere giovedì mattina libero, devo andare dal dentista, ho un dente che mi ha tenuto sveglio tutta la notte, un male che non ti dico!”

Si massaggia nuovamente la guancia e riprende, con la sua faccia seria e mansueta.

“Ho provato a prendere un appuntamento per domani ma non c’è posto. Posso andare solo giovedì mattina, andrò avanti due giorni a botte di antidolorifici.”

“Giovedì? Ma scusa, invece di aspettare non puoi andare da un altro dentista? Stai col dolore oppure drogato di medicine per due giorni?”

Guido scuote la testa.

“No, no, le mani in bocca me le mette solo il mio dentista che mi cura da vent’anni; preferisco aspettare e soffrire piuttosto che rischiare di capitare sotto i ferri di un ciarlatano!”

“E va bene sei fedele al tuo dentista, ma io cosa c’entro?”

“Tu hai preso un giorno di permesso giovedì, Salimbeni è già in vacanza, sai com’è Bacci su ‘ste cose, anche se non c’è tanto da fare e la città è mezza vuota, vuole essere coperto.”

Dondolo il braccio fuori dal finestrino nell’aria calda, guardo Guido che ha il vetro abbassato di due centimetri, la cravatta stretta al collo e la fronte asciutta.

“Ah! Questa canzone è bellissima!” sbotta Guido alzando il volume da sei a tredici e canticchiando a bassa voce “Tutto il resto è noia” di Califano.

Giovedì ho preso un giorno libero senza un motivo particolare, ho parecchie ferie arretrate e volevo oziare dal mattino alla sera.

“Nessun problema Guido, giovedì sarò in ufficio! Avevo intenzione di prendere un po’ di sole e rilassarmi in piscina, ma ci vado un’altra volta.”

“Non devi rinunciare al tuo giorno, puoi prenderlo domani se vuoi… Bacci ha detto che se anticipi a domani va bene, ci sono io in ufficio.”

“Hai già sistemato le cose con Bacci?” chiedo sorpreso sistemando il volume dell’autoradio a dieci.

Guido annuisce, mette la freccia e accosta di fronte al cancello del deposito auto.

Quando l’impeccabile Punto di Guido si allontana, entro nella mia Panda riscattata che sa di officina, olio, gomma e cenere, con un retrogusto di umidità da cantina. La parcheggio al fondo di corso Regina Margherita, oltre il ponte, sul piazzale del mercato a cuocere al sole, poi cammino radente i muri alla ricerca di un sentiero d’ombra.

Per un paio d’ore chiedo informazioni nell’area intorno all’incrocio dell’incidente. Entro nei negozi, nei bar, nelle tabaccherie, se qualcuno entra o esce da un portone lo fermo e chiedo se ha sentito o visto qualcosa la notte tra domenica e lunedì, o se ha mai notato nella zona una Vespa blu.

Non ne cavo niente, i ragni restano tutti nei loro buchi e io d’altra parte non mi aspettavo nulla di diverso. All’ora di pranzo, nell’ultimo bar all’angolo con Lungo Po Antonelli, compro due panini al salame e una birra e mi siedo su una panchina in riva al fiume, riparato dalle fronde degli alberi.

Penso a Guido, al suo orologio al polso destro, al profumo della sua auto, alla strana reazione che ha avuto conoscendo Nadia, come l’ha guardata. Per un attimo ho addirittura avuto l’impressione che Nadia stesse flirtando con lui.

Non posso immaginare una coppia peggio assortita, la donna vulcano e l’uomo camomilla.

Guido Marini, l’uomo camomilla, ha compiuto da poco cinquant’anni, due settimane fa ha portato al commissariato due vassoi di pasticcini e noi gli abbiamo regalato la collezione in dvd di tutti i film di Clint Eastwood.

È figlio unico e i suoi genitori sono mancati qualche anno fa a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. Prima il padre, un ingegnere molto noto in Piemonte, poco dopo la madre, professoressa di liceo in pensione che fino all’ultimo aveva continuato a dare lezioni private.

Al mondo gli rimaneva un’anziana zia che viveva sola in un’enorme casa sulla collina torinese. Guido la andava a trovare una volta la settimana, ma più che per una vera e propria visita, per piazzare nel parco della villa il bersaglio sul treppiede di ferro e allenarsi nel tiro con l’arco che era il suo passatempo preferito.

Quando Guido aveva quindici anni ed era al primo anno di liceo classico, ogni giorno tornato da scuola, sedeva al tavolo da pranzo e guardava sua madre scrivere frasi in latino o in greco su una grossa lavagna appesa al muro della cucina. Tra un boccone e l’altro, traduceva ad alta voce brani di Catullo o Socrate.

Quando diciannovenne finì il liceo, il suo futuro era già stato deciso nei dettagli. Guido avrebbe seguito le orme del padre iscrivendosi alla facoltà d’ingegneria del Politecnico di Torino. La madre, amante delle lettere aveva opposto una debole resistenza ma l’ingegnere era stato irremovibile.

“Le lettere sono un hobby, non una professione!” aveva sentenziato chiudendo in un attimo la discussione.

Una volta uscito dall’università, Guido si sarebbe specializzato con un Master negli Stati Uniti o in Inghilterra, così da perfezionare l’inglese, poi avrebbe lavorato un po’ a fianco di suo padre e, dopo aver maturato sufficiente esperienza, si sarebbe seduto sulla sua poltrona, a capo dello studio Marini — Ingegneri Associati.

Nel frattempo, magari avrebbe conosciuto una brava ragazza, semplice e seria, con cui mettere su famiglia, bastava lavorare sodo e fare qualche sacrificio.

Guido lasciò l’università al secondo anno e dopo un esaurimento nervoso. Fece il suo anno di militare come Agente Ausiliario della Polizia di Stato e alla fine del servizio di leva chiese la ferma per un altro anno e dopo un corso di sei mesi diventò finalmente un Agente di Polizia.

Mi diceva sempre di sentire di aver perso troppo tempo a capire cosa voleva fare della sua vita, che è normale essere incoraggiati dai genitori in una direzione, ma a un certo punto bisogna sedersi al posto di guida e decidere da soli la strada. Altrimenti, per fare la stessa strada senza nessuna deviazione, tanto vale continuare a star seduti dalla parte del passeggero.

La sua decisione aveva procurato una profonda frattura con i genitori. Se le lettere erano un passatempo e non un lavoro, un agente di polizia non era che un operaio in uniforme, che oltretutto doveva anche obbedire agli ordini. Inaccettabile, dopo tutti i sacrifici fatti per la sua educazione.

Quando i genitori mancarono, Guido ne soffrì profondamente. Fu in quel periodo che una sera lo convinsi a venire a cena da me e, offuscato dal vino rosso cui non era abituato, mi confidò il suo passato e cominciammo a essere amici. Quella sera aveva anche pianto senza freni, per la morte dei genitori, ma anche per quel lieve senso di liberazione che sentiva pulsare vivo sotto la tristezza. Il senso di colpa per quelle emozioni contraddittorie lo feriva a tal punto da confonderlo, e non sapeva più quale fosse la vera ragione della sua sofferenza, se il vuoto lasciato dalla perdita dei suoi cari, o quella sensazione disgustosa, tanto simile a un sollievo, che quel vuoto l’aveva colmato in un attimo.

Negli anni, grazie alla sua intelligenza e abilità col computer era diventato un punto di riferimento insostituibile al commissariato e questo lo rendeva felice. Regole chiare, disciplina e dare il suo contributo stando dalla parte dei buoni, lo facevano sentire in controllo e importante. Anche se non sparava colpi con la pistola, aiutava a mettere in galera i criminali a modo suo.

A modo suo! Ecco! Era proprio questo che più gli piaceva. E poi non aveva bisogno di usare la pistola, preferiva mille volte il suo arco.

Guido non si era mai sposato, la ragazza semplice e seria non l’aveva trovata e non ricordo di averlo mai sentito parlare di donne né tanto meno di avventure galanti. Di fatto, il commento su Nadia era la sola considerazione che gli avevo mai sentito pronunciare su una donna.

Finito il mio pasto frugale sulla panchina, vado a prendere un caffè al bar e mi osservo sorseggiare riflesso nello specchio dietro il bancone. I capelli sono davvero troppo lunghi, forse è arrivato il momento che cerco sempre di posticipare. Accendo una sigaretta e cammino per un paio d’isolati, accanto al ristorante cinese c’è il negozio di Antonio Decente che ha in vetrina foto di divi di Hollywood dai capelli scolpiti: Paul Newman, Richard Douglas, Tom Cruise, come a far intendere che se vuoi un’acconciatura così, Antonio può. Al centro, la foto del Grande Torino e una piccola collezione di rasoi.

Sto per entrare quando sento delle urla provenire dall’interno, due bestemmie e qualcuno che esce correndo, mi urta la spalla e mi usa come una porta girevole.

“Ehi!” grido.

Il ragazzo si blocca e si volta, si tiene il naso con entrambe le mani, le dita sporche di sangue, rosso intorno la bocca e sul mento, come avesse preso in faccia un pomodoro maturo, o un pugno secco.

Lo riconosco dallo sguardo arrabbiato, è Alex, il nipote di Antonio.

Il giovane non dice una parola, mi guarda e corre via.

Entro nel negozio e incrocio subito gli occhi preoccupati del barbiere; al fondo della stanza un uomo alto, girato di schiena, si sta sciacquando le mani nel lavandino.

“Ma che cazzo succede…” mi lascio scappare.

L’uomo alto mi fissa di rimbalzo dallo specchio mentre strofina le mani insaponate. Antonio indossa un sorriso che sembra ritagliato da una rivista.

“Un piccolo diverbio familiare,” dice arrossendo e con la voce che gli inciampa in gola, “una sciocchezza dottore, screzi che succedono in tutte le famiglie… ma la prego, si accomodi che la servo subito…” e mi indica la poltrona.

L’uomo al lavandino si gira, la camicia bianca è segnata sul petto da qualche schizzo rosso e sotto le ascelle da larghe chiazze di sudore; cammina fino alla cassa, la apre, sfila qualche banconota dal cassetto.

“Prendo un anticipo dello stipendio…” dice sghignazzando.

Per uscire dal negozio mi passa accanto, è davvero molto alto, gli arrivo alla spalla. Ha i capelli radi, tirati in parte in un osceno riporto nel vano tentativo di coprire la calvizie, gli occhi sono grandi, così come grande è il naso, sproporzionato sopra labbra sottilissime, la bocca non è che una linea orizzontale.

Proprio sull’uscio, l’energumeno si ferma e si rivolge ad Antonio.

“Sai papà… dovresti anche appendere un cartello da qualche parte, qualcosa tipo: i gentili clienti sono pregati di farsi i cazzi propri!

Non mi degna di uno sguardo ed esce.

Io e Antonio rimaniamo soli e imbarazzati, con il sottofondo di una stazione radiofonica che passa un brano degli anni cinquanta.

“Si accomodi dottore…” ripete il barbiere riprendendo un po’ di controllo e scuotendo un telo di nylon scuro.

“No grazie signor Antonio, non adesso, sono venuto solo a prenotare, domattina alle nove e mezza se è possibile.”

Nel pomeriggio torno al commissariato e con l’aiuto di Guido, i suoi contatti e la sua destrezza col computer, mi tolgo la curiosità di fare qualche ricerca sul figlio del barbiere, il padre di Alex.

Maurizio Decente è uno che non ha mai lavorato molto in vita sua, sempre che la truffa e lo spaccio di droghe leggere non siano da considerarsi un mestiere. È vedovo, la moglie si è tagliata le vene nella vasca da bagno cinque anni fa, pochi mesi dopo aver dato alla luce il secondogenito, Fabio. Alex all’epoca aveva solo dodici anni.

Un caffè al bar, una sigaretta nel cortile del commissariato, quando arriva l’ora di andare non mi sembra vero. Entro a casa svuotato e stanco, con l’impressione di aver vissuto una giornata di seconda mano.

Le casse sulla mensola della cucina sparano i Clash.

When they kick out your front door, how you gonna come? With your hands on your head or on the trigger of your gun?

Ho una Moretti ghiacciata a portata di mano e muovo a tempo la testa mentre sminuzzo una cipolla che poi lascio imbiondire in padella. La pancetta a cubetti sfrigola impazzita e dopo qualche minuto la rinfresco con un fiotto di vino bianco. Aggiungo la passata di pomodoro di mia madre ed esagero di peperoncino.

Immergo veloce un dito nella salsa e lo infilo in bocca, poi soddisfatto abbasso il fuoco, questa si che è un’amatriciana!

È curioso, ma cucinare è per me un’azione simile al lavarmi i denti, qualcosa di catartico che mi rilassa e fa star bene.

Mentre la pasta cuoce, apro una bottiglia di Barbera e la musica improvvisamente non mi soddisfa più. Verso il vino nel bicchiere e mi faccio coccolare dalla voce di Paolo Conte.

Dopo cena giro una canna con l’erba sequestrata ad Alex. È stata una giornata talmente vuota di stimoli ed emozioni che mi sorprendo quando dopo aver fumato sento arrivare un’erezione. Mi vengono in mente i tacchi rumorosi di Nadia che esce dal bar ancheggiando, e un attimo dopo sto digitando un messaggio sul cellulare.

Non c’è nulla di più lontano da una chiesa dell’appartamento di Nadia. Eppure l’odore è quello. Il fumo dell’incenso sale in un filo che si annoda e si scioglie continuamente. Sul tavolino basso di fronte al divano ci sono i segni lasciati dai bicchieri che ci siamo scolati, un paio di sigarette aperte e svuotate, le cartine lunghe e i miei cinquanta euro infilati sotto il posacenere. Nell’aria galleggia una musica new age che si può usare indipendentemente per rilassarsi con un massaggio o per scopare. Charlie, il gatto rosso di Nadia, siede sul davanzale della finestra, sonnecchia intercettando gli odori della strada.

Nadia indossa un kimono di raso nero e mi parla nell’orecchio sdraiata al mio fianco mentre io, col cervello in confusione d’alcol e fumo, guardo la faccia metallica di un Buddha dorato che mi fissa da una mensola.

La voce di Nadia è bassa e ipnotica.

“Matteo, tu sei diverso da quelli che aspettano lo stipendio per venire qui una volta al mese a sentirsi uomini. Non sei neanche uno di quei ragazzi che cercano la donna matura e urlano come aquile imitando le posizioni dei film porno. Non hai idea delle contorsioni che mi tocca fare alla mia età…”

Mi lascio scappare una risata, ma torno subito a imitare l’espressione del Buddha dorato, mentre Nadia prosegue.

“Tu sei un bravo ragazzo Matteo, meriti di svegliarti col sorriso, vicino a una donna che ami… che diavolo ci vieni a fare qui?”

Butto il lenzuolo di lato e completamente nudo mi alzo dal letto per andare in bagno.

“Cazzo Nadia! Cosa vengo a fare qui… di certo non vengo per farmi chiamare ragazzo a quarant’anni e sentire le tue prediche sul futuro! Così mi spegni tutta la fantasia!”

“E Anna? La tua collega? Non è un po’ che ti vedi con lei?”

Il bagno è piccolo e profumato. Due reggiseni sono stesi ad asciugare sopra la vasca e c’è una luce tenue, azzurra, che sfoca gli oggetti. In una cesta ci sono delle grosse pietre grigie e levigate.

“Con Anna va tutto bene” dico scandendo meccanicamente ogni parola.

“Se sono innamorato non so, ma ci sto bene. Comunque se volessi confessarmi andrei in chiesa!”

Nadia non dice più niente, ha quasi cinquantacinque anni e sa gestire i silenzi anche meglio delle parole. È stata lei a dirmelo, è un’arte che si affina facendo per anni la prostituta, devi sapere sempre quando è ora di parlare e quando no, quello fa più differenza di qualsiasi talento nel fare l’amore, sono le parole o i silenzi al momento giusto a far tornare gli uomini da Nadia.

“Cosa ci fai con le pietre, quelle nella cesta?” chiedo dopo un po’ per rompere il silenzio.

“Ci faccio i massaggi, sai che ho il diploma di massaggio ayurvedico… ecco, all’ayurvedico che si fa con gli olii essenziali, è associato lo stone massage, con pietre laviche calde che si passano sul corpo.”

Avrei proprio bisogno di un bel massaggio, o forse di cambiare materasso visto che ho la schiena sempre a pezzi.

Il fumo mi colpisce la testa come un’onda d’urto, una torre che crolla su se stessa e alza nuvole di polvere. Alzo l’asse del cesso e comincio a pisciare, una mano davanti e l’altra appoggiata su un fianco. Il freddo del pavimento sale dalla pianta dei piedi, conquista tutto il corpo e m’irrigidisco, divento di pietra. Il getto perfetto centra l’acqua del water, inarco appena la schiena e mi blocco come una statua. Sono vivo ma imprigionato all’interno di una scultura, il putto pisciante di una cazzo di fontana.

Il gatto entra silenzioso in bagno e si struscia sui miei polpacci. Un brivido mi sale dalle gambe ai glutei, corre lungo la schiena e provoca uno spasmo che fa partire un ultimo fiotto aureo dalla fontana. Il formicolio mi accarezza la nuca e mi entra in testa attraverso le orecchie, sento l’onda e la risacca.

Gli occhi pulsano, la testa si dilata e mi sembra di perdere l’equilibrio sul mio bel piedistallo. Tiro l’acqua e camminando a scatti come un automa vado ad appoggiare le palle sul bordo del lavandino. Mi lavo le parti intime con un sapone al cocco sotto un getto di acqua freddissima, mi piego e bevo due golate, mi risollevo e appaio nello specchio. Ho i capelli gonfi in una criniera da leone, la barba ispida e profondi segni scuri sotto gli occhi. Ma domani vado da Antonio. Provo a sorridermi e la faccia mi si accartoccia in rughe che mi segnano la fronte e l’angolo degli occhi. Giurerei che almeno un paio di quei segni non c’erano fino a ieri.

“Nadia devi farle più leggere ‘ste canne!” grido dal bagno, “tra quelle e il sesso mi stronchi, poi al lavoro piango anche solo a salire e scendere dalla macchina.”

“Era leggera ispettore… va bene se ti chiamo ispettore? Mi eccita…” ridacchia Nadia, “è che arrivi qua già stanco, lavoro, ore piccole, troppa grappa e poco riposo… e anche una fidanzata da accontentare… non reggi più il ritmo ragazzo!”

“Non reggi più il ritmo” ripete una voce stanca nella testa, mentre io mi passo le mani umide fra i capelli elettrici e indomabili.

“Lo reggo il ritmo, anche se ogni tanto penso alla figura che farei se mi toccasse rincorrere un ladruncolo per strada, che magari ha vent’anni meno di me!”

La voce di Nadia abbandona il tono da predica e ritorna calda e invitante.

“Vieni qua ispettore, che la maestrina di musica vuole vedere se è vero che reggi ancora il ritmo… e questo servizio lo offre la casa.”

Torno in camera come se avessi le catene alle caviglie e mi fermo davanti al letto. Nadia è sdraiata con le labbra riaccese di rossetto, indossa i grandi occhiali dalla montatura nera che aveva appoggiato sul comodino e si è infilata un paio di sandali argentati dai tacchi altissimi.

“Ci cammini anche con quelle?”

“Queste non sono mai scese da un letto!” risponde scostando un lembo del kimono e cominciando a giocare con una mano tra le gambe.


NOVE

“Caccia al tesoro”

Venerdì 9 agosto 1985.

Una mattina, finita la colazione, stavo leggendo I Tre Moschettieri ed ero tutto preso nel pieno di un duello, quando il nonno entrò nel salottino e mi disse di prepararmi perché dovevo accompagnarlo da Uliano.

“Uliano? E chi è?” chiesi.

“È il barbiere in paese, un amico” mio padre mi colpiva di sponda, era passato attraverso il nonno.

“Ci andiamo insieme che anch’io ho bisogno di una spuntatina ai capelli.”

Il nonno era calvo, fatta eccezione per una rada striscia argentata che partiva da sopra un orecchio e girando bassa attorno alla nuca spuntava dall’altro lato della testa.

“Ti devi cambiare?” chiesi al nonno vedendolo ancora vestito da campagna. Indossava dei vecchi pantaloni blu da meccanico con un buco sul sedere, una camicia lisa e scolorita aperta sul davanti da cui spuntava la canotta bianca a coste e un folto cespuglio di peli grigi sul petto.

“No, sono pronto” mi rispose candidamente.

Mi sedetti cavalcioni dietro il vecchio motorino Garelli, la guancia schiacciata contro la schiena sudata del nonno, gli cinsi i fianchi con le braccia e partimmo. Tenevo le gambe larghe per non toccare l’asfalto e sentivo sui polpacci il calore del piccolo motore sotto sforzo. Non ero felice di tagliare i capelli, ma andare col nonno rendeva la tortura più dolce. Inoltre, pensai, questo non è il barbiere di Torino, cui la mamma dava sempre istruzione di farmi lo scalpo, forse con Uliano avrei potuto salvare un paio di centimetri e apparire meno ridicolo.

Il negozio era in una via poco distante dalla piazza di Ambrogio. Entrammo attraverso la tendina di bambù e il nonno mi presentò pieno d’orgoglio a Uliano, a sua moglie Grazia e anche ad un avventore che sedeva sulla poltrona, con le guance coperte di schiuma.

Ci sedemmo sui divanetti di finta pelle e mentre il nonno parlava in dialetto con i suoi amici, io aspettai il mio turno sfogliando le riviste di gossip, tutto per spiare i seni nudi di attrici sorprese su spiagge esotiche. Era la sola occasione che avevo di vedere una tetta; che a casa al massimo c’era un Postalmarket della mamma con le modelle che indossavano reggiseni a buon prezzo.

Sfogliando la rivista scrutavo di tanto in tanto Uliano. Mi ricordava Athos, uno dei tre moschettieri illustrati sulla copertina del libro che dovevo leggere per la scuola. Aveva il pizzetto a punta e dei baffi sottili e curati. I capelli erano diversi, corti e schiacciati all’indietro con la brillantina, ma i tratti e la corporatura erano quelli.

Uliano era cresciuto in quel piccolo negozio che apparteneva già al padre. Da ragazzino, dopo la scuola, aveva cominciato a spazzare i capelli dal pavimento e fare qualche sciampo, poi negli anni aveva imparato a usare anche il rasoio e le forbici.

Si chiamava Uliano in onore di Vladimir Ilic Ulianov, in arte Lenin.

La politica era più di una passione, era una sorta di tradizione familiare e lui non la nascondeva per nulla anzi, ne andava orgoglioso. A partire dal suo nome, passando per la collezione di bambole Matrioska in esposizione su tre mensole appese alla parete, fino ad arrivare al poster attaccato alla porta del bagno: El pueblo unido jamàs serà vencido.

Lo osservai radere l’uomo in poltrona, gli inclinava la testa di quello che doveva essere l’angolo perfetto, poi puntava il mignolo come un compasso e lasciava scorrere la lama luccicante. Sotto la schiuma si scopriva una pelle bianca e perfettamente liscia, come se la barba non ci fosse mai stata.

Incrociai lo sguardo di Uliano nel riflesso dello specchio e lui si bloccò un momento a osservarmi, mi sorrise e col rasoio fece il gesto di tagliare la gola al suo cliente, che giaceva ignaro con gli occhi chiusi e la testa all’indietro. Poi mi fece l’occhiolino e riprese concentrato il suo lavoro. Rimasi perplesso, forse avrei dovuto ridere, era uno scherzo, ma la sua espressione mi diede i brividi, così nascosi la faccia dietro un libro a fumetti dal titolo curioso: Lo schiavo delle Amazzoni.

Esisteva un pianeta lontano, popolato esclusivamente da donne guerriere, seminude e dai seni enormi. Erano in cerca di un giovane maschio per assicurare il futuro del loro pianeta e viaggiando nello spazio arrivavano fino alla Terra. Qui, rapivano un giovane studente timido e impacciato per portarlo con loro e usarlo per riprodursi. I disegni in bianco e nero ritraevano donne dalle curve sproporzionate, strette in corpetti e reggiseni borchiati.

Avvertii una certa attività al basso ventre e dovetti mio malgrado posare il fumetto per evitare spiacevoli imbarazzi al momento di alzarmi in piedi. Dovevo scongiurare l’effetto pennarello in tasca, pensare ad altro, così mi concentrai su un altro poster, incorniciato come un quadro e appeso in alto sopra gli specchi. La foto in bianco e nero ritraeva un signore con qualche capello grigio che sorrideva con gli occhi malinconici. In basso c’era una scritta che diceva: per Enrico, per esempio. Puntai il dito e chiesi al nonno chi fosse quel signore, ero attratto dal suo sguardo pacifico e determinato. Ci fu un silenzio immediato e mi trovai tutti gli occhi addosso, poi dopo qualche secondo di silenzio Uliano parlò.

“Quello è Enrico Berlinguer figliolo, un uomo onesto e giusto che era forse la nostra ultima speranza…” Non aggiunse altro e stette un po’ a guardare il poster, mi sembrò di vedere qualcosa brillare negli occhi del barbiere. Quando tornammo a casa, il nonno mi spiegò che la nostra unica speranza era morta circa un anno prima.

Il mestiere e il fervore politico non erano le sole cose che Uliano aveva ereditato dal padre, c’era un’altra passione che si era trasmessa attraverso il sangue. Uliano collezionava vecchi rasoi da barbiere, li recuperava setacciando nel fine settimana i mercatini delle pulci di tutta la regione. Alcuni esemplari erano esposti in una bacheca di vetro accanto all’entrata, come in un museo.

Fu il nonno a farmi notare la piccola esposizione.

“Matteo, vai a vedere quanti bei rasoi ha Uliano, certi sono antichi sai?”

Andai alla vetrinetta che da seduto avevo scambiato per un tavolo col ripiano di vetro e rimasi a bocca aperta. Una ventina di rasoi, ognuno con la sua targhetta a indicare il modello, l’anno di fabbricazione e la provenienza, erano adagiati su un telo rosso.

“E a casa ne ho altri cinquanta!” esclamò il barbiere, “il resto della collezione. Ne ho addirittura uno che arriva dal Giappone, un Kikuboshi.”

Mi girai giusto un istante per vedere il barbiere gonfiare orgoglioso il petto ma fui subito calamitato indietro su quegli oggetti meravigliosi.

Rimasi stregato dalla luce emanata dalle lame affilate, ma ancor più dai manici d’osso o di perla, intarsiati e lavorati, su cui erano disegnati simboli strani, parole che non avevo mai visto.

Nei bagni della scuola, una volta Sergio ci aveva mostrato il suo coltello a scatto, un rudere rigato che si apriva con un click e usciva una lama che metteva paura. Quei rasoi no, ne ero attratto. Erano talmente belli che neanche ci pensai al fatto che potessero tagliare una gola.

Osservai la vetrina per qualche minuto prima di tornare a sedermi sul divanetto, e mentre il nonno e Uliano continuavano a parlare tra loro in dialetto, la mia attenzione venne catturata dalla signora Grazia, la moglie di Uliano.

Era di almeno dieci anni più giovane del marito, sui quarantacinque, con i capelli castano scuro, lisci come spaghetti e lunghi fino a sfiorarle le spalle. Dal lato sinistro li portava tirati dietro l’orecchio. Sorrideva ascoltando i discorsi del nonno e di suo marito ma il suo sguardo non sembrava per nulla allegro, le rughe le segnavano gli angoli degli occhi e il contorno della bocca. Indossava un camice bianco come quello dei farmacisti che le arrivava appena sopra le ginocchia, i bottoni in alto dovevano restare slacciati per far spazio a due seni grandi come le angurie che il nonno raccoglieva nei campi. La carnagione era molto chiara e le belle gambe dritte sembravano spalmate di burro.

Mi ero salvato per un pelo dalle amazzoni aliene ma non ebbi scampo quando Grazia cominciò a spazzare il pavimento. Quel ciondolare morbido mi procurò una reazione istantanea, fui costretto ad aprire rapido un’altra rivista e posarmela sulle gambe.

Grazia aveva insegnato per qualche anno alle scuole elementari del paese ma poi aveva deciso di smettere e aiutare il marito in negozio. Questo le dava la possibilità, tra uno sciampo e l’altro, di parlare con tutte le amiche che passavano, che posavano sul marciapiede le borse della spesa e si prendevano una pausa chiacchierando davanti all’entrata del negozio.

Collezionava bambole, quelle con la testa di ceramica e il corpo di stoffa imbottita. Uliano non le aveva mai concesso di metterne neanche una in negozio. “Roba da femminucce!” le aveva detto, “non se ne parla neanche!”

Ma andava bene così, quello era il santuario di suo marito, le matrioska, le foto e i rasoi, a lei non importava, a casa aveva un’intera cameretta dedicata solo alle sue bambole.

Il cliente sbarbato pagò il conto a Grazia e uscì salutando tutti. Il nonno si accomodò sulla poltrona e, mentre Uliano gli dava due colpi di forbice alle basette e dietro il collo, io fissavo la mia immagine nello specchio di fronte. I capelli troppo lunghi si dividevano sulla fronte in due tendine aperte, una specie di sipario. In effetti, non poteva andare troppo male, era difficile sembrare più ridicoli di così.

Grazia finì di ripulire il pavimento, tirò fuori dalla borsetta un pacchetto di sigarette e mi passò davanti scompigliandomi i capelli con la mano.

“Vado a fumare una sigaretta e poi facciamo lo sciampo a questo bel giovanotto, che tanto tuo nonno ha finito in un attimo.”

“Bel giovanotto un cazzo!” pensai, non mi piacque essere trattato come un ragazzino e decisi che la sera stessa nelle mie fantasie sotto il lenzuolo le avrei fatto vedere cosa sapeva fare questo bel giovanotto! Nelle fantasie ero davvero un fenomeno, nella pratica ancora non lo sapevo.

L’assenza dell’Amazzone degli Sciampo mi permise di recuperare uno stato di rilassatezza sotto la rivista. Dalla porta aperta arrivavano l’odore di sigaretta mentolata e la voce squillante di Grazia che aveva già trovato qualcuno con cui parlare.

“Sì amica mia, venerdì prossimo al mattino teniamo chiuso perché accompagno Uliano in ospedale a Copparo, che deve fare un esame della vista.”

Istintivamente guardai il barbiere che si fermò un attimo per scuotere la testa. Grazia fece una pausa e io la immaginai aspirare il fumo tra le labbra sottili, la sua interlocutrice provò a intervenire con un brusio da radio fuori frequenza ma la moglie del barbiere riprese subito il suo monologo.

“Oh! Non ha più vent’anni e con il lavoro che fa, meglio che gli occhi se li tenga da conto!”

Quando Grazia tornò dentro, mi fece accomodare sulla poltroncina per lavarmi i capelli. A occhi chiusi e col capo reclinato mi abbandonai al massaggio schiumoso delle sue dita. Inalavo profumo di sciampo misto al suo respiro che sapeva di fumo e immaginai di avere le sue labbra vicino alle mie.

“E allora giovanotto, sabato prossimo siete ancora qui per la Fiera in piazza?”

Risposi di si, la festa di ferragosto era l’apice dell’estate, con squisitezze d’ogni tipo, le giostre, il teatro, la tombola e la musica.

Dopo avermi sciacquato i capelli e frizionato con un asciugamano, Grazia uscì nuovamente a fumare e fui affidato alle sapienti mani di Uliano.

“Allora facciamo un bel taglio moderno a questo giovanotto!”

“Non troppo corti…” dissi con un filo di voce per non farmi sentire dal nonno.

Il barbiere mi guardò con tenerezza.

“Non ti preoccupare, tuo papà li vuole corti, tu no, e io ti faccio una testa all’ultimo grido! Lo sai cos’è un doppio taglio?”

Ora lo so, consiste in pratica in uno scalino. Come se ti mettessero sulla testa una ciotola per l’insalata e dal bordo in giù hai i capelli cortissimi, quasi rasati, poi togli la scodella e sopra hai un bel caschetto liscio e un po’ rigonfio. Una cappella, comunque la si guardi!

Un’ora più tardi ero a casa col broncio, con zio Carlo che rideva forte e mi diceva che avevo un taglio da paggio medievale, anzi no, da menestrello. Fece il gesto di chi suona il mandolino e il contagio di risate toccò perfino la nonna, che si parava la bocca sdentata con la mano.

“Il doppio taglio risolve tutti i problemi” aveva più volte ripetuto Uliano girandomi attorno con lo specchio in mano per mostrarmi i perfetti contorni del fungo.

Mangiai in silenzio maledicendolo. Com’era possibile che quella fosse l’abilità affinata in due generazioni di barbieri? Il nonno mi disse che Uliano faceva per lo più la barba ai vecchi del paese, tagliare i capelli non era il suo pezzo forte ma si arrangiava. Si arrangiava?

Andai in bagno a rovistare nell’armadietto di zio Walter, pieno d’innumerevoli tubetti, creme griffate e boccette di profumo. Provai a scolpire il mio doppio taglio con del gel ma il risultato fu deludente.

“Risolve tutti i problemi!”

Pensai per un attimo che fossero ancora quelle voci che sentivo ogni tanto, ma era la testa del nonno che sporgeva dalla porta.

“Non ti preoccupare, ti prenderai qualche battuta ma poi, ci troverai persino del gusto a essere un po’ originale… scommetto che il doppio taglio sarà la moda dei prossimi anni… ma ora se hai quasi finito, io avrei bisogno del bagno” disse massaggiandosi il pancione. Il primo bottone dei pantaloni già slacciato significava un avanzato stato di urgenza, lo baciai passandogli accanto e lui mi guardò con gli occhi azzurri e acquosi, di commozione o di fretta. In ogni caso se lo diceva il nonno, forse era vero che il doppio taglio avrebbe risolto tutti i problemi.

Non ero comunque del mio umore migliore quando, più tardi, Teresa ed io pedalammo vicini per raggiungere la casa di Livia. La bici di Filippo era appoggiata alla ringhiera del cortile. Mi chiesi da quanto tempo fosse già arrivato.

Luciana, la mamma di Livia, ci offrì la sua celebre limonata al tavolo in giardino prima di entrare in casa a sfaccendare.

Le battute sul mio taglio non tardarono ad arrivare. Filippo era un flusso continuo, supportato dalle risate isteriche di Teresa; Livia disse che non stavo malissimo, ma che avevo un’aria vagamente femminile. Davvero perfetto, pensai.

Il pomeriggio era caldo e appiccicoso. Girammo senza una meta precisa, con le nostre ombre che saltavano sull’asfalto da un lato all’altro delle bici, costeggiando campi che sembravano nudi, con le zolle rivoltate e secche, seguiti da distese di erba medica e granturco.

Dopo la lunga escursione ci fermammo sudati a prendere un ghiacciolo al bar del Ponte. Avevamo di fronte il lungo rettilineo che costeggiava il canale e su cui si affacciavano tre cascine in mattoni dalla struttura identica. L’ultima, la più vicina alla curva in fondo alla strada, era quella in cui abitava Livia.

Fu proprio lei che con le labbra rosse di amarena puntò il dito verso le abitazioni.

“La vedete la seconda casa? Quella in mezzo, prima della mia?”

“È quella di Uliano!” precisò Filippo.

“Esatto! E alle spalle della cascina c’è l’ex stalla”

“E allora?” chiesi io.

Livia si sporse in avanti, appoggiò i gomiti sul tavolino e continuò a voce più bassa, scandendo le parole per dare un’aurea di mistero.

“Mia mamma dice che ora la stalla la usano come una specie di magazzino, un grande ripostiglio, dentro ci sono un sacco di cose vecchie… ma io sono convinta che ci sia nascosto anche un tesoro.”

Teresa spalancò gli occhi e mi fece tenerezza. “Un tesorooo?”

Livia si rivolse proprio a lei.

“Sì, un tesoro! È una sensazione che ho, si chiama intuito femminile, e sono convinta di non sbagliarmi.”

Decisi di stare al gioco, dalla parte di Livia, assunsi un’espressione seria, avvicinai la sedia al tavolino e domandai:

“E ci sei mai stata nella stalla a cercare il tesoro?”

Livia scosse la testa con decisione.

“No, è tutto buio e da sola ho paura… e poi ci sono delle sere che dalla mia finestra vedo una luce accesa lì dentro, debole, ma qualcuno ci va, a volte molto tardi… poi quando la luce si spegne, è troppo buio e non sono mai riuscita a vedere chi esce! Ma insieme a voi magari…” e alzò le sopracciglia provocante.

Stavo pensando che mi sembrava una gran cazzata quando Filippo spinse sull’acceleratore.

“A quest’ora Uliano e Grazia sono ancora al negozio, abbiamo due ore prima che chiudano.”

Teresa si alzò in piedi battendo entusiasta le mani.

“Dai! Dai! Andiamo a cercare il tesoro!”

Lasciammo le biciclette a casa di Livia e prendemmo due torce elettriche. Uscimmo dal retro della casa, dalla parte dei campi, e attraverso le alte piante di granturco raggiungemmo l’ex stalla dietro la casa del barbiere, senza che nessuno dalla strada potesse vederci.

I vetri delle finestre erano pitturati di bianco e solo qualche piccola zona in cui la vernice era scrostata permetteva di vedere uno spicchio dell’interno.

Mi parai gli occhi con le mani e schiacciai la fronte contro il vetro per cercare di scorgere qualcosa, ma vidi solo una serie di lunghi manici di legno, probabilmente vanghe, forconi e attrezzi per il giardino.

“Proviamo a entrare?” propose Livia.

Abbassai la maniglia lentamente, spinsi, e la porta si aprì con un lungo cigolio, non era chiusa a chiave. Entrammo rapidi e dopo un altro acuto lamento delle cerniere ci ritrovammo completamente al buio. Sentii sulla spalla la mano di Livia che si ritirò un secondo dopo, quando Filippo accese la torcia, allora anch’io feci lo stesso.

C’era odore di umidità, di muffa, di passato e tempi duri. Tutt’intorno, un bazar di oggetti di ogni tipo: un gioco delle freccette appeso al muro, un grosso contenitore di latta pieno di chicchi di grano, camere d’aria che pendevano molli da un gancio. Su una mensola c’era una pila di cappelli di paglia dalle forme diverse che ci provammo a turno divertiti sotto i riflettori delle torce.

Teresa saltò sul vecchio divano sfondato, coperto da un telo e da due dita di polvere, Livia aprì i cassetti di una vecchia credenza, Filippo schiacciò il pedale della mola per affilare le lame ai rasoi. Io andai nel punto in cui avevo visto tutti quei bastoni di legno e accanto ad una damigiana vuota trovai una falce dal manico lungo, come quella che sventola la Morte.

“Sono venuto a prendervi!” dissi con voce grave sparandomi il raggio della torcia in faccia.

“Smettila subito!” mi ordinò Teresa coprendosi gli occhi, “che poi faccio brutti sogni” e passandomi accanto mi sferrò un calcio allo stinco che mi fece cadere a terra. Massaggiandomi la gamba seduto, feci per appoggiarmi con la schiena al muro ma rotolai all’indietro sbattendo la testa contro qualcosa di duro.

Quello che nella poca luce sembrava un muro, era in realtà una spessa tenda di velluto nero che nascondeva una parete di legno. Al fondo della stalla era stato ricavato un locale chiuso, una piccola stanza segreta nascosta da quel sipario scuro.

Chiamai gli altri e provammo ad aprire la porticina al centro della parete ma non ci fu verso, era chiusa a chiave e la serratura era nuova di zecca.

“Ecco il tesoro” esclamò Livia eccitata.

“Ma non possiamo mica sfondare la porta, non sappiamo cosa ci sia dentro” dissi temendo che a qualcuno venisse in mente di forzare la serratura.

Teresa si accostò a una delle finestre e guardò fuori tra la vernice scrostata sui vetri. Scattò in punta di piedi allarmata.

“Ehi! Quando siamo arrivati, non c’era quella bici appoggiata al muro!”

Filippo si precipitò alla finestra spingendola da una parte.

“Qualcuno è arrivato a casa, vedo l’ombra dietro le tende.”

Sgattaiolammo fuori e tornammo correndo curvi tra le pannocchie. Poco dopo, ansimanti nel giardino di Livia, vedemmo Grazia entrare nell’ex stalla, con una specie di fagotto sotto il braccio. Era un po’ distante ma le vidi in faccia quello stesso, strano sorriso triste della mattina in negozio. Come quando sei in piedi su uno scoglio, è abbastanza alto e sai che l’acqua è ghiacciata. Mi butto o non mi butto? Non riesci a decidere il momento in cui saltare, ma alla fine fai un bel balzo e via! Ecco, Grazia aveva quell’espressione di chi è sempre nel momento dello slancio e non si butta mai. Un sorriso incerto, proprio come il mio.


DIECI

“Gli squilli sono tutti uguali”

Mercoledì.

Mi sveglio ma non apro subito gli occhi. Anzi, se potessi me li staccherei. Pesano come se avessi due palle da biliardo incastonate nelle orbite.

Il ventilatore accanto al letto è rimasto acceso tutta la notte e sento un fiato d’aria rinfrescarmi il sudore sulla pelle.

L’incontro con Nadia ha lasciato i segni; lo avverto nella schiena spezzata e in un dolore diffuso che attraversa tutti i muscoli. Le gambe sono la cosa messa peggio, quando esco di casa con la borsa per la piscina in spalla, mi tocca scendere le scale appoggiato al mancorrente.

Mi rilasso seduto al tavolino del bar in corso Belgio, facendo una doppia colazione e leggendo le notizie di calciomercato, non intendo avvelenare il mio giorno libero con morti ammazzati o peggio ancora le cazzate dei politici.

Inghiotto l’ultimo boccone di brioche, mi pulisco lo zucchero a velo sulla barba e dopo aver pagato, alle nove e mezza in punto sono pronto per sedermi sulla poltrona di Antonio per il triste rito del taglio dei capelli.

Antonio Decente avrà sessantacinque anni, i capelli grigi e radi, di lana caprina, le guance cadenti e un atteggiamento vagamente servile.

In tre anni che abito in questo quartiere ci sarò venuto in tutto sei o otto volte, proprio quando me lo imponeva il senso del decoro.

Ci sono capitato per caso nei giorni successivi al trasloco, passeggiavo in esplorazione del nuovo quartiere quando sono passato davanti al negozio di Antonio. Ho dovuto fermarmi per forza.

Al centro della vetrina c’era una foto del Grande Torino e tutt’intorno, adagiati su un telo di raso bianco, una serie di rasoi antichi dai manici decorati. Ho saputo durante il mio primo taglio che Antonio li colleziona, mette qualche soldo da parte durante l’anno, di nascosto dal figlio, e per il suo compleanno si concede un regalo, aggiunge un pezzo alla sua collezione.

Antonio è bravissimo. Lo shock da metamorfosi post taglio con lui è ridotto al minimo, un periodo di ventiquattro/trentasei ore, record assoluto e imbattibile.

Mi osserva interi minuti, da ogni angolazione, e questa è la parte peggiore, perché ho capito che devo stare in silenzio, l’artista sta vedendo la scultura nascosta nel blocco di marmo, in questo caso nella massa di capelli. Devo tacere e sono in imbarazzo, come in posa per una fotografia ma più a lungo. Poi quando Antonio parte a scolpire i capelli possiamo finalmente parlare.

Mi dice dell’ultimo rasoio che ha acquistato su ebay.

“Mi dovrebbe arrivare entro la fine della settimana! Un Kikuboshi dei primi anni cinquanta, arriva dal Giappone sa? È uno dei primi articoli da barba occidentali a essere stati prodotti e venduti laggiù!”

Si ferma e prende il cellulare.

“Ma guardi ispettore, ho una foto.”

È di fatto un’oggetto bellissimo, con il manico in madreperla, gli dico che conoscevo un altro barbiere, da piccolo, che ne aveva uno ma non l’avevo mai visto.”

Poco dopo stiamo parlando di cinema, e Antonio racconta che l’altro ieri è andato a vedere Into the wild. Sono un po’ stupito perché non mi sembra il suo genere di film ma gli dico che io l’ho visto domenica e che mi è piaciuto molto.

“È bello avere un cinema vicino a casa, ci sono andato con Alex, mio nipote, l’ha scelto lui il film… andiamo tutti i lunedì sa?”

“Lei e suo nipote?”

“Già! Cascasse il mondo, non c’è impegno che tenga, fin da quand’era piccolo… prima i cartoni della Disney, poi i film di Bud Spencer e Terence Hill… e ora che è più grande mi tocca vedere quei film d’azione con esplosioni e spari, lunedì mi è andata ancora bene! Ma l’ho trovato un po’ noioso.”

La cosa mi sorprende molto, non sospettavo questo forte legame fra Alex e suo nonno, né riesco a immaginare quel bulletto arrogante come nipotino modello.

Siamo nel bel mezzo di un’analisi approfondita sul centrocampo del Toro, quando il telefono appoggiato sul tavolino di legno squilla. Antonio si congeda scusandosi, accenna addirittura un inchino, e va a rispondere.

“Pronto? Ah, ciao Maurizio” il barbiere abbassa il tono di voce e fa un passo più in là ma attaccato alla cornetta non può andare lontano.

“No Maurizio no… non ho niente, ieri ho avuto appena tre clienti in tutto il giorno” si lamenta Antonio, poi rimane ad ascoltare la replica del figlio scuotendo la testa con una mano sulla fronte.

“Ma mi servono, devo fare un po’ di spesa… non urlare… ne parliamo più tardi, Maurizio? Maurizio?”

Antonio ripone sconsolato la cornetta ed esita qualche secondo prima di mollarla.

“Mi perdoni” dice, “mio figlio ha la testa fatta a modo suo, non so da chi l’ha preso quel caratteraccio; ma cosa devo fare, trovare un lavoro di questi tempi non è facile, e il sangue è sempre il sangue.”

Per quello che ne so, Maurizio Decente dal lavoro si è sempre tenuto alla larga, da quello pulito almeno, ma è un pensiero che ovviamente tengo per me.

Mezz’ora più tardi, con i capelli in ordine e la barba cesellata saluto Antonio e sono pronto per andare a sdraiarmi al sole.

La piscina è fuori Torino, a poco meno di un’ora d’auto, a Susa. C’è il panorama delle montagne, l’aria è più pulita che in città, fa meno caldo e in settimana non c’è quasi mai nessuno.

Oggi invece un po’ di gente c’è, soprattutto gruppetti di mamme con bambini impegnati a fare più baccano possibile.

È la prima volta quest’anno che indosso il costume da bagno, sono color avorio. A guardarmi nello specchio riconosco solo la faccia, se non fosse per la cicatrice sul petto, direi che il corpo è quello di un altro, di qualcuno più grasso di me.

Vinto dai sensi di colpa, faccio subito una nuotata prima di stendermi al sole con i polmoni in fiamme e il respiro nel petto che stenta a calmarsi.

Isolo i rumori di fondo, con in cuffia i Rolling Stones, la mia musica liberatrice. Ascoltando gli Stones riesco a non pensare assolutamente a niente, la musica è come un tergicristallo che pulisce il vetro dai pensieri. Mi abbandono al caldo e tutto scorre calmo e a rallentatore.

Lo squillo del telefono è quello di una qualsiasi altra telefonata, cambia niente, ma interrompe Sympathy for the devil prima del ritornello.

Sul display c’è scritto “Papà” ma mica posso sapere cosa vuole o se è importante. Di solito mi chiama solo per sapere quando passo per cena.

Così non rispondo, ascolto il resto della canzone, faccio un tuffo in piscina, prendo una birra al bar, poi lo richiamo.

Risponde irritato, come se l’avessi interrotto su qualcosa d’importante, niente di nuovo.

“Ciao papà, che fai? Fa un bel caldo eh?”

In attesa della risposta tiro una golata di birra, dall’altra parte sento un lungo respiro e un ciao mormorato con incertezza. Forse stavolta era davvero impegnato a fare qualcosa. Forse stava finalmente dando il bianco in cucina, come la mamma chiedeva da mesi.

“Sei al lavoro?” chiede finalmente.

“No oggi ho la giornata libera, uno scambio di favori tra colleghi, sono in piscina; si sta bene ma ci sono in giro troppi bambini per i miei gusti… ma dimmi!”

“Senti Matteo…”

Dopo un’istante di indecisione, non ci gira troppo attorno perché non è da lui e me lo dice subito, il nonno è morto durante la notte.

Il mio cuore, incurante del sole di Luglio, si ghiaccia all’istante. Il vuoto dal centro del petto si allarga velocemente, mi informicola gli arti, mi asciuga la bocca, mi spegne il cervello. All’interno della mia testa vuota, sospese nel nulla, restano solo le parole metalliche di mio padre “il nonno è morto”; fluttuano come una nuvola di fumo, non si condensano e non si dissolvono.

A pochi metri da me un neonato in braccio alla madre comincia a piangere al posto mio. La superficie dell’acqua rimanda uno sfarfallio di riflessi che mi pungono gli occhi. Ho il silenzio di mio padre in un orecchio e il pianto del bambino nell’altro. Gli occhi punti da mille aghi luminosi s’inumidiscono e le persone attorno alla piscina si deformano nella lente delle lacrime.

“Pronto? Ci sei?”

Mio padre mi riporta a quella che tutto sembra fuorché la realtà, e io riesco a pronunciare un “si” che è poco più d’un soffio, ma almeno lui può continuare.

Deve aver preparato la telefonata per bene, perché la sua voce sembra ora libera da ogni tentennamento. Pratica, efficiente.

“Sapevamo sarebbe accaduto Matteo… anche l’ultima volta che siamo andati a trovarlo e tu non sei potuto venire, te l’avevo detto ricordi? Che sembrava un fantasma.”

L’ultima volta che sono andato ad Ambrogio, il nonno non era ancora stato ricoverato. Era sì provato, ma con gli occhi ancora vivi e sorridenti. Quegli occhi così puliti da farti sentire buono, immediatamente assolto con un solo sguardo.

I pantaloni rammendati gli fasciavano la pancia larga e gli piaceva parlare con me, anche se si stancava subito.

Solo un mese dopo, quando Teresa gli aveva fatto visita in ospedale a Copparo, l’aveva descritto magrissimo, consumato, scavato nelle guance e con gli occhi opachi che faticavano a distinguere i volti.

Non avevo voluto vederlo così. È vero, sapevo che sarebbe accaduto, e la verità è che da egoista ho voluto tenermi il ricordo di lui forte, che con un pugno spaccava a metà le angurie. Ho trovato sempre delle scuse per non andare a salutarlo e rovinare il ricordo.

“Gli volevo un mondo di bene…” dico riparando le parole con una mano chiusa a cucchiaio sul telefonino.

“Lo so” dice semplicemente mio padre, con una voce complice che fatico a riconoscere.

“Il funerale è sabato alle dieci del mattino, noi partiamo in macchina già oggi, diciamo tra un paio d’ore, il tempo di fare le valige… tu che fai?”

Io che faccio? Mi ripeto nella testa.

Io sento il sole bruciare sulle spalle e un forte odore di crema solare. Mi passano davanti costumi sgargianti, tuffi blu, acqua e menta, ciambelle colorate, sembra tutto completamente sbagliato, tutto stride con ciò che succede nella dimensione parallela da cui mio padre telefona.

Mi alzo e mi allontano dalla vasca camminando sul prato verso una zona più silenziosa.

“Domattina devo lavorare, non ho scelta, ma posso prendere un treno nel primo pomeriggio, vi dico quando arrivo e mi venite a prendere alla stazione di Bologna.”

Ci accordiamo così, in fretta, e posso finalmente entrambi chiudere la chiamata e rimanere senza parole.

Il suono del telefono era lo stesso di mille altre telefonate, ma dentro di me si è appena aperta una voragine, un taglio profondo che comincia a pompare fuori sangue. Cammino a passi lunghi verso il bordo della piscina, passando vicino al lettino infilo velocemente il telefono sotto l’asciugamano e proseguendo mi tuffo di testa. Nuoto sott’acqua e comincio a lacrimare in completa solitudine.

Una volta finito di salare l’acqua della piscina mi sdraio al sole e lascio il corpo rigonfiarsi di musica ad alto volume.

Quasi mi sento in colpa per il fatto di essere qui in costume, coricato, mentre il nonno non c’è più. Non è il posto giusto per ricevere questo tipo di notizia. Se non avessi cambiato giorno con Guido, ora sarei al lavoro. Ma poi quale sarebbe il posto giusto? Se papà mi avesse telefonato mentre ero al commissariato, sarebbe forse stato meglio? Con i colleghi e Anna a cercare di consolarmi, pacche sulla spalla, abbracci che non so mai quanto a lungo tenere, condoglianze alle quali non so cosa rispondere.

Alla fine questo è il posto migliore, tra estranei, dove posso restare immobile e con gli occhi chiusi, liscio in superficie e con un uragano dentro.

Rimango in questo limbo per ore, fino a quando il sole sparisce dietro una montagna e un filo d’aria mi dà la pelle d’oca.

Torno guidando attraverso un unico lungo tunnel che mi trasporta dritto sulla poltrona in cucina vicino al posacenere quasi pieno.

Decido di fare subito ciò che non ho nessuna voglia di fare, le telefonate. Prima sbrigo la pratica, prima posso trasformarmi in una pianta e non pensare.

Comincio col chiamare Bacci per dirgli che l’indomani ci sarò solo il mattino, un lutto in famiglia. Al rientro di Guido dalla sua visita dentistica partirò per andare al funerale e starò via un paio di giorni. Chiedo al commissario di passare la linea alla scrivania di Guido, il dente l’ha tenuto di nuovo sveglio, me lo dice lui, ma anche la sua voce stanca.

“Non vedo l’ora che sia domani per togliermi questo diavolo di bocca. Anzi Matteo, grazie ancora per aver scambiato il giorno libero, ti sei rilassato in piscina?”

Lo aggiorno sulle ultime notizie e apprezzo il suo mi dispiace che suona più umano e più sentito di condoglianze. Condoglianze è una di quelle parole che se pronuncio più volte come un mantra, o la sento ripetere di continuo, si svuota di ogni significato e non rimane che un guscio secco, un involucro vuoto e senza senso.

Chiedo a Guido di informarsi quotidianamente sulle condizioni di Maristella e di tenermi aggiornato su ogni novità.

Dopo Guido è il turno di Anna.

“Ci vediamo ancora domattina in commissariato, ma volevo dirtelo subito… grazie infinite, si, lo so che posso chiamarti in ogni momento se ho bisogno di parlare.”

Ma ho bisogno esattamente dell’opposto, di silenzio.

Scendo in strada giusto il tempo per comprare una pizza che mangio seduto sul balcone. Attingo nuovamente al sacchetto d’erba di Alex e dopo pochi minuti la cucina si gonfia di fumo e io comincio a piangere e singhiozzare, sbattuto in un vortice di pensieri tanto rapidi da non poterli afferrare.

Dopo quattro bicchierini di grappa ho anche la brillante idea di telefonare a Sarah. Per fortuna dopo pochi squilli scatta la segreteria telefonica, la figura di merda la faccio ugualmente, parlo come Paperino con la lingua spessa fra i denti, ma almeno è una figura di merda che le arriverà in differita, quando ascolterà il messaggio.

“Sciao, sciono Matteo” strascico miseramente, “mio nonno è morto, domani vado in Emilia, sto via qualche giorno per il funerale, poi torno, non volevo pensassi che sono sparito, puff! Sci scentiamo…”

Sto per riagganciare quando arriva un attacco di tosse che mi mette in ginocchio, poi a quattro zampe. Scosso dai conati comincio a vomitare sul pavimento della cucina, con la bava alla bocca sento un bip provenire dal cellulare che ancora stringo nella mano, fine registrazione del messaggio.

Il clacson di un imbecille giù in strada mi sveglia di soprassalto. Mi pulisco la bocca sull’avambraccio e guardo intorno. Sono seduto per terra con le spalle contro il frigo. La luce nella stanza è cambiata, fuori si è fatto buio ma distinguo al centro del pavimento la macchia scura del mio stomaco rivoltato.

Mi rimetto in sesto, pulisco la cucina e mi viene in mente il messaggio lasciato a Sarah, che diavolo penserà?

Ho sempre preferito le donne dai capelli scuri, eppure Sarah è una bionda anomala, ha una luce indomabile in quegli occhi verdi, una parte insondabile che anche allungando le dita non si concede.

Mi chiedo se il trucco per la felicità non sia questo, conoscersi ma non arrivare mai a conoscersi del tutto; se mai è possibile, tenere un angolo segreto, da non aprire né condividere con nessuno, per nessun motivo, come una scatola con dentro un mistero.

“Una scatola con dentro un mistero” fa eco una voce al centro della mia fronte.

Mi alzo di scatto, percorro il corridoio ed entro nella piccola stanza che uso come ripostiglio, magazzino e all’occorrenza anche come camera per gli ospiti.

Ci sono per terra pile di libri, cartelline e raccoglitori, album fotografici, parecchi scatoloni ancora sigillati pieni di oggetti inutili e indumenti fuori moda, un materasso buttato a terra avvolto nel nylon. Tutta archeologia di quando ho traslocato in questo appartamento tre anni fa, e tutto esattamente come allora, un puttanaio.

Apro le ante dell’armadio a muro e tiro fuori un piumone, un sacco a pelo e infine un pacco avvolto in un vecchio asciugamano da spiaggia scolorito.

All’interno c’è un cofanetto di legno intarsiato, grande quanto una scatola da scarpe. Sul perimetro del coperchio è intagliata una cornice fatta di tanti pesciolini in fila con la bocca aperta, come se ciascun pesce stesse per mangiare quello davanti ed essere a sua volta addentato da quello dietro. Al centro del coperchio ci sono due grosse emme, Matteo Molinari, è la mia scatola dei segreti.

La accarezzo e sollevo il coperchio, all’interno ci sono cinque oggetti.

Una maniglia di ferro, quella che nella mia cameretta si poteva sfilare dalla porta. Un ciuffo di peli grigi fermati a un lato con giri di lenza che ne fanno un piccolo scopettino. La punta dei peli è rigida e scura, sangue secco. Prendo in mano una busta consumata, sul retro c’è l’indirizzo della vecchia casa, dove abitavo con i miei genitori, davanti, c’è scritto solo “Per Matteo, Livia”; le lettere alte e spigolose, una scrittura tutta picchi e depressioni. L’ho letta mille volte e la ripongo nella scatola. C’è poi il vecchio diario rubato, con la copertina rigida e nera, e le pagine tutte ingiallite. Accanto al diario, un fazzoletto di carta appallottolato e sigillato da un elastico; lo apro e guardo brillare sul palmo della mano un dente d’oro. È freddo, lo rigiro tra le dita come quando si lanciano i dadi, ma non lo lancio, lo stringo nel pugno e intanto apro il diario all’ultima pagina scritta. Comincio a leggere quella calligrafia ordinata e rotonda, così diversa da quella nervosa di Livia, e respiro l’odore di muffa che sale dalle parole.

Venerdì 16 agosto 1985

Adesso so che tutto è finito.

Si è infranta anche l’ultima speranza e mi chiedo che senso abbia vivere senza più sogni.

La vita non sarà più la stessa, proprio perché dovrà per forza essere sempre uguale.

Senza luce, senza Luz.

E tu, vecchio traditore, assassino, giri inutile con la barba sporca, gialla di nicotina, e gli occhi morti e inespressivi. Un rifiuto, un fetente sacco di spazzatura appoggiato a un bastone secco, ecco cosa sei. Sdraiato su una panchina del parco, dove giocano i bambini, circondato dal tuo odore di stalla, urina e vino. E quando stai all’entrata della stazione, con lo sguardo che implora per una moneta, ma senza chiedere, perché sei orgoglioso, tu non tendi la mano.

Quando cammini zoppicando lungo la strada, vicino la linea bianca a mezzo metro da un canale, quante volte vedendoti ho immaginato che quel ramo secco cui ti appoggi si potrebbe rompere, e tu cadere di sotto e sparire per sempre. Oppure un’auto che di notte non ti vede, sarebbe una fortuna, tutto finito in una lunga e inutile frenata sull’asfalto. Così giustizia sarebbe fatta.

Ma poi perché dev’essere fortuna? È stata forse fortuna quel maledetto giorno in cui mi hai portato via Luz? Se c’è un Dio a governare i fili del destino, allora Dio è più ubriaco di te, più pazzo e irresponsabile di te.

Ma non c’entra Dio! Sei stato tu con la tua nullità ad attraversare quella strada, a deviare il destino e cancellare la sua vita, così come le nostre.

Ora so dove dormi, conosco la strada che farai, il ragazzino se l’è fatto scappare.

Non dovevi portarmi via Luz. Penserò io ad aiutare la fortuna, alla prima occasione, darò un taglio al passato.

Al ricordo, un brivido mi gela la schiena, chiudo il diario e lo ripongo nella scatola di legno, con il dente d’oro, il ciuffo di peli, la maniglia di ferro e la lettera di Livia.

Appoggio la scatola sul comodino e vado a dormire con i pensieri in tempesta e lo stomaco ancora sottosopra.


UNDICI

“Un dente d’oro”

Martedì 13 agosto 1985.

La prima settimana di vacanza dai nonni passò come gli uccelli in cielo, rapida e con traiettorie imprevedibili.

Non c’era giorno che non mi addormentassi con in testa un’avventura, una scoperta, qualcosa su cui riflettere con la musica dei Doors nelle orecchie. Oppure arrivava una sorpresa! Come quando in un pomeriggio assolato, alla casa dei nonni, comparve dal nulla una gatta incinta. Pippo la accolse da gentilcane e quando pochi giorni dopo nacquero quattro gattini, saltava contento e faceva le feste.

Una mattina, mi svegliai che fuori cominciava a far giorno. Avevo un forte mal di pancia per le due grosse fette d’anguria mangiate la sera prima, così scesi le scale della casa immersa nel silenzio e andai in bagno. Ero seduto sulla tazza col mento in mano e gli occhi chiusi, quando sentii arrivare da fuori un lamento agghiacciante che durò per qualche secondo, sembrava il vagito di un neonato. Non era vicinissimo ma arrivò distinto, tagliando la quiete della campagna allo spuntare del sole.

Preoccupato per i gattini appena nati, uscii a piedi nudi, con addosso solo le mutande e una canotta bianca. Avevo paura, ma una volta fuori trovai solo il frinire dei grilli, il canto delle cicale e il latrato di un cane in lontananza.

“Sarà stato il cane” pensai dubbioso.

Controllai i micetti, dormivano sereni con la madre, ma uscito sul cortile sentii dei rumori provenire da dietro il pollaio. Forse una volpe?

Mi avventurai in punta di piedi, costeggiando la recinzione fino alla baracca di legno da cui arrivava solo qualche battito d’ali e il chiocciare sommesso delle galline. Giunto all’angolo della piccola costruzione mi sporsi a guardare e a pochi metri di distanza vidi il nonno. Sistemava un coniglio ripulito e spellato in una grossa teglia di metallo, poi s’infilò dei guanti da giardinaggio, andò alle gabbie e tirò fuori un altro coniglio tenendolo per le orecchie. L’animale si dibatté e scalciò impotente come attraversato dalla corrente elettrica.

In quel momento cominciò il lamento disperato che avevo udito dal bagno, questa volta vicino, così acuto e straziante da creparmi il cuore e gli occhi.

Sentii in bocca il gusto salato delle lacrime ma rimasi immobile e nascosto. Vidi il nonno impugnare quello che sembrava un manganello di legno e alzare il braccio. Il colpo risuonò secco sulla testa del coniglio e spense in un attimo il suo pianto penoso.

Tornai a letto a piccoli passi, confuso e con i brividi che ancora mi scuotevano. Non potevo credere che il nonno avesse ucciso quei due coniglietti, il nonno era buono!

Il cielo era ormai chiaro e non mi riaddormentai. Promisi a me stesso che non avrei più mangiato coniglio in vita mia e scesi di sotto solo quando le voci animavano da un pezzo la casa.

A pranzo guardavo il nonno e quasi mi convinsi di aver sognato. Dopo il salame e le tagliatelle al ragù, la nonna servì in tavola un vassoio fumante che stregava coi profumi dell’aglio e del rosmarino. La carne arrostita e succulenta era accompagnata da patate dorate e croccanti. Cedetti subito.

Divorai una delle cosce che avevo visto scalciare poche ore prima sentendomi in colpa, ma spiluccando gli ossicini del secondo pezzo di coniglio ero già tranquillo al pensiero che dopo pranzo mi sarei lavato i denti, magari un po’ più a lungo del solito.

Dopo mangiato passai un’ora a leggere I Tre Moschettieri all’ombra del fico, con la schiena appoggiata al tronco nodoso dell’albero e Pippo accucciato al mio fianco.

Alle due e mezza chiesi a Teresa se voleva venire con me da Filippo e Livia, a fare un giro in piazza fino a ora di cena, e lei accettò entusiasta, felice di passare un pomeriggio con noi più grandi.

Ispirato dalle gesta degli eroici spadaccini, saltai sulla bicicletta che nitrì e s’alzò rampante, sculacciai un paio di volte la mia coscia e partii al galoppo con Teresa che urlava di aspettarla.

Teresa all’epoca aveva undici anni, due in meno di me. Senza esserne del tutto cosciente la vedevo soffrire quella distanza, il fatto che i nostri interessi cominciassero a divergere la impauriva, sentiva che stavo lentamente scivolando via, tradendo la nostra inossidabile complicità.

Ciò nonostante, avevo di tanto in tanto l’impressione che stesse recuperando terreno, balzando in avanti a velocità doppia della mia. Mi sorprendeva con gesti e frasi in cui non riconoscevo la bambina che un attimo prima stava giocando con la Barbie. Teresa cresceva bella e solare, non sarebbe passato molto tempo prima di vederla infrangere cuori di ragazzi che io avrei inevitabilmente detestato, per il timore che la cambiassero.

Avevo più volte sorpreso Teresa guardare Filippo con occhi incantati ma quei due anni in meno facevano una grossa differenza, lo vedevo bene nel confronto con Livia che ai miei occhi sembrava già donna.

Non doveva essere facile per Teresa essere la più piccola, quella che mi portavo in giro quasi fosse stata un peso o una limitazione alla mia libertà.

Quel giorno Livia arrivò in piazza in ritardo, in piedi sui pedali, con le guance arrossate e la maglietta sudata. Non potei fare a meno di notare le due aureole scure nella trasparenza del tessuto bagnato che aderiva al seno. Era luminosa e sorridente.

“Scusate… Stavo per uscire ma ho dovuto aiutare la mamma a piegare le lenzuola… e poi tanto per cambiare ci ho litigato!” sbuffò con le guance gonfie per la scocciatura.

“Ho la gola secca, prendiamo qualcosa al bar?” proposi per giustificare la mia bocca aperta di fronte alla maglietta di Livia che sembrava guardarmi.

Ordinammo un tè freddo e tornammo a parlare dell’ex stalla di Uliano, chiedendoci cosa potesse contenere. Livia e Teresa insistevano con la teoria del tesoro, Filippo era per una stanza delle torture e infine io, più realista, sostenevo che fosse piena di cimeli di famiglia, vecchie foto, ninnoli e soprammobili impolverati.

Intanto Ferdinando, il bambino di quattro anni figlio del barista Francesco, ronzava in continuazione attorno al nostro tavolo in cerca di attenzione. Faceva smorfie e scappava all’interno del bar per poi tornare un minuto dopo, cacciare un urlo e correre nuovamente a nascondersi dietro il bancone.

Noi lo ignoravamo, o al massimo lo guardavamo con sufficienza e un vago senso di superiorità. Persino Teresa fece spallucce ai vani tentativi di Ferdinando di farci ridere con le sue smorfie.

Io non ero mai stato così, come quel bambino, l’ultima cosa che volevo era avere i riflettori puntati su di me. Lo fissai negli occhi e lui si fece serio, mi puntò il dito contro e cominciò a ripetere senza fermarsi: “Acciuga! Acciuga! Acciuga!”

Mi sentii in imbarazzo, per un bambino di quattro anni, piccolo e sfacciato.

“Chissà poi perché acciuga?” chiesi guardando le facce attorno al tavolo.

“Forse perché sei secco come un’acciughina” suggerì Teresa, “ti si possono contare le costole!”

Stavo ancora pensando a una buona risposta per esorcizzare le risate dei tre, quando alle spalle di Livia vidi un uomo dall’aspetto strano uscire dal portone della chiesa e camminare zoppicando in direzione del bar.

Indossava un cappello giallo di paglia con la tesa che gli nascondeva metà del viso. Da sotto, spuntava una barba grigia, lunga e folta. Camminava dondolando appoggiato a un bastone e quando si avvicinò, vidi che si trattava di un ramo spesso, pulito, levigato, che finiva ricurvo proprio come un vero bastone da passeggio.

“Chi è?” chiesi indicando il vecchio.

Filippo fu il primo a girarsi.

“Quello? Oh, quello è Socrate!”

“Sai… come il filosofo greco” specificò Livia con una punta di vanità, “ma non è il suo vero nome, quello neanche lo so, Uliano l’ha battezzato così, perché sul giornale c’era la foto di una statua di Socrate il filosofo, e se la vedi, sono davvero uguali.”

La fronte spaziosa, i radi capelli e la lunga barba lo facevano, di fatto, somigliare al filosofo greco, con il quale pare condividesse anche l’indole oratoria e la passione per il vino.

Più che per appoggiarsi, Socrate usava il bastone per farsi strada e individuare gli ostacoli davanti a lui. Era cieco.

Livia raccontò che da giovane Socrate ci vedeva benissimo, ma soffriva di una malattia ereditaria dal nome strano, la retinite pigmentosa, che in maniera progressiva e inesorabile aveva fatto calare le tenebre sui suoi occhi.

Teresa ed io non ricordavamo di aver mai visto quel personaggio in giro per il paese gli anni scorsi, così Filippo ci spiegò che l’uomo era tornato ad Ambrogio quella primavera, dopo aver passato cinque anni non si sapeva dove. Era scomparso un giorno senza dire niente ed era riapparso cinque anni dopo nella stessa maniera, senza dare nessuna spiegazione.

“Persino Uliano che è sempre stato suo grande amico e lo invitava spesso a cena a casa sua, non ha più avuto sue notizie, sparito!”

Filippo aggiunse che suo padre Mariano, il maresciallo dei carabinieri, aveva anche provato a condurre qualche ricerca, ma di Socrate si erano perse completamente le tracce, così anche lui dopo un po’ si era messo il cuore in pace come il resto del paese che col tempo lo seppellì nella memoria.

“Dove sia stato non si sa” intervenne Livia “ma di sicuro dove è andato non è diventato ricco, non ha neanche una casa e dorme dove capita.”

“Non ha una casa? Poverino” commentò Teresa.

“Prima di andarsene l’aveva, e grande anche, è quella dove adesso abita l’avvocato Tovagliari.”

“Ma è buono vero? Va anche in chiesa…” s’informò mia sorella intimorita dall’aspetto trasandato del vecchio.

Filippo rise e la rassicurò.

“In chiesa ci va quando fuori fa troppo caldo, mica per pregare, ma in ogni caso è buono come il pane, non farebbe male a una mosca.”

Prima di entrare nel bar, Socrate si fermò ad ascoltare il vociare al nostro tavolo.

“Filippo, Livia… siete voi? E queste voci nuove di chi sono?”

Fummo così presentati al filosofo che, in effetti, mi parve simpatico, anche se parlava in continuazione, dicendo cose strane e singolari che noi non capivamo del tutto.

Scoprimmo che proprio quel giorno era il suo compleanno, era nato il 13 agosto del 1912, compiva settantatré anni.

“Sono venuto a ritirare il mio regalo” disse il vecchio, “il mezzo litro di vino che mi ha promesso ieri Francesco!”

“Anch’io sono nata il giorno tredici, ma di aprile” esclamò Teresa, “ho appena fatto undici anni!”

Socrate girò la testa verso quella vocina.

“Gli anni per voi non esistono miei cari, v’insegnano a contarli ma non avete età, avete compleanni ma non anni, siete ancora immortali capito? Immortali!” ripeté gridando e sbattendo la punta del bastone sul pavimento, io e Teresa lo guardammo spaventati, Livia sorrideva e Filippo si portò una mano alla fronte scuotendo la testa.

“E quando immortali non lo sarete più,” riprese di nuovo con calma, “ve ne accorgerete solo in quel preciso istante, non un attimo prima!”

M’inquietarono profondamente i suoi occhi bianchi e opachi, che schizzavano in tutte le direzioni seguendo un impulso senza logica, come se stessero seguendo le traiettorie di una mosca invisibile. Quando Socrate entrò nel bar per riscuotere il dono promesso da Francesco, noi ci alzammo dalle sedie e saltammo sui sellini.

Il resto del pomeriggio lo passammo alla Chiusa. Faceva parte di un sistema di canali artificiali per l’irrigazione dei campi e creava una vasca d’acqua calma e piatta in cui ci si poteva bagnare violando contemporaneamente i divieti della legge e dei nostri genitori.

Un paio d’ore dopo eravamo di nuovo in piazza, stavamo salutando Filippo quando udimmo urla e improperi arrivare dal negozio di Marcello, il macellaio.

Ci avvicinammo piano all’entrata tenendo le bici a mano, sentimmo una bestemmia urlata con voce da orco e un attimo dopo Socrate rotolò fuori dal negozio e si fermò con una smorfia di dolore sul ciglio della strada.

Livia corse subito in suo soccorso, raccolse da terra il bastone e, con qualche difficoltà, aiutò il vecchio a rimettersi in piedi. Io, Filippo e Teresa non c’eravamo mossi di un passo e ci voltammo a guardare l’entrata della macelleria. La mole di un uomo enorme emerse tra i cordoli della tenda anti mosche.

Marcello era detto il Tedesco, per via della sua stazza, la carnagione chiara, e i capelli rossicci tagliati “a uno” così come ordinava seduto sulla poltrona di Uliano:

“Tagliameli a uno!” diceva, che significa appena più lunghi di rasati a zero.

Era un omone forte e robusto, con mani possenti, dita grandi come salsicce e le unghie sempre sporche di sangue rappreso. Aveva le guance butterate e gli occhi azzurri, piccoli e cattivi.

Lo guardammo sbraitare dalla porta del negozio, con le gambe divaricate, una mano sul fianco e l’altra che agitava in aria un lungo coltello.

“Non ti voglio più vedere qui hai capito? Pezzente vagabondo! T’insegno io a prendermi in giro e a farmi perdere tempo! Vai in un ospizio o meglio ancora al cimitero, maledetto relitto!”

Socrate era in piedi, i pochi capelli arruffati e i denti in mostra come un vecchio lupo che ringhia.

Livia raccolse anche il cappello di paglia e lo sistemò sulla testa dell’uomo che restò immobile, a fissare il macellaio senza vederlo, con le braccia lungo il corpo come un pistolero pronto al duello.

“Sei un grandissimo figlio di puttana Marcello, lo sai?” disse Socrate sputando nella sua direzione, poi girò le spalle e s’incammino per la strada che portava fuori dal paese.

Il macellaio fece qualche passo avanti, il braccio teso e la lama del coltello che brillava, gonfiò il petto d’aria e tuonò di nuovo contro Socrate.

“Maledetto cieco! Un giorno o l’altro te la taglio io quella cazzo di barba gialla, pelo e contropelo ti faccio, ma con questo!” e roteò nuovamente il lungo coltello.

Socrate non ci vedeva ma di sicuro sentì tutto, anche perché da lontano si girò, scostò la barba dal mento e sfidò il macellaio mostrando il collo bianco e raggrinzito.

Quando il vecchio sparì alla vista, Marcello calmò il respiro da mantice e si voltò verso di noi.

“E voi nani? Non avete niente di meglio da fare che stare lì imbambolati?”

Senza dire una parola girammo i manubri delle bici, tutti tranne Teresa che non si mosse, guardò il gigante che le stava di fronte e gli puntò contro il suo piccolo dito.

“Lei è molto maleducato signore, e ha anche bestemmiato, perciò andrà all’inferno!”

Ci fu un attimo di silenzio, gli occhi di Marcello dapprima si spalancarono a osservare quella bambina che se ne stava lì dritta senza distogliere lo sguardo dal suo, poi lentamente si allungarono in due fessure orizzontali e il macellaio scoppiò in una lunga risata che sembrò non finire mai.

Mentre strattonavo la maglietta di Teresa, vidi la voragine aperta della bocca del Tedesco, all’interno della quale, da un lato, brillava al sole un grosso dente d’oro.

Filippo rincasò subito mentre io, Livia e Teresa ci incamminammo bici alla mano fuori dal paese.

Fui io a rompere il ghiaccio.

“Avete visto? Sembrava la scena di un film dell’orrore, il mostro col grembiule sporco di sangue e il coltello in mano!”

“Questa notte me lo sogno, ci vorrebbe qualcuno a proteggermi” ridacchiò Livia.

Teresa replicò che non aveva bisogno di nessuna protezione, lei era stata la più coraggiosa di tutti aiutando Socrate sotto gli occhi del macellaio.

“Io la più coraggiosa?” disse Livia, “tu piuttosto, che l’hai mandato dritto al diavolo!”

Mia sorella ci pensò un po’ su, poi sentenziò.

“Quello che c’è di sicuro, è che i maschi sono proprio dei vigliacchi!”

Livia rise e annuì, poi girò di colpo il manubrio della bici e urtò la ruota della mia, strizzando l’occhio.

E questo? Cosa significava? Che il qualcuno che doveva proteggerla ero io? Oppure che io ero un vigliacco, perché non avevo mosso un dito?

Risalimmo in sella e uscimmo dal paese percorrendo il tratto di strada che passava davanti al cimitero quando lontano, nel calore tremolante dell’asfalto, vedemmo il profilo sfocato di Socrate che camminava sul bordo della carreggiata. Seguiva sicuro la strada battendo il bastone una volta sull’asfalto e una sull’erba.

“Povero” disse Livia, “mi fa una pena…”

Non ci pensai due volte e non appena lo raggiungemmo, fermai la bici e gli chiesi se voleva un passaggio.

“Grazie ragazzi, le gambe sono buone ma se mi risparmiate un pezzo di strada con questo caldo… potete portarmi fino all’incrocio con via Brodolini, dove comincia la strada sterrata.”

Via Brodolini era il rettilineo che arrivava fino alla Provinciale e lungo cui si affacciavano sei cascine tra cui anche la casa dei nonni. Mi chiesi cosa ci andasse a fare in quella zona, lontano dal paese, dove c’erano solo campi.

Lo feci sedere dietro col suo bastone in grembo e mi accodai dietro Livia e Teresa, così che non dovessero stare nella scia pungente che Socrate si lasciava alle spalle, come una cometa.

Il vecchio non accennò minimamente a ciò che era accaduto poco prima in paese, e sul suo volto rugoso non c’era più traccia dell’odio che gli aveva fatto digrignare i denti nel fronteggiare il macellaio.

Salutammo Livia lungo il Canalone e in breve arrivammo all’incrocio dove Socrate scese, salutò me e Teresa con un inchino e ci ringraziò con il cappello in mano.

Appena entrato in casa mi lavai veloce e salii in camera a cambiarmi per la cena. Mi avvicinai alla finestra a petto nudo, non arrivava un filo d’aria. Mi sporsi col naso attaccato alla zanzariera e guardai fuori. Oltre l’albero di fico, dove cominciava il frutteto, vidi Socrate che entrava furtivo nel capanno degli attrezzi del nonno.


DODICI

“Binari”

Giovedì.

Ho dormito malissimo.

Il sottile odore di muffa del diario è ancora sospeso nell’aria, oppure conficcato nelle mie narici o peggio ancora incastrato tra le pieghe del mio cervello.

Mi sono svegliato cento volte, ridotto come uno straccio bagnato, cercando un angolo fresco nel letto, rigirandomi stordito, chiedendomi ogni volta se la telefonata di papà fosse reale o solo uno dei tanti incubi.

Cento volte sono tornato alla realtà e ho ricominciato a soffrire daccapo confessando a me stesso che è tutto maledettamente vero, il nonno se n’è andato.

Prima di sera sarò ad Ambrogio, e dopo domani ci sarà il funerale. La realtà.

Chiuso, finito, archiviato.

Mi piacerebbe credere come fanno tanti, e dire banalità come che sei volato tra le stelle, che sei diventato un angelo o che stai spiegando a Dio come si riconosce un’anguria matura, ma la sola verità di quel Dio è che si torna a essere cenere. Che di te non è rimasto niente.

Il ricordo? Il ricordo è meno della fiamma su un mozzicone di candela, è l’ultimo filo di fumo che si leva dallo stoppino spento prima del nulla.

Dovendo prendere il treno, ho deciso di andare al lavoro in tram, così da non lasciare l’auto parcheggiata alla stazione per tutto il fine settimana.

Infilo in una borsa sportiva lo stretto necessario e mentre sto per chiudere la cerniera mi cade l’occhio sul comodino, c’è appoggiata la scatola dei segreti. Tentenno un attimo poi la infilo nella borsa, chiudo la zip ed esco.

Neanche l’overdose di caffeina del bar mi tira su dopo l’orribile nottata.

Salgo sul tram pieno di gente, mi appendo in un angolo e fisso la mia faccia stanca sul vetro del finestrino. Palazzi, persone, auto che scorrono sul mio volto riflesso, veloci come i pensieri che mi attraversano la testa, non riesco a catturarne uno. Il tram ogni tanto almeno si ferma o rallenta, il flusso di pensieri no, se ne frega del traffico e dei semafori rossi.

Sono stretto come una sardina in scatola e cerco di ignorare i corpi, i fiati e le parole degli sconosciuti intorno a me. Ma non tutti sono sconosciuti.

“Buongiorno ispettore, come sta? Che coincidenza…”

Antonio Decente sgomita, spinge, chiede permesso e si scusa fino a quando mi è davanti, schiacciato tra uno studente in sovrappeso e una signora che si sventaglia con un volantino pubblicitario.

Si sposta di fianco e strattona col braccio, finché tra la selva di gambe spunta attaccato alla sua mano un bambino, indossa una sgargiante maglietta fucsia e dei pantaloncini corti di jeans, una garza bianca gli copre l’occhio destro.

“Lui è Fabio” dice il barbiere, “il mio nipotino più piccolo, quest’anno compie cinque anni vero Fabio? Fai vedere con la mano all’ispettore, quanti sono cinque…” Antonio ha gli occhi colmi d’amore e quando il bambino alza la manina aperta si accende d’orgoglio.

Tutta quella gioia, penso io, per un cane che dà la zampa in cambio di un grattino sulla testa.

“Si è fatto male?” chiedo dopo aver applaudito il cucciolo.

“Sì, una bella botta al sopracciglio” tentenna abbassando lo sguardo, “è caduto ieri all’asilo e siccome è gonfiato l’occhio, lo porto a vedere all’oftalmico di via Juvarra.”

Ho interrogato ragazzini appena maggiorenni molto più abili di Antonio nel mentire. Sono certo che ora proverà a cambiare discorso.

“Ha visto ispettore che maglietta ha Fabio? Questa mattina ero di fretta e ho chiesto ad Alex di vestire suo fratello, e guardi che maglietta gli ha messo su! Diciamo che almeno non rischio di perderlo, si nota da lontano, vero?”

“Come un pugno in un occhio!” gli rispondo lasciandolo col sorriso a metà.

Appena sceso alla fermata, accendo una sigaretta camminando verso il commissariato. Entro, saluto Max al volo e arrivo in fondo al corridoio in apnea come sott’acqua. Lancio in giro qualche altro saluto spiccio e mi blindo dietro la scrivania. Sbrigo un po’ di carta con precisione e disciplina, tutto pur di non lasciare la testa libera di pensare. La sola pausa che mi concedo è un caffè al bar con Anna. Le dico subito che non voglio parlare di mio nonno né tanto meno essere consolato, lei stringe le labbra e annuisce, sembra quasi delusa, ma non ci mette molto a trovare un argomento di riserva.

“Stai bene con i capelli così corti, ma soprattutto la barba mi piace, mai vista così in ordine.”

“Pensa che proprio questa mattina ho incontrato il mio barbiere sul tram.”

Anna mi guarda dubbiosa.

“Non mi dirai che ti ha fatto la barba in tram!”

Quando se ne esce così, non capisco mai se ha un fine senso dell’umorismo o se fa sul serio. Finisco così per raccontarle del piccolo Fabio e della sua alquanto sospetta caduta all’asilo. Quando si tratta di bambini, Anna si fa subito prendere la mano, e alla fine mi chiede con insistenza il cognome del barbiere, vuole annotarselo.

“Decente, ma per quanto sia bravo, meglio che continui ad andare dalla tua parrucchiera di fiducia.”

“Mi segno il nome solo perché voglio chiedere a Rossella, è possibile che la famiglia sia già segnalata all’attenzione dei servizi sociali, giusto un controllo!”

A mezzogiorno Guido arriva al commissariato, libero dal dolore al dente ma con la bocca storta per l’anestesia, sbava ogni volta che parla.

“Tranquillo Teo, ti tengo informato su qualsiasi novità che riguarda l’incidente e non solo…”

“Non solo? Guido, non è che devi chiamarmi per raccontarmi i cazzi tuoi, solo se hai novità sull’incidente o sulle condizioni della ragazza.”

“Sì, certo, era così per dire” bofonchia Guido, “e in tua assenza proverò a parlare con i genitori.”

È un sollievo quando un’ora più tardi prendo il taxi per la stazione.

Il treno per Bologna parte tra quaranta minuti. Ho tempo di mangiare un panino e comprare le sigarette, poi occupo un posto vicino al finestrino nel vagone più vuoto che trovo e chiudo gli occhi.

Mi sveglio quando il treno ha un sussulto e lascia la stazione sotto un cielo scuro che promette di rinfrescare la serata. Ho dormito pochi minuti e la carrozza si è già riempita. Alla mia sinistra c’è un signore anziano che compila un sudoku con gli occhiali sul naso. Alle mie spalle un gruppo di adolescenti con zaini voluminosi parla delle discoteche della riviera, hanno una lista di tutte quelle da visitare. Dall’altra parte del corridoio due ragazze di colore in tuta da ginnastica e infradito tengono fra le gambe borse di plastica con vestiti luccicanti e tacchi a spillo.

Di fronte a me è seduta una ragazza con i capelli arancioni che legge un libro, ha le unghie delle mani rosicchiate e un piercing al naso. Nonostante l’aspetto eccentrico è molto attraente, anche molto giovane.

Il convoglio prende velocità e per il primo tratto si alternano luce gialla di galleria e frammenti d’autunno fuori stagione, con la pioggia che riga il vetro del finestrino.

Il rumore del treno, ripetuto e uguale, presto mi avvolge come un silenzio assoluto. Qualche casa scorre lontana e lenta mentre altre appaiono improvvise a pochi metri dai binari, così vicine che sembrano venirmi addosso.

“Il nonno è morto” me lo ripeto in testa più volte fino a smontare il senso delle parole e ridurre tutto a una sequenza di suoni concatenati senza significato.

Penso al fatto che c’è gente che utilizza espressioni come un bel funerale; come fanno? Cosa c’è di bello? Non le parole di circostanza, non le note dell’organo in chiesa. Tantomeno i fiori, saranno anche piacevoli alla vista ma non profumano, hanno un odore acre di morte.

A pensarci bene però, una volta sono stato a un funerale durante il quale piansi e risi contemporaneamente, e forse quello è stato un bel funerale, non so.

Anche quella volta, appena due anni fa, mi era toccato viaggiare in treno per andare salutare un’ultima volta qualcuno che non c’era più.

Rodolfo aveva cinquantasette anni e da dieci viveva in Olanda con la sua seconda moglie, Anouk.

Lo avevo conosciuto parecchi anni prima, una domenica pomeriggio al Cinema Massimo durante una rassegna di cortometraggi. Non che fossi un appassionato di cinema colto, era inverno, pioveva a dirotto e mi annoiavo a morte.

All’epoca io avevo ventisette anni e lui si avvicinava ai quaranta. Eravamo entrambi soli, seduti a poche poltroncine di distanza nella stessa fila della sala semivuota. Cominciammo a parlare nell’intervallo tra una proiezione e l’altra, e fin da subito fu chiara la sua incredibile competenza in materia cinematografica.

Dopo la pausa eravamo seduti vicini. Alla fine della proiezione fumammo una sigaretta insieme e coinvolti dalla conversazione finimmo a mangiare in un ristorante vicino. Rodolfo citava scene dei cortometraggi appena visti, ne criticava o lodava il montaggio, la fotografia, evidenziava i dialoghi ben costruiti così come quelli irrealistici, i movimenti di camera talentuosi e le inquadrature sbagliate.

Il treno si ferma a Milano e la ragazza dai capelli arancioni si morde il labbro, chiude il libro con l’indice in mezzo a tenere il segno, mi lancia un’occhiata indecifrabile e si rimette a leggere.

Osservo le All Star celesti, le gambe bianche, le cosce velate da un’impercettibile peluria bionda, sembra liscia come una pesca, indossa un vestito corto a fiori che le dà un’aria hippy. Vista la giovane età m’impongo di non guardare oltre e giro gli occhi alla campagna che corre lungo la ferrovia, piena di baracche e orti abusivi.

Rodolfo lavorava al Museo del Cinema di Torino, dentro la Mole Antonelliana, e i film erano sempre stati la sua grande passione. Aveva fatto il proiezionista e anche l’aiuto regista per un paio di piccole produzioni e aveva girato un documentario sulla Resistenza.

Col tempo, e nonostante la differenza d’età di oltre dodici anni, diventammo molto amici, ci vedevamo regolarmente, una volta la settimana per un film, una cena in trattoria e conversazioni che toglievano a entrambi parecchie ore di sonno.

Un giorno mi disse che si sarebbe assentato per circa un mese, andava all’EYE, il museo del cinema di Amsterdam, a coordinare l’allestimento di una mostra sul neorealismo italiano.

Ricordo che glielo dissi per scherzo: “Vedi di non perdere la testa per qualche vichinga, che tieni famiglia!”

Tornò dopo un mese con vestiti diversi e uno sguardo differente, aveva conosciuto Anouk ed era rimasto folgorato. Lei lavorava all’EYE, condividevano la passione per il cinema, per la letteratura e la musica spagnola, soprattutto il Flamenco.

Tutto successe in fretta, nel giro di poche settimane Rodolfo fece deflagrare bombe tutt’intorno a lui. Lasciò la moglie, due figli nel bel mezzo dell’adolescenza, e m’incontrò sorridente per un’ultima cena insieme, pochi giorni prima di trasferirsi in Olanda.

Provai a dissuaderlo, “sei accecato dalla passione!” gli dissi di fronte a un bicchiere di vino, “forse avevi bisogno di qualche svago ma non puoi distruggere tutto quello che hai costruito in questi anni, prenditi un po’ di tempo, rifletti!”

Ma le persone che hanno passato la vita a riflettere su ogni singola mossa, a un certo punto non hanno più voglia di calcolare anzi, dei calcoli non ne possono proprio più.

“Accecato Matteo?” rispose con un sorriso deluso, come a dire che almeno io avrei dovuto comprendere, “non ci ho mai visto così bene! Ero cieco prima, ma ora è come se mi avessero tolto un velo dagli occhi, da questo momento in poi sono ufficialmente felice amico mio!”

E lo fu, ad Amsterdam con Anouk, entrambi impiegati all’EYE. Aveva ragione lui, per dieci anni fu felice come mai lo era stato, dividendo ogni giorno la vita e il lavoro con il suo amore. Fino a quando gli fu diagnosticato il cancro alla gola e seppe che gli rimanevano circa sei mesi di vita.

Fece un viaggio con Anouk, attraversarono tutta l’Italia e sulla via del ritorno vennero a trovarmi a Torino, così Rodolfo poté anche dire addio ai suoi due figli. Ricordo che mi aspettavo una serata triste e malinconica, oscurata da quell’ombra, da quella condanna senza appello. Invece non fu una serata di commiato ma di festa, ci ubriacammo e ridemmo con la pancia in mano di tutti i luoghi comuni su italiani e olandesi. Rodolfo si girava spesso a guardare Anouk con i suoi occhi innamorati e le dava un bacio, o le stringeva la mano sul tavolo, la sua colomba, così la chiamava. Rodolfo quella sera era pieno di vita, tracimava fino a scaldare le persone che gli stavano accanto, ma c’era quella bestia maledetta che gli azzannava la gola e che non avrebbe mollato la presa.

Una volta tornato in Olanda, Rodolfo si dedicò alla macabra attività di organizzare il proprio funerale.

Anouk mi chiamò un giorno in lacrime, dicendomi che non mancava molto, che se volevo salutarlo un’ultima volta avrei dovuto sbrigarmi.

Riuscii a dire addio al mio amico. Mi disse con un filo di voce che avrebbe presto riferito a Fellini tutte le mie perplessità sui suoi film, ma gli avrebbe anche detto che di cinema non ne capisco niente. La notte stessa passarono i titoli di coda, Rodolfo si addormentò e non si svegliò più.

Aveva comunque programmato tutto per uscire di scena in grande stile.

Il funerale fu civile e si svolse in una sala del crematorio di Amsterdam. Anouk entrò tutta vestita di bianco, come una sposa, accompagnata da uno struggente flamenco di Vicente Amigo. Su uno schermo scorrevano foto di Rodolfo, sorridente con la sua faccia da brigante, in salita con la bici da corsa, poi su una spiaggia del mare del nord con i capelli scompigliati dal vento, con Anouk di fronte alla loro casa, mentre bacia la sua colomba strizzandole il culo a due mani.

Finita la musica ci fu qualche istante di silenzio. Io fissavo la bara di legno chiaro al centro della sala, su cui era poggiata una foto di Rodolfo, due lampade a olio e un vaso con dei tulipani rossi quasi appassiti, con parecchi petali sparsi sulla bara, così come lui aveva voluto.

All’improvviso si sentì bussare, una, due, tre volte. Poi una voce rauca.

“È permesso?”

Era la voce di Rodolfo, proveniva dalla bara, o meglio, dagli altoparlanti sistemati vicino alla cassa di legno.

Il figlio di puttana aveva registrato il suo discorso di addio. Mi guardai attorno e vidi bocche aperte, mani che coprivano bocche aperte, sguardi perplessi, alcuni addirittura spaventati.

“Cosa sono quelle facce tristi? Coraggio fatevi una risata, voi che siete vivi! Innanzi tutto benvenuti al mio funerale.”

Chi non sorrise, almeno smise di piangere, sorpreso e incuriosito da quella trovata tanto bizzarra.

Rodolfo si schiarì la voce con un colpo di tosse, ringraziò i presenti e disse di non preoccuparsi, che lui stava bene, era un po’ buio e presto avrebbe avuto molto caldo avvolto dalle fiamme del forno, ma era sereno.

“La morte non è così male” disse, “non mi dispiace il modo in cui ho vissuto, il rimpianto è solo un’inutile reazione emotiva per qualcosa del passato che non si può cambiare. Non c’è nulla di cui avere paura, la vita è speciale, la morte è una cosa assolutamente comune.”

Dopo qualche minuto il Flamenco gli venne probabilmente a noia. Si scusò, si udì il ticchettare di passi poi la musica terminò. Un fruscio, il raschiare della puntina del giradischi e i passi che tornavano vicini, mentre partiva un Bolero in sottofondo.

Rodolfo parlò una ventina di minuti, durante i quali si rivolse alle persone che gli stavano più a cuore, me compreso, alternando parole affettuose a battute di spirito che sollevarono in tutta la sala risate che avresti detto fuori luogo, e invece no.

Le ultime parole, le più dolci, furono ovviamente per la sua Anouk, la sua colomba che non avrebbe mai voluto lasciar sola con i ricordi.

Ci fu un potente colpo di gong, Rodolfo disse che era l’ora, doveva andare, un signore tutto rosso e con le corna lo stava chiamando.

Schioccò un bacio registrato che Anouk afferrò svelta col pugno per posarlo sulla bocca. Il Bolero terminò e partì la Sinfonia numero tre di Gustav Mahler con il suo inizio di fiati gravi e decisi, ma che nella seconda parte diventa un allegro minuetto. Infine, si sentì ancora il rumore dei passi di Rodolfo che si allontanavano, sempre più distanti, e un fischiettare allegro che si spense a poco a poco mentre il mio amico, immaginai io, camminava verso l’orizzonte.

Non manca molto all’arrivo, chiedo alla ragazza col piercing se può badare al mio bagaglio perché vorrei andare in bagno.

“Badare?” ripete sorridendo gentile, “Non si preoccupi, ci do un’occhiata io!”

Mi ha dato del lei, come se niente fosse, senza incertezza, le è venuto naturale. Mi ha dato del lei e ha accavallato le gambe, le cosce pallide, un po’ sudate che immagino strofinare tra loro sotto il tessuto.

Estraggo dalla valigia il borsello con dentifricio e spazzolino, mi chiudo in un metro quadro maleodorante, appoggio la schiena alla parete, calo i jeans alle ginocchia e mi masturbo frenetico di fronte al piccolo lavandino, mentre nella mia testa riduco a brandelli un vestito a fiori.

Mi lavo i denti contando i secondi per ogni lato e intanto piango senza freni, ancora una volta, e che sia davvero l’ultima mi dico. Sciacquo tutto via, rinfresco la faccia, ripercorro il corridoio con le gambe molli e torno a sedere al mio posto.

Papà mi carica alla stazione e guida, serio e silenzioso, fino alla casa dei nonni. Le strade sono più corte, la casa più piccola, l’assenza del nonno si sente in ogni stanza ed è ingombrante.

La sera a cena la nonna mette al centro del tavolo un piatto di affettati, mangiamo il brodo di fagioli in cui sbricioliamo il pane secco, poi dei pesciolini fritti con un’insalata di pomodori e una fetta di anguria.

Parlo quasi esclusivamente con zio Carlo e zio Walter che trovano anche il modo di farmi ridere raccontando qualche aneddoto sulla vita del nonno. Vivono entrambi ancora in quella casa, zio Walter c’è tornato dopo un divorzio, mentre zio Carlo non se n’è mai andato, legato com’è a quella terra e occupato a prendersi cura dei genitori.

Luca, il mio nipotino di tre anni, catalizza l’attenzione su di sé e aiuta tutti a trovare qualcosa di cui parlare. Teresa e suo marito Giovanni lo coccolano e ci giocano assieme.

Papà è quello che parla meno e guarda con maggior frequenza verso il lato del tavolo in cui sedeva il nonno, anche se la sua sedia è stata tolta.

La nonna non sembra lei ma una controfigura con movenze simili, con la pelle liscia e bianca come quella di una bambola di porcellana.


TREDICI

“Fantasmi”

Venerdì.

Il mattino dopo mi sveglio tardi, faccio colazione veloce e scappo inforcando la bici che fu del nonno. Non prendo la strada che va dritta al paese, decido di fare il giro largo attraverso la campagna.

Dai campi è tutto un canto d’insetti, pedalo adagio tra distese di soia e vecchie cascine, alcune abbandonate e pericolanti, altre rimesse a nuovo con cancelli elettrici e parabole sui tetti.

A un ponticello di pietra che passa su un canale mi fermo a fumare. Osservo l’acqua scura e la sponda sulla quale appaiono le figure trasparenti di un vecchio e di suo nipote.

La sera entrammo insieme nel pollaio, il nonno portava due secchi colmi d’acqua, un terzo più piccolo lo trasportavo io, bagnandomi i piedi a ogni passo.

Una volta versata l’acqua in un punto preciso del terreno, andai a dormire perché la mattina dopo mi sarei alzato molto presto per andare a pescare.

Il mattino alle cinque e mezzo tornammo insieme nel pollaio, nel punto in cui avevamo versato l’acqua, c’era una macchia scura. Il nonno rivoltò il terreno con due colpi di vanga scoprendo zolle che brulicavano di lunghi vermi marroni. Li prendemmo a uno a uno per riporli con un po’ di terra umida in una scatola di latta bucherellata.

Lungo il canale, più tardi, fu attesa e silenzio da uomini, e improvviso entusiasmo ogni volta che il galleggiante aveva un sussulto.

Tornammo prima di pranzo con un bel po’ di pesce. Feci una doccia e dopo pranzo chiamai Livia per sapere se ci saremmo visti nel pomeriggio, non troppo presto però, perché avevo in programma di schiacciare un pisolino.

Mi disse che Filippo non c’era, era via tutto il giorno al mare con i suoi genitori e il cugino.

Io e Livia ci incontrammo verso le quattro e rimasi imbalsamato quando la vidi uscire dal cancello con un vestito bianco che scopriva le spalle e le stringeva i fianchi.

La sponda del canale ritorna vuota, le sagome dei due pescatori svaniscono e tornano l’erba alta e l’aria tagliata dal volo delle libellule.

Pedalando piano ritorno sulla strada che conduce al centro del paese, l’asfalto sembra evaporare e sento la maglietta appiccicata sulla schiena. Arrivo sulla piazza e mi siedo all’ombra, sui gradini della chiesa.

Proprio in quel momento Livia ed io spuntiamo da dietro l’angolo pedalando vicini. Gli spiriti si fermano di fronte a quella che era la macelleria, dove ora c’è un tabaccaio. Lì, avevamo visto Marcello cacciare Socrate dal negozio e scaraventarlo in strada, lì il Tedesco aveva mostrato la sua bocca da squalo e il suo dente d’oro.

Livia si scostò i capelli scuri dal viso, respirava forte e aveva il collo sudato.

Ci guardammo attorno e concludemmo che il paese era deserto, non c’era nessuno in giro tranne noi, faceva troppo caldo e anche al bar di Francesco non si vedeva anima viva.

“Andiamo a bere un’aranciata al bar?” proposi asciugandomi il sudore sulla fronte.

“Sì, ma andiamo a berla al fresco nella tavernetta” rispose Livia attraversando la strada.

Livia prese le lattine dal frigo e io andai al bancone a pagare le bibite. Mentre Francesco mi dava il resto, dalla tendina alle sue spalle spuntò la testa del piccolo Ferdinando.

“Acciuga!” gridò rivolto a me, e sparì in un attimo nel retrobottega.

Livia ed io scendemmo in quello che ufficialmente era il magazzino del bar, una cantina che d’estate era sempre fresca e dove Francesco teneva gli scatoloni di bevande, le casse di vino e anche qualche salame che pendeva dal soffitto. Dopo l’orario di chiusura, la tavernetta ospitava combattute partite di carte che duravano a volte fino al mattino. Al centro della stanza c’era un tavolo col panno verde e aleggiava sempre uno stantio odore di umidità e sigarette.

Livia posò sul tavolo le due aranciate e ridendo strinse la testa fra le spalle.

“Cosa c’è?” chiesi, “senti freddo?” ma sapevo che non era quello.

Fece segno di no e con aria trionfante tirò fuori da sotto la gonna una bottiglia di birra Adelscott doppio malto. L’aveva rubata dal frigo mentre io parlavo con Francesco.

La bevemmo a turno, fredda e amara, ma io di più, per ogni sorso di Livia io ne davo due, pari. Forse fu quel primo assaggio di alcol, il caldo infernale del pomeriggio, oppure la luce che brillava negli occhi di Livia, la ladra, ma all’improvviso cominciò a girarmi la testa.

“È meglio andare…” disse Livia, “vedrai che all’aria aperta ti sentirai meglio.”

Risalii le scale camminando su una nuvola, qualche frequentatore del bar era nel frattempo arrivato, si sentivano delle voci al piano di sopra.

Al bancone c’era il Tedesco che prendeva un caffè chiacchierando con Francesco, completamente eclissato dalla stazza del macellaio. In piedi accanto a un tavolino, Grazia guardava con un bicchiere in mano tre signore attempate giocare a carte.

Il macellaio sembrava arrabbiato.

“Spara solo cazzate, dal mattino alla sera! E te lo ritrovi sempre fra i piedi!”

Il barista gli diede una pacca sulla spalla e gli versò un altro bicchiere di Sangiovese.

“Capirai che fastidio ti dà…” disse Francesco, “parla un po’ a vanvera e dorme sulla panchina al parco… niente di più, dovresti ignorarlo, far finta di non vederlo.”

Livia scivolò veloce fuori dal bar mentre io mi fermai a metà strada. Ero incuriosito dalla conversazione ma al tempo stesso fissavo con un sorriso ebete tra i bottoni della camicetta di Grazia. Uno era slacciato e vedevo chiaramente una parte del capiente reggiseno in pizzo nero. Stavo impalato vicino al frigo dei gelati e quando alzai lo sguardo, vidi che Grazia mi stava osservando, mi sorrise e strizzò l’occhio. Quando cominciò a camminare nella mia direzione, avvertii un nuovo capogiro e il calore salirmi alle gote, credetti di svenire lì, davanti a tutti.

Scompigliandomi i capelli con la mano Grazia disse a tutto il bar:

“Visto che bel taglio ha fatto Uliano a questo giovanotto? Con quei capelli lunghi sembrava un barbone, gli dava l’aria di sporco, ora guarda che bello ordinato col doppio taglio, sembra anche più grande vero?”

Era piegata e avevo le sue enormi tette davanti agli occhi, sentivo il rossore infiammarmi il viso e non sapevo bene cosa fare o cosa dire.

Marcello, col gomito appoggiato al bancone si voltò verso di noi.

“Che fai torinese, ascolti i discorsi del paese oppure guardi le bellezze di paese?”

Tutti risero, e io mi trovai in un tale imbarazzo che per uscire da quella situazione dissi la prima cosa che mi saltò in mente.

“No, no, stavo solo ascoltando” mormorai abbassando lo sguardo, “è che Socrate ora non dorme più sulle panchine, sta al capanno degli attrezzi di mio nonno.”

Mi pentii subito di aver rivelato quel piccolo segreto ma in fondo a chi interessava?

“Ma guarda, adesso è riuscito anche ad avere casa gratis!” sbottò il Tedesco chiudendo con una bestemmia.

Il barista fece spallucce, mentre Grazia si diresse al bancone col braccio teso e in mano il bicchiere vuoto.

“Francesco, mi dai un altro Panache? E tu smettila Marcello… sta al capanno dei Molinari mica nel giardino di casa tua!”

Io approfittai di quel momento per uscire di corsa e raggiungere Livia. Fuori il sole picchiava ancora forte come un martello.

Anche questi fantasmi svaniscono nel nulla, ma in un certo senso provo a seguirli.

Mi alzo dai gradini della chiesa ed entro nel bar. Non c’è nessuno, gli unici spiriti sono quelli in bottiglia sugli scaffali dietro il bancone. È quasi tutto come allora, a parte il nuovo colore alle pareti, arancione, e i numerosi poster appesi con vedute notturne di New York, Roma, Sidney, Tokyo.

La cosa mi fa sorridere e mi chiedo se quella possa essere opera di Francesco.

La porticina del bagno si apre ed esce una ragazza che dopo un attimo di stupore mi accoglie con un sorriso e si posiziona dietro il bancone.

“Ciao, dimmi, cosa posso servirti?” chiede con un marcato accento straniero.

È una donna sui trent’anni, mora e dalla carnagione olivastra, gli occhi esotici, quasi orientali, i capelli scuri lunghi e lisci e tatuaggi su entrambe le braccia.

Ordino uno Spritz e chiedo del vecchio titolare che ora dovrebbe avere circa settant’anni.

“Oh, sei un amico di Francesco?” chiede sorpresa spalancando gli occhi in due laghi neri.

“Una specie di amico, sono un po’ più giovane, da bambino venivo qua in vacanza.”

“Francesco è mio suocero, lui e la moglie si sono trasferiti qualche anno fa a Copparo, per avere tutto più vicino…”

Ragiono un attimo. Francesco, suo suocero… mi viene in mente subito quel moscerino fastidioso che mi chiamava acciuga.

“Quindi sei la moglie di Ferdinando?”

Un’ombra di malinconia le vela gli occhi e le incrina il sorriso.

Si chiama Gabi, è nata a Valencia, ha conosciuto Ferdinando mentre lui era in vacanza in Spagna, qualche anno dopo si sono sposati e lei si è trasferita nel piccolo paese a gestire il bar con il marito, così i genitori avevano potuto ritirarsi in una villetta alle porte di Copparo, dove Francesco si dedicava alla cura dell’orto e di due labrador.

Dopo solamente due anni di matrimonio, Ferdinando aveva avuto un incidente.

Una sera di dicembre dopo aver chiuso tardi, tornando a casa sullo scooter era caduto. Forse una lastra di ghiaccio, o forse un animale che gli ha tagliato la strada… Ferdinando indossava il casco ma aveva urtato la testa malamente contro un paracarro in pietra. Dopo due settimane di coma aveva lasciato Gabi da sola, con la sua tristezza e con un bar da mandare avanti.

Mi viene in mente Maristella nel suo letto d’ospedale, che sta combattendo una battaglia simile a quella da cui Ferdinando era uscito sconfitto.

Richiamo alla memoria lo sguardo forte e sprezzante di Maris che mi aveva colpito di fronte al cinema, ben diverso da quello fragile del figlio di Francesco, quel bambino sempre in cerca di attenzioni. Maris poteva ancora vincere la sua sfida.

Gabi mi versa un bicchiere di Pignoletto frizzante e si mette ad asciugare delle tazzine da caffè.

“Ho deciso di restare perché il posto mi piace, poi la gente è simpatica, mi ha come adottata e non mi sento sola.”

La gente sarà anche simpatica ma non riesco a capire come possa resistere in questo piccolo paese.

“Tanto in Spagna ho solo più una sorella e non ci vado neanche d’accordo” continua Gabi, “la mia casa ormai è qui, torno a Valencia una volta l’anno, per il mare e la paella, per il resto, ho scelto di rimanere qui, come si dice, in esilio.”

Le racconto di una vacanza a vent’anni nella sua città, presi una sbronza colossale con l’Agua de Valencia, un cocktail a base di champagne, succo d’arancia, vodka e gin. Mi svegliai la mattina in spiaggia con la faccia bruciata dal sole, vestito e sudato, circondato da asciugamani e gente in costume che mi guardava storto.

Gabi ride della mia storia e noto qualcosa scintillarle in bocca, penso istintivamente a un dente d’oro, ma poi osservo meglio, ha un piercing sulla lingua.

“Allora Matteo, cosa ti spinge ad Ambrogio? Non hai trovato una stanza libera a Las Vegas?”

Le narro brevemente delle mie estati in campagna e del motivo del mio ritorno, un funerale.

Sembra davvero dispiaciuta come dice, mi rabbocca il bicchiere di bianco e ne versa uno per sé. Brindiamo a mio nonno, poi mi fa una richiesta che mi coglie del tutto impreparato.

“So che è un poco strano, fuori luogo, ma vorrei invitarti a cena da me domani sera…”

La gola mi si secca all’istante e agguanto il bicchiere di vino.

“Se te la senti eh? Capisco se vuoi stare con la tua famiglia, poi hai anche il funerale…”

“Posso portare mia moglie?” chiedo a Gabi che si blocca un attimo con lo strofinaccio in mano.

“Non fare il furbo, ho visto che non hai nessun anello!”

Le dico che accetto con piacere l’invito ma non garantisco di essere una compagnia spumeggiante.

“Non passano molti forestieri di qui, mi fa piacere fare quattro chiacchiere diverse dal solito.”

Esco dal bar su di giri e con l’indirizzo di Gabi in tasca, torno verso casa pedalando con calma, giro al bar Del Ponte e percorro il rettilineo che passa prima davanti alla casa di Uliano e Grazia e poi a quella di Livia. La casa del barbiere ha le finestre sbarrate con assi di legno, mentre quella di Livia è uguale a come la ricordo, solo il colore di porte e finestre è stato cambiato dai nuovi proprietari.

Guardo l’ex stalla di Uliano e Grazia, c’è un buco sul tetto e le piante selvatiche coprono le pareti fino a metà. Sono costretto a fermarmi sul bordo del canale, perché il ronzio di migliaia di piccole ali si alza dalle sponde e i fantasmi appaiono ancora una volta.

Sulla via del ritorno si alzò un vento forte. Livia ed io, con la schiena piegata e il mento vicino al manubrio, facevamo fatica a procedere. Quantomeno, l’aria in faccia mi fece riprendere dall’ebbrezza da birra e dall’imbarazzo provato di fronte a Grazia.

Arrivammo di fronte a casa di Livia, la salutai e la ringraziai per la birra rubata. Lei rise portando l’indice dritto sulla punta del naso, un segreto fra noi due.

Girai le ruote e mi stavo allontanando quando mi sentii chiamare. Livia mi corse incontro, mi buttò le braccia al collo e mi baciò sulla bocca.

“Quando sarò una psicologa e avrò il mio studio, tu sarai il mio primo cliente, ti ipnotizzerò e sarai costretto a dirmi tutto ciò che pensi!” poi corse svelta in casa senza voltarsi.

Quando arrivai al cortile della casa dei nonni, ero senza fiato. Avevo il cuore gonfio e una cascata di sensazioni che non riuscivo a controllare o interpretare. Continuavo a passarmi la lingua sulle labbra cercando una traccia, una cellula che potesse farmi assaporare nuovamente il gusto dolce della bocca di Livia.

Rientrato dal mio giro tra le strade infestate dagli spiriti, mi metto a tavola per pranzo e mangio con insolito appetito.

Nel pomeriggio riposo sdraiato sul letto in mutande. Decido di sentire Guido. Mi dice che in mattinata è andato all’ospedale a trovare Maristella.

“Ma non ti avevo chiesto di tenermi aggiornato?”

“Si ma in caso di novità, e non ce ne sono” ribatte Guido sicuro.

“Come sta?”

“È stabile, i medici dicono che è forte e sono abbastanza ottimisti. I genitori hanno anche insistito perché entrassi nella stanza e la vedessi, è scossa dai tremori, attaccata a tutti quei tubi…”

“Hai parlato con i genitori? E questa non è una novità?” e intanto mi domando come Guido riesca sempre a passare tutte le barriere.

“Brava gente,” continua Guido senza scomporsi, “sono attaccati mani e piedi alla speranza, ma sono piegati dal dolore, è come se avessero un macigno sulla schiena.”

Restiamo in silenzio per un attimo, poi Guido riprende, cambia improvvisamente soggetto e tono di voce.

“E tu Teo, come stai?”

“Eh, insomma, ho tante cose che mi frullano per la testa…”

“Sai che tornando dall’ospedale, ho pranzato al bar davanti al commissariato, stavo sfogliando un libro sulle discipline terapeutiche orientali che ho preso ieri in biblioteca, e quando sono andato a pagare l’ho appoggiato un momento sul bancone… quando mi giro per riprenderlo, il libro non c’è più e mi trovo davanti la signora Nadia, che poi Matteo, è signora o signorina?”

“Signorina Guido, una allegra tra l’altro…” ma lui prosegue imperterrito.

“Insomma è lì col libro in mano che lo guarda, così abbiamo preso un caffè insieme al bancone e parlato un po’, tu sapevi che è appassionata di discipline orientali?”

“Sì, anche delle discipline so…” mormoro passandomi una mano sulla faccia.

“È una donna davvero interessante, un fascino d’altri tempi, e sa anche fare i massaggi, lo shiatsu e l’altro, aspetta come si chiama… ayurvedico!”

Quasi non lo ascolto più nel suo monologo su Nadia, quando una frase mi fa drizzare le antenne.

“Abbiamo anche parlato un po’ di te… mi ha detto che vi siete visti l’altra sera.”

Penso al corpo nudo di Nadia, la camera, il cesto con le pietre laviche.

“Per quei dolori che ho alla schiena” ribatto, “di tanto in tanto ho bisogno di qualcuno che mi sistemi, Nadia mi tratta con le pietre calde, un toccasana!”

“Comunque Nadia è davvero una bella donna, e intelligente” sospira Guido, “chissà come fa una donna così a non essere sposata!”

La mia pazienza si esaurisce e non riesco più a trattenermi, sbotto.

“Eccheccazzo Guido che ne so del perché non è sposata! Starà aspettando il principe azzurro, che effettivamente è in ritardo! Ti ho chiamato per sapere se ci sono novità sull’incidente e tu mi fai parlare di pietre calde e shiatsu!”

Guido fa la voce offesa, mi sembra di vederlo con la schiena dritta e le labbra strette.

“Non c’è niente di nuovo Matteo… cosa vuoi che sia cambiato? C’è solo quella cosa della vernice.”

Mi alzo in piedi e cammino nervoso in mutande per la stanza, cerco di mantenere un tono calmo.

“Quale cosa Guido? Non mi hai detto nulla… quale vernice?”

“Possibile che me ne sia dimenticato? Mi sembra strano! In ogni caso… la vernice trovata sulla bici, quando è stata portata al commissariato, ho visto che sul tubo verticale c’era questo residuo blu, ne ho grattato un po’ in una busta e mi sono preso la libertà di portarlo ad un amico della scientifica, niente di ufficiale, giusto un favore.”

“È uscito qualcosa?”

“È normale vernice metallizzata per veicoli.”

Se lo avessi davanti, lo strozzerei.

“Senti Guido, adesso…” mi interrompe.

“No aspetta Teo! La novità è che quella Vespa è stata riverniciata molto di recente. La vernice blu nell’impatto si è attaccata subito perché non era completamente asciutta, ho chiesto a Ferrero e Capriati di controllare le officine in zona e vedere se qualcuno ha riverniciato una Vespa di blu nell’ultima settimana, ma sarebbe un bel colpo di fortuna se uscisse qualcosa.”


QUATTORDICI

“Una bara e una busta”

Sabato.

È il giorno del funerale. Appena sveglio trovo sul telefonino una chiamata non risposta. È Sarah e ha lasciato un messaggio in segreteria.

“Ciao Matteo! In passato mi sono arrivati i messaggi più strani dopo una notte passata fuori, ma i conati di vomito mi mancavano, hai battuto tutti!” ride forte per qualche secondo e prosegue, “non ti preoccupare di me adesso, stai con la tua famiglia e saluta tuo nonno, meglio che puoi. Quando torni, fammi uno squillo, ti abbraccio.”

Lo ascolto altre due volte perché mi piacciono il tono della voce, discreta e presente, e il suono della risata.

Non ti preoccupare per me, è esattamente quello che vorrei sentirmi dire da tutti.

Non preoccuparmi di nessuno e stare per conto mio.

Faccio colazione nella cucina silenziosa, in sottofondo sento papà che sbraita, non trova la cravatta e accusa mamma che ha fatto la valigia. Teresa si trucca allo specchio in corridoio, il piccolo Luca è fuori col papà alle gabbie dei conigli, zio Carlo è in bagno, zio Walter ad aprire le portiere delle auto per rinfrescare un po’, la nonna siede silenziosa sul divano.

Io sono davanti allo specchio in camera, dentro un abito scuro e triste, lucido gli occhiali da sole e raggiungo il resto della famiglia che mi aspetta vicino a due auto con le portiere aperte.

Il piccolo cimitero ha le mura tutte bianche da cui spuntano i profili tondi di alcune cappelle di famiglia. Intorno sono tutti campi di grano, poi la campagna prosegue piatta fino all’orizzonte. Ci sono stato decine di volte in questo cimitero, ma mai prima d’ora per un funerale. Ci venivo con Livia e Filippo e giocavamo a trovare sulle lapidi i nomi più strani. Circe, Zobeide, Mafalda, Uler, Toledo, Ermes.

Teresa è vicina alla nonna e le tiene la mano, sembra abbia fra le dita il filo di un palloncino tanto la nonna sembra leggera e assente. Gli zii guardano in basso, hanno le facce tirate in uno sforzo di compostezza, tanto fragile che una folata di vento potrebbe farli scoppiare in lacrime. Io sono vicino alla mamma che tiene una mano sulla spalla di mio padre. Anche lui ha alzato le barriere protettive, resta immobile per non sgretolarsi e cadere a pezzi.

Intorno alla bara ci sono decine di facce familiari che scorro nascosto dietro gli occhiali da sole. Ci sono anche Filippo e Livia, si tengono per mano.

Filippo si asciuga di frequente gli occhi con un fazzoletto, a Livia tremano le labbra e forse dietro gli occhiali scuri mi sta osservando.

Dall’estate dei nostri tredici anni, Livia l’ho vista solamente un’altra volta, parecchi anni fa, a Torino. I suoi genitori trovarono l’appartamento dei loro sogni a Ferrara e decisero di non aspettare che Livia andasse all’università, si trasferirono durante l’inverno. Livia fece appena in tempo a cominciare il liceo classico a Copparo che dopo pochi mesi dovette salutare tutti e cambiare città e scuola.

Io, compiuti quattordici anni, ad agosto andai con alcuni compagni di classe al mare in Puglia.

“Per un anno faccio una vacanza diversa” pensai.

L’anno successivo ci fu la Spagna, poi la Grecia, l’Interrail attraverso l’Europa, il Marocco… e dai nonni ci andai sempre meno, giusto due giorni a Pasqua per fare un saluto. Tutto davanti a me era talmente nuovo, addirittura esotico, che non mi venne mai in mente di guardarmi indietro, ero immortale.

Di Livia e Filippo, non ebbi più notizie se non quelle poche che raccoglievo nelle mie sporadiche visite ad Ambrogio, quasi fossero ritagli di giornale. Il diploma a pieni voti di Livia, l’iscrizione alla facoltà di medicina, l’appartamento pagato dai genitori, la laurea, il lavoro al Pronto Soccorso, il fidanzamento ufficiale con Filippo. Anche lui si era trasferito a Ferrara appena finite le scuole superiori, più per seguire Livia che per frequentare istituti migliori. Si iscrisse ad architettura e affittò un buco di dodici metri quadri con un letto e una scrivania, di giorno studiava e la sera lavorava come cameriere in pizzeria. Non passò molto tempo prima che traslocasse con due scatoloni e un trolley a casa di Livia.

Per parecchi anni, la distanza tra noi fu un pretesto debole eppure sufficiente per non sentirci più, tutt’a un tratto aveva smesso di essere una necessità.

Un giorno infine, mi arrivò la notizia che si erano sposati. Me la diede Livia stessa, in una lunga email con tanto di foto di lei e Filippo, raggianti, che si riparavano da una pioggia di riso.

Ma quell’unica volta che rividi Livia, prima di adesso, così elegante in nero e con le mani appoggiate sulle spalle del figlio, fu molto prima che si sposasse.

Quindici anni fa, vestivo già la divisa, una sera rincasando trovai una busta nella buca delle lettere, riconobbi subito la calligrafia isterica con cui erano scritti il mio nome e l’indirizzo, era una lettera di Livia. Mi aggiornava sulle ultime novità e diceva che a breve sarebbe venuta a Torino per un seminario, mi lasciava il suo numero di cellulare e sperava tanto di incontrarmi.

Accadde un venerdì d’inizio maggio, io stavo per compiere venticinque anni, pranzammo insieme qualche ora prima del suo treno per Ferrara. Ero seduto al sole al tavolino di un bar in piazza Castello, Livia era già in ritardo di venti minuti e io mi guardavo intorno finché, tra la massa di facce anonime, vidi emergere una ragazza che attraversava la piazza correndo scalza, teneva tra le dita di una mano un paio di scarpe coi tacchi e sfrecciava fra la gente che si girava a guardarla, era ancora selvatica come la ricordavo. Si fermò a pochi metri da me, sudata e spettinata, schiaffeggiò le piante dei piedi per ripulirli un po’ e salì sui tacchi. La trovai bellissima.

“Un vecchio professore non mi lasciava più andar via!” si scusò col fiatone prima di abbracciarmi.

“Allora spero di avere più fortuna di lui” risposi.

Livia guardò l’orologio al polso, “Ho un paio d’ore, dici che mi annoierai prima?”

Pranzammo senza smettere di parlare un attimo, ogni discorso si gonfiava e cambiava forma come nuvole al vento, seppi anche che Filippo era diventato un architetto.

“Restaura vecchie cascine per i sogni bucolici di cittadini benestanti…” scherzò Livia, fissandomi col suo sguardo da bambina capricciosa.

Non parlammo di quello che successe la nostra ultima estate insieme, non me la sentii di chiederle nulla, ma in me speravo che fosse lei a toccare l’argomento. Non era possibile che, incontrandoci, non avesse pensato alla notte della Fiera. D’altra parte, se lei evitava di parlarne, perché avrei dovuto essere io ad affondare il dito nella ferita?

Livia non volle essere accompagnata in stazione.

“Non vorrai mica cadere nel cliché dell’abbraccio sui binari… è una piccola passeggiata, ci vado da sola e preferisco salutarti qui.”

Mi posò una mano sulla guancia e appoggiò le sue labbra alle mie in un tocco appena percettibile, senza premere, ma senza staccarsi per qualche secondo.

La gustai, come un lungo sorso di caffè che scivola in bocca tra le labbra socchiuse, un aroma talmente intenso che quando Livia si allontanò, ebbi l’impressione che fosse svanita nel nulla, sparita. Invece quando aprii gli occhi era lì davanti a me, frugava con la mano nella borsa che teneva in spalla, estrasse una busta chiusa e me la porse.

La guardai perplesso.

“Hai mai saputo com’è finita?”

Per un attimo mi chiesi se c’era la possibilità che stesse parlando d’altro.

“No, non ho mai saputo niente” risposi.

Mi prese la mano e appoggiò la busta sul palmo, sul retro c’era il vecchio indirizzo dei miei genitori, sul davanti c’era scritto solo: Per Matteo, Livia.

“Non ero sicura che lo fossi venuto a sapere, anzi pensavo di sì dopo tutto questo tempo. È una lettera che ti ho scritto pochi mesi dopo quell’estate, il giorno di Capodanno, quando stavo già a Ferrara con i miei. Ma non te l’ho mai spedita, avrei dovuto aggiungere anche la parte riguardante me e Filippo, non me la sono sentita” disse lasciandomi la mano, “e così, se non sbaglio il tuo compleanno è tra pochi giorni… ti regalo la fine della storia.”

Quando si voltò, nel giro di pochi metri era una donna tra le tante che camminava di spalle sotto i portici di via Roma. Anche ora, così dritta accanto a Filippo e a loro figlio, fatico a riconoscere la ragazzina ribelle di allora. Alla fine aveva seguito i suoi genitori a Ferrara, aveva fatto le scuole che loro le avevano consigliato, era diventata un medico e aveva proseguito lungo i binari come un treno, senza la possibilità di scartare di lato. Si era fatta prendere anche lei, e intrappolare.

“Amen!” dice la voce dell’anziano prete.

“Amen!” ripetono in coro tutte le persone intorno a me.

La bara con il corpo del nonno è sollevata e infilata nel loculo, facile come chiudere un cassetto. Mi domando se un giorno altri bambini, come eravamo noi allora, scopriranno incuriositi e divertiti la sua lapide. Ora c’è un nome strano in più sul muro, quello del nonno, Adelbergo Molinari.


QUINDICI

“Havaianas”

Sabato.

Il buco nel muro è stato sigillato.

Mi sento solo come mai in vita mia, come un albero cui hanno reciso le radici. Sono sospeso in aria, indifferente, equidistante da tutto ciò che ho attorno. Guardo accanto a me e neanche riconosco i volti della mia famiglia, degli amici, i miei genitori sembrano degli estranei mai visti prima, con i quali non ho niente in comune, neanche la somiglianza fisica. Sono un orfano.

Qualcosa si stacca dentro di me, va in frantumi e percepisco il cambiamento, lo sento nel momento esatto in cui questo avviene. Un istante preciso, il passaggio della linea di confine. Tutto accelera, s’incendiano i razzi e passo attraverso mille puntini luminosi che mi sfrecciano a fianco; atterro pochi secondi dopo, nello stesso punto da cui sono partito, davanti alla lapide del nonno, ma la strada alle mie spalle sembra molta di più. Sono in piedi incerto sulle gambe, coperto di frammenti aguzzi, mentre sagome vestite di scuro mi camminano incontro, intercettano prima papà e la nonna, risuona l’eco continuo delle condoglianze, e io ricordo improvvisamente ciò che disse Socrate la prima volta che lo incontrai. Ho appena smesso di essere immortale.

Finita la cerimonia, non appena rimetto piede in casa, corro a lavarmi i denti, non posso aspettare, ho piantato nelle narici l’odore di fiori e terra umida che mi da il voltastomaco. Tre minuti e va già molto meglio.

Mi congedo da tutti e salgo a sfilarmi il vestito da morto. In mutande sdraiato sul letto, seleziono dalla rubrica del cellulare il numero di Guido.

Mi risponde con voce affannata.

“Pronto?”

“Come pronto Guido! Non leggi il nome? Sono Matteo, sei a casa?”

“Sì, scusa, sono a casa… come stai?” in sottofondo sento una porta che cigola e si chiude.

“Sto come dopo un funerale” rispondo tagliente, “ma lasciamo perdere… Tu piuttosto? Hai qualche notizia fresca?”

Improvvisamente Guido, da distratto che sembrava, si accende.

“È sveglia Matteo! È uscita dal coma! È debole e ci vorrà qualche giorno prima di poterle fare qualche domanda, ma intanto è fuori pericolo, questo è l’importante.”

Mi sento incredibilmente felice, un’escursione di sentimenti inaspettata che mi fa girare la testa, tant’è che sorvolo sul fatto che Guido ha di nuovo aspettato la mia telefonata per informarmi. Penso alla strana coincidenza, il nonno chiuso dietro una lapide e Maris che riemerge dal buio del coma.

Guido è stato avvisato dai genitori della ragazza in tarda mattinata ed è corso subito all’ospedale.

“Anche quando potrà parlare” commento amaro, “dubito abbia visto più della sua amica Elena, ma sono anch’io felice che sia fuori pericolo.”

“È ancora attaccata alle flebo e i medici non sanno dire se ci saranno danni permanenti, è molto probabile, ma se la caverà.”

Guido racconta entusiasta di come tutto il personale medico fosse rimasto sorpreso dalla forza di Maris. Aveva la tempra del guerriero la ragazza, entrata in quel tunnel nero e appiccicoso, aveva morso e graffiato fino ad uscirne. E il periodo che cominciava ora non poteva certo dirsi più facile di quello che aveva appena superato.

“Sai Matteo, i genitori mi hanno riconosciuto ed erano così contenti che mi hanno fatto entrare nella camera con loro! Ha un occhio chiuso e non ci vede bene, il si affatica subito e non può neanche ricevere troppe visite perché ogni piccola cosa rappresenta una sollecitazione enorme per il suo cervello… però mentre ero lì, pensa, ha perfino parlato!”

“Ha parlato? E cosa ha detto? Un nome, qualcosa?”

“Nooo, Matteo, ma che nome e nome, ha voluto sapere della sua amica, Elena, poi è arrivato il chirurgo che l’ha operata, e lei gli ha chiesto tutta seria cosa deve fare per alzarsi da quel letto il prima possibile. Hai capito che carattere la ragazza?”

Maris sembra già pronta per la prossima battaglia. Sorrido, chiudo gli occhi e rivedo il suo sguardo ostinato sotto la pioggia, prima del bacio a Elena.

Mentre saluto Guido sento in sottofondo altri rumori, lo sciacquone del bagno e poi ancora la porta che cigola e sbatte. Un istante prima che la comunicazione si interrompa sento in lontananza una voce femminile.

“Gliel’hai detto?” click.

Le occhiate di disapprovazione di mio padre, quando comunico che vado a cena fuori proprio il giorno del funerale del nonno, mi rimbalzano addosso come palline da ping-pong. Non mi sento neanche di dare una spiegazione precisa, resto sul vago, la giornata è stata intensa, pesante, e ho bisogno di restare solo.

Dopo una doccia mi cospargo di unguenti profumati rubati dall’armadietto di zio Walter, mentre da zio Carlo prendo in prestito la macchina. Quando saluto tutti ed esco lasciando una scia di profumo, mio padre tira su due volte col naso e commenta sarcastico.

“Senti qui… vuole restare da solo, lui!”

Faccio una sosta in piazza al bar di Gabi. Al bancone la sostituisce un ragazzo sui vent’anni che non fatica a gestire la manciata di clienti del sabato sera. Compro una bottiglia del Pignoletto frizzante che Gabi mi ha servito ieri e poi mi dirigo fuori dal paese. Non ho bisogno di consultare l’indirizzo, dopo un breve tratto riconosco la villetta, quella in cui viveva Francesco.

Prima di suonare il campanello, annuso l’odore dell’aria e mi godo il gusto agrodolce di qualcosa che sta succedendo ora ma che ha la scenografia di un ricordo.

Suono e aspetto sulla porta osservando lo zerbino che mi da il benvenuto, lo guardo solo perché quando Gabi apre la porta, posso partire dal basso e radiografare i suoi piedi nelle infradito Havaianas, il pareo giallo, verde e rosso che dalle caviglie sale fino a fasciarle i fianchi, la maglietta bianca, i piccoli seni, il sorriso gioioso e accogliente.

“Buonasera!” dice spostandosi di lato e invitandomi a entrare. Le mostro la bottiglia.

“Tieni, ho portato quest’ottimo vino che vendono nel bar di una mia amica!”

Andiamo sul retro della casa, dove c’è un piccolo giardino in cui è sistemata una piscina gonfiabile con circa mezzo metro d’acqua.

Ceniamo all’aperto con una pasta ai frutti di mare, la mia bottiglia di Pignoletto va via in un attimo e attingiamo a un bianco dei colli bolognesi. Fumiamo parecchie sigarette e parliamo molto, con la sfacciataggine e la sincerità di due perfetti sconosciuti.

“Tornare qui è per me un vero e proprio viaggio nel tempo” confesso asciugando il fondo di un altro bicchiere. Gabi annuisce.

“Per me è la stessa cosa, ogni volta che torno a El Grau, un posto sul mare a nord di Valencia, dove andavo da bambina a passare l’estate con i miei genitori e mia sorella.”

Dopo cena, mentre rassetta il tavolo, Gabi mi chiede di accendere un po’ di candele da piazzare attorno alla piscinetta, poi mi porge una bottiglia di Passito Albana di Romagna e un cavatappi.

“Hai mai pensato di tornare in Spagna, o di andare almeno via da questo paese, in un altro posto?” chiedo riempiendo i bicchieri fino all’orlo.

“Non so, qualche volta lo sogno di andare, ma poi penso che un posto vale l’altro e la gente qui mi vuole bene, mi coccola, ho in un certo senso trovato la mia dimensione e poi…” si incupisce un istante ma si riprende subito, “poi mandare avanti il bar, anche se non è facile, mi fa sentire vicina a Ferdinando, come se facessi qualcosa per lui.”

“Capisco…” le dico, ma non è vero.

“E poi Matteo, anche se volessi andar via, non credere ci sia la coda per rilevare il bar di un piccolo paese come questo.”

Accendo le candele e la osservo attraverso la porta del giardino mentre infila i piatti nella lavastoviglie.

Quando torna, la sto aspettando con in mano i due bicchieri di Passito.

“A cosa brindiamo?” chiedo alzando il calice davanti agli occhi.

“Ai viaggi nel tempo!” risponde facendo tintinnare i bicchieri.

Dopo aver bevuto in silenzio qualche sorso di quel vino liquoroso e freddo, Gabi posa il bicchiere sul tavolo, apre il pareo e lo lascia cadere, si sfila la canotta e rimane in bikini e Havaianas. Noto il tatuaggio sull’inguine, tre farfalle in fila che spuntano dal bordo del costume e sembrano volar fuori dallo slip.

“Io non ho il costume” dico allargando le braccia.

“Cos’è, non porti le mutande?” risponde Gabi sfacciata, e con l’indice della mano mi invita a seguirla.

Entro in acqua con i boxer troppo stretti e la mia abbagliante carnagione che riflette il chiaro di luna, Gabi si siede tra le mie gambe, con la schiena poggiata al mio petto.

“Sai fare i massaggi alla schiena Matteo?”

Rispondo cominciando a frizionare energico la base della nuca finché Gabi non comincia a rilassarsi e sospirare. Passo quindi alle spalle e mentre massaggio a due mani mi chino e afferro tra i denti il nodo del costume sul collo, tiro e lo sciolgo. Il reggiseno blu galleggia sull’acqua, passo le mani sui suoi fianchi e salgo fino a sentire sulla punta delle dita lo spessore dei seni, poco oltre i piccoli capezzoli turgidi. Quando le infilo le dita sotto gli slip, Gabi comincia ad ansimare, riversa la testa sulla mia spalla e l’odore eccitante dei suoi capelli mi infiamma. Si volta verso di me e ci baciamo, siamo come due anguille che si dimenano in un secchio.

Si stacca da me divertita e con le mani sott’acqua e non poca fatica mi sfila i boxer, lancia i suoi slip in aria e si mette cavalcioni su di me. La sua mano mi guida dentro di lei e il suo corpo comincia a muoversi avanti e indietro. Le afferro con entrambe le mani il culo e la tiro a me ogni volta che si allontana.

Un po’ osservo i suoi occhi d’inchiostro, un po’ le sue labbra umide che si schiudono mostrando il luccichio del piercing, un po’ abbasso lo sguardo sui seni delicati. I suoi capezzoli mi battono sul petto e mi trafiggono il cuore da parte a parte.


SEDICI

“La Fiera”

Sabato 17 agosto 1985.

La mattina presto, in anticipo sull’alba, dagli angoli più remoti della campagna i galli si erano scatenati in un canto rauco e strozzato. Anche il nostro dal pollaio oltre il cortile aveva svegliato tutti strillando a squarciagola. Secondo il nonno era segno inequivocabile dell’arrivo di aria secca e quindi di bel tempo.

Papà confermò dopo aver consultato le previsioni, c’erano le condizioni ideali per una Festa del paese memorabile, sotto un cielo limpido e stellato nel quale sarebbero esplosi a mezzanotte i fuochi artificiali.

Pensai tutto il giorno a cosa indossare la sera e optai infine per un normale paio di jeans abbinati alla mia maglietta preferita, una t-shirt bianca sulla quale la faccia di Mickey Mouse gocciolava come fosse stata appena disegnata con della vernice nera. Sotto le grandi orecchie tonde, il volto del topo trasfigurava nell’immagine macabra di un teschio sotto il quale colava la scritta rossa: The Cult. Era un gruppo che non ascoltavo, ma la maglietta era bellissima.

In piazza, dove per la festa era stato allestito un palco e sistemate le sedie per il pubblico, sarebbe andata in scena una commedia dialettale. Subito dopo lo spettacolo c’era il Bingo con un lauto montepremi di prosciutti, forme di parmigiano e piccoli elettrodomestici.

Teresa disse che voleva vedere il teatro e io ne fui contento, così non dovetti portarla con me, evitando le mille raccomandazioni della mamma sul fratello maggiore responsabile della sorellina.

Prima di uscire, restai a lungo davanti allo specchio, lui rifletteva me ed io riflettevo su quella figura tutta ossa, senza le spalle da uomo di Filippo, senza ombra di barba e con quel ciuffo che continuava a cadere a banana proprio al centro della fronte.

Quando il sole cominciò a ritirare i suoi raggi uno a uno, saltai sulla bici e andai verso casa di Livia. La chiamai forte dal cortile e lei si affacciò alla finestra.

“Sono un po’ in ritardo Matteo” disse inclinando la testa da un lato “vuoi aspettarmi dentro? Mia mamma può darti un bicchiere di limonata intanto…”

Risposi che preferivo aspettarla lì fuori, e passai quei pochi minuti in compagnia del tarlo che mi rodeva dentro da qualche giorno, da quando Livia mi aveva baciato sulle labbra proprio davanti a quel cancello. Da allora, una strana inquietudine mi era nata dentro, una palla di piombo fuso che si muoveva nello stomaco. Mancavano due settimane al mio ritorno a Torino e non sopportavo l’idea di non vedere più il viso luminoso di Livia fino all’estate successiva, anche se allora non sapevo che non ci saremmo più incontrati per molti anni.

Da parecchie sere la più bella della classe era uscita di scena e prima di addormentarmi pensavo sempre a Livia. Nei miei viaggi fantastici la salvavo quando cadeva nell’acqua del canale percorrendo in bici la Provinciale, stendevo dei bulletti che la molestavano sulle panchine del parco giochi, mettevo al tappeto Marcello che l’aveva rapita e legata al tavolo di marmo nel retrobottega, per tagliarla a pezzi con una lunga mannaia. La salvavo ogni volta, e ogni volta Livia mi baciava.

“Ma cosa fai sogni?”

Aprii gli occhi e la vidi davanti a me, con un vestito nero che le arrivava sopra le ginocchia, aveva ai piedi un paio di ballerine rosse e un nastro dello stesso colore a fermare i capelli in una coda di cavallo. Rossa era anche la piccola borsetta di cuoio che portava a tracolla e il cinturino che passava sul petto evidenziava il suo seno in fiore.

Promisi a me stesso che alla fine della festa, quando Livia ed io una volta salutato Filippo ci saremmo diretti verso casa, l’avrei stretta fra le mie braccia e baciata, proprio come nei miei sogni.

“Niente bici?” chiesi a Livia che mi venne incontro e con mio disappunto mi baciò sulla guancia.

“Ieri ho bucato, mio papà non ha avuto tempo di aggiustare la ruota… tanto andiamo in piazza mica facciamo il Giro d’Italia, posso salire dietro con te no?”

“Certo che puoi…” risposi, “e quella cosa che spunta dalla borsetta cos’è?”

“Una torcia elettrica” fece Livia “che quando torniamo è buio pesto, la lucina della bici non illumina niente!”

Livia salì dietro, in piedi sul portapacchi della Graziella, con le ginocchia appoggiate alla mia schiena e le mani salde sulle mie spalle. Nell’aria secca e cristallina ci dirigemmo verso il centro del paese, il cielo era pieno di striature rosse e viola e il sole basso sembrava incendiare le balle di fieno nei campi.

Il chiasso della piazza si sentiva già da lontano, così come il profumo di zucchero a velo, croccanti alla nocciola e panini con la salamella. Il profilo della chiesa era illuminato come a Natale e attorno alla piazza, chioschi e bancarelle di ogni tipo vendevano gelati, torroni, liquirizie e caramelle di zucchero a forma di fischietto che fischiavano per davvero.

Vedemmo Filippo seduto sul sellino della sua bici di fronte al bar, il piede appoggiato a una fioriera. Con un mezzo sorriso osservava la gente passare e con un cenno della testa o alzando un braccio salutava questo o quell’altro.

Livia saltò giù, io presi la bici a mano e zigzagando nella ressa di gente raggiungemmo Filippo.

“Finalmente! Dove vi eravate cacciati? Per un attimo ho pensato voleste restare soli!”

“Colpa mia!” si giustificò Livia “ci ho messo più del previsto a prepararmi.”

In quel momento Socrate uscì dal bar con il bastone nella mano destra e un bicchiere di vino pieno fino all’orlo nella sinistra. A giudicare dalle gote e dal vino che a ogni passo cadeva sull’asfalto, non era il primo bicchiere della serata e sicuramente non sarebbe stato neanche l’ultimo.

Sfoggiava un abbigliamento singolare. Degli spessi pantaloni di velluto a coste e una maglietta verde militare, e sulla maglietta un gilè rifrangente, di quelli per il soccorso stradale, con su attaccata una strana scatolina di plastica nera.

Livia lo chiamò, il vecchio si bloccò all’istante, girò la testa nella nostra direzione, trangugiò un sorso di rosso e si avvicinò a noi.

“Livia bella! Come stai?” chiese Socrate schioccando la lingua sul palato.

“Bene! Ci sono anche Filippo e Matteo!”

“Ah ma viaggi sempre con due cavalieri… brava, brava, un uomo da solo non riesce mai a tener testa a una donna di carattere, e certe volte neanche due sono abbastanza.”

Filippo gli chiese cosa fosse quella strana imbragatura che indossava sopra la maglietta.

“Questa?” domandò Socrate battendosi la mano sul torace “questa è una mia invenzione, per camminare di notte…” fece una pausa rimanendo a bocca aperta, non era chiaro se avesse finito o no.

“S’è incantato?” sussurrò Filippo.

“…e non farmi investire da qualche auto” concluse il vecchio ritornando in sé.

Pigiò un pulsante e dalla scatolina sul petto prese a lampeggiare una luce abbastanza intensa, poi si voltò per mostrarci orgoglioso che ce n’era un’altra anche sulla schiena.

“Si è acceso l’albero di Natale” gridò qualcuno poco lontano.

Era la voce del Tedesco, che seduto a un tavolino con tre amici se la rideva indicando il vecchio.

“Lascialo in pace…” intervenne Francesco che posò sul tavolo un litro di rosso sfuso e ritirò l’ennesima caraffa vuota.

Ero certo che Socrate avesse sentito tutto ma come spesso faceva, ignorò il macellaio e i suoi compari senza neanche voltarsi.

“Ora scusatemi ragazzi” disse subito dopo “ma tra non molto comincia lo spettacolo e voglio un posto in prima fila, già che non ci vedo, voglio almeno sentire bene” e facendosi strada col suo bastone passò tra la gente diretto verso il palco.

Lasciammo le bici appoggiate al muro, accanto all’entrata del bar, e ci infilammo tra le bancarelle. Comprammo dolci, caramelle spugnose a strisce rosa e bianche, liquirizie ripiene al gusto di fragola, gommose a forma di bottiglietta di coca cola e torroncini con i pistacchi o ricoperti di cioccolato.

“Andiamo alle giostre!” propose Livia con la bocca piena.

Nel cortile alle spalle delle scuole elementari c’era un piccolo luna park, bambini giravano in tondo seduti su cavalli, carrozze, navi spaziali e macchine da corsa. I ragazzi più grandi si spingevano in alto sui seggiolini rotanti del calcinculo per assicurarsi una coda di volpe e un giro gratis. C’era anche l’albero della cuccagna, un lungo tronco scivoloso, cosparso di grasso, al cui apice era inchiodata una ruota di carro da cui pendevano interi prosciutti di Parma, salami e una mortadella di un metro.

Facemmo il biglietto e ci infilammo nel labirinto degli specchi che a pensarci ora era una metafora perfetta, vedevo me stesso riflesso e moltiplicato e non sapevo che direzione prendere; e vedevo Livia, che sembrava vicina e facile da raggiungere ma all’ultimo sbattevo il naso contro un vetro.

Girammo in lungo e in largo, infilando a turno la mano nel sacchetto delle caramelle, sentimmo urla di ammirazione arrivare dalla baracca dove con i fucili ad aria compressa si tirava a barattoli di latta. Non c’era da stupirsi, visto che il tiratore era Zanza. Lo chiamavamo così perché aveva una mira talmente precisa che fin da piccolo uccideva le zanzare a colpi di fionda, ma non quelle che si posavano sui muri, quelle in volo! Una pietra, un tiro di elastico e zac! Non si sentiva più nessun ronzio, al massimo il rumore di un vetro in frantumi.

Il campanile della chiesa batté le undici e Livia propose di levarci per un po’ dalla confusione, andare al canale e tornare prima di mezzanotte, quando sarebbero cominciati i fuochi artificiali.

Recuperammo le bici e uscimmo dal paese.

Aspettammo la mezzanotte seduti sulla sponda del canale, con la sola luce della luna e della torcia di Livia. In attesa di goderci i fuochi ci raccontavamo aneddoti e storie curiose, qualcuna senza dubbio inventata, ma poco importava.

Filippo, che attingeva gran parte dei suoi aneddoti dal padre carabiniere, ci raccontò di quando anni prima un cocomero di dieci chili era entrato rotolando nel bar di Francesco, fermandosi proprio davanti al bancone, ci mancava solo che ordinasse un caffè!

“Come? Un cocomero che entra al bar? Ma che balla è?” domandai scettico.

Livia annuì, facendomi segno con la mano aperta di avere pazienza.

“Devi sentire tutta la storia Matteo!”

Circe Michelotti, vedova di Toledo Romagnoli, non se la sentiva più di vivere da sola in quel piccolo appartamento in piazza in cui ogni angolo le ricordava il marito. Erano passati sei mesi, eppure il profumo di lui aleggiava ancora nelle stanze e nel corridoio, costringendola a pensare tutto il giorno al suo caro Toledo.

Circe parlava ad alta voce come se lui la potesse ascoltare, gli diceva i pettegolezzi raccolti tra le comari al mercato, ma soprattutto ricordava i momenti felici del loro passato. La sera in cui si erano conosciuti in sala da ballo e stretti in un tango appassionato, la pazzia di quella notte, che conoscevano solo loro due e il buio del viale della stazione, il giorno del matrimonio che non avevano neanche i soldi per i fiori, e il viaggio di nozze in riviera, durante il quale per quel che Circe poteva ricordare, non avevano fatto altro che fare l’amore.

Ricordava a voce alta e si fermava solo quando la nostalgia diventava troppo forte e i singhiozzi del pianto le impedivano di continuare a parlare.

Un giorno Circe decise che ne aveva abbastanza, la sua vita felice l’aveva fatta e il presente non era più vivere, la vita gocciolava insopportabile giorno dopo giorno e lei aspettava solo quell’ultima goccia portatrice di pace che l’avrebbe ricongiunta a suo marito.

Una domenica mattina di luglio, pulì a fondo e riordinò l’intero appartamento, si lavò con cura e indossò il vestito a fiori che a Toledo piaceva tanto, poi chiuse tutte le finestre, aprì le manopole del gas in cucina, si sdraiò sul letto con gli occhi chiusi e aspettò paziente stringendo al petto la foto del marito.

In piazza, gente vestita a festa cominciava a uscire dalla chiesa dopo la messa delle undici ed essendo ormai ora dell’aperitivo, Francesco stava versando un bicchiere di bianco a Uliano che, per via delle inclinazioni politiche, non metteva piede in chiesa neanche a trascinarlo.

La figlia di Circe Michelotti, che abitava a Jolanda di Savoia, stava attraversando Ambrogio nella sua vecchia auto senza aria condizionata, sotto il sole caldo, per andare a prendere la figlia alla partita di pallavolo in oratorio. Poiché era in anticipo, decise di fermarsi a salutare la madre e nel frattempo bere un bicchiere d’acqua fresca. Aveva suonato il citofono di Circe Michelotti e subito si era sentito il boato al primo piano. Dalla finestra della cucina uscivano lingue di fiamme e una colonna di fumo, come dalla motrice di un treno a vapore.

I pompieri arrivarono in pochi minuti e mentre con un potente getto d’acqua innaffiavano i muri anneriti, in tre si lanciarono di corsa su per le scale con le maschere sulla faccia e le asce in mano. Delle asce non ci fu bisogno, la porta d’entrata non c’era.

Alla fine Circe la trovarono un po’ affumicata ma viva, a terra, coperta dal materasso e con la testa in confusione, tanto che quando uno dei pompieri la prese in braccio per portarla fuori, lei sorrise: “Che forte che sei Toledo!” e lo baciò sulla guancia.

Se Circe ne era uscita incolume o quasi, la vecchia porta di legno del suo appartamento era saltata con l’esplosione, proprio nel momento in cui sullo stesso pianerottolo Alessandro, il meccanico che ha l’officina a Copparo, stava entrando in casa con la sua bella anguria in braccio che avrebbe messo in fresco per la sera. La porta lo colpì in pieno sulla schiena, fu spinto attraverso il soggiorno del suo appartamento, inciampò sul tappeto e cadde a terra proprio di fronte alla finestra aperta. Il cocomero ci finì attraverso, rotolò sulla tenda parasole della farmacia al piano terreno, ammaccò il cofano di una macchina parcheggiata lì davanti, cadde morbido sull’asfalto rotolando come una palla da biliardo dritto verso l’entrata del bar di Francesco e si fermò di fianco a Uliano.

Fu così che un cocomero di dieci chili si presentò al bancone del bar.

Era quasi mezzanotte quando, tornando verso la piazza, vedemmo la luce lampeggiante di Socrate venirci incontro.

“Vai già a dormire Socrate?” chiese Filippo al vecchio che barcollava vistosamente.

“Si ragazzi, mi ritiro nei miei alloggi” io pensai immediatamente al capanno del nonno, polveroso e con le ragnatele.

“D’altra parte che ci sto a fare qua? Il teatro l’ho sentito, mi sono anche fatto delle belle risate, bevuto ho bevuto, anche troppo, i fuochi artificiali per me non sono che scoppi, poco interessanti e molto fastidiosi.”

Ci augurò buon divertimento e si allontanò per la sua strada, canticchiando una canzone in dialetto.

Giungemmo alla piazza, fitta di gente che aveva assistito alla commedia dialettale e che si concedeva un boccone e un bicchiere di vino in attesa dei fuochi artificiali. Ci tuffammo nella ressa alla ricerca dei nostri genitori, seguivo la schiena di Livia che cambiava continuamente traiettoria come uno sciatore tra i paletti, quando una mano mi agguantò la spalla e mi bloccò.

“Ueilà quanta fretta!” disse il nonno dandomi due pacche sulla schiena.

Indossava dei pantaloni grigi dalla piega perfetta e un camiciotto bianco a mezze maniche su cui spiccava la cravatta scura. Teneva sottobraccio la nonna che mi sorrideva, pallida ed elegante nel suo abito blu e con la collana di perle. Poco lontano, accanto al chiosco delle piadine, vidi anche mamma, papà e Teresa in compagnia di Uliano e Grazia.

“Ah siete tutti qui” dissi al nonno.

“Scherzi? I fuochi non me li perdo mai, e lo spettacolo si gode ancora meglio con un bel gelato, non trovi?”

Mi aprì la mano e ci appoggiò i soldi.

Tra una leccata al pistacchio e una al cioccolato, Livia e Filippo raccontarono del nostro incontro con Socrate, che da lontano, con le sue luci lampeggianti nel buio, ci era sembrato un UFO. Io stavo leggermente in disparte, osservando di nascosto Grazia fasciata nel vestito che le alzava i seni, un balconcino su cui avrebbero potuto trovar posto due vasi di fiori. Quella vista intensificò notevolmente il ritmo delle mie leccate, tanto che il gelato fini in un attimo.

Poi Grazia improvvisamente si portò la mano a una tempia e fece una smorfia di dolore.

“Che c’è cara? Non stai bene?” chiese subito Uliano premuroso.

“È solo un forte mal di testa, sai che lo avevo anche oggi pomeriggio” rispose lei, e il marito le passò una mano sulla guancia con un’espressione triste e disarmata.

“Se vuoi andare a casa, tesoro, non ti preoccupare, non m’importa di vedere i fuochi.”

“Forse è meglio che io vada a casa, se non ti dispiace, ma tu puoi restare tesoro, davvero, io prendo la bici e vado per conto mio…”

Uliano conosceva bene sua moglie, sapeva perfettamente che preferiva così, il giorno prima era stato stressante, era arrivato l’esito dall’ospedale. Sapeva che voleva stare un po’ sola, magari nella stanza delle bambole, così l’accompagnò a prendere la bicicletta parcheggiata dietro il palco, la salutò con un bacio affettuoso, entrò al bar e si scolò un bicchiere di limoncello, ne ordinò un secondo e tornò da noi un po’ malinconico e alticcio.

“Ora non sto qui a raccontare,” si giustificò, “ma non è un bel periodo, Grazia è un po’ giù, speriamo che passi presto… ma adesso che ora è? Stanno per cominciare?”

A mezzanotte in punto, non avrei voluto essere in nessun altro posto se non lì. Dal campanile cominciarono i rintocchi e il cielo sopra la piazza s’illuminò dei fuochi d’artificio. Livia era al mio fianco, potevo sentire il suo profumo e voltando appena la testa vedevo le esplosioni colorate riflettersi nei suoi grandi occhi neri. Il nonno era dietro di me e con il pollice mi grattava l’incavo tra i nervi del collo. Il cuore mi scazzottava nel petto e sono sicuro che senza i botti, Livia lo avrebbe sentito.

Lo spettacolo finì con tre scoppi uno più forte dell’altro. Papà raccomandò di non aspettare troppo prima di avviarci sulla via del ritorno.

“Entro massimo un’ora ti voglio a casa!” e il messaggio arrivò come sempre chiaro, accompagnato dal suo sguardo inequivocabile.

La piazza si stava velocemente svuotando di gente e rumore, solo intorno al bar di Francesco c’era ancora qualcuno a esaurire le ultime discussioni. Cinque uomini stavano lasciando l’ultimo tavolino rimasto occupato, tra loro si alzò chiara la voce del macellaio che sbraitava e avanzava ondeggiando come su una barca col mare in burrasca.

“Da me in negozio i vagabondi non ce li faccio entrare vi dico! Non hanno voglia di lavorare e vengono a chiedere la carità a me? Che mi faccio un culo così tutto il santo giorno?”

Il macellaio raggiunse la sua bici, appoggiata a una delle fioriere che circondavano i tavolini all’aperto, alzò una gamba per salire e rovinò a terra insieme alla bicicletta.

Si alzò a fatica, al secondo tentativo riuscì a montare in sella e concluse il suo discorso, biascicando ogni parola.

“Gliel’ho detto io che un giorno o l’altro gli faccio la festa a quello là! Gli faccio passare la voglia di venirmi a prendere per il culo in negozio!

Si allontanò con una traiettoria fatta di curve continue, mentre gli amici davanti al bar gli urlarono di non pedalare troppo vicino ai fossi. Ancora ridevano quando la sagoma di Marcello fu inghiottita dal buio.

Pedalava ansimando e con la testa che gli girava. Abitava cinquanta metri prima del bar del Ponte, sulla strada che proseguendo passava davanti alle case di Uliano e di Livia. Un tratto tutto in piano eppure gli sembrava di andare in salita.

Era quasi arrivato quando la luce fioca della bici fu attraversata dal lampo rosso di una volpe, Marcello reagì scomposto girando completamente il manubrio e la bici si avvitò lanciandolo a faccia sull’asfalto.

Rimettersi in piedi fu come scalare una montagna, ubriaco e stordito dalla caduta cominciò a lamentarsi e bestemmiare, tirò calci alle ruote della bici e rimase col piede incastrato tra i raggi deformati. Avvertì in bocca un gusto metallico e anche se non poteva vedersi sapeva di perdere sangue.

Dopo aver trascinato la bici per gli ultimi metri, l’abbandonò davanti alla porta aperta di casa.

“Aperta?” si chiese in un lampo di lucidità che gli attraversò la testa. All’interno gli armadietti erano tutti spalancati e i cuscini del divano buttati a terra. Bestemmiò incessantemente per qualche minuto il suo e altri Dei, poi raccolse i cuscini e li mise a posto e aprì il frigo per prendere una birra gelata. Quella c’era, ma notò che mancava il pacco con le salame da sugo che voleva cucinare l’indomani. Era troppo annebbiato per controllare cos’altro i ladri avessero preso e si lasciò cadere di peso sul divano. La televisione era ancora al suo posto e l’accese tirando due golate di Nastro Azzurro. Nel momento in cui Marcello chiuse gli occhi e il mento gli cadde sul petto, Livia ed io salutammo Filippo e partimmo dalla piazza per fare ritorno a casa.


DICIASSETTE

“Ritrovamenti”

Domenica.

Oggi rientro a Torino. Il treno parte da Bologna alle tre del pomeriggio e sarò alla stazione di Porta Nuova poco dopo le cinque.

Ieri è stata una giornata in cui trovare un senso è come aggirarsi ciechi in un labirinto.

Ho avvertito il fiato freddo della morte accarezzarmi i peli delle braccia, mentre guardavo entrare in quel buco nel muro la cassa del nonno, che semplicemente è stato e non sarà mai più. È diventato un simbolo da visitare, qualcosa di simile a un souvenir di un posto che non c’è più, un promemoria, un altro granello eroso, e avanti il prossimo. La sera poi, tra le braccia e le gambe di Gabi, ho sentito di nuovo la vita guizzarmi dentro.

La mattina è abbagliante di sole, decido di passeggiare fino al cimitero per un ultimo saluto al nonno, a quattr’occhi.

Sposto una scala con le ruote fin sotto la lapide, salgo e mi siedo su uno degli ultimi gradini, così da avere la sua foto davanti agli occhi.

Accendo due sigarette, una per me e l’altra per lui, la poso e lascio che si consumi accanto al piccolo vaso di fiori freschi. Dopo qualche boccata, insieme al fumo cominciano a uscire anche le parole.

Racconto al nonno del mio lavoro, dell’incidente di Maristella, il mio rapporto complicato con Anna, la domenica con Sarah e la serata con Gabi poche ore dopo il suo funerale.

Gli dico tutto con calma, soprattutto di quanto mi sento spaesato e confuso, scollegato dagli affetti, un sopravvissuto, un frutto rotolato a chilometri dall’albero.

Alle mie spalle scricchiolano dei passi sulla ghiaia e mi volto. Una signora anziana, dall’aspetto curato ed elegante, cammina lungo il vialetto di ghiaia che dall’entrata attraversa tutto il camposanto, avanza composta a occhi bassi nel suo tailleur color crema. Io ho le braccia sollevate come un predicatore, gesticolo con la sigaretta fra le dita disegnando spirali di fumo, parlando col nonno. Anche se ieri sul treno mi sono concesso l’ultimo pianto, e al funerale sono stato perfetto nel momento più difficile, davanti a tutti, di marmo, mi rendo conto che è già troppo tardi, le lacrime mi stanno rigando le guance e così tracimo, scoppio in un pianto spezzato dai colpi di tosse e raglio come un asino. Mi sento disperato, sensibile, umano e profondamente vivo, tanto da commuovermi della mia stessa commozione.

La signora in tailleur si è bloccata a guardarmi, ha perso l’aria raffinata e se ne sta piantata lì, a fissarmi con la bocca aperta: un uomo su un trespolo che parla da solo, piange e scimmiotta. Infatti, appena metto un piede sul gradino della scala e comincio a scendere, stringe d’istinto la borsetta sotto il braccio e volta a destra per costeggiare il muro di cinta e passarmi a debita distanza.

Ritornato con i piedi per terra, stampo un bacio sulla punta delle dita e lo lancio in alto verso la foto del nonno.

Il telefono mi vibra in tasca, è un messaggio di Guido che dice di chiamarlo appena ho cinque minuti.

Cammino lungo il vialetto e vicino all’entrata mi fermo a bere da un rubinetto basso, da cui normalmente si attinge l’acqua per i fiori. Tirandomi su, vedo poco distante la foto di un viso familiare. Quando mi avvicino, lo riconosco subito e leggo l’iscrizione sulla lapide: Antonio ”Socrate” Pavani. Morto il 17 agosto 1985.

Saluto la nonna, zio Carlo e zio Walter con lunghi abbracci e poche parole, e prometto di tornare a trovarli presto.

In macchina stiamo schiacciati, papà guida, io al suo fianco, dietro la mamma con Teresa e il piccolo Luca in braccio a mio cognato. Mi lasciano alla stazione di Bologna e una volta trovato un posto libero con numero pari e vicino al finestrino, telefono a Guido curioso di sapere che cos’ha da dirmi. Sembra che finalmente ci sia qualcosa di nuovo, ma lui come al solito la prende alla larga e mi tocca aspettare per scoprire di cosa si tratta.

“Novità, si Matteo, infatti, a proposito di novità, sai quando ci siamo sentiti ieri, quando mi hai chiamato e insomma, ho fatto finta di niente ma…”

“Eri con qualcuno Guido” lo interrompo spazientito, “ho sentito i rumori e anche la voce e, fammi indovinare, quel qualcuno è forse la mia amica Nadia?”

Guido sembra del tutto sorpreso.

“Cazzo Matteo, ma come lo sai? Te l’ha detto lei vero? Eppure le ho detto che ci saremmo sentiti oggi, te lo volevo dire io!”

“No Guido calmati, non me l’ha detto Nadia, ci sono arrivato tutto da solo e credimi, non c’è voluto un fiuto particolare.”

Mi chiedo quanto Guido sappia della professione di Nadia, ma per ora decido di lasciare tutto in sospeso e parlare prima con lei.

“Senti Guido, di questa faccenda ne parleremo un’altra volta, faccia a faccia, se vuoi sapere cosa ne penso, beh, mio caro, hai la mia benedizione, ma adesso dimmi perché mi hai cercato…”

Guido sospira come chi vuole liberarsi di un peso, ma riesce solo a sistemarlo meglio sulle spalle, poi finalmente comincia a entrare nel merito della questione.

“Questa mattina sono andato di nuovo a trovare la ragazza in ospedale… è venuta con me anche Nadia e quando…”

Non posso trattenermi! Alzo la voce attirando gli sguardi di tutti i viaggiatori della carrozza.

“Cazzo Guido ma per cosa l’hai preso, per un museo? Ora ci porti anche la gente a fare un giro? E poi possibile che tu in quell’ospedale fai quello che vuoi?”

“Ma no Matteo è che mia zia è amica…”

“Lascia perdere tua zia e dimmi! Dimmi quello che mi devi dire per Dio!”

Guido assume un tono di voce più formale, è offeso, sento il rumore di due alitate e so che ha appannato le lenti degli occhiali e le sta sfregando nervoso con un fazzoletto di seta.

“Capisco che stai passando un momento difficile Matteo, ma non è il caso che urli… Io e Nadia abbiamo parlato un po’ con Maristella, le abbiamo tenuto compagnia. Lì dentro si annoia, e siccome parla ancora pochissimo dopodiché è esausta, è felice di ricevere visite di qualcuno che le racconti delle storie.

“Non gliele possono raccontare i suoi genitori le storie? Devi portarci Nadia?”

Guido tace e io sento di aver esagerato.

“I genitori le tengono compagnia ma più che altro il padre siede in silenzio e la madre piange ogni cinque minuti… sai che allegria! Invece con Nadia dovresti vedere, come si conoscessero da sempre… Comunque la riabilitazione sarà molto lunga, ma sta riprendendo un po’ di forza, ancora qualche giorno e proveranno a farla camminare.”

“Ho capito,” dico con tono conciliante, “bene e… c’è dell’altro?”

Sono felice per i miglioramenti di Maris ma speravo in qualche novità sulla Vespa blu.

“Sì, qualcosina ci sarebbe…” continua Guido, “dopo la visita in ospedale, sono andato a pranzare con Nadia in una trattoria in collina, vicino a Superga, e una volta a tavola è venuto naturale parlare del caso, insomma dell’incidente delle ragazze.”

“E certo, naturale, vuoi mica lasciarla senza tutti i dettagli!”

“Parlando è uscito che Nadia conosce un ragazzo, un adolescente figlio di un suo cliente, che pare faccia a tempo perso lavori sugli scooter dei ragazzi della zona.”

“Un cliente di Nadia?” ripeto sbigottito.

“Sì, uno che andava a farsi i massaggi per la schiena, come te, il figlio si chiama Alessandro Decente, abita praticamente dietro casa tua… ripara e rivernicia scooter, ho pensato che essendo della zona forse sa qualcosa, magari conosce il proprietario della Vespa blu.”

“Hai proprio detto Alessandro Decente?”

“Sì, perché?” conferma Guido.

“Diciamo che è una mia recente conoscenza… ci hai già parlato?”

“No Matteo, ne discutevamo con Nadia oggi a pranzo… e poi nel caso non te lo ricordassi, è domenica”

“E cos’hai da fare? Un po’ di ginnastica da materasso?” lo provoco, che è anche un modo per chiedergli scusa per i miei modi.

“Ma che dici Matteo! Oggi aveva un impegno, stavo andando in collina da mia zia, a tirare un po’ con l’arco.”

“Ancora con ’sta zia! D’accordo Robin Hood, allora, visto che io domani torno in servizio, tu devi dire al commissario Bacci che arrivo un po’ in ritardo, perché’ vado a parlare con questo Alex, capito?”

“Sai che novità che arrivi in ritardo, Bacci si stupirebbe del contrario” anche Guido mi fa capire che siamo a posto, tra uomini si fa in fretta a far pace.

Quando riaggancio, penso immediatamente al mattino in cui ho incontrato Alex. Indossava dei jeans sporchi di vernice, imbrattati di tanti colori.

Sprofondato nel sedile del treno, infilo gli occhiali da sole, inclino la testa e lascio che la monotonia del paesaggio mi stanchi gli occhi, intanto ritorno con la memoria alla sera della fiera, a cosa successe dopo.

Era quasi l’una di notte quando Livia ed io salutammo Filippo e prendemmo la strada per casa.

Misi in funzione la dinamo della bici e partii. Come all’andata Livia era in piedi dietro di me, una mano stretta sulla mia spalla che quasi mi fermava il sangue, e un braccio teso sopra la mia testa, a illuminare con la torcia la strada buia.

Tra la debole luce della lampadina della bici e quella della torcia, si vedevano solo una stretta fetta di asfalto, l’erba a bordo strada e a malapena la striscia bianca al centro della carreggiata.

Tutto sembrava sparire dietro di noi, comprese le nostre voci, risucchiate dal buio denso che si chiudeva al nostro passaggio come un sipario. Eppure mi sentivo tranquillo, con i sensi in massima allerta assorbivo ogni sensazione, ogni odore, tutto veniva vagliato, fotocopiato e archiviato per essere rigoduto altre decine di volte, con la testa nascosta sotto il cuscino.

Eravamo quasi arrivati al ponte quando la torcia di Livia illuminò per un istante qualcosa di molto brillante, un luccichio che sfiorai con la ruota della bici.

Strinsi i freni e Livia quasi mi crollò addosso.

“Oh! Ma che fai! Sei matto?”

“Non hai visto qualcosa sulla strada? Brillava, come un anello!”

Livia saltò giù dalla bici e mi prese in giro.

“Matteo tu mi piaci, ma non ti sembra un po’ presto per parlare di anelli?”

“No, davvero!” mi difesi arrossendo nell’oscurità, “magari è qualcosa di prezioso!”

“Ma sarà stata una lucciola, dai andiamo a casa che è tardi!”

Presi la torcia dalla mano di Livia e tornai indietro scandagliando la strada metro per metro. Lo vidi brillare proprio al limite dell’erba, lo raccolsi e illuminai il palmo della mano. Era un dente d’oro, col bordo frastagliato sporco di sangue.

Livia si sporse oltre la mia spalla e la sentii sussurrare la stessa cosa che una voce pronunciò nella mia testa: “il Tedesco!”

Ci girammo entrambi istintivamente verso il ponte, prima del bar, dove si intravedeva il profilo della casa di Marcello, una sagoma scura, con al centro il quadrato di una finestra illuminata. Tra le tende si vedeva lo sfarfallio azzurro della televisione accesa.

“Guarda, è ancora sveglio!” Livia puntò il dito venendomi ancora più vicino, poi mi sussurrò all’orecchio.

“Starà russando in poltrona con la bava alla bocca quello schifoso, oppure è imbambolato a guardare le donne nude, vedessi come fissa sempre le tette di Grazia quando la incontra… Bleah!” fece Livia schifata con la lingua di fuori. Pensai per un istante alle tette di Grazia e mi vergognai un poco.

Livia tirò fuori dalla borsetta un fazzoletto di carta, ci avvolsi il dente e lo misi in tasca, poi ripartimmo domandandoci cosa potesse essere successo. Giunti davanti alla casa del Tedesco, vedemmo di fronte alla porta la sua bici sfasciata. Arrivammo al ponte e ci fermammo per guardare meglio il nostro piccolo tesoro alla luce del lampione.

“A me fa anche un po’ schifo, ma domani lo facciamo vedere a Filippo” disse Livia eccitata.

“Però dobbiamo controllare se è veramente il suo” feci io, “appena possibile andiamo in macelleria a vedere se gli manca.”

“Sì, così gli chiediamo il riscatto!” scherzò Livia e si avvicinò più di quanto mi aspettassi.

Ci baciammo ardenti, attaccando i nostri corpi e spingendoci, schiacciandoci l’uno contro l’altro. Ci separavamo e poi, forse terrorizzati dal silenzio perché non sapevamo cosa dire, tornavamo subito a scambiarci baci lunghi e lenti.

Poi all’improvviso Livia si staccò con un saltello e si voltò di spalle, corse verso l’altro lato del ponte e si fermò di fronte a un pezzo di legno, bianco e ricurvo come un manico. Lo raccolse e quando alzò lo sguardo mi sembrò spaventata, poi corse veloce al muretto di mattoni e si sporse. La vidi allungarsi oltre la protezione e distendere al massimo il braccio che teneva la torcia elettrica.

“Ehi, attenta Livia!” urlai preoccupato.

“Oh cazzo!” gridò, Livia non diceva mai parolacce, “vieni a vedere Matteo! Cazzo!”

La vibrazione del telefono nella tasca dei jeans mi riporta alla realtà e il flusso dei ricordi rallenta, fermandosi come il treno alla stazione di Novara.

Al telefono è Anna, mi domando quando l’ho sentita l’ultima volta, ma non lo ricordo. Le racconto in breve del funerale e di quanto mi sento stanco, la tratto come una seccatura da sbrigare in fretta.

“Voglio solo sdraiarmi a letto e dormire, ci vediamo domani in commissariato.”

Subito dopo mi sento in colpa, ma una colpa così leggera che non serve lo spazzolino, mi basta una Fisherman’s per annientarla. Difatti, anziché richiamare Anna e chiederle scusa, sento Nadia e la invito a bere un aperitivo, voglio sapere cosa sa di Alex e della sua famiglia, ma soprattutto non la lascerò andare via senza che m’abbia spiegato cosa diavolo sta combinando con Guido.

Ci accordiamo per vederci allo Scapádacá di corso San Maurizio e quando riaggancio e infilo il cellulare nella tasca dei jeans, il treno entra nella stazione di Porta Nuova e io m’incammino con un bagaglio che sembra molto più pesante che all’andata.


DICIOTTO

“Socrate”

13 agosto 1912–17 agosto 1985.

Socrate si chiamava in realtà Antonio Pavani, anche se ormai solamente il suo amico Uliano lo chiamava così, e unicamente quando erano da soli. Per tutti gli altri era semplicemente Socrate.

Antonio era nato in una famiglia di braccianti, in cui non appena si avevano forze sufficienti per usare la vanga o sollevare cassette di pomodori, si cominciava a lavorare qualche ora in campagna, dopo la scuola e nei fine settimana. Per studiare c’era tempo la sera dopo cena.

Della prima guerra mondiale Antonio ricordava poco, ma quel poco era già abbastanza. Sapeva che la guerra gli aveva portato via il padre, così presto da non riconoscerlo nemmeno quando lo guardava nella foto, quell’unica foto sgualcita e dai bordi slabbrati che teneva sul comodino accanto al letto. Si chiedeva spesso chi fosse stato quell’uomo giovane, in divisa, gli stivali lucidi, lo sguardo fiero e gli occhi pieni di forza che guardavano dritti nell’obiettivo.

Che cosa avrebbero pensato l’uno dell’altro se avessero potuto incontrarsi? Si sarebbero riconosciuti simili? Legati da un vincolo? Cercava nello specchio il medesimo sguardo spavaldo, ma non lo trovava, niente in quell’uomo sembrava assomigliargli.

Della guerra, Antonio ricordava il suono delle sirene prima dei bombardamenti. La corsa, aggrappato alla mano della madre, per rifugiarsi all’interno della chiesa, mentre in alto si sentiva il rombo lugubre degli aeroplani. Ricorda anche quella volta che si erano attardati perché la madre gli stava facendo il bagno in un grosso catino di metallo. Le sirene li colsero impreparati, suo fratello Massimo era corso subito fuori ma Antonio e sua madre stavano ancora correndo per strada quando cominciarono le esplosioni tutt’attorno. Sua madre lo aveva buttato a terra e si era sdraiata su di lui per proteggerlo dalle schegge e dalle pietre che volavano ovunque. Si era imposto di essere coraggioso e non piangere, come avrebbe fatto suo padre, infatti fu sorpreso nel sentire le lacrime scorrergli sulle guance. Ma non erano le sue, sentiva sulla schiena i sussulti del petto di sua madre, i singhiozzi, e il pianto che gli gocciolava sulla faccia.

A quattordici anni suo fratello maggiore lo fece entrare alla società Delta del Po, a lavorare alla bonifica e scavare i canali.

Si partiva alle cinque del mattino perché c’erano da percorrere venti chilometri in due su una bici sola. Antonio e suo fratello facevano a turno, quello che pedalava teneva sulla schiena la carriola, legata come fosse uno zaino. Quello seduto sulla canna della bicicletta teneva le due vanghe e il ruotino in legno della carriola, smontato e infilato nel manubrio.

Una volta arrivati, erano lunghe ore di lavoro finché la luce lo permetteva. A pranzo, mangiavano seduti all’interno dei fossi, al riparo dal vento. Il menù era sempre lo stesso, una coppia di pane croccante, due etti di mortadella e una fiasca con l’acqua.

Fu in quel periodo che Antonio prese l’abitudine di mangiare accompagnando ogni boccone con un risucchio della bocca, come un aspirapolvere. Il pane era prezioso e non bisognava sprecarne neanche una briciola.

Per via della sua timidezza non era mai stato molto bravo con l’altro sesso. Le donne gli piacevano, e molto, ma non riusciva a parlarci, non sapeva cosa dire. Così, i pochi soldi che teneva per lui e non dava in casa, li spendeva la domenica pomeriggio. Si lavava scrupolosamente nel grande catino di legno, indossava la giacca e la cravatta, pettinava i capelli all’indietro e prendeva la corriera per andare in una casa a Ferrara dove c’erano tante ragazze attraenti, ma non il problema di sapere cosa dire.

La sua preferita si chiamava Daniela, una rossa dal corpo esile e teso, lo sguardo da cerbiatta, e con lei trascorreva gran parte dei pomeriggi domenicali, qualche volta ci parlava anche, mentre si spogliavano e quando si rivestivano.

Oltre a Daniela, aveva pochi altri svaghi. I libri e le partite di biliardo al bar del paese con le quali riusciva a mettere in tasca qualche soldo extra.

I libri li acquistava il sabato ai mercatini, comprava quelli che costavano meno, anche se non li trovava interessanti. L’importante era spendere poco. Così leggeva soprattutto biografie di personaggi storici e saggi di politica o filosofia.

Durante la seconda guerra mondiale riuscì a evitare il fronte facendosi passare per fornaio. In verità imparò a fare il pane vestendo la divisa, da un ragazzo di Rovigo, un vero panettiere che gli insegnò e tenne la bocca chiusa.

Intorno ai trent’anni cominciarono i primi problemi di vista. All’inizio vedeva sfocato e doveva solo tenere il libro più lontano dagli occhi, ma col passare del tempo fu costretto a comprare un paio di occhiali dalle lenti spesse.

Il fratello Massimo emigrò negli Stati Uniti subito dopo la guerra. L’anno successivo, la madre venne a mancare a seguito di una malattia che la spense dopo mesi di agonia. Antonio aveva trentaquattro anni e si ritrovò solo nella grande casa di campagna.

Nel giro di qualche anno gli occhiali divennero inutili, anche con quei fondi di bottiglia sugli occhi non vedeva che ombre e sagome confuse. Non fu più in grado di lavorare e le giornate divennero terribilmente lunghe, dovette anche rinunciare ai suoi pomeriggi con Daniela.

L’esigua pensione d’invalidità gli bastava appena per assicurarsi due pasti frugali e un paio di mutande nuove quando servivano.

Passava la giornata al bar ascoltando la voce del televisore appeso alla parete e bevendo un caffè corretto. Qualche volta si andava a sedere nella stanza del biliardo e riusciva anche a seguire le partite. Sentiva il giocatore dichiarare il colpo, posizionarsi intorno al tavolo e colpire la pallina con la stecca. Ascoltava con attenzione i rimbalzi contro le sponde e dal fruscio dei birilli abbattuti poteva dire con precisione i punti segnati. La conferma gli arrivava subito dopo, con i commenti e le imprecazioni degli altri spettatori.

Tutti i giorni, quando le campane della chiesa suonavano il mezzogiorno, beveva un bicchiere di prosecco e poi s’incamminava verso casa per mangiare un piatto di minestra o delle verdure, per poi riposare fino a sera. Allora compariva nuovamente al bar.

Ogni domenica sera andava a cena da Uliano. Si dilungavano a parlare di Marx e Gramsci e dopo mangiato Grazia era ben contenta di lasciarli soli con la bottiglia di grappa e andare a guardarsi un film di quelli che fanno piangere, come amava chiamarli.

I due amici tiravano tardi, tanto il giorno dopo era lunedì e il negozio di Uliano era chiuso, Socrate poi, poteva stare a letto tutto il giorno se voleva.

Ricordavano insieme quando Antonio, non ancora quarantenne, andava a tagliarsi i capelli dal papà di Uliano, e vedeva quel ragazzino calmo e posato spazzare il pavimento senza dire una parola, ascoltando i discorsi dei grandi.

Si conoscevano da parecchi anni ma cominciarono a essere davvero amici solo quando il garzone fu ormai un uomo fatto e prese il posto del padre nel negozio. Le letture di Antonio, quando gli occhi ancora gli funzionavano, aprivano spesso la strada a lunghe conversazioni di politica e, nonostante il vecchio non si fosse mai dichiarato un comunista, i due si trovavano spesso a vederla allo stesso modo su diverse questioni.

Uliano era forse il solo cui ancora importava di Antonio. Il resto del paese lo sopportava, i ragazzini lo presentavano come un articolo di folklore. I pochi che gli erano amici, li potevi raccogliere tutti al bancone del bar in una mattina qualunque.

C’era solo una persona che ad Antonio proprio non andava giù, che considerava tanto cattiva da avergli augurato in qualche occasione anche del male. Era il Tedesco, il macellaio del paese, con i suoi occhi piccoli e quella peluria rossa che gli copriva il cranio. Una testa smisurata, senza che qualcuno si fosse premurato di metterci dentro un cervello.

Marcello non lo salutava mai, mai un ciao. Se s’incrociavano gli mormorava un insulto o gli dava addirittura una spallata.

I motivi erano da cercare in una storia di parecchi anni prima. Ci sono volte che il tempo sbiadisce e allevia grandi dolori, altre volte in cui uno sgarbo, la sciocchezza di un minuto, sedimenta, cresce e si cementa negli anni in un odio profondo.

A una festa in piazza trent’anni prima, Antonio aveva chiesto di ballare alla sorella di Marcello che, pur essendo il fratello minore, a diciotto anni era già più grosso di Antonio che ne aveva quaranta.

Alla richiesta di danzare, la sorella di Marcello rispose subito di sì, Marcello ordinò di no, Antonio disse al ragazzino di non impicciarsi e i due vennero alle mani.

Antonio, che aveva sottovalutato la mole e il vigore del giovane, rimase a terra con gli occhi gonfi e il sangue che gli usciva dal naso.

Da quell’episodio fu guerra fredda, che di tanto in tanto si scaldava. Se potevano farsi un dispetto nessuno dei due esitava un attimo.

Un giorno Antonio sparì. Aveva sessantotto anni. Poco prima di pranzo al bar nessuno notò che quel giorno Antonio non si era presentato per il solito aperitivo. Quella mattina erano tutti occupati a commentare la notizia del giorno, Uliano e Grazia avevano avuto un brutto incidente d’auto la sera prima, erano finiti dritti con la macchina contro un albero per evitare un randagio che attraversava la strada.

Da quella mattina, nessuno lo vide più al bar né camminare per il paese. Anche Uliano e Grazia, che due giorni dopo fu dimessa dall’ospedale, erano preoccupati. Nulla nei loro recenti discorsi con Antonio aveva fatto presagire quella sparizione improvvisa.

In paese qualcuno disse di averlo visto a Ferrara chiedere la carità, altri affermarono che era in America dal fratello, ma erano tutte voci, nessuno aveva notizie davvero attendibili. Anche quando i carabinieri, nella persona di Mariano, provarono a fare qualche ricerca, non ne uscì nulla.

Emerse però un fatto strano, Antonio aveva estinto un esiguo conto in una banca di Copparo e la sua casa in campagna era stata venduta in fretta e furia, a un prezzo da ridere, a un avvocato di Ferrara che ancora si sfregava le mani per l’affare.

Antonio era adulto e responsabile, non aveva commesso alcun reato e in fondo era libero di andare dove voleva, e il diritto di non dirlo a nessuno.

Se era una fuga volontaria, in ogni caso tutti si domandavano quale potesse essere il motivo.

Ricomparve cinque anni dopo, nella primavera del 1985. Spuntò una mattina dalla nebbia fitta, zoppicando appoggiato a un bastone. Era molto invecchiato e indossava vestiti sporchi e logori.

Entrò al bar che dentro c’era solo il postino. Ci volle un pezzo prima che Francesco lo riconoscesse. Dietro le rughe profonde che gli segnavano il volto abbronzato, quei capelli bianchi e la lunga barba da babbo natale, il barista riconobbe infine Antonio.

Uliano che fu chiamato subito, attraversò la piazza di corsa, esitò qualche istante di fronte a quel volto rugoso, ma poi abbracciò il vecchio amico scoppiando in un pianto liberatorio. Lo guardò dritto negli occhi grigi e spenti e battendogli le mani sulle spalle disse:

“Sembri Socrate! Il filosofo!” e qualcosa di simile a un sorriso comparve sul volto di Antonio.

Socrate non disse mai nulla su dov’era stato. Quando gli chiesero del piede che lo faceva zoppicare, strinse forte il manico del bastone come per sgretolarlo, digrignò i denti e poi disse vago che era stato un incidente di lavoro, qualche anno prima in Germania.

Tutti si abituarono presto a vedere la sagoma del vecchio camminare nuovamente in paese o a trovarlo addormentato su una panchina del parco giochi.

Da quando era tornato, c’era tuttavia un posto in cui si era sicuri di incontrarlo tutti i sabato mattina: in macelleria.

Entrava in negozio alle undici in punto, quando la macelleria era piena di clienti a comprare carne e affettati per i grandi pranzi della domenica. Si metteva in coda in silenzio e non distoglieva gli occhi dal macellaio, girava la testa seguendone la voce. Il Tedesco s’innervosiva sentendosi addosso per mezz’ora o più gli occhi bianchi del vecchio, sudava e diventava addirittura scontroso con gli altri clienti.

Quando arrivava il suo turno, Socrate ordinava appena mezz’etto di prosciutto o di mortadella, bastava non fosse qualcosa ordinato dalla cliente prima di lui, che non fosse già bello pronto sull’affettatrice. Così Marcello era sempre costretto a spostare e mettere, per tagliare due misere fette, qualche volta si faceva anche scappare una bestemmia e le donne anziane lo fulminavano con lo sguardo. E c’era sempre qualcuno in coda che guardava l’orologio e si lamentava per l’attesa.

Il 17 agosto 1985, alla festa del paese, poco prima della mezzanotte, Socrate stava tornando a piedi in direzione del capanno dei Molinari, dove avrebbe passato la notte. La piazza era ancora piena di gente che aspettava i fuochi artificiali che sarebbero cominciati in pochi minuti. A lui non interessavano, tanto non li poteva vedere, e i botti li avrebbe sentiti anche dal suo giaciglio.

Socrate aveva bevuto parecchio e trascinava i piedi barcollando più del solito. Per farsi vedere al buio, indossava un gilè rifrangente su cui erano applicate due luci, sul petto e sulla schiena, che si accendevano a intermittenza. Non aveva bisogno d’altro, la sua testa e il suo bastone conoscevano bene la strada.

Aveva già oltrepassato il piccolo cimitero fuori dal paese, quando sentì alle sue spalle sopraggiungere una bicicletta. Uno scampanellio lo fece trasalire e avvertì la bici passargli a pochi millimetri dalla spalla sinistra, ma nessuno disse niente, neanche quando Socrate gridò “Guarda che la strada è larga!” il ciclista misterioso si allontanò nel silenzio.

Battendo col bastone il bordo della strada arrivò fino al ponte. Per via della festa, il bar era chiuso e l’insegna luminosa spenta.

Un lampione che emetteva un continuo ronzio da insetto illuminava il piccolo ponte di mattoni. Anche se Socrate non poteva vederlo, seguì quel rumore finché non giunse al canale dove decise di fermarsi qualche minuto a rifiatare e asciugarsi il sudore sulla fronte. Tirò fuori una sigaretta tutta storta e provò ad accenderla ma l’accendino frusciò tre volte a vuoto, esattamente come l’erba alle sue spalle, schiacciata tre volte dal peso di passi che un attimo dopo erano fermi. Socrate tese l’orecchio.

“Chi c’è? C’è qualcuno?” gridò rivolto nella direzione da cui sembravano venire i rumori.

Non ti fare suggestionare, pensò, sarà un topo, o forse un gatto in cerca di cibo.

Rimase ancora un po’ in ascolto, poi riprese a camminare.

Aveva quasi raggiunto l’altro lato del ponticello quando sentì chiaro uno scricchiolio alle sue spalle, un ramo o un sasso su cui qualcuno aveva posato il piede.

La paura gli strinse lo stomaco e alzò istintivamente il bastone facendolo fischiare nell’aria come una sciabola ma colpì solo l’aria.

Dopo un altro lungo, interminabile silenzio teso a intercettare anche il ronzio delle zanzare, Socrate si mosse. Una campana in lontananza cominciò a battere la mezzanotte del nuovo giorno di cui il vecchio non avrebbe mai visto la fine. In cielo, gli scoppi dei fuochi cominciarono e Socrate non poté più sentire il rumore dei passi che si avvicinavano sempre più ed erano ormai proprio dietro i suoi.

L’aria vibrò accanto alla sua guancia, avvertì un alito sulla tempia e poi un rumore veloce, un sibilo, quello della lama che gli aprì la gola da parte a parte.

Lo sguardo vitreo di Socrate implose in un nero senza ritorno, cadde riverso sul bordo del canale, una mano gli afferrò la punta della barba intrisa di sangue, un altro colpo di lama tagliò netto un ciuffo di peli grigi, un piede spinse il corpo facendolo rotolare lungo la sponda fino a raggiungere l’acqua.

Pochi minuti dopo, degli abbaglianti spuntarono da dietro la curva. Una Mercedes scura imboccò il ponte e attraversandolo ad alta velocità sobbalzò colpendo qualcosa. Quando sparì al fondo del rettilineo, sulla carreggiata rimasero solo i pezzi di legno rotti di un bastone da passeggio.


DICIANNOVE

“Un corpo, due incubi, tre aperitivi”

Domenica.

Le stazioni ferroviarie mi hanno sempre affascinato. Molti dei luoghi che normalmente frequentiamo sono una sorta di ghetti in cui si ritrovano persone spesso simili, dove esiste una certa omogeneità nel modo di vestire, di parlare, negli interessi e nei gusti. Nelle stazioni ferroviarie si trova invece l’umanità più varia, mescolata come carte dei Tarocchi che voltate sul tavolo non portano a nulla, recitano storie completamente slegate tra loro.

Un uomo cammina trascinando a fatica una straripante valigia di pelle, chiusa grazie all’ausilio di numerose cinghie. Un giovane col piercing al sopracciglio è seduto sui gradini delle scale, zaino in spalla e skateboard appoggiato sulle ginocchia. Gli scorre accanto sulle scale mobili un anziano signore col borsello a tracolla sulla pancia gonfia che si lascia trasportare con lo sguardo fisso sul culo della ragazza di colore che lo precede e che ignara parla al telefonino in una lingua irriconoscibile. I dipendenti delle ferrovie camminano lungo i binari, si aggirano con le loro camicie azzurrine, si sfilano il cappello per asciugarsi il sudore e mostrano le ampie pezzature sotto le ascelle. Una coppia di turisti tedeschi siede a un tavolino con dei sandali francescani indossati sui calzini bianchi, un vecchio in carrozzella con un cartello appeso al collo, mi urla che la fine del mondo è prossima. Davanti alla libreria un uomo d’affari guarda i titoli in vetrina mentre al suo fianco una ragazza si specchia nel vetro, passandosi il rossetto sulle labbra. Un gruppo di magrebini su una panchina guarda e commenta tutto quanto, proprio come me.

Uscito dalla stazione di Porta Nuova osservo l’orologio al centro della facciata, le cinque e mezza. Ho un’ora prima dell’incontro con Nadia e decido di camminare. Corso San Maurizio non è vicinissimo ma ho tutto il tempo e la serata è magnifica.

Con la mia borsa in spalla, percorro corso Vittorio evitando le merde di cane, scivolo lungo i bei palazzi scuri di fuliggine, a ogni incrocio si solleva dagli angoli della strada un forte odore di piscio che punge le narici, l’aria frizzante della movida torinese.

Arrivo fino al parco del Valentino e giro a sinistra costeggiando il Po. Sulla riva opposta verdeggiano le colline, i duecentottantatre metri del monte dei Cappuccini su cui si staglia il piccolo convento di Santa Maria al Monte.

Scendo le scale che portano in riva al fiume, i locali dei Murazzi stanno cominciando la loro attività e i primi Mojito e Cuba Libre atterrano sui pochi tavolini occupati. Su griglie improvvisate sfrigolano carni speziate. Anche qui, vicino all’acqua, afrori differenti si mischiano in un odore intenso, pungente, aspro. Accendo una sigaretta seduto sulla sponda del fiume, fisso l’acqua e inspiro dal naso, recitando il rituale che ancora una volta evoca i fantasmi del passato.

“Oh cazzo! Vieni a vedere Matteo! Cazzo!” gridò Livia che non diceva mai parolacce.

Le fui accanto in un attimo, guardai il suo braccio teso, la mano tremante che stringeva la torcia, il cono di luce saltellante, e sulla sponda del canale il corpo senza vita di Socrate. Le gambe piegate in posizione scomposta, la schiena poggiata sull’erba, la testa inclinata all’indietro per metà immersa nell’acqua verdastra.

La luce sull’imbragatura che indossava era spenta, forse rotta nella caduta; gli occhi aperti e bianchi, le labbra dischiuse a mostrare i denti stretti in una smorfia terribile. Un ciuffo di barba mancante rivelava l’orrore del collo, aperto da una voragine nera che si allargava in una macchia di sangue su tutto il petto.

“Dobbiamo chiamare i carabinieri” dissi con un filo di voce.

“Adesso?” rispose Livia guardandomi da vicino, i suoi occhi non mi erano mai sembrati così grandi, “dovremmo tornare in paese e andare a suonare a Filippo, svegliare suo padre, di notte non c’è nessuno dai Carabinieri, siamo un piccolo paese…”

“E allora cosa facciamo? Lo lasciamo lì?”

Livia abbassò lo sguardo, appoggiò la fronte al mio petto e cominciò a piangere. Sentivo che dovevo fare qualcosa, trovare una soluzione, ma non sapevo cosa. Strinsi Livia e sospirai profondamente, poi le parole uscirono che quasi non me ne accorsi.

“Ci penso io, domani mattina lo racconto a mio papà e mi faccio accompagnare in paese, da Mariano…”

Livia alzò la testa e mi guardò con gli occhi bagnati e riconoscenti, mi diede un bacio e senza più guardare in basso, sulla sponda, ci allontanammo.

La salutai veloce di fronte al cancello di casa sua e percorsi l’ultimo tratto di strada spingendo sui pedali con tutto il mio peso, in fuga da un’oscurità che sembrava nascondere mille minacce e verso la quale mi voltavo ogni pochi secondi a controllare.

In casa, le luci erano tutte spente e il silenzio quasi totale, eccezion fatta per il russare stereofonico che proveniva dalla camera del nonno e di zio Carlo. Andai dritto in camera mia e solo una volta chiusa la porta mi accorsi del rumore del mio cuore che batteva all’impazzata.

Rimasi almeno un paio d’ore con gli occhi sbarrati a guardare il soffitto e quando infine la stanchezza mi vinse, entrai in un sonno tormentato, passando attraverso due incubi tanto strani quanto terrificanti.

Davanti a me si stendeva fino all’orizzonte una superficie liscia e trasparente di un materiale indefinito. Poteva essere uno strato di cristallo sottile, mercurio liquido, un oceano di gelatina, un foglio di cellophane teso, non saprei, ma non mi trasmetteva la sensazione di pace di un mare calmo, tutt’altro, m’inquietava. Tutto era immobile, in un silenzio totale, avvertii una stretta allo stomaco e all’improvviso sulla superficie liscia di quello specchio si formarono delle piccole increspature, sempre più grandi ed estese, come se un’enorme mano invisibile stesse accartocciando un foglio di alluminio senza fine. Io ero solo uno spettatore, eppure soffrivo di un dolore inspiegabile, rabbrividivo a quel cigolio sinistro di metallo che si piegava e deformava. Dentro di me, nacque l’intima convinzione, la certezza dolorosa, che quell’oceano non sarebbe mai più ritornato liscio.

Mi svegliai sudato, mi alzai dal letto e mi avvicinai alla finestra. Il cielo verso la Provinciale cominciava a schiarire mentre in direzione del paese tutto era ancora immerso nella notte. Dopo un po’, quando i contorni del brutto sogno si dissolsero, ritornai a letto e in pochi minuti mi ritrovai nel secondo incubo.

Ero davanti alla chiesa di Ambrogio, sui gradini stava seduto Don Nicola col suo abito nero e il colletto bianco, le gote invece erano rosse, fischiettava un motivo allegro, una di quelle musiche che si sentono nei luna park o al circo quando entrano i clown. La porta della chiesa si spalancò e ne uscirono sei uomini senza volto, come cancellato con una gomma. Portavano sulle spalle una bara di vetro, del tutto trasparente. All’interno c’era Socrate, con la gola tagliata e il sangue che sgorgava a fiotti riempiendo la bara come un bicchiere di vino.

Provai a scappare lontano ma le gambe si muovevano a rallentatore, era come correre con delle scarpe chiodate su un pavimento di legno. Don Nicola rise forte battendosi la mano sulla coscia, poi tese il braccio e indicò un punto alle mie spalle. Mi voltai e vidi un cascinale, sembrava l’ex stalla di Uliano. Trascinando le gambe pesanti lo raggiunsi e vi entrai. Buio, tutto buio, nero totale, come essere in nessun posto. Fuori, sentivo lo schioccare sull’asfalto dei mocassini degli uomini senza volto, che si avvicinavano sempre più alla stalla con la bara insanguinata di Socrate. Mi sentii in trappola e cominciò a mancarmi il respiro.

Sentii qualcosa toccarmi entrambe le spalle, poi premere sempre di più, inesorabilmente, due pareti nere come il nero intorno si strinsero lente schiacciandomi a poco a poco, mi misi di fianco, ma il sollievo alle spalle fu presto sostituito dal peso crescente che mi schiacciava la schiena e il petto. Mi svegliai con un urlo che fece in pochi secondi piombare la mamma nella stanza.

“È stato solo un brutto sogno Matteo, tranquillo” disse passandomi le dita fra i capelli.

Risalendo dai Murazzi cammino per un tratto sotto i portici di piazza Vittorio Veneto per poi imboccare via Bava fino a corso San Maurizio.

Appena svoltato l’angolo c’è lo Scapádacá, a uno dei tavolini all’aperto è seduta Nadia che fuma digitando un messaggino sul cellulare.

Ci salutiamo con un lungo abbraccio e anche lei, che ha saputo da Guido, mi fa le condoglianze e mi abbraccia, mi osserva da vicino.

“Bello! Coi capelli corti stai meglio ma ti trovo stanco” dice tenendomi la faccia tra le mani.

Lei invece ha davvero un bell’aspetto, un’aria frizzante, traboccante di vita. Decido di non girarci troppo attorno e affronto subito l’argomento.

“Cosa sta succedendo Nadia? Non cominci ad avere un po’ troppi clienti tra le forze dell’ordine?”

Nadia spegne la sigaretta nel posacenere e ne accende immediatamente un’altra.

“Guido non è un cliente Matteo, neanche sa che mestiere faccio… anzi facevo, ho chiuso definitivamente!”

Lo dice secca, fissandomi come se mi leggesse negli occhi la domanda che non oso fare: vuoi dire anche per me?

“Ho chiuso!” ripete sopendo ogni dubbio, “Guido mi piace veramente e ha risvegliato in me emozioni che non provavo da almeno vent’anni.”

Si aggiusta i capelli dietro le orecchie, indossa due orecchini diversi tra loro, uno è un crocifisso, l’altro una grossa lettera enne, l’iniziale del suo nome.

Mi alzo senza fiatare e vado al bancone a ordinare due rum cooler, appena torno con i due bicchieri Nadia continua.

“Guido non sa niente Matteo, non mi sono fatta pagare, è successo solamente tre giorni fa ed è stato tutto così naturale… abbiamo cinquant’anni ma è come se fossimo tornati ragazzini, ho le farfalle nello stomaco!”

Non posso credere a quello che sento, mi strofino le mani sulla faccia e guardo sotto il tavolo, le unghie smaltate dei piedi di Nadia, lo stesso rosso acceso delle labbra.

“E cosa hai intenzione di fare?” chiedo scettico.

“Non so Matteo, è tutto un casino adesso, non ci voglio pensare, voglio godermi Guido, è la cosa migliore che mi sia capitata in parecchi anni.”

Nadia scuote la testa poi riparte con nuova energia negli occhi.

“Ieri mi sono iscritta a un corso professionale di Shiatsu, mi hai sempre detto anche tu che ho delle mani d’oro no? Sono brava a fare i massaggi… ho abbastanza soldi da parte per vivere qualche tempo senza lavorare, e intanto imparare e poi chissà, magari posso aprire un piccolo centro estetico dove la gente viene a farsi le lampade, e io una volta preso il diploma posso fare i massaggi.”

Sto in silenzio per qualche secondo, poi sollevo il bicchiere e le sorrido.

“Mi sembra un’ottima idea Nadia, un brindisi a un nuovo futuro e, se mi permetti, alle sublimi scopate che d’ora in poi posso scordarmi!”

Nadia ride, gli occhi hanno una luce diversa dal solito, poi diventa improvvisamente seria e mi prende la mano sul tavolino.

“Però tu Matteo non te la canterai con Guido eh? Per favore…”

Ha il tono di una supplica e mi fa una tenerezza infinita.

“Io no, te l’assicuro, ma potrebbe venire a scoprirlo ugualmente, non è meglio se glielo dici?”

“No, non subito almeno, conto di avere un po’ di tempo per entrare davvero in una vita nuova, poi forse potrei anche raccontargli tutta la storia… ma ora è troppo presto, sento che scapperebbe; è un uomo così dolce sai? Ma siamo all’inizio, la nostra…” indugia un attimo, imbarazzata, “…relazione è ancora troppo debole per uno scossone del genere, magari più avanti, o magari mai.”

“Magari mai” penso ma non dico niente, incrocio lo sguardo del barista e frullo due dita in aria, “un altro giro!”

Nadia guarda le macchine in fila al semaforo, a pochi metri da noi, resta in silenzio fino all’arrivo dei bicchieri. Le chiedo di dirmi tutto quello che sa su Alex e la sua famiglia.

Tira un lungo sorso dal bicchiere e schiocca la lingua soddisfatta.

“Mah, sul ragazzo non so un granché, come ho detto a Guido, so che non studia, è per lo più in giro con un gruppo di balordi come lui e fa qualche lavoretto nel garage di casa, ripara scooter, li rivernicia, oppure li modifica con quelle marmitte che fanno un baccano del diavolo…”

“E la famiglia? Suo nonno è il mio barbiere, lo conosco, ma parlami di questo padre che veniva a farsi i massaggi da te, Maurizio Decente…”

“Ti ha mai detto nessuno che sei proprio stronzo Matteo?”

“Me lo ripetono in continuazione, un po’ come stare nella valle dell’eco.”

“Già! Maurizio si chiamava… ” riprende Nadia, “veniva da me qualche anno fa, un breve periodo, arrivava per lo più ubriaco a farsi una sveltina, poi dopo qualche mese si presenta una volta bello pieno, fa i suoi porci comodi con una bottiglia di whiskey sul comodino, mi paga, prende la bottiglia e mi dice che non viene più, che sono troppo vecchia. L’ho mandato affanculo e ci ho rimediato anche un occhio nero, ha sbattuto la porta e non l’ho più visto.”

Nadia prende fiato e tira dalla sigaretta, i bicchieri sono di nuovo vuoti, senza consultarmi chiede al cameriere di portare due Spritz.

“E non ne hai più saputo niente? Non so, qualche voce in giro?”

“Si dice che abbia qualche vizio di lusso” dice Nadia quasi distratta, tappandosi una narice e tirando su rumorosamente col naso.

“Me l’han detto le mie amiche rumene, poco più che ventenni come piacciono a lui, povere ragazze!”

“E di che vive? Come si procura i soldi?”

“Si dice spacci roba leggera agli studenti del liceo, del fumo, o un po’ d’erba quando gira… ma ci manda il figlio, mica va lui, con zainetto e libri così si confonde con gli altri.”

Nadia sa tutto, ecco un punto in comune con Guido. Mi dice di come Maurizio Decente succhi gran parte della pensione al padre, Antonio, e dei sacrifici del povero barbiere per far quadrare i conti e mandare avanti la casa mentre il figlio fa i week end a Sanremo, e ancora di come l’uomo si occupi con amore del piccolo Fabio, il fratellino di Alex, facendo il possibile per difenderlo dalle grinfie del suo stesso sangue.

“Lo porta ai giardini e cerca di nascondere col cappellino e le maniche lunghe i lividi… se capisci cosa intendo” sottolinea Nadia mimando con la mano aperta un colpo di karate, “insomma quello mena!”

“Bella situazione di merda” commento sintetico. Intanto comincio a sentire gli effetti dell’alcol a stomaco vuoto.

Poco dopo ci alziamo. Nadia mi da un passaggio fin sotto casa e durante il breve tragitto la prendo in giro dicendole che alla fine è stata lei la prima a mettere la testa a posto.

Prima di salire a casa, compro un kebab dall’egiziano in corso Belgio. Nel mio appartamento il caldo e l’umidità sono quasi insopportabili. Prendo una birra dal frigo e mangio sul balcone pensando a Nadia, al fatto che non l’avrò più e mi sorprendo del fatto che la cosa mi lasci indifferente.

“Meglio non dirlo mai!” ripeto questa volta ad alta voce rivolto a nessuno.

Dopo quella cena veloce, giro una canna aspettando che salga il caffè. A ogni nota che aspiro sento gli occhi appesantirsi e quando ho finito sono talmente offuscato e stanco che piscio da seduto, osservandomi i piedi. Ho dei bei piedi. Le dita lunghe, un arco armonico crescente fino all’alluce. Penso anche che le infradito fanno subito estate, e che un uomo seduto sul cesso con le mutande alle caviglie e i rotoli di pancia è grottesco.

Schiaccio una dose abbondante di dentifricio sullo spazzolino e strofino ogni fila di denti, destra, sinistra, sopra, sotto e sputo. Tre minuti, e tutto si sistema, mi sembra addirittura di essere dimagrito.

Bevo golate di acqua fredda boccheggiando come un pesce, poi pattino sul corridoio verso la stanza da letto e appena oltrepasso la soglia, un buco nero m’inghiotte e tutto sparisce.


VENTI

“Il cuore dolce delle angurie”

Domenica 18 agosto 1985.

Quando portai la tazza alla bocca, il caffellatte era ormai freddo. Ero stato troppo tempo a fissare la finestra della cucina, pensando a come confessare quello che io e Livia avevamo scoperto la notte prima.

Avrei voluto parlarne a papà ma non lo vidi in giro per casa, la nonna mi disse che era andato a giocare a tennis con zio Carlo. La mamma entrò in cucina e mi passò una mano sulla guancia.

“Mi sembri un po’ pallido Matteo, ti senti bene? È per i brutti sogni della notte scorsa?”

“No mamma, va tutto bene davvero… sai dov’è il nonno?”

Mi fissò con uno sguardo interrogativo come a dirmi: “sicuro che non è niente che possa aggiustare io?”

Ma io non volevo spaventarla, mi sembrava più una faccenda da uomini e, siccome io non ero ancora sicuro di esserlo, dovevo dirlo a qualcuno che fosse una roccia, che assorbisse il colpo e mi togliesse il carico dalle spalle.

“È in campagna” rispose la mamma indicando i campi oltre la finestra “sta raccogliendo le angurie.”

Mi avviai, camminando lentamente lungo il frutteto, su una strada sconnessa su cui le ruote dei trattori avevano scavato impronte profonde. Alla fine della stradina, vidi la figura di mio nonno in mezzo al campo, con il cappello di paglia, vicino a un carretto di legno a due ruote sul quale caricava le angurie mature.

Più mi avvicinavo e più sentivo salire l’ansia.

Gli arrivai alle spalle, aveva appena appoggiato un grosso cocomero sul carro, si era passato sulla faccia un fazzoletto di stoffa e stava bevendo a canna da una fiasca d’acqua, a gambe larghe e con una mano appoggiata sul fianco, come un trombettiere che suona la carica.

“Nonno…” dissi, così piano che mi venne il dubbio di averlo solo pensato.

“Matteo caro! Sei venuto a darmi una mano?”

“No, nonno, devo dirti una cosa, papà non c’è e non posso aspettare, è una cosa brutta.”

Ci sedemmo a terra con le spalle appoggiate al carretto, la fiasca d’acqua per rinfrescare la gola, il silenzio intorno e il suono della mia voce, strano, come quando ti senti parlare registrato e non ti riconosci.

Gli raccontai tutto dall’inizio, il giro al luna park, l’incontro con Socrate che si avviava verso casa, dissi anche che avevo baciato Livia. Il nonno sorrise e la sua fronte abbronzata, solcata da profonde rughe orizzontali, mi sembrò proprio come un campo arato. Infine, quando il suo sguardo tornò serio e attento, gli raccontai di come avevamo trovato il corpo di Socrate nel canale sotto il ponte.

Accusò il colpo, glielo lessi in faccia o meglio, non glielo lessi. Sapevo che stava soffrendo perché aveva quell’espressione, come quella di papà, degli zii, di tutti i maschi della famiglia. La pelle che si tende come un lenzuolo, lo sguardo immobile, di vetro, il volto come una diga di cemento che può contenere anche la più potente ondata di emozioni. Quell’espressione che anche a me cominciava a venir bene.

Mi mise le mani sulle spalle.

“Non hai nulla di cui preoccuparti figliolo, hai fatto la cosa giusta… tuo papà non dovrebbe tardare e possiamo andare insieme in paese a parlare con Mariano… vedrai che si occuperà lui di tutto…”

A quel punto il nonno aprì un coltello di legno dal manico ricurvo e la lama a uncino, come una falce in miniatura, si chinò e sculacciò un’anguria.

“Questa è buona ma piccola, meglio mangiarla subito!”

Recise il gambo, alzò il braccio in aria e fece ricadere il pugno a martello che aprì l’anguria in due, l’interno brillante e sugoso. Tagliò un pezzo dal centro con la punta del coltello.

“A te il cuore, Matteo.”

Era rosso e caldo di sole, mi si sciolse in bocca e fui pervaso da una dolcezza infinita.

Tornammo col nonno che tirava il carretto e io sopra, in compagnia di una decina di angurie, ognuna col suo cuore, ma nonostante la confessione e il cuore dolce dei cocomeri mi sentivo ancora turbato. Papà era rientrato dal tennis e si stava facendo la doccia. Avevamo un po’ di tempo così il nonno mi disse che era il momento giusto per consegnarmi un regalo costruito apposta per me.

Lo seguii pieno di curiosità al capanno degli attrezzi, il nonno aprì con una chiave il cassettone del robusto tavolo da lavoro e tirò fuori un fagotto fasciato in un vecchio lenzuolo ingiallito.

“L’ho fatta per te, è la scatola dei segreti” disse consegnandomi il pacco.

Dentro trovai una scatola di legno, sulla quale erano intarsiati tanti piccoli pesci che si rincorrevano a bocca aperta. Al centro del coperchio c’erano due grosse emme intrecciate tra loro, le mie iniziali.

Accarezzai la superficie liscia e poi la aprii, era capiente e meravigliosamente vuota, si sentiva ancora forte l’odore di colla.

“Ce l’hai un segreto da metterci?” chiese il nonno.

Ci pensai un attimo, poi infilai la mano in tasca e tirai fuori il fazzolettino in cui avevo riposto il dente d’oro. Mi resi conto che quello era l’unico particolare della storia che non avevo raccontato al nonno. Lo appallottolai bene e lo misi nella scatola dei segreti.

“Però c’è un segreto che invece voglio dirti nonno” sussurrai richiudendo il coperchio della scatola, “Socrate da un po’ di tempo dormiva qui, nel capanno.”

Fece una strana smorfia, e m’incalzò con una domanda troppo veloce.

“L’hai detto a qualcuno?”

Qualcosa nella mia testa scattò prima che potessi rispondere.

“A nessuno” mentii.

Il nonno rimase in silenzio e mi parve preoccupato, la superficie di quei due laghi cristallini che erano i suoi occhi s’increspò per un istante, scossa dal passare veloce di un pensiero. Ancora oggi mi chiedo a cosa abbia pensato in quel momento; forse mi aveva letto la bugia in faccia, o forse, la sua stanza dei segreti era troppo grande per lui solo, avanzava spazio, e Socrate gli aveva affidato il suo, di segreto, perché lo custodisse nel capanno.

“Ma lo so già… non è un segreto, anche se è meglio se non spargi la voce” disse il nonno sorridendo “la mattina che siamo andati a pescare e ci siamo alzati presto, sono andato nel capanno a prendere le canne e l’ho trovato là che dormiva. Si è scusato, gli ho detto che finché non prendeva niente e lasciava pulito per me poteva stare, c’è anche un vecchio materasso che non serve a nessuno… e poi abbiamo bevuto il caffè insieme!”

Papà era nel salottino con zio Walter e zio Carlo, tutti e tre in canottiera, con davanti una fetta di cocomero, rapiti da un episodio del tenente Colombo.

Non volli che gli zii uscissero, pensai che forse con loro e il nonno intorno sarebbe stato più facile dire quello che avevo visto.

Papà aveva sempre una sorta di fiamma negli occhi, una luce d’allerta per chi pensava di poterlo prendere per il naso o mancargli di rispetto. Una fiammella che poteva divampare in ogni momento, quindi bisognava procedere sempre piano come su un campo minato, non alzare per nessun motivo il tono della voce e non usare nessuna parola che potesse essere fraintesa.

Ma quella fiammella quel giorno non c’era. Raccontai tutta la storia e lui ascoltò senza fiatare, aggrottando di tanto in tanto la fronte. Alla fine si alzò, mi appoggiò la mano calda sul collo e mi diede due affettuose pacche sulla schiena.

“Andiamo” disse efficiente, “dobbiamo denunciare il fatto.”

Un quarto d’ora dopo, io, papà e il nonno eravamo in macchina sulla strada per il commissariato ma, svoltata la terza curva, ancor prima di quella che immetteva sul rettilineo lungo il canale, vedemmo al fondo della strada i lampeggianti. Due auto dei carabinieri e un’ambulanza bloccavano il ponte e un gruppetto di curiosi si agitava intorno ai nastri di plastica gialla.

Mariano, in mezzo alla carreggiata con le braccia alzate, ci fermò urlando che non si poteva passare, poi si avvicinò al finestrino di papà.

“È Socrate, la Circe Michelotti l’ha trovato morto nel canale questa mattina mentre andava in bici al cimitero.”

Scendemmo dall’auto e il nonno si avvicinò al suo amico maresciallo, lo prese sottobraccio e si allontanò parlandogli nell’orecchio.

Poco dopo Mariano si voltò di scatto verso di me con gli occhi spalancati e mi venne incontro spedito col nonno che lo inseguiva a fatica.

“Che cosa hai visto esattamente Matteo?” chiese chino su di me, con le mani appoggiate alle ginocchia e goccioloni di sudore che gli tremavano sulla fronte.

“Io e Livia tornavamo in bici e ci siamo fermati sul ponte un attimo, a… parlare” risposi dando un’occhiata al nonno. Lui annuì.

“E poi?” incalzò subito Mariano.

“Poi Livia ha trovato per terra un pezzo di legno, deve aver pensato che sembrava un pezzo del bastone di Socrate e ha guardato di sotto con la torcia, e lo abbiamo visto.”

“Che ora era?”

Ci pensai un po’ su, “l’una e un quarto, l’una e mezza…”

“Avete incrociato nessuno lungo la strada? Dal paese fino a quando siete arrivati qui?” feci un passo indietro perché Mariano mi stava troppo vicino, con gli occhi fuori dalle orbite e l’alito che sapeva di sigaretta.

“Non abbiamo visto nessuno.”

Mariano mi guardò perplesso, evidentemente deluso.

“Quindi non hai visto niente che ci possa aiutare, sappiamo solo che è stato ucciso tra mezzanotte, quando l’hanno visto lasciare il paese, e l’una e mezza quando l’avete trovato.”

Mio padre saltò su: “Ucciso? Come sarebbe ucciso, non è caduto dal ponte?”

Mariano lo prese da parte perché io non sentissi, ma sapevo cosa gli stava dicendo, che il canale ha l’acqua alta un metro quindi l’annegamento era da escludere, che Socrate aveva un taglio di almeno quindici centimetri intorno alla gola, non esattamente il tipo di ferita che ci si procura cadendo, e che qualcuno gli aveva anche tagliato un ciuffo di barba.

Papà impallidì e mi guardò, io e Livia avevamo mancato di poco l’assassino.

“Ah! E questa notte sono anche andati i ladri dal Tedesco!” aggiunse Mariano, “hanno buttato tutto all’aria ma non hanno trovato niente, si sono portati via solo due salame da sugo che stavano in frigo.”

“Due salame da sugo,” ripete papà stupito, “quelle da bollire e mangiare al cucchiaio?”

“Sì, quelle meravigliose di Marcello…”

“Bastardi morti di fame!” disse papà a denti stretti.

Il Maresciallo si tolse il cappello e l’usò come ventaglio.

“Ora qui dobbiamo finire il nostro lavoro, stanno arrivando anche gli scienziati da Ferrara. Faranno tutti i rilevamenti e le analisi, ma nel pomeriggio dovresti portare Matteo in commissariato per raccogliere la testimonianza ufficiale e anzi, se non ti disturba, se avvisi anche Livia e la sua famiglia mi fai una cortesia e mi risparmi il giro.”

Papà gli assicurò che ci saremmo visti nel pomeriggio al commissariato.

Ci fermammo a casa di Livia e tra lo stupore dei suoi genitori, le lacrime della madre e il padre che si batteva le mani sulla faccia, ci accordammo per incontrarci alle tre del pomeriggio.

Non ci volle molto tempo. Livia ed io dicemmo le stesse cose, evitando accuratamente di menzionare i nostri baci così come anche il ritrovamento del dente. Quello era custodito nella mia scatola dei segreti e volevamo parlarne con Filippo appena possibile.

Tornando a casa, papà in macchina non disse una parola, ma ormai avevo imparato a leggere quei silenzi. Non era arrabbiato, era preoccupato perché avevo sfiorato il pericolo. Questo scopriva il nervo del suo profondo amore per me, e col nervo scoperto era debole, non poteva rischiare di dire qualche sciocchezza mielosa, preferiva tacere, guardare fisso la strada con le braccia tese al volante e sulla faccia la famosa espressione Molinari.

Parlò all’ultimo, parcheggiando l’auto nel vialetto.

“Ho parlato con i papà dei tuoi amici e di comune accordo abbiamo deciso che un po’ di distrazione fa bene a tutti, domani andiamo al mare, sei contento?” e provò con tutte le sue forze a sorridermi.

Livia sarebbe venuta con i suoi genitori ma Filippo da solo. Con il fattaccio di Socrate, Mariano non voleva muoversi da Ambrogio e di conseguenza anche sua moglie, che non poteva lasciarlo solo, “Quello neanche un piatto di pasta si sa cucinare!”

Papà fece un altro tentativo sulla porta di casa.

“E oltretutto domani è lunedì!” disse, “ci saranno più venditori di tappeti che gente sotto gli ombrelloni!” e se la rise di gusto.

La sera, prima di andare a letto, mi lavai i denti tre minuti cancellando a colpi di spazzola tutto il mondo oltre la curva al fondo della strada. Non c’erano più il rettilineo, il ponte, il canale e il corpo di Socrate. E poco male se cancellando tutto avevo preso in mezzo anche Livia.

Il risciacquo fu efficace, non ebbi nessun incubo terribile. Mi addormentai subito e sognai Grazia in costume da bagno, bianco e blu, che si sporgeva su di me.

“Come stai bene con il doppio taglio giovanotto… lo vuoi assaggiare il cuore dolce delle angurie?”

Mi svegliai di primo mattino con un’erezione sotto il lenzuolo che mi sembrò di aver dormito in una tenda da campeggio.


VENTUNO

“Un supereroe da spiaggia”

Lunedì 19 agosto 1985.

Al Bagno Gallanti tutto era bianco e blu. Le strisce verticali dei lettini da spiaggia, gli spicchi degli ombrelloni, le sedie e i tavolini del bar.

Tra il bar e la spiaggia, c’era la lunga passeggiata che, attraversando innumerevoli stabilimenti balneari e qualche campeggio sul mare, andava dal Lido di Pomposa fino a quello delle Nazioni.

La giornata non poteva essere più bella. Il cielo era un unico grande panno azzurro senza la macchia di una nuvola e come aveva previsto papà, non c’era molta gente. Passato il Ferragosto ed essendo lunedì, molti degli ombrelloni delle ultime file erano chiusi. Gran parte delle cartoline spedite era giunta a destinazione e al massimo entro un paio di settimane ci sarebbe stata la prima pioggia con un profumo diverso dai temporali estivi, così fine e insistente da sbiadire i colori.

Nel mio zainetto, oltre all’asciugamano e un cambio di costume, prima di partire avevo infilato anche la scatola dei segreti in cui custodivo il dente d’oro. Non vedevo l’ora di mostrare agli altri il regalo che il nonno aveva costruito per me, e con Livia pregustavamo il momento in cui avremmo raccontato a Filippo la nostra avventura, solo nostra, e gli avremmo mostrato il piccolo gioiello.

Alle nove del mattino avevamo già preso possesso dei nostri ombrelloni in prima fila davanti al mare. Le mamme, la mia e quella di Livia, si spalmarono di crema e partirono subito per una passeggiata con i piedi a bagno, un toccasana per la circolazione sanguigna. I nostri papà, più inclini all’ozio, si sfidarono in una partita a scopa seduti a cavallo di un lettino.

Io, Teresa, Filippo e Livia, andammo nell’area giochi che occupava un’ampia zona sabbiosa accanto al bar. C’erano scivoli, altalene, le catene con gli anelli per appendersi e il campo da beach volley.

Livia in costume rivelava tutta la sua straordinaria metamorfosi. Una gazzella, elegante e consapevole, che attirava gli sguardi anche dei ragazzi più grandi. Eppure ero io quello che l’aveva baciata e stretta tra le braccia.

Quando fummo seduti sulla sabbia all’ombra, con le schiene appoggiate alla parete esterna del bar, tirai fuori dallo zainetto la scatola dei segreti, la feci vedere a tutti e quando tornò tra le mie mani la aprii e tirai fuori il fazzolettino col dente. Livia ed io, alternandoci nel racconto, ripercorremmo tutta la storia, Filippo ascoltava senza battere ciglio, anche Teresa era stregata, nonostante avesse già sentito dalla mamma la versione edulcorata del racconto.

Non appena finimmo, Filippo, che teneva fra le dita il dente d’oro e continuava a osservarne ogni dettaglio, non ebbe dubbi.

“È stato il Tedesco!” esordí tirando il dente in aria e prendendolo al volo, “Non vi ricordate che lo abbiamo visto andare via in bici subito dopo i fuochi? Era poco dopo mezzanotte e Socrate era già per strada, l’ha incontrato e se le sono date, e lì Marcello ha perso il dente, con un pugno o una bastonata.”

“E se fossero quelli che hanno rubato dal Tedesco?” ipotizzò Livia, “Socrate passava di lì proprio mentre i ladri uscivano, e quelli l’hanno fatto fuori… è possibile no?”

“Che ora era quando l’avete trovato?” chiese Teresa.

“Quasi l’una e mezza” disse Livia senza pensare.

Fiutai il pericolo e una goccia di sudore mi scese lungo il collo, Filippo stava elaborando la risposta di Livia, faceva i calcoli e ci guardava.

“Scusa come sarebbe a dire l’una e mezza?” sbottò infine, “Ci vuole meno di un quarto d’ora ad arrivare in bici al bar del ponte, ci siamo salutati a mezzanotte e mezza… dove cazzo siete stati? Vi siete fermati per strada?”

Sentii il calore salire alla testa e una fitta tra le costole, Livia mi chiese aiuto con uno sguardo implorante ma io ero bloccato. La mia testa, una grossa clessidra in cui scendeva sabbia e intanto passavano i secondi; per fortuna Teresa ci soccorse entrambi.

“Non mi hai detto che tornando avete bucato, Matteo? E ve la siete fatta quasi tutta a piedi?”

Avrei voluto abbracciarla, mi aveva salvato, ci aveva salvato, pronunciando quella bugia in maniera così candida e disinvolta che ci credetti perfino io, mi sembrò di ricordamene.

“Vero! Che stupidi, ci siamo dimenticati di dire che abbiamo bucato, subito prima di trovare il dente!”

Capii che anche Filippo non era immune al fascino di Livia, che quel buco di tempo senza alibi lo aveva subito agitato. Sembrò valutare per un attimo la nuova versione, guardò il sorriso di Teresa e si tranquillizzò.

“Comunque è stato lui, il macellaio, lui se ne intende di coltelli affilati.”

“Ma mica sarà andato in giro per la Fiera con il coltellaccio in tasca” replicai, “con cosa gli ha tagliato la gola?”

Filippo si fece pensieroso, poi con uno schiocco di dita fornì la spiegazione, “Il ponte è subito dopo casa di Marcello, se ha incrociato Socrate e hanno litigato nel punto in cui avete trovato il dente, poi è andato a casa, ha preso il coltello, l’ha raggiunto al ponte e… Zac!” e fece correre la punta del pollice da un orecchio all’altro.

“Beh sì, è possibile…” intervenne Teresa, “Socrate camminava talmente piano che non ci vuole molto a raggiungerlo… ma possono anche essere stati i ladri come dice Livia.”

“Eppure questo furto non mi convince per niente,” dissi, “e poi scusa, arrivi a casa, trovi tutto per aria e invece di chiamare i Carabinieri cosa fai? Ti metti a guardare la televisione? Abbiamo visto la luce alla finestra, era la tv!”

Livia intervenne con voce strozzata mentre si legava i capelli in una coda di cavallo.

“Ricordate che faccia rossa aveva Marcello la sera della Fiera? Era pieno di vino, ubriaco da non stare in piedi e parlava a vanvera coi vecchi del bar.”

“Non parlava a vanvera” la corressi, “ho sentito bene cosa ha detto prima di andarsene in bici.”

“Cosa? Cosa ha detto?” domandò Teresa che ascoltava per la prima volta quella parte della storia.

“Gridava che un giorno o l’altro, avrebbe fatto la festa a Socrate!” rividi per un attimo il volgare faccione senza collo del Tedesco pronunciare quelle parole.

Filippo riferì un dettaglio che aveva sentito raccontare da suo padre.

“Sapete che quando hanno recuperato dal canale il corpo di Socrate, gli mancava un pezzo di barba?”

“Un pezzo di barba? Che stranezza è questa? Non ha senso!” commentò Teresa.

“Come no? Non ricordate cosa ha detto Marcello quando ha cacciato Socrate dal negozio?”

Livia si illuminò, “Ha detto che gli avrebbe tagliato la barba con uno dei suoi coltelli!”

Filippo c’informò poi su altre notizie origliate nei discorsi tra i suoi genitori. Loro lo mandavano a letto ma lui dopo dieci minuti era già seduto sull’ultimo gradino della rampa di scale, accovacciato ad ascoltare le voci al piano di sotto.

Sarebbe stato pubblicato un appello sul giornale, con la foto di Socrate e quella del luogo in cui era stato trovato il corpo, con un articolo che spiegava l’accaduto e invitava chiunque avesse qualche informazione, o che passando quella notte in quel tratto di strada avesse visto qualcuno, di telefonare o presentarsi al commissariato di Ambrogio. Inoltre, il pomeriggio del giorno prima, Mariano aveva già interrogato tutti quelli che abitavano nei paraggi del ponte.

Erano stati interrogati anche Marcello, Uliano e Grazia. Il macellaio aveva negato di aver incontrato qualcuno per strada. Era caduto dalla bici, arrivato a casa dolorante per scoprire il casino lasciato dai ladri, ma essendo troppo stanco non aveva toccato nulla, tantomeno il telefono. Aveva bevuto un po’ di birra e s’era addormentato di fronte alla tv accesa.

Uliano era arrivato a casa brillo anche più del Tedesco, la sola cosa che ricordava era sua moglie a letto che russava come un orso.

Grazia era la sola ad aver incrociato Socrate, l’aveva passato in bici parecchio prima del ponte, all’altezza del cimitero, era da solo e con le sue luci accese. Dopodiché, una volta arrivata a casa, aveva preso due pillole per l’emicrania e si era sdraiata.

Mariano non aveva nessuna traccia da seguire, non si spiegava come un fattaccio del genere potesse essere successo proprio in quel paese tranquillo. Brancolava nel buio, anche se era incline a pensare che l’omicidio e il furto fossero connessi. Ipotizzò che potessero essere stati dei briganti di passaggio, o qualcuno dei tanti lavoratori dell’est che facevano la stagione nelle loro campagne.

“O gli zingari! Quelli sono capaci di tutto.”

Ma io di zingari in giro per Ambrogio non ne avevo mai visti.

Concordammo tutti su una cosa: non appena possibile dovevamo andare alla macelleria e controllare se Marcello aveva ancora in bocca il suo dente d’oro.

Finito il racconto erano già le undici, ovvero l’ora del bagno mattutino. Ci lanciammo di corsa tra gli ombrelloni, urlando per la sabbia rovente sotto i piedi e ci tuffammo in mare, lasciando a riva tutti i discorsi e le ipotesi.

A pranzo andammo alla Pizzeria da Sonia, su via Adriatico. Ordinammo tutti pizza tranne la mamma che prese un fritto di calamari. Mentre i grandi prendevano il caffè, noi quattro ci infilammo nel negozio di giocattoli accanto alla pizzeria. Mi sentii stupido e infantile quando Livia mi sorprese con un sorriso ebete osservare affascinato uno squalo di plastica dalla bocca spalancata, si caricava a molla e messo in acqua scuoteva la coda e nuotava.

Quando nel pomeriggio tornammo in spiaggia, c’era molta più gente che il mattino. Poiché secondo gli ordini e le direttive materne anti-congestione, prima di fare il bagno dovevamo aspettare almeno due ore, Livia e Teresa si sedettero all’ombra, sfogliando insieme una rivista della mamma, mentre Filippo ed io, con la scusa di una passeggiata, camminammo fino alla spiaggia libera del campeggio internazionale per spiare le olandesi a seno nudo.

Verso le quattro del pomeriggio le mamme stabilirono che i nostri stomaci avevano digerito le pizze e fummo autorizzati a fare il bagno. Ci tuffammo nel mare verde bottiglia, pieno di capriole, urla, golate d’acqua salata, occhi rossi e piaghe sui polpastrelli, e ne uscimmo dopo quasi due ore, stremati e sorridenti.

Era quasi ora di lasciare la spiaggia quando tornammo all’area giochi e uno alla volta ci appendemmo alle catene con gli anelli, mentre a turno ci spingevamo per dondolare e raggiungere il punto più alto.

Quando toccò a Livia, con Filippo che la spingeva sempre più forte, notai sul suo bel viso una smorfia di dolore. Stavo per gridare a Filippo di fermarsi e non spingerla più quando, proprio all’apice dell’altezza, Livia cedette e le dita strette attorno agli anelli si aprirono. La vidi volare a piedi in avanti, atterrò di schiena sulla sabbia, con un tonfo che le fece sobbalzare la testa, a mezzo metro dalla passeggiata di cemento. Corsi da lei impaurito, seguito da Filippo, la misi a sedere e lei aprì gli occhi ma ebbi subito la sensazione che qualcosa non andava. Aveva lo sguardo terrorizzato, portò la mano al petto e tentò di inspirare a bocca spalancata ma non ci riuscì e produsse solo un lungo sibilo.

Agii d’istinto, senza sapere e senza pensare, tesi il braccio a mano aperta e le colpii la schiena con tutta la mia forza. Livia cominciò a tossire e a riempire nuovamente i polmoni d’aria.

Intorno, nessuno sembrava essersi accorto di niente e mentre sentivo la voce di Filippo ripetere mille volte la parola scusa, Livia mi buttò le braccia al collo e mi strinse forte, mentre le carezzavo la schiena coperta di sabbia, pensai che l’avevo salvata, come nei miei sogni, ero finalmente diventato un supereroe.


VENTIDUE

“Lo squalo bianco”

Lunedì mattina.

Mi sveglio ma non apro subito gli occhi. Riemergo lentamente dal buco nero che mi ha inghiottito ieri sera.

Ambrogio, il funerale del nonno, Gabi, anche l’aperitivo con Nadia, tutto sembra già appartenere a un passato remoto, portato via come i paesaggi intravisti dal treno.

Sento il vento infilarsi tra i palazzi di corso Belgio e rinfrescare la stanza. Il rumore della strada arriva smorzato e fatico ad abbandonare l’ovatta del sonno.

Mi infilo sotto la doccia, mi lavo e poi resto un po’ a farmi battere sulla nuca l’acqua tiepida. Con addosso l’accappatoio, passo la mano sullo specchio appannato e scruto, come attraverso l’oblò di una nave, la faccia di uno che mi assomiglia, ho un aspetto orribile, con l’accappatoio sembro un pugile che ha perso l’incontro. Mi schiaffeggio le guance con Euphoria di Calvin Klein e provo un vuoto profondo, un’infinita solitudine, ancora la sensazione di essere un naufrago in mezzo all’oceano, diverso e scollegato da tutti, un alieno.

Prima di uscire di casa raccolgo sul tavolo della cucina la bustina con ciò che è rimasto dell’erba di Alex e quando sono sulla porta, mi viene in mente la scatola dei segreti. È ancora nel mio bagaglio tra le mutande sporche e il vestito da funerale spiegazzato. Me la sono portata dietro e non l’ho neanche toccata. La apro e prendo la busta: Per Matteo, Livia. La infilo in tasca ed esco.

Al bar, dopo un cappuccino e due croissant mi sento meglio. Sfoglio il giornale rigirando fra le dita il biglietto su cui ho annotato l’indirizzo di Alex: via Gattinara 9.

Ci arrivo a piedi in dieci minuti, percorrendo tutta via Cossila, evitando merde di cane e buche sul marciapiede.

Prima di suonare controllo l’ora, otto e un quarto. Presto per rompere le palle a casa della gente, ma d’altra parte la mattina è il momento migliore, non ho intenzione di girare a cercarlo per tutto il quartiere.

Mi chiedo se stiano ancora dormendo, visto che è lunedì e Antonio non lavora, ma dietro le tendine della finestra al primo piano vedo muoversi delle ombre, così non indugio oltre e suono il campanello.

È proprio Antonio ad aprire la porta, schiena dritta e spalle strette, l’aspetto distinto anche di primo mattino e le guance da cane Sanbernardo che gli conferiscono quell’aria mansueta e remissiva. Tiene per mano il piccolo Fabio che indossa una tuta da ginnastica scolorita e mordicchia una merendina confezionata. L’occhio sembra essergli guarito, in compenso un graffio rosso gli parte dalla tempia e arriva a metà guancia.

Antonio per un istante mi guarda perplesso, poi mi riconosce e sorride.

“Le ho fatto proprio un bel taglio ispettore, proprio un bel taglio, quasi non la riconoscevo!”

“Buongiorno Signor Antonio! Chiedo scusa per l’ora, c’è in casa suo nipote, Alex?”

Il barbiere mi squadra piegando le spesse sopracciglia, preoccupato.

“Si è cacciato in qualche guaio?”

Quando rispondo di no, rilassa finalmente i muscoli del viso.

“Non si preoccupi, voglio solo fargli qualche domanda, forse può aiutarmi a rintracciare il responsabile di un incidente, un tizio che ha spedito una ragazza all’ospedale senza usarle la cortesia di fermarsi un momento e presentarsi.”

Antonio rilassa anche le spalle, sembra quasi rimpicciolire.

“Lo trova in garage, se fa il giro, c’è un cancello alle spalle dello stabile, è lì che lavora, comincia presto… sa ispettore, è un bravo ragazzo, voglia di lavorare ne ha, è solo un po’… sfortunato, non ha una guida.”

Mi guarda imbarazzato, come per scusarsi, perché lui vorrebbe anche essere una guida, ma non ne ha la forza.

Sto per ringraziare quando lo vedo irrigidirsi di nuovo, si sposta di lato tirando il bambino a sé, mentre dal corridoio emerge ciabattando Maurizio Decente.

“Chi cazzo è a quest’ora del mattino?” esordisce ancor prima di vedermi, la voce rauca scolpita da mille sigarette.

Antonio mi anticipa:

“Niente Maurizio, è un signore della polizia… vuole solo fare qualche domanda ad Alex su un incidente in zona.”

L’uomo indossa delle ciabatte di plastica e dei boxer stropicciati, sul petto un cespuglio di peli neri su cui poggia un crocifisso dorato. Il riporto sulla testa è alzato come una bandiera e il cranio nudo luccica di sudore. Devo averlo svegliato.

“Alex non c’è!” grida, “non sappiamo quando torna, arrivederci!” e spinge la porta con una manata.

Infilo il piede all’ultimo e spingo con la spalla, trovandomi all’improvviso davanti la faccia allucinata dell’uomo, emana un odore sgradevole, misto di sigaretta, alcol e colonia a buon mercato.

“Grazie dell’informazione ma non ho detto di aver finito!” ringhio e lo faccio indietreggiare di un passo a colpi di dopobarba Calvin Klein.

Il suo sguardo si carica d’odio; non l’avrei detto, ma si trattiene dal commettere l’errore di attaccarmi. Mi chino e carezzo la guancia rossa del piccolo Fabio che indietreggia e si nasconde abbracciato alla gamba del nonno.

“Cosa gli è successo in faccia?”

Antonio abbassa lo sguardo, si schiarisce la voce.

“È stato graffiato all’asilo!” risponde esitante.

Guardo un’ultima volta Maurizio Decente, quegli occhi crepati dai capillari.

“I bambini dell’asilo sanno essere davvero cattivi, dei pezzi di merda! Se poi sono più grandi, sono pezzi di merda e vigliacchi!”

Mi volto e mentre mi allontano sento la porta sbattere e all’interno sbraitare una cascata d’insulti.

Giro attorno alla casa, entro nel cortile e vedo un garage con la porta socchiusa da cui escono un vapore fine e il rumore monotono di un compressore.

Non appena sono sulla soglia Alex alza gli occhi, si blocca, cala intorno al collo l’elastico della mascherina che gli copre la bocca e alza sulla fronte gli occhiali di plastica. Dal soffitto, assicurata a quattro catene, pende la scocca senza ruote di uno scooter che il ragazzo sta verniciando di giallo con una pistola a spruzzo.

Nell’aria c’è un intenso odore di solvente che fa bruciare la gola. Mi avvicino e osservo quella piccola officina casalinga in cui tutto è sistemato in perfetto ordine. Le chiavi inglesi e i cacciaviti su un pannello al muro, scaffali pieni di scatole con pezzi di ricambio catalogati con una targhetta, e infine il tavolo da lavoro alle spalle di Alex, dove noto due latte di vernice blu.

Il giovane spegne il compressore e sfila i guanti in lattice, si passa la manica sulla fronte e assume quel suo ghigno da sbruffone.

“Ispettore! Non ha aspettato molto per venirmi a trovare!”

“Cominci a lavorare sempre così presto il mattino?”

Alex prende dalla tasca un pacchetto di sigarette e ne accende una, appoggiando il culo sul bordo del tavolo.

“Qui dentro con la mascherina e il motore del compressore, in pieno luglio, se non comincio presto schiatto di caldo! E poi dipende… ci sono giorni che non ho niente da fare… altri che sono più impegnato, come oggi, tanto per dire che non ho tempo da perdere!”

“Vengo in pace…” dico allargando le braccia come un predicatore, “voglio solo farti un paio di domande su un incidente avvenuto una settimana fa, tra corso Belgio e corso Regina, una Vespa blu ha investito due ragazze in bici.”

“La mia Vespa è rossa” ribatte duro.

“Lo so, ma quella blu è stata riverniciata di recente, e magari tu conosci qualcuno che gira col cartello vernice fresca, per intenderci, lo stesso colore di quella lì sul tavolo.”

Neanche si gira, fuma indifferente col mento alto. Mi avvicino e gli piazzo lo schermo del cellulare sotto il naso, la foto di Maris nel letto d’ospedale, il volto diafano, il respiratore che sembra la mascherina di Alex, e tutti quei tubicini.

“La conosci lei? Un pezzo di merda l’ha ridotta così, volontariamente!”

“Io mi faccio gli affari miei, quella sera ho dormito fuori città, a Buriasco, c’era una festa con almeno cinquanta persone, può chiedere a chi vuole, ho saputo dell’incidente solo il giorno dopo.”

Non fa in tempo a espirare il fumo che sta già tirando un’altra boccata. Mi volto e mi dirigo verso l’uscita dondolando sopra la spalla la bustina d’erba.

“Ero anche venuto a restituirti questa, ma la darò a tuo padre, magari scopre che manca dalla sua scorta, e che il suo corriere non è molto affidabile…”

“Aspetti!” urla Alex, gli occhi sbarrati e impauriti, “la conosco! Maristella, ma solo di vista, si dice le piaccia la passera, se capisce cosa intendo…”

“Continua” lo incalzo sorvolando sul suo commento.

“Circa dieci giorni fa avevo appuntamento con un tipo, si chiama Nicola, Nicola Severini mi sembra, gli hanno dato il mio numero perché voleva riverniciare la Vespa di blu.”

“Ti ha chiesto altro? Un adesivo? Un disegno sulla fiancata?”

“Uno squalo bianco”

“Sai dove abita questo Nicola Severini?”

“Non di preciso, so che sta in una delle ville sulla strada per Superga, è uno che sta bene.”

Devo avergli messo una bella paura nominando suo padre, il leone si è fatto gattino. Dò ancora un’occhiata intorno, all’officina pulita e organizzata e alla scocca gialla verniciata alla perfezione.

“È finita?” chiedo indicando la Vespa.

“Quasi… sono agli ultimi ritocchi.”

“Sembri bravo, li ripari anche?”

“Portami uno scooter e ci faccio quello che vuoi, lo faccio anche volare se hai soldi da spendere, sono il migliore!” afferma sicuro, di nuovo sbruffone.

“E la scuola?”

“Ho fatto le medie, poi basta, non mi piace studiare, preferisco i motori.”

Mi avvicino e gli allungo il mio biglietto da visita che prende titubante, quasi fosse incandescente.

“Conosco un paio di officine alle quali farebbe comodo uno come te, sempre che tu voglia un lavoro a tutti gli effetti, ovviamente.”

“Ma assumono? Perché per andare in nero, allora me ne sto qui nel mio garage!”

“Magari non subito, dopo due o tre mesi di prova però sì, se lavori bene come dici… io ci metto una buona parola.”

Forse Antonio ha ragione, ad Alex manca solo l’occasione giusta per rimettersi in riga, col padre che si ritrova, è già un miracolo che sappia cosa significa la parola lavoro.

Quando sono sulla porta mi giro e lancio la bustina verde che Alex afferra al volo.

“Ehi! Ma ne manca più di metà!” sbotta innervosito.

“Infatti, se per tua sfortuna ti becco un’altra volta con dell’erba addosso non me la fumo io, ti porto dritto al commissariato, ci siamo capiti?”

Sono quasi fuori quando Alex mi chiama.

“Ispettore! C’è un’altra cosa…” fa una pausa mentre io ritorno sui miei passi, “l’appuntamento con Nicola era davanti alla gelateria, da Ciacci, mentre gli parlavo del prezzo per la verniciatura, Maristella è uscita mano nella mano con una ragazza, una nuova che non conosco, tutte e due con un cono gelato in mano, Nicola le ha viste e ha cominciato a offenderle, prenderle in giro.”

“Che diceva?”

“Le chiamava lesbiche, chiedeva se dopo il gelato andavano a leccarsi fra loro…”

“E le ragazze come hanno reagito?”

“Maristella l’ha sistemato! Gli ha schiacciato in faccia il gelato, e con uno spintone l’ha fatto cadere dalla Vespa che si è anche ammaccata, gliel’ho sistemata prima di verniciarla.”

“È finita lì?”

“E no! C’era un sacco di gente, ha fatto una figura di merda, si è alzato e voleva pestarla ma io l’ho tenuto, intanto loro si sono allontanate.”

“Perché le hai difese se le conosci appena?”

Alex riflette, tira una nota dalla sigaretta.

“Non si picchia una ragazza, neanche se è mezza uomo!”


VENTITRE

“Tra bufalo e locomotiva”

Lunedì mattina.

Arrivato al commissariato schivo tutti, busso alla porta di Bacci ed entro senza aspettare risposta.

“Buongiorno commissario, le devo raccontare la storia di una Vespa blu!”

Bacci alza lo sguardo oltre lo schermo del computer, si toglie di bocca il mezzo sigaro spento, si alza e va ad accendere il ventilatore all’angolo della stanza. Dalla scrivania si sollevano fogli e foglietti. “Porca puttana!” strilla, “ventilatore della minchia! Manco l’aria condizionata ci danno quei bastardi!”

Un pezzo di carta vola e mi si attacca al petto, lo scontrino di un fioraio, trentacinque euro di rose rosse. Il commissario orienta il ventilatore verso il soffitto, ritorna la quiete, e lo aiuto a raccogliere i fogli sparsi sul pavimento.

“Allora Molinari, a proposito di quella storia?”

Durante il mio racconto il commissario Bacci non fiata, non dice una parola, sussulta al dettaglio dello squalo bianco sulla fiancata della Vespa, la figura che Elena aveva intravisto, e quando faccio il nome di Nicola Severini comincia a battere le mani, un applauso lento, ho quasi l’impressione che mi prenda per il culo.

“Notevole Molinari, notevole… Tu mi fai incazzare come un serpente ma ogni tanto mi dai anche qualche soddisfazione! Dobbiamo andare a prendere il fighetto in collina e controllare la sua Vespa.”

Bacci schiaccia il tasto dell’interfono e grida, tanto forte che il microfono risulta del tutto inutile.

“Capriati! Passa dalla macchinetta a prendermi un decaffeinato, senza zucchero, e vieni qua che ho un lavoretto per te.”

“Commissario” dico non appena Bacci alza l’indice dall’apparecchio, “avrei due richieste da avanzare.”

“Richieste? Molinari, adesso hai anche le richieste… sentiamo!”

“Se manda a prendere questo Severini, ci mandi qualcuno in coppia con Guido, e lo faccia poi interrogare da lui, se lo merita, oltretutto io rischio di stampargli un cazzotto in faccia se me lo ritrovo davanti.”

“Guido Romano?” il commissario si abbandona rassegnato sullo schienale della poltroncina, “Ma sei sicuro? Quello è un po’ come Capriati… stanno meglio di fronte a un computer che tra la gente…”

“È tutto merito di Guido” spiego, “è grazie a lui se abbiamo saputo il dettaglio del disegno sulla fiancata, è lui che ha fatto visita alla ragazza in ospedale ed è lui che ha trovato la pista che ci ha portato a Severini, io sono arrivato giusto in tempo per farmi dire il nome.”

Bacci mi fissa soppesando le mie parole, “non t’interessa interrogare il responsabile?”

“Per la sua incolumità, no!”

Il commissario sospira.

“E la seconda richiesta?”

“Vorrei prendere il resto della giornata libero, ho ancora un paio di cose da sistemare, cose private.”

L’agente Fulvio Capriati entra nella stanza, posa il caffè sulla scrivania e battendo i tacchi si mette sull’attenti che sembra un manichino.

“Agli ordini commissario!”

“Capriati Santiddio! Non c’è bisogno che mi fai la parata militare ogni volta che entri… trovami l’indirizzo di tale Nicola Severini, l’abitazione sarà registrata a nome del padre, pare sia in collina, verso Superga.”

Capriati risponde marziale.

“Severini Nicola, lo trovo subito commissario!”

“Bravo, e quando l’hai trovato, torna qui con Romano che vi dico il seguito.”

Fulvio Capriati esita a muoversi: “è un pericoloso criminale commissario? Uno da andare ad arrestare?”

Bacci gli indica l’uscita col sigaro fra le dita, ma quando Fulvio si gira verso di me faccio sì con la testa e il volto gli si illumina. Esce camminando all’indietro con la mano tesa alla fronte, e Bacci, appena la porta si chiude, allarga sconsolato le braccia.

“Vedi Molinari come devo vivere io? Da una parte ho quelli come te, che devo costantemente controllare, che hanno voglia di fare un cazzo e li prenderei a calci in culo tutti i giorni, ma alla fine vi salvate sempre, perché io sono un buono. Dall’altra parte ho i cervelloni come Romano e Capriati, che sono perfetti e non sgarrano mai, ma mi fanno saltare i nervi lo stesso…”

Il commissario da un lungo tiro al mozzicone, proprio come se fosse acceso e sbuffa soddisfatto un fumo invisibile, riapre gli occhi e prosegue.

“Comunque! Lasciando stare queste storie che racconterò con calma al mio analista, le richieste sono entrambe accettate, vediamo che combina Romano, e tu meglio che ti riposi un poco… che tieni ‘na faccia da galera ‘uagliò!” e detto questo, scoppia a ridere per quella che tra poliziotti ritiene una battuta irresistibile.

Anna è alla sua scrivania, batte sulla tastiera, poi guarda un foglio accanto al braccio, digita ancora qualcosa.

“Ciao! Sono arrivato da un po’, ma ero a parlare con Bacci.”

Alza la fronte e mi guarda a bocca aperta, come se fossi un fantasma. Mi avvicino, la bacio ma è rigida, tesa.

“Tutto bene?”

“Sì, certo, solo un casino di lavoro… e che ti ha detto Gilberto?”

“Gilberto?”

“Ma si dai, che cavolo, il commissario!”

“Che posso prendere il resto della giornata libero, abbiamo probabilmente trovato l’investitore delle ragazze.”

Anna stringe le labbra e annuisce.

“Bene, sono contenta, stasera vieni a cena da me così mi racconti?”

“Alle sette!” rispondo allontanandomi.

“Aspetta Matteo! Ancora una cosa… sai quando mi hai raccontato di quel bambino, il nipote del barbiere? La famiglia Decente…”

“Si? E allora?”

“Non ci sono mai state denunce per maltrattamenti ai bambini, e anche i servizi sociali non hanno nulla, ho controllato con Rossella, ma prima che la moglie di Maurizio Decente si togliesse la vita, i vicini hanno chiamato più volte i carabinieri per le urla e i litigi… secondo me quello gliele dava, eccome!”

“Ma la moglie non l’ha mai denunciato…”

“Mai!” conferma Anna, “ha risolto con due tagli ai polsi, avrà pensato fosse l’unica soluzione.”

“Un doppio taglio risolve tutti i problemi…” ma questo Anna non lo sente, rimbomba solo nella mia testa.

Prima di uscire dal commissariato mi fermo a guardare le quattro persone sedute nell’atrio. Sembrerebbe un’intera famiglia. Due adulti, la moglie con la testa fra le mani sembra la più provata, il marito che le tiene una mano sulla schiena indossa dei bermuda e infradito di plastica. C’è poi un’adolescente occupata a digitare sul telefonino e una bimba di circa dieci anni, seduta al suo fianco, ha sulle ginocchia uno di quegli orsetti di peluche che vendono nelle stazioni di servizio. Il giocattolo ha ancora l’etichetta attaccata, la bambina lo stringe e ogni tanto appoggia stanca la testa sulla spalla della sorella.

Mi affaccio al gabbiotto di Massimo, gli dico che non ci sono per il resto della giornata e gli chiedo se sa dov’è Guido.

“È al bar di fronte a prendere il caffè, sembra che quello della macchinetta non gli piaccia più” risponde senza alzare lo sguardo dal computer, poi aggiunge “oggi non provi a indovinare?”

Appoggiato al ripiano dello sportello volto la testa, guardo oltre la spalla, unisco i puntini e invento un’altra storia.

“Famiglia di ritorno dal mare, in Liguria… Autogrill, furto del portafoglio della donna con documenti e carte bancarie, se ne sono accorti una volta arrivati a Torino.”

“Ma come cazz…” dice Max stizzito battendo il pugno sulla scrivania e attirando l’attenzione di tutta la famiglia.

Guido è appoggiato al bancone, tutto sorridente, chiacchiera con Said che ride trafficando con la macchinetta del caffè. È il barista il primo a salutarmi, poi Guido si volta e mentre io sto per dargli una pacca sulla spalla, lui mi abbraccia e mi da due baci sulle guance, lasciandomi di stucco. Non l’ho mai visto così, anche una stretta di mano è per Guido un contatto troppo intimo che di norma preferisce evitare.

“Ho saputo da Capriati…” dice mollandomi infine il collo.

“Guido ma come cazzo è possibile? Parlavo con Bacci cinque minuti fa, vengo al bar e lo sa anche Said?”

“Io non so niente!” sbotta il barista con le mani alzate. Retaggio di un’altra vita, prima del permesso di soggiorno.

“E cosa vuoi Matteo… le buone notizie corrono veloci!”

Buone o cattive, sembra che tutte le notizie corrano da Guido.

M’informa su Maristella, sta meglio e comincia a muoversi. Ancora tre settimane di cure e fisioterapia e poi dovrebbe lasciare l’ospedale.

“Comincia per lei una nuova vita” dice Guido, “diversa da prima, tante cose non le potrà più fare, come giocare a pallone. Lo sapevi che giocava a calcio?”

Scuoto la testa. Non so niente, niente di niente, è davvero tutto merito di Guido se Nicola Severini pagherà la sua pazzia.

Nadia, Maristella, Guido, anche Said, tutti sembrano catapultati in un’altra vita. Mi sento il solo fermo, e quello più al sicuro. Scopro di invidiarli tutti, persino Maristella, per il suo coraggio di ricominciare. Penso a Sarah: we keep in touch.

Guido freme per tornare in servizio e assicurare alla giustizia il pirata della Vespa. Faccio segnare a Said la colazione sul conto di Max e usciamo. Guido corre al lavoro mentre io resto in piedi sul marciapiede a fumare una sigaretta tra il profumo dei croissant e le folate di smog.

Mi chiedo come procederà la storia tra Guido e Nadia, sembrano entrambi aver trovato quello che vogliono. Inaspettatamente hanno cambiato direzione e sono rinati, si stanno reinventando. Chissà se Guido un giorno scaverà nel passato, o se lei glielo racconterà, e che peso avrà a quel punto il loro passato?

Sul marciapiede passa un signore anziano col nipotino che pedala su una piccola bicicletta con le rotelle ai lati, scampanella ridendo, con la mano del nonno aperta sulla schiena.

Mi viene un’idea improvvisa, getto la sigaretta a terra mentre salgo di corsa i gradini del commissariato, attraverso il corridoio alzando il braccio verso il gabbiotto di Max, “Grazie per la colazione!” dico al volo, e scendo in garage usando la scala interna.

La bici contorta è ancora appoggiata al muro. Usando la chiave di casa come cacciavite svito il campanello dal manubrio, me lo infilo in tasca e salgo a piedi dalla rampa per le auto. Attraverso la strada, mi metto al volante della Panda, prima di mettere in moto frugo nel vano portaoggetti tra pacchetti di sigarette accartocciati, lattine e altri rifiuti, ma alla fine li trovo, i due biglietti del cinema, Into the wild. Sono passati otto giorni, un secolo fa.

Guidando tranquillo mi dirigo verso l’ospedale. Dalle casse De Gregori canta Buffalo Bill: “…tra bufalo e locomotiva, la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato, e cadere…”

Penso al trenino elettrico che mi regalarono da bambino, che girava intorno nella metafora perfetta di quella che sarebbe stata la mia vita. Lo usai una volta sola, odiai subito quello stare lì fermo a guardare il continuo girare, sempre uguale.

Avrebbero dovuto regalarmi un bufalo.


VENTIQUATTRO

“Come pezzi di puzzle”

Venerdì 30 agosto 1985.

Era la fine di agosto, dall’omicidio di Socrate erano passate solamente due settimane. Non molto tempo, penso adesso, eppure allora il futuro ci veniva incontro a velocità supersonica, trascinando in fretta gli eventi alle nostre spalle.

Eravamo tornati in fretta a dedicarci alle nostre avventure in bici per le strade di campagna, le gite al mare, le mattine a pesca col nonno, le mangiate chilometriche e le confidenze segrete.

Ogni tanto parlavamo ancora di Socrate, ma sempre più raramente. Ci capitava di nominarlo qualche volta, quando Livia ed io passavamo da soli sul ponte, era difficile non guardare in basso, in quel punto preciso dell’argine, ma di rado uno di noi accennava qualcosa, per lo più facevamo finta di niente, anche se sapevamo con certezza di aver avuto entrambi lo stesso pensiero.

Le conversazioni rubate da Filippo ai suoi genitori dalla sua postazione in cima alle scale, sembravano aver esaurito in breve ogni linfa di novità. La sera della fiera era arrivata gente da tutti i paesi intorno, e Mariano era convinto che il responsabile fosse un balordo da fuori, magari un drogato che lo voleva rapinare. Uno che non lo conosceva insomma, perché altrimenti avrebbe saputo che Socrate aveva sempre le tasche vuote, a maggior ragione a fine serata e dopo la Fiera.

C’era poi la questione del furto dal Tedesco, poteva trattarsi della stessa persona, dell’assassino, ma non c’era uno straccio di prova e le forze dell’ordine dubitavano di poter recuperare la refurtiva: due salame da sugo.

“Di sicuro non è qualcuno del paese!” aveva sentenziato il padre di Filippo, come se i criminali dovessero per forza venire sempre da fuori.

Un contadino disse di aver notato un gruppo di zingari aggirarsi nei paraggi, pochi giorni prima della Fiera, e per un po’ al bar di Francesco si diede la colpa per qualsiasi cosa agli zingari. Poi fu il turno dei polacchi che lavoravano nei campi per quattro soldi e quando anche questi vennero in parte riabilitati, la colpa di tutti i mali venne imputata agli immigrati africani. Si arrivò addirittura a nominare gli arabi e il terrorismo internazionale, ma quella era una teoria che aveva avuto come madre l’ora tarda e come padre parecchio vino rosso.

Mariano, che volle provarle davvero tutte, pagò perfino di tasca sua un appello sul giornale locale, ma nessuno si presentò al comando dei Carabinieri o chiamò per fornire informazioni.

“Non c’è movente, non c’è arma del delitto, non c’è un sospettato” aveva detto spazientito Mariano a sua moglie una delle ultime volte che Filippo li aveva spiati dalla rampa delle scale.

“Senza uno straccio d’indizio come si fa? La fanno facile in tv che trovano un capello lì, un’impronta là, o gli esce sempre un testimone che ha visto qualcosa!” S’incazzava, perché non poteva fare altro.

Anche io, Livia e Filippo non avevamo fatto niente. Non avevamo neanche mai controllato se al Tedesco mancasse davvero il dente d’oro. Due giorni dopo il fattaccio, il lunedì in cui andammo al mare, sulla porta della macelleria comparve il cartello “Chiuso per ferie dal diciannove al ventotto agosto”.

Marcello, il giorno dopo aver raccontato la sua versione a Mariano, aveva chiuso la macelleria ed era partito per la crociera sul Mediterraneo che aveva prenotato da mesi.

“Col cazzo che ci rinuncio, andate affanculo voi e Socrate!” pare si congedò così, al bar di Francesco prendendo il caffè, prima di salire sull’autobus per il porto di Venezia.

Secondo Filippo era meglio cercarsi un altro macellaio, che il nostro non l’avremmo più rivisto! Perché era stato lui, Filippo non aveva dubbi.

Ma proprio quel venerdì mattina di fine agosto, venni a sapere che il Tedesco aveva riaperto il negozio.

Stavo facendo svogliato gli ultimi compiti delle vacanze, mancavano ormai solo due giorni al rientro a Torino, pochi di più all’inizio della scuola, e una sorta di malinconia oleosa cominciava a ungermi la punta dei piedi e a salire di livello. Sarei presto tornato a sbracciare nel tedio della vita di tutti i giorni, con la scuola, le interrogazioni e i brutti voti.

La mamma mi chiamò dalla cucina.

“Matteo, lo sai che domenica torniamo a casa, vero?”

Non aveva bisogno di ricordarmelo, in pratica non pensavo ad altro, trafitto dall’idea di dover abbandonare Livia, dall’insopportabile pensiero che altra gente, degli sconosciuti, i suoi compagni di scuola, le avrebbero vissuto attorno, ci avrebbero parlato, l’avrebbero fatta ridere e magari qualcuno l’avrebbe anche baciata.

“Che ne dici se domani che è l’ultimo giorno facciamo una bella grigliata, così puoi salutare tutti?”

“Mi sembra un’idea fantastica mamma!” dichiarai entusiasta, e mi vidi già addentare bistecche e costine alla brace.

“Però devi farmi un favore, niente di che…” continuò la mamma, “questa mattina il nonno è andato in paese presto a comprare la carne, devi vedere quanta! Però ha dimenticato le bistecche di maiale, quelle che ti piacciono tanto, papà è a giocare a tennis con lo zio, altrimenti mandavo lui… così le metto a marinare con aglio e rosmarino tutta la notte.”

Per le bistecche di maiale, quelle con l’osso, andavo matto. Inoltre, la mamma mi stava fornendo un’ottima scusa per interrompere i compiti, e soprattutto un pretesto per andare finalmente a controllare la dentatura del Tedesco.

“Nessun problema! Ci vado con Livia e Filippo così li invito alla grigliata” risposi diligente.

Il compito era chiaro e semplice: andare da Marcello a ritirare dieci bistecche con l’osso, le avrei trovate già pronte e impacchettate, perché la mamma aveva telefonato, e il nonno sarebbe andato a saldare il conto il mattino dopo.

Inforcai la bici e passai a chiamare Livia. Insieme pedalammo verso casa di Filippo, anche lui aveva passato la mattinata sui libri.

“Mi avete salvato!” disse uscendo di casa e salendo sul sellino, “i compiti delle vacanze sono una palla terribile, ma dovevo farli anche perché oggi pomeriggio non ci sono, ho il pranzo di compleanno di mio cugino e finiremo di mangiare quando è ora di cena.”

Provai una gioia istantanea, di cui mi vergognai un poco, nel sapere che il pomeriggio Livia ed io saremmo stati soli, io e lei.

Appoggiammo le bici contro il muro della macelleria ed entrammo attraverso la tendina anti mosche, un campanellino risuonò, dentro non c’era nessuno ma era fresco. Dopo pochi secondi l’inquietante mole di Marcello emerse dalla porta dietro il banco, ci guardò serio dall’alto in basso, con le braccia conserte e gli occhi da Mangiafuoco.

“Allora? Cosa volete? Vi siete incantati?” brontolò il Tedesco passandosi ripetutamente la lingua sul labbro inferiore che luccicava come le salsicce nel banco frigo.

Feci un passo avanti e recitai la frase che avevo mentalmente provato andando da Livia.

“Devo ritirare dieci bistecche di maiale, con l’osso, che mio nonno passa a pagare domani.

“Ah! Il cittadino!” disse il Tedesco appoggiando entrambe le mani sul ripiano di marmo.

Si voltò e prese da una mensola un coltello che nelle sue mani sembrava normale, ma che nelle mie sarebbe stato come la sciabola di Sandokan. Istintivamente feci un passo indietro e ritornai in riga con Livia e Filippo, come un soldato.

Il Tedesco cominciò a passare il coltello su una grossa lima e intanto mi studiava.

“Torino, Torino… ce li avete ancora i macellai a Torino o comprate tutto al supermercato, in quelle vaschette di plastica? E poi, chissà come lavorano in città, non possono avere la tecnica di noi di paese, che ci cresciamo con le bestie…”

Detto questo, prese un grosso pezzo di filetto e cominciò a tagliare delle fettine finissime, la lama affondava nella carne come nel burro.

“Guardi il coltello torinese? Con questo puoi tagliare la testa a un cristiano che neanche se ne accorge, altro che i samurai!” e rise forte, lasciando partire lapilli di saliva che condirono le succulente fettine di vitello. Ma nessuno di noi guardò la carne, tutti e tre fissavamo la bocca aperta del Tedesco, la finestrella scura che interrompeva la fila superiore di denti: gli mancava il dente d’oro.

Guardai Livia che osservava il macellaio con un carico di risentimento che le faceva digrignare i denti, credetti stesse per esplodere e gridargli che era un assassino.

“Dove sono le bistecche?” chiesi ansioso di andarmene in fretta.

Marcello puntò improvvisamente la lama del coltello verso di me e col braccio teso disse: “Sono lì, nel frigo all’entrata!”

Rimasi a fissare la lama scintillante il cui bordo era coperto da un velo di sangue.

“Oh ma che avete! Le bistecche! Sono lì nel frigo dietro di voi. Prendetele e arrivederci! Queste nuove generazioni sono un branco di addormentati” commentò tornando ad affettare con maestria la carne.

Presi la borsa dal frigo e senza neanche salutare corsi fuori, un secondo dopo uscirono anche Filippo e Livia, saltammo sulle bici e volammo via.

Quel pomeriggio, con Filippo impegnato, Livia ed io saremmo restati soli, cosa che non era mai più capitata da quel pomeriggio in cui lei rubò la birra da Francesco e quasi ci ubriacammo. Nel frattempo, ero riuscito a rubarle qualche altro bacio durante il tragitto in bicicletta da casa sua alla piazza, una volta sufficientemente lontani dagli occhi di sua madre che ci controllava dalla finestra, e non troppo vicini al paese visto che Filippo, quando era in anticipo, ci veniva incontro.

Le nostre effusioni erano rare e avvenivano sempre di nascosto, di solito dietro il muro del cimitero, forse perché entrambi temevamo di perdere l’equilibrio e rompere il cerchio d’amicizia che ci legava a Filippo. Non sarebbe più stata la stessa cosa se al trio si fosse sostituita una coppia più uno. O forse dentro di noi sapevamo entrambi che alla fine dell’estate sarebbe stato un addio, e non ci saremmo più visti per molti anni. In ogni caso non valeva la pena farsi scoprire.

Dopo pranzo, sdraiato sul letto, cominciai subito a pensare a dove avrei potuto portare Livia per baciarla all’infinito, fino ad avere male alla bocca e senza essere visti. Ma ogni posto mi sembrava o troppo scomodo, o troppo esposto.

Dalla camera, sentii squillare il telefono al piano terra e poco dopo la voce della nonna.

“Ah ciao Livia! Stai bene tesoro? E la mamma e papà tutto bene? Sono contenta! Sì, si è in casa, te lo chiamo subito… Matteeeeoooo, è Livia per teee.”

“Sono qui nonna” risposi dopo essermi teletrasportato accanto al telefono.

Livia mi disse che i suoi genitori erano andati a Ferrara a vedere qualche appartamento; ancora quella fissa del trasferimento in città, in futuro, perché la figlia potesse frequentare le scuole migliori.

Livia avrebbe avuto per tutto il pomeriggio la casa libera e poiché faceva troppo caldo per andare in giro, potevamo stare da lei, bere tè freddo in giardino, chiacchierare e ascoltare musica.

Alle due, dopo essermi cosparso di profumo al muschio bianco trafugato dall’armadietto di zio Walter, mi diressi con largo anticipo verso casa di Livia, appoggiai la bici al cancello e bussai alla porta.

Indossava un vestito blu con delle spalline sottili e un cinturino che le stringeva i fianchi. Non mi sembrò di buon umore, aveva di nuovo litigato con i suoi genitori, proprio prima che partissero.

“Io sto qui, gli ho detto, andateci da soli a Ferrara, che a me di vedere appartamenti non m’importa niente!”

Bevemmo tè freddo e parlammo anche della scuola, di Filippo, ma soprattutto di come i nostri genitori tracciavano per noi una strada da percorrere e continuavano a ripeterci che quella era l’unica via giusta, le altre sbagliate, o senza via d’uscita, o da irresponsabili. A me, a dire il vero, non sembrava così strano che papà e mamma mi dicessero cosa fare, quali decisioni prendere. Essere guidato mi faceva sentire protetto.

Livia invece non lo sopportava. Viveva la guida dei suoi genitori come una costrizione, una limitazione della sua libertà e rivendicava con tutta se stessa la necessità e il diritto di essere un individuo, non semplicemente un’appendice della sua famiglia.

“Chi l’ha detto che hanno ragione loro? Solo perché sono più grandi? La storia dell’esperienza non me la bevo io… Loro mi mostrano una strada? Bene, io voglio andare fuori strada allora!”

Mentre parlava infervorata, la guardavo muovere le mani come due farfalle. Un trucco leggero la faceva più adulta, ribelle, mentre io mi sentivo piccolo e inadeguato. Ascoltavo le sue ragioni distratto, avrei voluto essere più interessato ma riuscivo solamente a fingere, annuivo con lo sguardo pensieroso che indugiava in basso, sulle sue gambe accavallate.

Dopo oltre un’ora passata a parlare, Livia disse che doveva andare un attimo al piano di sopra, sarebbe tornata subito.

Mi aggirai per la cucina incrociando i passi senza uscire dalle piastrelle, guardai dalla finestra il calore sollevarsi dalla strada oltre il canale e sfocare la vista dei campi. Poi finalmente sentii Livia urlare il mio nome.

“Vieni su per favore!”

Mi lanciai su per le scale, trovandomi in un corridoio pieno di foto appese alle pareti, e vidi tre porte chiuse, e una appena socchiusa.

Mi avvicinai, spinsi la maniglia con la punta delle dita e in principio non la vidi. La cercai con lo sguardo intorno alla cassettiera con lo specchio, accanto alla finestra con la tapparella chiusa a metà, e invece era lì davanti a me, infilata nel letto matrimoniale dei suoi genitori, la pelle chiara si confondeva con le lenzuola ma i capelli neri spiccavano sul cuscino bianco.

“Mi fai compagnia?” disse scostando il lenzuolo sul fianco e mostrando parte del completino rosa.

Il pensiero che stavo per farlo, per la prima volta, mi attraversò velocemente la testa ma per fortuna, prima che potesse alimentare una qualsiasi ansia, entrai in trance. Vedevo solo lei e non fui in grado di pensare a nient’altro.

Mi liberai dei vestiti scodando come un serpente che cambia pelle, e saltai sul letto impaziente, stavo per fare il primo passo sulla luna. Ci stringemmo e baciammo, passai le mie mani sulle sue curve acerbe e sentii la mano di Livia afferrarmi e guidarmi.

“L’ho già fatto” sussurrò arrossendo e mostrandomi la bustina quadrata di un preservativo.

Mi abbandonai a lei, ascoltando le sue parole e seguendola come un ballerino inesperto. Livia, sotto di me, stringeva le gambe attorno ai miei fianchi, si muoveva sinuosa con le braccia tese sopra la testa. La penetrai e fu come mischiarsi col sangue che le scorreva sotto pelle, che vedevo pulsare con forza nelle sottili vene azzurre dei polsi. Passarono istanti larghi e dilatati, di una concretezza e fisicità assolute, eppure leggeri, soavi, staccati da tutto, come una statua sospesa in aria senza piedistallo.

Mi appoggiò le caviglie sulle spalle e guardai i suoi seni danzarmi davanti, poi si voltò e le afferrai i fianchi mentre sentivo i suoi gemiti affondati nel cuscino.

Infine, sdraiato sotto di lei, la osservai muoversi come più le piaceva, senza pensare a me, cercando e prendendosi il suo piacere. Un secondo dopo anch’io fui avvolto da un calore intenso, un appagamento lancinante, che mi fece tendere le dita dei piedi e spalancare la bocca.

Nel tornare verso casa vidi alcuni lampi lontani sull’orizzonte. Avevo il vento in faccia e la strana sensazione di essere nella scena cruciale di un film, ma non avrei saputo dire quale. Mi sentivo come l’incredibile Hulk, quando si trasforma, diventa grande e i vestiti si strappano a brandelli.

Intanto pedalavo con le mie gambe piene di muscoli, una mano sul manubrio e l’altra sotto il naso, respirando Livia sulle mie dita.

Più tardi, rannicchiato a letto, pensai ancora a Livia ascoltando il temporale avvicinarsi. Ogni tuono mi rimbombava nello stomaco e faceva vibrare la stessa domanda: “Con chi era stata Livia prima di me? Forse con quel suo compagno di classe, il ripetente che nominava ogni tanto parlando della scuola?”

Ma c’era anche un altro pensiero, un ago sottile che mi trapassava il petto e che cercavo di ignorare, niente più di una possibilità in fondo. Se io e Livia nascondevamo il nostro segreto a Filippo, nulla vietava che lei e Filippo avessero un segreto tutto loro.

I lampi proiettavano sul muro ombre veloci e io, intimorito, schiacciavo le mani sulle orecchie, in attesa del boato. Eppure, una parte nuova di me, sperava che il vento aumentasse d’intensità, che fischiasse ancora più forte tra le fessure delle tapparelle fino a sfondarle, e che la pioggia si abbattesse con una violenza senza precedenti, fino a inondare la strada oltre la curva, inabissando casa di Livia, la piazza e la chiesa, casa di Filippo, il bar e il mondo intero.


VENTICINQUE

“La stanza delle bambole”

Lunedì pomeriggio.

Lungo il tragitto dal commissariato all’ospedale, con la macchina gonfia di musica, continuo a rimuginare.

La vita ci fa sbattere in maniera casuale contro persone che cambiano per sempre il nostro percorso, nel bene o nel male. La maggior parte degli individui ci attraversa come fantasmi, senza lasciare alcun segno. Alcuni incontri ci lasciano una manciata di ricordi e poco più. Infine, ci sono quelle poche persone, solide, che ci incocciano in pieno come palle da biliardo, e deviano il nostro futuro, cambiano il corso della nostra esistenza. Ci si può ritrovare col cuore alle stelle, come Nadia e Guido, oppure come Maris, con la testa spaccata contro un marciapiede.

Penso ad Alex, che va tutte le settimane al cinema col nonno. Ancora mi sorprende che quel bulletto si trasformi in un tenero nipotino tutti i lunedì. Forse ha ragione Antonio, ha solo bisogno di un’occasione.

Accosto, inserisco le quattro frecce e mi fermo con la macchina in doppia fila. Mi disinteresso dei clacson e degli insulti lanciati dai finestrini aperti e cerco nella rubrica del telefonino il numero di Ruggero, un compagno di classe delle scuole medie diventato il mio meccanico di fiducia. Non ci sentiamo spesso, ma a ogni cambio d’olio o revisione dell’auto, non manchiamo mai di bere un caffè insieme e fare quattro chiacchiere.

“Cos’è Teo… quel catorcio che ti ostini a guidare ha qualche problema?”

La voce di Ruggero esce spezzettata dalla masticazione.

“Non è tardi per fare colazione?”

“Mi sono alzato prestissimo, ho un sacco da fare Matteo, se non metto benzina in corpo poi crollo!”

“Per tua informazione la mia Panda va benissimo vecchio mio, anche se patisce l’umidità e quando piove ci cresce dentro il muschio!”

Ruggero ride col suo vocione grave, “è che siamo solo a luglio, altrimenti ci potevi fare il presepe dentro! Allora Matteo, a cosa devo l’onore della chiamata?”

“Senti Ruggero, ho bisogno di un favore, diciamo personale…”

Arrivo all’ospedale ancora assorto nei miei pensieri, cammino senza badare alle indicazioni e mi ritrovo davanti alla porta chiusa del reparto di rianimazione.

“Maris ora è sveglia!” mi dico, “sarà stata trasferita in un altro reparto!”

“Idiota!” sussurra la solita voce che nessuno può sentire.

Sto per chiamare Guido al cellulare per chiedergli in che reparto è ricoverata Maristella, quando sento dei passi salire le scale e subito dopo mi trovo di fronte la stessa infermiera incontrata durante la mia prima visita.

“Ispettore! Ma che sorpresa! Ha saputo che la ragazza si è svegliata e sta meglio? A proposito, ma lei cosa ci fa qui?”

Rispondo spiazzato dal suo atteggiamento affabile, le dico che volevo proprio parlare con Maristella, ma sono capitato qui senza pensarci, in maniera automatica, le chiedo se sa dov’è stata trasferita.

La donna mi guarda dal basso, sospira e tamburella le dita appoggiata al mancorrente delle scale.

“Ispettore, mi sa tanto che lei è innamorato, ha la testa altrove… non so dove sia di preciso la ragazza ma posso controllare, venga con me.”

La seguo in un piccolo ufficio che si affaccia sul corridoio, la donna s’infila gli occhiali da vista e smanetta sulla tastiera del computer, ci mette un attimo.

“Medicina 6, al secondo piano, stanza numero dodici! Ma è presto, le visite cominciano all’una e mezza!” mi dice sorridente.

Guardo l’ora, sono le undici e mezza, due ore, lascio cadere sconsolato le braccia lungo il corpo, ci fosse una volta che azzecco l’ora giusta!

“Aspetti” riprende l’infermiera, “ho l’impressione che lei porti fortuna a quella ragazza, vada al reparto ispettore, io faccio una telefonata.”

La ringrazio ripetutamente, ancora stupito per la sua gentilezza e prima che di allontanarmi, capisco anche il motivo del suo nuovo atteggiamento: “Ispettore, mi faccia una cortesia se può, se si ricorda, mi saluti tanto il suo collega, come si chiama, Guido se non sbaglio, quant’è simpatico, e che persona a modo!”

Arrivato a Medicina 6, trovo all’entrata un’infermiera bionda e attraente, ha anche gli occhiali da maestrina il ché la rende al tempo stesso un affollato incrocio di cliché e desideri nascosti. Anche lei non mi nega un sorriso smagliante e quando le dico chi sono, conferma impeccabile.

“Ispettore Molinari! Si! Mi ha appena chiamato Gianna, la signorina Landi è nella stanza dodici, primo corridoio a sinistra, non si trattenga a lungo però, sa che non dovremmo, è un favore…”

La fantasia mi suggerisce almeno altri dieci favori che potrebbe farmi, ma semplicemente la ringrazio e lei ricambia con un nuovo sfoggio di denti bianchi.

Maris, sdraiata sul suo letto, non ride affatto. Gira la testa verso l’entrata e mi guarda confusa.

Ha riacquistato un colorito rosa, ha tra le braccia il cane di peluche e sembra una bambina, non una ragazza di vent’anni.

Indossa una maglietta azzurra a maniche corte col disegno di un largo pennello che traccia una striscia con tutti i colori dell’arcobaleno.

“Ciao Maristella, sono Matteo Molinari, della polizia, hai conosciuto il mio collega Guido, insieme abbiamo cercato chi ti ha…” chi ti ha cosa imbecille? Ridotta così? “insomma il responsabile… ”

Faccio qualche passo avanti e le leggo negli occhi la fatica che le costa esprimersi. La parte destra del viso è inespressiva, bloccata con l’occhio socchiuso, l’altra metà si sforza, e vedo affiorare la ragazza di quella maledetta sera davanti al cinema, metà di quell’espressione determinata.

“Chi è stato?” chiede con un filo di voce.

Le racconto la storia riassumendo al massimo, anche perché ha un’aria esausta, e non potrebbe essere altrimenti dopo la guerra che ha combattuto. Mentre parlo, a volte ho l’impressione che si sia addormentata ma se mi blocco, muove la testa per dirmi che c’è, che posso continuare.

Ha i lunghi ricci sparsi su tutta la testa fuorché sopra la tempia destra, dove su un’ampia superficie rasata, una benda copre i segni della lunga operazione chirurgica.

“Nicola Severini voleva punirti, probabilmente solo spaventarti, ma è andato oltre, pagherà per quello che ti ha fatto.”

“Di lui non m’interessa,” devo avvicinarmi ancora per distinguere le parole, “voglio solo cominciare la fisioterapia, uscire di qui e andare con Elena al concerto dei Pearl Jam a fine novembre.”

Ora che le sono vicino mi osserva meglio con l’occhio che può aprire completamente. Sembra che sull’azzurro dell’iride ci sia una patina lattiginosa, come la bruma il mattino presto sulle risaie.

“Ti ho già visto da qualche parte?” chiede debolmente.

Metto una mano in tasca e tiro fuori i due biglietti del cinema Fratelli Marx, della sera in cui i nostri sguardi si sono tuffati per un istante l’uno nell’altro. Lei chiude completamente gli occhi e accenna un sorriso tirato, sembra quasi una smorfia di dolore.

“Sì, mi ricordo…” dice, “lo sguardo da stronzo.”

“Lascio sempre un buon ricordo…” rispondo, e Maris mi regala un altro mezzo sorriso, che si spegne nella parte di bocca paralizzata.

Parlo ancora per qualche minuto, di musica e di “not for you” che è la mia canzone preferita dei Pearl Jam, poi mi accorgo che questa volta si è addormentata davvero, anche se il braccio destro è attraversato da frequenti tremolii, come scosse elettriche.

Maris dorme. Noto appese al muro decine di cartoline d’auguri, poi biglietti, foto e messaggi che coprono un’intera parete. Mi fisso su quel mosaico di cartoncini colorati, gli occhi immobili perdono il fuoco e tutte le tessere vibrano, i contorni sfumano e si confondono. Mi ritrovo ancora una volta nell’estate del 1985.

Il pomeriggio d’amore con Livia mi aveva regalato una notte di sonno pesante che si protrasse fino a metà mattinata. Mi svegliai con un’altra pelle e, ne sono certo, più alto di qualche centimetro.

A mezzogiorno il nonno accese il fuoco per preparare la brace. Livia, in bici, fu la prima ad arrivare, perché voleva aiutare a tagliare le verdure e preparare la tavola, così almeno giustificò il suo anticipo.

Circa un’ora dopo arrivarono anche Uliano e Grazia, seguiti da Filippo, in macchina con i suoi genitori e quelli di Livia.

“Non posso mangiare troppo!” esclamò Grazia passandosi le mani sui fianchi generosi, “stasera dobbiamo ancora andare a cena da mia sorella Francesca che fa la pizza, un disastro” sospirò, “siamo sempre dietro a mangiare!”

Sotto il pergolato, sul lungo tavolo di legno montato in giardino, la mamma, la nonna e Livia avevano tagliato a strisce i peperoni e le melanzane da grigliare e preparato anche un’insalata di pomodori e basilico che profumava di sole. Gli zii e papà si diedero il turno alla griglia, sfoderando vassoiate di costine, braciole e salsicce.

Era l’ultimo giorno di agosto, il giorno prima della partenza, il giorno dopo aver fatto l’amore con Livia. Se un tizio qualsiasi fosse passato di lì e senza un motivo particolare mi avesse chiesto: “Oh! Ma tu l’hai mai fatto?”

Una volta, dieci, cento che importava? La risposta sarebbe stata solo una: sì. Mi sentivo un uomo, e mi sembrava addirittura di muovermi e camminare diversamente.

Nel tardo pomeriggio Uliano e Grazia salutarono tutti, lamentandosi di dover andare dritti a sedersi a un altro tavolo per ricominciare a mangiare.

“Oggi prenderò almeno quattro chili!” esclamò Grazia, “ma da domani, dieta!”

Tutti risero per la frase che le sentivano puntualmente ripetere ogni volta che si alzava da tavola.

Fu poi la volta di Filippo e i suoi genitori, e con loro quelli di Livia che invece volle restare. Essendo in bici poteva trattenersi un po’ più a lungo, ma l’aspettavano a casa per cena.

“Noi però stiamo leggeri” disse la mamma di Livia salutando dal finestrino dell’auto, “un piatto di brodo di fagioli e via!”

Salutai Filippo con un abbraccio sincero, dandogli appuntamento per l’anno dopo, non sapevo che l’avrei rivisto solamente parecchi anni dopo, nella triste occasione del funerale del nonno.

Prima di salire in macchina lo vidi esitare e fissare Livia per qualche secondo, poi si abbassò e chiuse la portiera.

Per passare un po’ di tempo solo con Livia e salutarla al meglio, dopo mezz’ora dissi a papà e mamma che l’avrei scortata fino a casa, invece lungo la strada ci fermammo all’ex stalla di Uliano e Grazia, che tanto erano a cena fuori.

Facemmo l’amore per l’ultima volta, con dolcezza e urgenza, sul vecchio divano sfondato e pieno di polvere. Parlammo abbracciati e mi accorsi che non temevo più i silenzi tra noi, non mi sembravano più dei precipizi da riempire di parole a tutti i costi davanti ai quali mi fermavo ammutolito e imbarazzato. Assomigliavano più ai silenzi pieni tra me e il nonno quando eravamo a pescare.

Livia si alzò accaldata e si andò a rivestire a qualche metro di distanza, mi avvicinai per baciarla ancora e la spinsi contro la tenda che copriva la stanza segreta.

“Ahi! Che male!” gridò Livia balzando in avanti e massaggiandosi la parte bassa della schiena. Scostai il sipario scuro e vidi che nella serratura della porticina era infilata la chiave, probabilmente dimenticata da chi aveva visitato per l’ultima volta quella stanza misteriosa.

Ci guardammo un istante e non fu necessario consultarci, era ora di scoprire il tesoro nascosto. Girai la chiave e aprii la porta di pochi centimetri, dentro era tutto buio. Infilai la mano e tastando la parete trovai l’interruttore.

La stanza misurava circa quattro metri per tre. Le pareti erano coperte di scaffali su cui, una accanto all’altra, erano disposte decine di bambole di pezza dalla testa di ceramica. Ognuna con un vestitino diverso, come diverse erano le espressioni dipinte da un pennello finissimo sui quei volti bianchi. Una era imbronciata, l’altra sorrideva, una aveva le guance rosa di timidezza, un’altra ancora due lacrime nere che scendevano dall’angolo di un occhio.

Al centro della camera, un’antica poltrona trapuntata di stoffa verde stava vicino a una culla rosa, all’interno della quale giaceva una delle bambole avvolta in una coperta, con il viso di ceramica dipinto come se stesse dormendo. Gli occhi erano due curve tratteggiate dalle ciglia basse.

Dalla coperta, spuntava l’angolo di quello che sembrava un libro nero. Lo presi e lo aprii, era un diario, non era stato compilato regolarmente, alcune volte passavano settimane tra le date riportate all’angolo della pagina, ma la scrittura era sempre la stessa, rotonda e ordinata.

L’ultima pagina scritta era marcata da un segnalibro, un ciuffo di peli grigi legati insieme.

“Non senti un odore strano? Di sigaretta?” chiese Livia col mento appoggiato sulla mia spalla.

Aveva ragione, presi in mano lo strano pennellino e lo avvicinai al naso. Odore di fumo.

“Ma non sarà mica… ” mormorò Livia.

“Penso proprio di si” e posai il macabro segnalibro là dove l’avevo trovato, cioè all’ultima pagina scritta, quella che riportava la data del giorno prima della Fiera, e lessi a voce alta.

Venerdì 16 agosto 1985

Adesso so che tutto è finito.

Si è infranta anche l’ultima speranza e mi chiedo che senso abbia vivere senza più sogni.

La vita non sarà più la stessa, proprio perché dovrà per forza essere sempre uguale.

Senza luce, senza Luz.

E tu, vecchio traditore, assassino, giri inutile con la barba sporca, gialla di nicotina, e gli occhi morti e inespressivi. Un rifiuto, un fetente sacco di spazzatura appoggiato a un bastone secco, ecco cosa sei. Sdraiato su una panchina del parco, dove giocano i bambini, circondato dal tuo odore di stalla, urina e vino. E quando stai all’entrata della stazione, con lo sguardo che implora per una moneta, ma senza chiedere, perché sei orgoglioso, tu non tendi la mano.

Quando cammini zoppicando lungo la strada, vicino la linea bianca a mezzo metro da un canale, quante volte vedendoti ho immaginato che quel ramo secco cui ti appoggi si potrebbe rompere, e tu cadere di sotto e sparire per sempre. Oppure un’auto che di notte non ti vede, sarebbe una fortuna, tutto finito in una lunga e inutile frenata sull’asfalto. Così giustizia sarebbe fatta.

Ma poi perché dev’essere fortuna? È stata forse fortuna quel maledetto giorno in cui mi hai portato via Luz? Se c’è un Dio a governare i fili del destino, allora Dio è più ubriaco di te, più pazzo e irresponsabile di te.

Ma non c’entra Dio! Sei stato tu con la tua nullità ad attraversare quella strada, a deviare il destino e cancellare la sua vita, così come le nostre.

Ora so dove dormi, conosco la strada che farai, il ragazzino se l’è fatto scappare.

Non dovevi portarmi via Luz. Penserò io ad aiutare la fortuna, alla prima occasione, darò un taglio al passato.

“Non ci capisco niente, e tu?” chiese Livia quando terminai di leggere, “e poi che vuol dire che il ragazzino se l’è fatto scappare? Quale ragazzino?”

“Che vuoi che ne sappia Livia!” risposi brusco, mentendo, con in testa l’immagine del nostro pomeriggio al bar da Francesco, e quel piccolo, innocente segreto rivelato, il nascondiglio notturno di Socrate. Chiusi il diario e lo rimisi nella culla, con l’angolo che spuntava da sotto la coperta.

Livia si allontanò mormorando qualcosa, ce l’aveva con me per il modo in cui le avevo risposto.

“Ora devo proprio andare a casa Matteo, è tardi…” disse con tono offeso, e corse fuori dalla stalla.

Rimasi solo a guardarmi intorno, in quello strano museo che metteva i brividi, sentendomi addosso decine di occhi dipinti; dopo qualche tentennamento, quasi senza pensare, afferrai il diario e lo nascosi dietro la schiena, infilato nei pantaloni. Chiusi la porta a chiave, accostai la tenda e corsi fuori da Livia, le chiesi scusa e la salutai, con un ultimo lungo bacio.

Maris si lamenta nel sonno e io mi sveglio. Tutti i biglietti di auguri si fermano e tornano attaccati alla parete su cui l’orologio segna le tredici in punto.


VENTISEI

“L’assassino di Socrate”

Lunedì.

Alle tredici in punto sento dei passi nel corridoio, Maristella dorme e russa leggermente, io mi alzo dalla sedia e mi infilo nel piccolo bagno della stanza d’ospedale. Sento la porta aprirsi, scarpe con i tacchi che entrano e si fermano, poi si allontanano e la porta si richiude.

Mi chiudo a chiave in bagno, apro la piccola finestra e accendo una sigaretta. Infilo la mano nella tasca dei jeans ed estraggo la busta, la lettera di Livia, e la apro per l’ennesima volta.

L’ho letta fino a poterla ripetere a memoria, fino a immaginare tutto quello che accadde come se fosse un film, nei minimi dettagli, come se fossi stato lì a seguire Uliano quando uscì di casa la mattina del ventiquattro dicembre 1985, con un nebbione che ci si affondava come nel cotone.

La vigilia di Natale, Uliano si alzò dal letto con la faccia smunta e un forte mal di testa. Aveva dormito poco come succedeva ormai da mesi, e quel poco era un sonno leggero e tormentato, il rumore più lieve bastava a svegliarlo. Grazia russava forte e lui non capiva come potesse dormire così profondamente, sembrava in letargo, e come se non bastasse non faceva dormire lui, che ne aveva tanto bisogno.

Fece colazione nella cucina silenziosa, si lavò, si sbarbò alla perfezione e indossò l’abito e la cravatta, come si fa nei giorni di festa.

Arrivò in paese in bicicletta, rabbrividendo infreddolito, ed entrò nel bar in piazza vestito di tutto punto attirando su di sé la tagliente ironia dei clienti fissi più mattinieri.

“Che vai a sposarti Uliano?”

“Ma guarda un po’ che figurino!”

“Te l’ho sempre detto io… altro che il barbiere, il modello dovevi fare!”

Uliano non fece una piega.

Disse bene Alessandro, il meccanico:

“sembri un manichino della Standa!”

Infatti se ne stava immobile al bancone del bar ma sembrava in vetrina, con un braccio appoggiato accanto alla zuccheriera e il volto piallato da qualsiasi espressione.

Invece del solito caffè d’orzo ordinò un espresso corretto sambuca poi, nonostante avesse smesso di fumare sette anni prima, chiese a Francesco una sigaretta.

Nel bar si fece un silenzio irreale. Il barista, con gesti lenti e senza distogliere lo sguardo dall’amico, estrasse il pacchetto di Marlboro dal taschino e gliene allungò una. Uliano girò a lungo il cucchiaino nella tazzina con gli occhi persi nel vuoto, come se stesse leggendo tutte le etichette delle bottiglie dietro il bancone, o guardando una ad una le cartoline di posti più o meno esotici, spedite dagli amici e clienti del bar.

Trangugiò il caffè corretto con un rumoroso risucchio, poi si voltò e uscì senza pagare, seguito dallo sguardo sbigottito e preoccupato di Francesco.

Non montò sulla bici, si accese la sigaretta e s’incamminò attraverso la piazza respirando il fumo e gustandolo profondamente con gli occhi socchiusi, sereno come se stesse respirando aria di montagna. Si fermò davanti a casa di Filippo, finì di fumare, bussò alla porta e attese sistemandosi il nodo della cravatta.

Mariano gli aprì in pigiama.

“Ma che cazzo ci fai qui a quest’ora? Vestito così poi… ti manca solo il cartellino col prezzo!”

Quando Uliano entrò e si sedette con Mariano al tavolo della cucina, anche la mamma di Filippo scese a vedere cosa fosse successo.

Filippo prese posto sul suo trespolo sulle scale ad origliare. Quando la Moka fu sul fuoco, la mamma di Filippo tornò a letto e lasciò i due uomini da soli.

Una volta che il caffè fu nelle tazzine, Uliano si appoggiò allo schienale della sedia e cominciò a parlare a ruota libera.

Tre anni dopo il nostro bel matrimonio, Grazia è rimasta incinta. Eravamo così felici, ti ricordi che al bar ho offerto da bere a tutti! Avremmo avuto una bambina, si sarebbe chiamata Luz! Che in spagnolo vuol dire luce… e vabbè, anche in dialetto si dice “mpiza la luz!” accendi la luce! Insomma non ti puoi confondere.

Una sera chiudo il negozio, arrivo a casa e trovo Grazia a gambe larghe seduta sul divano, tutta sudata!

Mi guarda… ancora mi ricordo la faccia, e mi fa: “È ora Uliano, arriva Luz!”

Ma me lo dice sorridendo, serena, e anche se vedo dalle smorfie che ha i dolori non mi preoccupo neanche tanto.

L’ho caricata in macchina che aveva le doglie, ma non troppo forte diceva, c’è tempo! Io però non capivo più niente, la mia bambina capisci Mariano? La mia bambina stava arrivando a dare ancora più luce alla nostra vita, ero pazzo di gioia!

Ho imboccato la strada del ponte, con Grazia che vicino a me faceva respiri profondi come le hanno insegnato al corso, e ripeteva: “va tutto bene, va tutto bene!”

Arrivato in piazza ho preso la statale verso Copparo, in direzione dell’ospedale, meno di venti minuti e siamo lì, mi son detto. Però non sapevo se venti minuti erano tanti o pochi a quel punto, forse andavo un po’ sopra il limite di velocità, ma non da matto, però cominciava a far buio.

Al curvone dell’osteria, da dietro la siepe del giardino, all’improvviso spunta Socrate, e cosa fa? Attraversa la strada! Mica ci sono le strisce lì, picchiava sull’asfalto col suo bastone e me lo sono trovato davanti.

Stava pisciando contro la siepe quel diavolo, ha sentito una macchina arrivare, s’è vergognato, ha messo tutto dentro i pantaloni e ha attraversato. Io ho sterzato di colpo e gli sono passato con la ruota sul piede.

Certo, poi lui è sparito per cinque anni ed è tornato zoppicando, ma non per un’incidente in Germania come andava dicendo, sono stato io, quella maledetta sera.

Quante volte mi sono chiesto se avrei dovuto tirare dritto, uccidere il mio amico, ma avere la mia Luz. Ha vinto l’istinto, ho cercato di evitarlo. Gli ho preso il piede e sono andato dritto contro un albero a lato della strada. Non ho fatto quasi in tempo a frenare e l’ho centrato in pieno, un metro più a destra e sarei finito tra le canne del granturco e ora tutto sarebbe diverso.

Lo sai Mariano, dell’incidente, sei arrivato poco dopo ricordi? Con la macchina di servizio, persino prima dell’ambulanza. Ma di Socrate non c’era traccia, era scappato, si dev’essere infilato nel campo di grano perché la strada era libera e lui mica poteva correre.

Io allora non ti ho detto niente, che un cane ci aveva tagliato la strada ti ho raccontato, ricordi? Era pur sempre un amico, un cieco, cosa sarebbe cambiato, anche se ti avessi detto la verità? Niente.

Grazia aveva la cintura di sicurezza allacciata che le ha schiacciato la pancia. Quando è arrivata l’ambulanza e l’ha caricata, sono salito anch’io, le tenevo la mano, aveva un graffio e un po’ di sangue sulla fronte ma per il resto sembrava a posto, e mi parlava. Bagnata di sudore mi ripeteva che era tutto tranquillo, non aveva neanche più i dolori. E certo che non li aveva più! Luz era morta! Ce lo dissero poco dopo il nostro arrivo in ospedale.

Non so come Socrate l’abbia saputo, forse dai discorsi la mattina dopo al bar, qualcuno incontrato per strada. Probabilmente sapeva di aver causato un incidente, ma non poteva immaginare che fossimo noi, e certo non poteva sapere le conseguenze… Ma quella mattina deve averlo scoperto, e ha deciso di scappare piuttosto che guardarmi in faccia. Voi tutti a chiedervi dov’era finito, io lo sapevo perché era sparito.

Eravamo amici con Socrate. Quante cene insieme, ogni domenica, e quante volte abbiamo chiuso il bar io, lui e Francesco.

Quando è tornato ero contento, ma ho capito subito che le cose erano cambiate. Non che gli portassi davvero rancore, credimi Mariano… è che con tutta la buona volontà come fai a far finta di niente? A pretendere che non sia successo? Non riesci a non pensarci, dovresti non guardarti mai negli occhi.

Non era più come una volta e certo non veniva più a cena da noi, ma io ce l’ho messa tutta per lasciarmi quell’incubo alle spalle.

Grazia no invece, non ci è riuscita. Lei non l’ha mai perdonato. Le aveva tolto la sua bambina e niente sarebbe più stato lo stesso. Anche a riprovarci, anche se fosse rimasta ancora incinta, non sarebbe stata Luz ma qualcun altro, con un altro nome. E lei si era innamorata di Luz.

Accusava Socrate della nostra disgrazia ed era contenta che se ne fosse andato, sperava di non rivederlo mai più, che fosse morto, ma il rancore dentro di lei non si è mai spento.

Dopo un periodo di depressione ha lasciato l’insegnamento, coi bambini non ci poteva più lavorare, poi ha cominciato a collezionare quelle stupide bambole, e io le ho anche costruito una stanza apposta! L’ho fatta venire ad aiutare in negozio, per farla svagare e pensare ad altro, perché vedesse qualcuno e non stesse tutto il giorno a casa.

Lavorare in negozio un po’ le è servito, e sapeva anche fingersi allegra in mezzo alla gente, ma a casa non l’ho più vista ridere come prima, aveva sempre quell’ombra negli occhi.

Con quello che era successo e la sua depressione non facevamo più l’amore. Io ci provavo, ma lei si girava dall’altra parte. Che poi anch’io non ero mica tanto sicuro di riuscirci, non sapevo se avrei potuto toccarla e guardarla negli occhi senza vedere quel pensiero nel suo sguardo.

Abbiamo vissuto così per tre anni, poi il tempo un po’ del suo lavoro l’ha fatto e Grazia ha cominciato a ritornare lentamente la donna di prima. In negozio quando non c’erano clienti parlavamo tanto e piano piano ci siamo riavvicinati.

Ancora ricordo quando abbiamo fatto di nuovo l’amore dopo tanto tempo, un fine settimana al Lido delle Nazioni, dopo aver mangiato il pesce in riva al mare e ballato il tango. È stata come la prima volta in quella camera di hotel. Anzi meglio della prima volta! Perché in un certo senso eravamo due sconosciuti, ma questa volta ci conoscevamo. Non c’è niente di meglio di riscoprire di nuovo qualcosa che avevi già scoperto e dimenticato.

Abbiamo ripreso a vivere e deciso di provarci di nuovo. Potevamo ancora essere genitori, anche senza Luz.

Dopo più di un anno che non era successo niente, all’inizio di agosto siamo andati a fare l’esame in ospedale. Quella volta Grazia aveva raccontato in giro che mi portava a far visitare gli occhi, non voleva che si sapesse… ma io ho ancora la vista di un falco Mariano!

Il venerdì, il giorno prima della Fiera in piazza, siamo andati a ritirare i risultati del test di fertilità, e il dottore ci ha parlato chiaro. Io ho tutto che funziona come si deve, ma Grazia non può più avere figli. Sterilità da stress psichico, così si chiama. Ed è dal giorno dell’incidente che è così, ma lo abbiamo scoperto solo cinque anni dopo, quando c’è tornata la voglia di avere un figlio.

Questa primavera, il ritorno di Socrate in paese ha riaperto la ferita, ha crepato quel guscio sottile che Grazia era riuscita a costruire. Poi è arrivata quella notizia, il giorno prima della Fiera, non poter più mettere al mondo un figlio… la mia Grazia è crollata, come se fosse tornata con la testa indietro a cinque anni fa, alla stessa disperazione. Quel pomeriggio, tornati dall’ospedale, ho tenuto il negozio chiuso e l’ho sentita piangere tutto il tempo in camera da letto, anche se bussavo non mi apriva e non mi rispondeva, piangeva e basta. Quando finalmente è uscita mi ha detto che non ne voleva parlare, che se l’amavo dovevo darle un giorno di tempo per tornare in sé stessa e cercare di superare la cosa.

Il giorno dopo era taciturna ma se le parlavo rispondeva. Le avevo anche detto che potevamo stare a casa noi due insieme invece di andare a buttarci nel trambusto della festa, ma lei ha insistito, ha detto che ci avrebbe provato, che le avrebbe fatto bene e che al massimo, se proprio non se la fosse sentita, avrebbe potuto tornare a casa prima. Ero contento, mi sembrava fosse l’atteggiamento giusto, addirittura positivo.

Prima di mezzanotte, con la scusa del mal di testa ha preso la bici ed è tornata a casa, lasciandomi lì con gli altri, ad aspettare i fuochi d’artificio. Mi ha fregato e piantato lì.

Ma che dovevo fare Mariano? Aveva detto che voleva stare da sola!

Dopo i fuochi ho ancora bevuto qualche bicchiere al bar, quando sono tornato a casa era tardi e le luci erano tutte spente. Pensavo fosse a letto.

Mi è preso un colpo quando ho acceso la luce del bagno e me la sono trovata lì seduta sul cesso, col vestito tutto sporco di sangue e per terra il mio rasoio Kikuboshi aperto. Stringeva tra le dita un ciuffo della barba di Socrate, anche quello rosso di sangue, e lo fissava, con un sorriso che non era suo.

Pochi giorni prima al bar, il nipote dei Molinari aveva detto che Socrate dormiva nel capanno dei suoi nonni, una cosa detta così, niente d’importante. Ma Grazia ci aveva pensato, sapeva che Socrate per tornare dalla Fiera sarebbe passato dal ponte, vicino a casa nostra. Così quando prima dei fuochi i ragazzini hanno detto di averlo incrociato che tornava con la sua giacchetta illuminata, ha avuto la trovata del mal di testa e se n’è andata.

Tornando in bici, ha visto Socrate camminare lungo la strada, barcollava per il suo piede ma di più per il vino. Grazia l’ha superato senza dire niente ed è andata a casa poi… non mi ha detto cosa ha pensato o cosa le è preso, è andata in garage, ha preso il Kikuboshi sul tavolo da lavoro, appena pulito e affilato, ed è tornata indietro a piedi.

Al ponte ha visto le lucine di Socrate poco distanti e ha aspettato lì… il resto non me lo fare raccontare Mariano, puoi immaginarlo no?

Questo, con altre parole, diceva la lettera di Livia.


VENTISETTE

“Le rose rosse”

Lunedì.

Esco dal bagno della camera di Maristella nel momento in cui entra nella stanza l’infermiera bionda che mi guarda sorpresa.

“Ma è ancora qui ispettore? Credevo fosse già andato via… l’orario delle visite comincia fra poco e se i familiari la trovano qui ci andiamo di mezzo io e Gianna, le devo chiedere di andare via subito”

“Un minuto ed esco” rispondo sottovoce, “promesso!”

Mi mostra l’indice, “un minuto e non un secondo di più!” dice risoluta uscendo.

Maris sta ancora dormendo, sembra serena, a parte le scosse che le attraversano il braccio destro. Mi avvicino, le carezzo i riccioli, le cingo il polso con le dita, è sottile, il cuore pulsa calmo. Poi il braccio comincia a vibrare, sempre più forte, come un ramoscello sbattuto dal vento, si ferma.

Maris ha lottato per risvegliarsi, per ricominciare a vivere e mandare segnali al mondo e a tutti gli alieni che lo popolano. Non sarà più la stessa ma ha combattuto per tornare a collezionare nostalgie e voli pindarici, una lotta eroica contro i mulini a vento, non per vincere, neanche per partecipare, ma per il dovere di combattere. Per mettere le cose in pari.

Sono certo che a novembre Maris salterà davanti al palco dei Pearl Jam accanto a Elena.

Un altro spasmo che le parte dal braccio mi scuote e sento la vibrazione attraversarmi il corpo. Ho l’assurdo pensiero che quell’onda abbia passato qualcosa da lei a me. Un fluido magico, un superpotere per sconfiggere i fantasmi e zittire le voci nella testa; il coraggio di chiudere il cerchio e dare un taglio al passato, reinventarsi in una nuova vita, perché il passato è una droga, un vortice, un canto delle sirene che ti attira e ti fa guardare indietro, una trappola. Il passato è dispari.

“Stai proprio rincoglionendo Matteo” sussurro dirigendomi verso la porta, “i superpoteri!”

Eppure, uscito dall’ospedale, il braccio non mi sembra più lo stesso. Massaggiandomi di tanto in tanto il bicipite, passeggio per oltre un’ora, mi fermo a mangiare in una trattoria, cammino ancora, fumo parecchie sigarette, entro in una libreria e acquisto una raccolta di poesie di Raymond Carver per il titolo uguale al colore della Vespa di Nicola Severini e della mia maglietta. Guardo l’ora, sono quasi le sette, salgo in macchina e mi dirigo verso casa di Anna senza mai guardare nello specchietto retrovisore.

Mentre parcheggio la vedo davanti al cancello con una pesante borsa del supermercato.

“Serve una mano signorina?”

“Matteo? Sei già qua! Da quando sei puntuale?”

Prendo la sporta di plastica e percorriamo il vialetto in silenzio, sfiorandoci senza guardarci. Anna comincia subito a frugare nella borsa in cerca delle chiavi di casa, io conto gli alberi alla mia destra, dal cancello alla porta d’entrata: otto.

Non appena entriamo, m’investe un forte odore di fiori. Lo detesto, non so come si possa chiamare profumo. Nauseante, acre, mi ha sempre ricordato i cimiteri. Non importa che fiori siano, margherite, tulipani, gigli, quella nota fredda e triste c’è in tutti, anche nelle rose rosse, come queste in bella vista sul tavolino accanto all’entrata. Che debbano poi essere sempre in numero dispari, è un’aggravante.

Guardo Anna stupito ma non chiedo niente, lei arrossisce, prende il vaso e lo sposta, oppure lo nasconde, sul davanzale della cucina.

Con un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino finisco da solo una bottiglia di vino bianco e racconto tutto ciò che riesco dei miei giorni in Emilia, della famiglia e del funerale. Mi costa fatica, mi sento un attore che recita con scarsa partecipazione perché pensa che il copione sia una stronzata.

Preparando la tagliata di vitello con rucola e parmigiano apriamo un Barbera che assaggia anche Anna. Le parlo di Maristella, delle sue condizioni e di come siamo arrivati a Nicola Severini.

Al gelato, che mangiamo direttamente dalla vaschetta, le dico che nei giorni scorsi ho riflettuto molto, credo che la nostra relazione sia arrivata a un vicolo cieco, neanche mi sforzo di essere un po’ originale perché non mi interessa, il tempo passato con lei è già poco più di una fotografia, qualcosa da guardare ogni tanto, se proprio la si trova per caso riordinando i cartoni nella stanza degli ospiti.

Dopo il caffè non ho davvero più nulla da dirle.

Non sembra neanche sorpresa, ha una reazione composta e apparentemente matura. Forse se l’aspettava, o la pensa allo stesso modo, oppure entrambe le cose. Non sembra ferita, e posando i piatti nel lavandino della cucina butta l’occhio di nascosto al mazzo di fiori.

Salutandola sulla porta, le consegno il biglietto con l’indirizzo.

“Via Gattinara 9” legge Anna, “Cosa devo farci con questo? Tra l’altro, non è dalle tue parti?”

“Sì, è vicino a casa mia, l’indirizzo dei Decente, sono sicuro che ci sia un caso di maltrattamento, la tua amica Rossella di sicuro ha qualcuno da smuovere al Tribunale dei Minori…”

“Posso chiederti perché non chiami tu Rossella e le spieghi tutto?”

Per un istante penso al culo di Rossella, non lo vedrò più e a poco a poco lo dimenticherò.

“Vuoi scherzare? Essere ammorbato da un monologo su bambini problematici e soluzioni educative all’avanguardia? Lascio a te il piacere della chiacchierata, è amica tua!”

Anna ride, mi bacia sulla guancia, mi sembra di sentirla pensare che sono un fallito mentre le do le spalle e ripercorro leggero il vialetto con gli otto alberi per lato. Sono le nove e mezza quando mi metto in macchina, grosse gocce di pioggia cominciano a ticchettare sul parabrezza e io guido stupito che tra me e Anna sia finita così, tutto archiviato senza che neanche una goccia di rancore o di rimpianto rovinasse il cibo o il gusto del vino.


VENTOTTO

“Doppio taglio”

Lunedì Sera.

Poco prima delle dieci arrivo in corso Belgio, adesso piove forte e s’è fatto buio che sembra piena notte. Mi metto a cercare parcheggio, con questo temporale devono essere tutti a casa perché non si trova un posto libero. Giro un po’ e alla fine vedo un buco in via Gattinara, a poche decine di metri da casa di Alex.

La pioggia colpisce i finestrini in scrosci sbattuti dal vento, prendo una felpa col cappuccio dal sedile posteriore e la infilo, odora di muffa e sigaretta, metto in tasca il campanello della bici di Maris, apro la portiera ed esco, come tuffarsi in mare. Corro sotto il cornicione e a due passi dal portone dei Decente mi metto al riparo sotto il balconcino, di fronte alla finestra illuminata della cucina. Penso che potrei vedere se c’è Alex e lasciargli il numero di Ruggero, poi mi viene in mente che è lunedì, e Alex e suo nonno sono probabilmente al cinema.

Sono pronto allo scatto in direzione corso Belgio quando sento un urlo, un lamento che supera il rumore del temporale e mi ricorda i conigli uccisi dal nonno, ma questo è il grido di un bambino, una sirena rotta dai singhiozzi.

Lo vedo attraverso le tendine alla finestra della cucina, Maurizio Decente che stringe il polso del piccolo Fabio e quasi lo solleva da terra, nell’altra mano una bottiglia con tre dita di liquido giallo.

“Basta! Basta!” strilla il piccolo, ma suo padre gli assesta un calcio sul sedere che lo piega come un arco, poi lo afferra dalla maglietta, s’inginocchia alla sua altezza e brontola qualcosa che non riesco a sentire.

Io sono faccia al vetro, incappucciato e zuppo nella felpa fradicia che pesa quanto un cappotto. Il marciapiede e tutta la via sono deserti, non un auto che tagli le pozzanghere, e senza preavviso mi sento scuotere da una rabbia profonda, un terremoto che dalle viscere arriva in superfice e mi fa tremare la mano, poi tutto il braccio.

Fabio non smette il suo pianto disperato, Maurizio si rialza in piedi, alza in aria una mano e gli tira uno schiaffo che lo scaraventa a terra.

Tiro giù le maniche della felpa fino a coprirmi le nocche, batto i pugni sulla porta e dopo una decina di secondi il pianto del bambino si fa più distante, soffocato, poi di nuovo vivo quando la porta si spalanca e mi trovo davanti gli occhi di brace di Maurizio Decente.

“Che cazzo…” non dice altro, perché il mio pugno lo prende dritto sul naso. Il rumore fa impressione, come schiacciare una noce.

Maurizio Decente barcolla e indietreggia qualche metro coprendosi il volto con le mani, cade di schiena sul tappeto, lungo disteso accanto al mobiletto con sopra appoggiato il telefono.

Mi guardo intorno tendendo le orecchie, per capire da dove provengano le urla e il pianto del piccolo Fabio, poi vedo a sinistra la porticina del sottoscala. Quando torno con lo sguardo sul tappeto, l’uomo non c’è più, svanito, ci sono solo gocce di sangue.

Mi osservo il braccio che ha ancora degli spasmi da coda di lucertola che vanno in sincrono col tonfo dei passi che sento avvicinarsi dal fondo del corridoio. Subito dopo spunta Maurizio Decente che stringe qualcosa in una mano. Lo riconosco all’istante, Antonio sarà contento che finalmente è arrivato, è il Kikuboshi col manico in madreperla.

Sono piantato sull’uscio e vedo l’uomo avvicinarsi barcollante, il volto insanguinato e il passo da zombie, tende il braccio all’indietro per caricare il colpo come un tennista e la lama del rasoio antico luccica che sembra nuova.

La sciabolata parte orizzontale, Maurizio Decente digrigna i denti e caccia un urlo tagliando l’aria con una traiettoria a semicerchio che sembra quasi un goffo inchino. Il suo braccio è lento, l’alcol e i pugni in faccia sono un cattivo accostamento, mi abbasso veloce piegando le ginocchia e schivo il colpo. Sento la lama sibilare sopra la testa e quando alzo il mento il suo gomito è lì, ce l’ho davanti agli occhi, e attaccato al gomito c’è l’avambraccio di Maurizio Decente, seguito dalla mano che stringe il Kikuboshi a fine corsa, la lama a dieci centimetri dalla sua gola.

Mi sembra la cosa più naturale del mondo allungarne la corsa, un colpetto sul gomito come per raddrizzare un quadro storto sul muro. Prolungo la parabola del rasoio quel poco che basta perché la lama si conficchi sotto la mandibola di Maurizio Decente e gli attraversi obliqua il collo. Un taglio netto, Antonio l’ha affilata alla perfezione.

Faccio istintivamente un salto all’indietro mentre lui rimane a mezz’aria, ho l’impressione per un sacco di tempo, minuti, infatti mi sorprendo quando infine ricade, senza neanche mettere le braccia indietro per attutire il colpo. Cade dritto come un albero, anche se un albero non butta fuori tutto quel sangue; però alla fine rimane fermo allo stesso modo, proprio come un tronco abbattuto.

Mi risvegliano le urla di Fabio che provengono dal ripostiglio, provo a concentrarmi, mi sforzo di pensare mentre le ghiandole surrenali rilasciano torrenti di adrenalina.

Usando un fazzoletto di carta prendo il cordless dal mobiletto in corridoio e chiamo il 112, un’operatrice dell’emergenza risponde.

“Via Gattinara 9” dico con la mano sulla bocca, lo ripeto un’altra volta poi poso la cornetta sul pavimento, davanti alla porta del sottoscala, dove Fabio urla con tutto il fiato di farlo uscire, che è tutto buio e ci sono i mostri.

Mi guardo ancora attorno, incredulo, poi lascio la porta d’entrata socchiusa e col cappuccio sulla testa mi tuffo in strada e sparisco nella pioggia.

Non so da quanto tempo mi sto lavando i denti, tre minuti, poi sei, poi nove, poi ho perso il conto. Smetto solo quando sento le sirene sfrecciare in direzione di via Gattinara e d’istinto mi chiedo cosa possa essere successo.

Chissà che film sono andati a vedere Alex e Antonio al cinema, dovrebbe essere quasi finito.

Appoggio sul tavolo della cucina la scatola dei segreti, estraggo dalla tasca dei jeans la lettera di Livia, bagnata e con l’inchiostro sbavato, e la rimetto al suo posto, col diario di Grazia, il ciuffo di barba di Socrate, il dente d’oro di Marcello e la maniglia di ferro della mia vecchia cameretta. Aggiungo alla collezione il campanello della bici di Maris e poi richiudo la scatola, convinto che non l’aprirò per molto tempo, forse mai più.

Vado in camera da letto, il pavimento è pieno di vestiti e oggetti, giornate che ho indossato, usato, e poi gettato per terra ad accumularsi e stratificarsi: una giacca elegante, una sacca sportiva, un paio di jeans macchiati di vino, un posacenere pieno, una sciarpa rossa dello scorso inverno, un piatto incrostato, un quotidiano ingiallito, una tazzina vuota sporca di caffè. Tutto coperto dalla patina seppia diffusa dalla lampada a stelo nell’angolo.

Metto musica a basso volume e comincio a riordinare la camera, a buttare la roba sporca da lavare e le stoviglie nel lavandino della cucina.

Zero, zero, zero, zero, si ricomincia, penso. E’ mezzanotte precisa sullo schermo del cellulare quando ho finito e mi siedo, verso un bicchierino di grappa, accendo una sigaretta e chiamo Sarah che risponde assonnata.

“Domani sera a cena fuori?” biascica ripetendo la mia domanda.

“Che poi in verità sarebbe oggi, stasera…”

Sarah sbadiglia, resta in silenzio qualche secondo a decifrare il rebus, la immagino stropicciarsi gli occhi e guardare l’ora sul comodino.

“Sì, stasera… la prossima volta magari me lo dici prima, ma va bene. Ti piace la cucina giapponese?”

“Non ne ho idea” rispondo entusiasta, “ma non vedo l’ora!”

Un po’ più tardi, sdraiato sul letto, resto a lungo ad ascoltare i rumori e i silenzi di una notte qualsiasi. Le campane della chiesa battono le due, tutto in ordine, la mia camera buia sembra sconfinata.


Nuenen, 14 giugno 2015

Note dell’autore

Molti dei luoghi descritti e citati sono reali ma modificati a mio piacimento.

Il Commissariato di Polizia di Torino ovviamente esiste, ma la descrizione fatta in questa storia è interamente frutto della mia fantasia.

Mi sono preso una licenza cinematografica. Il film di Sean Penn, Into the wild, è uscito nelle sale nel 2007. Nella vicenda da me raccontata, Matteo e Sarah vanno a vederlo al cinema nel 2012.